UN ROMANZO PUÓ CAMBIARE LA VITA?

UN ROMANZO PUÓ CAMBIARE LA VITA?

Il tono della voce è pacato. Le frasi che pronuncia fanno riflettere. Sentirla parlare dona un senso di serenità. Lei è Barbara Fabbroni, psicologa, psicoterapeuta, analista Transazionale. Ha insegnato nella Scuola di Specializzazione post laurea a indirizzo Analitico Transazionale Centro Logos. Svolge la sua attività per bambini, coppie e adulti in individuale e di gruppo. Ha scritto numerosi saggi e articoli scientifici.

Da anni affianca alla pratica clinica la scrittura. Nel 2015 pubblica il suo primo romanzo rosa: L’Amore, forse.

“Una mia paziente, concluso il percorso di terapia, mi porta un regalo. Con sorpresa vedo che è un romanzo. Curiosa, scopro che la protagonista le somiglia tantissimo. Così comprendo che la narrativa rosa può essere un crocevia importante per uscire fuori da esperienze di dolore. È un po’ come dar vita a una possibilità ulteriore – racconta Barbara Fabbroni –. Per questo ho deciso di scrivere un libro che non è un romanzo autobiografico né l’esperienza di una mia paziente. È semplicemente la storia di una donna con l’immenso bisogno di essere amata e di amare, di credere nell’amore e di viverlo nel suo quotidiano”.
MILAN, ITALY - MAY 26:  Barbara Fabbroni attends the presentation and cocktail for Barabara Fabbroni's new book 'Coach In Love' on May 26, 2016 in Milan, Italy.  (Photo by Jacopo Raule/Getty Images for Barbara Fabbroni) *** Local Caption *** Barbara FabbroniBarbara Fabbroni insegna ad amare e ad amarsi. Amare e amarsi, imparare ad allenare il proprio cuore per conoscersi nel profondo per molti non è affatto semplice. Richiede sforzi, tenacia e una notevole consapevolezza di sé. Spesso l’impresa sembra troppo ardua per una persona sola. Ecco allora che scende in campo il Love coach, l’allenatore del cuore.

In Love coach, il suo nuovo romanzo, Barbara Fabbroni affronta il tema difficile dell’amore attraverso la figura del Love Coach. Una figura particolare e al tempo stesso entusiasmante. Non un guru ma un esperto di sentimenti e comportamenti. Il Love Coach offre sostegno alle persone in difficoltà aiutandole a comprendere fino in fondo quali siano le loro risorse, portandole a scoprire se stesse in modo da migliorare in maniera significativa ed evidente le proprie relazioni e la propria vita sentimentale.
Il Love coach, ci mostra l’autrice, aiuta a superare una relazione finita o lo scarso successo in amore, insegna come gestire le emozioni e come comunicarle agli altri, interviene per cercare di risolvere i problemi di coppia ma, soprattutto, insegna alle persone ad amarsi e quindi ad amare. Non ci si rivolge al Love coach solo per un amore finito o in crisi ma anche per migliorare il rapporto con se stessi, per diventare più consapevoli dei propri punti di forza e di debolezza, delle proprie fragilità e delle proprie aspirazioni.
Il Love coach, ci dice Barbara Fabbroni nel suo romanzo, non è un terapeuta ma un aiuto concreto per riuscire a sviluppare le proprie potenzialità, soprattutto nel campo dei sentimenti, insegna a superare il disagio con un atteggiamento più consapevole, e aiuta a migliorare l’autostima. Perché solo amandosi si può amare davvero.

Barbara Fabbroni è psicologa, psicoterapeuta, analista Transazionale Clinico. Ha insegnato nella Scuola di Specializzazione post laurea a indirizzo Analitico Transazionale Centro Logos. Svolge la sua attività terapeutica con bambini, coppie e adulti, in individuale e di gruppo.

Ha scritto numerosi saggi e articoli scientifici.

Pubblica con la Casa Editrice EUR (Roma). Tra i suoi saggi: Amore e Dualità: psicopatologia della coppia e Vittima-Persecutore: il mondo dello Stalker.

Nel 2011, per la EUR, dirige la Collana: “Nel cuore dei bambini” di cui fanno parte alcuni suoi saggi, tra i quali: I bambini e la Rabbia; I bambini e la Paura. Nello stesso anno e per la stessa casa editrice pubblica anche delle fiabe terapeutiche: Piccolina e Volavola; Babina la bambina birichina.

Nel 2012, insieme a Maurizio Martucci, sempre per la EUR, fonda la Collana “Analisi Transazionale” per cui pubblica, tra l’altro: Solitudine. Il bambino smarrito, con il quale vince, nel 2013, il Premio Cesare Pavese per la saggistica e che è finalista al Premio Carver 2013.

Nel 2014 vince il Premio Tagete per la saggistica con Stati dell’Io Fetali, finalista al Premio Nabokov 2014.

Nel 2015 pubblica il suo primo romanzo: L’Amore, forse.

Nel 2016 assume l’incarico di direttrice per le Edizioni Pink. Dopo il successo del suo primo romanzo L’amore, forse, Barbara Fabbroni si prenderà cura delle pubblicazioni che promuovono e incoraggiano la narrativa e la poesia “rosa” della casa editrice.

Le Edizioni Pink sono un prodotto al femminile, dove le protagoniste sono donne in tutte le declinazioni e le esperienze che la vita può proporre nel suo percorso. Quella promossa dalla collana è una letteratura facile ma al tempo stesso intelligente, profonda e intrisa di significati.

DIVERSI MODI DI VIVERE E  DI AFFRONTARE LA MENOPAUSA

DIVERSI MODI DI VIVERE E  DI AFFRONTARE LA MENOPAUSA

Nonostante l’aspettativa di vita sia aumentata, l’età in cui sopraggiunge la menopausa naturale non è cambiata significativamente negli ultimi anni. Oggi una donna trascorre circa 30 anni, ovvero quasi un terzo della sua vita, in post-menopausa. Molte donne considerano questa tappa come la manifestazione concreta dell’invecchiamento, altre come l’inizio di una nuova epoca della loro esistenza: in ogni caso le donne in menopausa rappresentano oggi il gruppo sociale più numeroso anche in considerazione della maggiore longevità femminile.

Diversi e personali i vissuti e i bisogni nell’esperienza della menopausa fra le donne italiane: molto variabile la percezione dei sintomi e la capacità di affrontare questo delicato “passaggio” della vita di una donna.

Ogni donna la vive la menopausa in modo diverso,quattro le grandi tipologie di donne: chi vive e accetta la menopausa con serenità (le “Serene”), e a fronte di sintomi percepiti come non così disturbanti tende ad aspettare che si risolvano da soli; chi si rassegna a un evento inesorabile (le “Rassegnate”) che influisce fortemente sulla percezione di sé e sulla qualità della vita, ma accetta passivamente anche sintomi e disturbi molto fastidiosi; chi vive nella nostalgia dell’adolescenza (le “EterneRagazze”) e vive con paura questa fase della vita, segnale dell’invecchiamento e della perdita della femminilità e della bellezza (“l’inizio della fine” del proprio essere donna) e vivendo con difficoltà anche i piccoli sintomi e intervenendo precocemente per gestirli; chi, infine, combatte (le “Performanti”) contro un fastidio che interferisce in modo importante con la propria vita e le proprie attività e cerca attivamente soluzioni per risolvere e recuperare la performance abituale.

Molteplici e particolarmente rilevanti i sintomi che interferiscono con tutte le dimensioni del vivere: le vampate di calore (55% delle donne ne soffre ed è il sintomo più fastidioso) che mettono in difficoltà nelle relazioni sociali, l’aumento di peso (ne ha esperienza il 40%) che influisce sull’immagine di sé e sulla propria femminilità, l’impatto sul sonno (31%), gli effetti negativi sull’umore (23%), le problematiche legate alla sessualità (secchezza vaginale 29%, calo del desiderio 29%, difficoltà nei rapporti sessuali 11%).

Le over 50 sono dunqueaccomunate dal timore per i sintomi della menopausa, che possono compromettere la qualità della vita a breve, medio e lungo termine. A dirlo è la ricerca “Le donne e la menopausa” condotta da GfK Italia i cui risultati sono stati presentati in occasione del 17° World Congress della Società Internazionale di Ginecologia Endocrinologica – ISGE.

Uno dei maggiori fattori che riducono la compliance all’utilizzo della Terapia Ormonale Sostitutiva è rappresentato dall’intolleranza al progestinico. Adesso, per le donne per le quali la terapia contenente progestinico non è appropriata arriva in Italia un nuovo farmaco a base di una combinazione di estrogeni coniugati e bazedoxifene, il primo di una classe di farmaci, la TSEC, TissueSelectiveEstrogenComplex o Complesso Estrogenico Tessuto-Selettivo, in grado di contrastare in modo efficace i più fastidiosi sintomi menopausali: vampate di calore, sudorazioni notturne e qualità del sonno. Problemi che, secondo l’indagine, compromettono il benessere fisico ma anche la sfera sessuale e la vita di relazione.

Il farmaco è un’associazione tra un modulatore selettivo del recettore degli estrogeni (SERM), il bazedoxifene, ed estrogeni naturali. Il vantaggio è duplice: con gli estrogeni il farmaco mantiene i benefici della terapia ormonale e con bazedoxifene riduce il rischio di iperplasia endometriale.

Si tratta di un’importante innovazione terapeutica efficace nel contrastare i sintomi correlati alla carenza di estrogeni, indicata per le donne con utero per le quali la terapia progestinica non è appropriata – afferma Andrea Riccardo Genazzani, Professore ordinario di Ginecologia e Ostetricia dell’Università degli Studi di Pisa e Presidente ISGE (International Society of GynecologicalEndocrinology) -. Si tratta di una combinazione di estrogeni coniugati e bazedoxifene. Quindi una terapia ormonale senza progestinico. Gli estrogeni coniugati rimpiazzano la mancata produzione estrogenica nelle donne in menopausa e alleviano i sintomi menopausali. Poiché gli estrogeni promuovono la crescita dell’endometrio, i loro effetti, se non contrastati, aumentano il rischio di iperplasia e cancro dell’endometrio.Da qui la necessità dell’aggiunta di bazedoxifene, che agisce come antagonista del recettore degli estrogeni nell’utero, riducendo notevolmente il rischio indotto dagli estrogeni di iperplasia endometriale in donne non isterectomizzate. Infatti, il bazedoxifene è un modulatore selettivo del recettore degli estrogeni che, a seconda dei tessuti nei quali tali recettori sono espressi, può o agire da antagonista dei recettori (effetti inibenti), come nel tessuto mammario ed endometriale, o agire da agonista su altri tessuti, con un effetto stimolante sui recettori).

Da tempo viene utilizzata la Terapia Ormonale Sostitutiva (TOS) a base di estrogeni e progestinici per tenere sotto controllo e mitigare gli effetti menopausali. Tuttavia il suo profilo di sicurezza e la tollerabilità sono ancora in discussione e secondo quanto emerge dalla ricerca, i motivi per cui non viene usata sono principalmente due: alcune donne non vogliono assumere ormoni e sono contrarie all’utilizzo di farmaci per i sintomi della menopausa, considerata un evento naturale che deve essere accettato.

COS’È LA MENOPAUSA?

La menopausa è l’assenza permanente delle mestruazioni legata alla mancata produzione di ormoni da parte delle ovaie. Viene dichiarata dopo 12 mesi consecutivi dall’ultima mestruazione non imputabili a nessun’altra evidente causa patologica o fisiologica. Nei 5-8 anni che precedono la menopausa il patrimonio follicolare si esaurisce e l’ovaio subisce un lento declino, divenendo sempre più piccolo e atrofico.

La menopausa può essere naturale, o fisiologica, e artificiale, indotta da qualsiasi evento che porta a distruzione il tessuto ovarico (interventi chirurgici, chemioterapia, malattie endocrine). La menopausa fisiologica si presenta intorno ai 50 anni con un intervallo di normalità tra i 45 e i 57 anni. Nei paesi occidentali la menopausa arriva in media attorno ai 51 anni. Fattori ereditari, etnici, comportamentali, pubertà tardiva, gravidanze e lunghezza del ciclo mestruale possono influenzare l’esordio della menopausa che può distinguersi in: precoce quando inizia prima dei 40 anni, prematura se inizia prima dei 45 anni e tardiva dopo i 53 anni.

LE FASI

Esistono rilevanti differenze individuali nell’esordio e nella durata delle fasi che caratterizzano la menopausa: il ciclo può cessare improvvisamente o modificarsi in modo graduale, anche nel corso di anni.

Peri-menopausa

I primi segni dell’approssimarsi della menopausa si manifestano spesso anni prima dell’ultima mestruazione. Questa fase di transizione viene definita peri-menopausa. Può durare sei o più anni e termina un anno dopo l’ultima mestruazione. I cambiamenti e i disturbi perimenopausali sono legati alla variazione dei livelli ormonali. Durante la peri-menopausa, i livelli di estrogeno continuano a diminuire, ma in modo non prevedibile. Temporaneamente possono persino essere più elevati rispetto agli anni precedenti. Le alterazioni del ciclo mestruale, le vampate di calore, la secchezza vaginale, i disturbi del sonno e gli sbalzi d’umore sono manifestazioni tipiche e frequenti della peri-menopausa.

Durante questa fase la donna ha ancora la possibilità di restare incinta, anche se la fertilità è complessivamente estremamente ridotta.

Pre-menopausa

Con questo nome si indicano quella fase della peri-menopausa che copre i 2 anni che precedono la menopausa, in questa fase i livelli di estrogeni calano in modo progressivo fino ad arrivare all’assenza di ovulazione.

Post-menopausa

La post-menopausa è il periodo che inizia a partire dall’ultima mestruazione, con ulteriore calo di estrogeni.

I SINTOMI

La menopausa è associata a una sintomatologia che può variare nel tempo di frequenza, intensità e natura. I sintomi a breve termine, se non trattati, possono tuttavia avere delle conseguenze a lungo termine e di valenza patologica, come ad esempio l’osteoporosi.

A seconda dell’epoca di comparsa i sintomi vengono classificati in:

acuti, quando compaiono i primi mesi dopo la menopausa (vampate di calore, insonnia, variazioni del peso corporeo);

intermedi, che si manifestano entro i primi 2-3 anni (disturbi urogenitali, invecchiamento della pelle);

cronici o tardivi, che si manifestano anche a molti anni di distanza. La frequenza e la gravità della sintomatologia sono molto variabili e soggettive.

I SINTOMI PIÙ FREQUENTI SONO:

Alterazioni del ciclo 

Con l’approssimarsi della peri-menopausa si possono verificare alterazioni del ciclo in termini di frequenza e intensità delle mestruazioni. Soltanto poche donne riferiscono la brusca interruzione delle mestruazioni da un giorno all’altro. La maggior parte di esse riferisce irregolarità del ciclo mestruale, dovuta alla produzione irregolare di ormoni nelle ovaie. Per lo più i cicli diventano più brevi, quindi le mestruazioni compaiono più spesso rispetto ai consueti 28 giorni. Tuttavia le mestruazioni possono essere più brevi o più lunghe, più o meno intense del solito. Con il passare del tempo, le mestruazioni “saltano” spesso, ossia scompaiono per determinati periodi, per poi riprendere regolarmente. Per la maggior parte delle donne in stato perimenopausale, le variazioni del ciclo sono naturali e non sempre richiedono un trattamento. Non tutte le alterazioni del ciclo mestruale nelle donne sono però riconducibili all’approssimarsi della menopausa. Per questo è importante che un ginecologo valuti la natura delle alterazioni del ciclo mestruale, per escludere altre possibili cause.

Vampate di calore 

Si tratta di ondate di calore improvvise, transitorie e fortemente soggettive dovute a vasodilatazione cutanea del volto e del torace, seguite da intensa sudorazione e senso di freddo. Le vampate di calore notturne possono interferire con il sonno, anche se non sono intense al punto da risvegliare la donna. I disturbi del sonno possono causare stanchezza e affaticamento, che a loro volta possono essere motivo di irritabilità (umore depresso, irascibilità, permalosità). Il ginecologo deve escludere altre eventuali cause per le vampate di calore, soprattutto se la menopausa non sembra essere la causa probabile o se sono presenti anche altri sintomi atipici della menopausa. Nella maggior parte delle donne le vampate di calore durano da 3 a 5 anni. Alcune donne non hanno mai vampate di calore o le hanno soltanto per pochi mesi, mentre altre ne soffrono per anni.

Cambiamenti del tono dell’umore

Le donne che in menopausa vivono stati d’animo depressivi hanno spesso sofferto di variazioni d’umore di tipo depressivo anche in passato, ad esempio nel quadro della sindrome premestruale. Se il cambiamento dello stile di vita e le proprie risorse non bastano a influire positivamente sui disturbi di natura psichica, può essere utile un trattamento farmacologico (TOS).

Disturbi del sistema urogenitale e della sfera sessuale

Secchezza vaginale legata alla riduzione dello spessore dei tessuti di rivestimento della vagina e a una ridotta funzionalità delle ghiandole vaginali che rendono meno elastici i tessuti e più difficoltosi e dolorosi i rapporti; incontinenza urinaria e urgenza della minzione per indebolimento dei muscoli pelvici; riduzione del desiderio.

Aumento di peso

Molte donne aumentano di peso dopo i quaranta o cinquant’anni. L’aumento di peso è associato all’invecchiamento, allo stile di vita e ai cambiamenti ormonali della menopausa, ovvero al calo di estrogeni, che comporta diminuzione della massa muscolare e riduce il metabolismo basale e il fabbisogno calorico. La massa adiposa aumenta soprattutto a livello addominale e questo comporta, oltre ad un problema di natura estetica, anche un aumento del rischio di malattie cardiovascolari e di sindrome metabolica.

Alterazioni dello scheletro 

Con osteoporosi dovuta a diminuzione di massa ossea indotta dal deficit estrogenico peculiare della menopausa. Il 40% delle donne dopo la menopausa subisce una frattura.

Disturbi del sonno

Colpiscono tra il 40% e il 60% delle donne. L’insonnia è un sintomo correlato al calo degli estrogeni che regolano il ritmo sonno-veglia.

Alterazioni della cute 

L’invecchiamento della pelle è legato alla riduzione del collagene, dovuta alla carenza di estrogeni e dell’elasticità, mentre aumentano le rughe, le alterazioni della pigmentazione e la secchezza. Il fumo e i raggi solari aumentano tale effetto e dovrebbero pertanto essere evitati.

IL FENOMENO DELLE RESISTENZE AGLI ANTIBIOTICI E LA DICHIARAZIONE DEI MINISTRI DELLA SALUTE DEL G7 SULLE RESISTENZE ANTIMICROBICHE

IL FENOMENO DELLE RESISTENZE AGLI ANTIBIOTICI E LA DICHIARAZIONE DEI MINISTRI DELLA SALUTE DEL G7 SULLE RESISTENZE ANTIMICROBICHE

La scoperta degli antibiotici e la loro diffusa disponibilità dopo la seconda guerra mondiale hanno rivoluzionato la sanità. Sono considerati una delle scoperte mediche più rilevanti del XX secolo, ma nel tempo molti batteri hanno imparato a difendersi da quegli stessi farmaci messi a punto per combatterli.

In anni recenti, il fenomeno della resistenza agli antimicrobici (RAM), chiamata antibiotico-resistenza quando è riferita specificamente alla resistenza dei batteri agli antibiotici, è cresciuto fino a diventare un problema drammatico, perché la velocità alla quale vengono scoperte nuove molecole è drasticamente ridotta, mentre l’impiego di antibiotici è in costante aumento in tutti i Paesi del mondo.

La RAM si verifica quando un microrganismo diventa resistente a un farmaco che in origine veniva usato per trattare le infezioni causate da quello stesso germe che può essere un batterio, un virus, un parassita o un fungo.

In generale, i batteri si dividono in due gruppi: i Gram-positivi e i Gram-negativi e la principale differenza tra questi è lo spessore della loro parete cellulare.

La RAM è divenuta un problema di sanità pubblica globale per una serie di motivi, primo tra tutti il crescente, spesso inappropriato, uso degli antibiotici. Questo fenomeno comporta una considerevole riduzione delle possibilità di prevenire e trattare una ampia gamma di infezioni microbiche della pelle, del tratto respiratorio, del sangue circolante e delle vie urinarie, in quanto i germi una volta diventati resistenti perdono la sensibilità al farmaco e si adattano al medicinale che usualmente viene impiegato per ucciderli.

Secondo recenti stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i “superbug” saranno, nel 2050, la principale causa di morte. La RAM può mettere a repentaglio la maggior parte delle procedure mediche, come ad esempio un intervento di anca, con rischi molto elevati per i pazienti. Tutte le procedure dai trapianti d’organo, alla chemioterapia e chirurgia maggiore verrebbero compromesse gravemente senza la possibilità di attuare un efficace trattamento antibiotico.

Il fenomeno della resistenza agli antibiotici, minaccia la salute dell’uomo, è una delle maggiori sfide di salute pubblica, tanto da diventare priorità dei Governi di tutto il mondo. Nel corso del World Economic Forum di Davos che vede riuniti ogni anno politici, economisti, scienziati e rappresentanti della società civile, è stata presentata la “Declaration by the Pharmaceutical, Biotechnology and Diagnostics Industries on Combating Antimicrobial Resistance”.

Il documento è stato sottoscritto da oltre 80 aziende produttrici di farmaci, medicinali generici, biotecnologie e dispositivi diagnostici e da organismi di settore di 18 Paesi.

L’obiettivo del documento è sollecitare i Governi e le imprese a intraprendere un’azione sinergica e globale di investimenti per combattere il preoccupante e crescente fenomeno dell’antibiotico-resistenza. Tre i punti cruciali in cui si articola la Dichiarazione:

– arginare il fenomeno della resistenza;

– aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo di nuovi e più potenti antibiotici;

– garantire un accesso universale ai nuovi farmaci.

I Ministri della Salute del G7 si sono riuniti a Berlino l’8 e il 9 ottobre 2015 per affrontare il tema delle resistenze antimicrobiche e dell’epidemia di Ebola, in continuità con gli impegni presi nel corso del G7 di giugno, hanno sottoscritto la “Dichiarazione di Berlino sull’antibiotico-resistenza”.

Nella loro dichiarazione, i Ministri definiscono le resistenze antimicrobiche (AMR) una minaccia per la salute globale per i Paesi di tutto il mondo. In assenza di un intervento tempestivo ed appropriato, sarà inevitabile una drammatica perdita di efficacia delle terapie antibiotiche.

Nella Dichiarazione, i Ministri sottolineano la necessità e l’urgenza di una crescente integrazione tra iniziative pubbliche e private di lotta al fenomeno della AMR e un loro coordinamento con azioni promosse in questo ambito dalle diverse organizzazioni internazionali. Il problema della multiresistenza riguarda diversi aspetti multisettoriali e interdisciplinari e vede coinvolti diversi settori della salute umana e animale, l’agricoltura, l’ambiente e la ricerca.

UN NUOVO ANTIDOTO PER UN ANTICOAGULANTE

UN NUOVO ANTIDOTO PER UN ANTICOAGULANTE

I Nuovi Anticoagulanti Orali (NAO) stanno assumendo un ruolo sempre più strategico nella prevenzione di eventi tromboembolici nei pazienti a rischio. Per questo motivo diventa importante poter disporre per le rare situazioni d’emergenza, di strumenti che ne inattivino gli effetti in maniera rapida, specifica e sicura.

Disponibile anche in Italia idarucizumab, farmaco che inattiva in maniera specifica l’effetto di dabigatran, inibitore diretto della trombina, primo della nuova generazione di anticoagulanti orali, entrato nel nostro Paese da circa tre anni, offrendo maggiore sicurezza ai pazienti con la fibrillazione atriale non valvolare.

Idarucizumab è un inattivatore specifico per dabigatran ed è indicato nei pazienti adulti trattati con dabigatran etexilato nei casi in cui si rende necessaria l’inattivazione rapida dei suoi effetti anticoagulanti3:

1°: Negli interventi chirurgici di emergenza/nelle procedure urgenti

2°: Nel sanguinamento potenzialmente fatale o non controllato.

Il programma di ricerca di Idarucizumab è stato avviato nel 2009, prima del lancio di dabigatran negli Stati Uniti nel 2010. Si basa sui risultati di studi su volontari sani e su quelli dell’analisi intermedia dello studio clinico RE-VERSE AD™. L’approvazione di idarucizumab da parte della Commissione Europea, avvenuta nel novembre 2015.

Cosa è idarucizumab e qual è il suo meccanismo d’azione?

Idarucizumab è un inattivatore specifico per dabigatran. È un frammento di anticorpo monoclonale umanizzato (Fab) che si lega con altissima affinità a dabigatran, circa 300 volte più potente dell’affinità di legame di dabigatran per la trombina. Il complesso idarucizumab-dabigatran è caratterizzato da una associazione rapida e da una dissociazione estremamente lenta che lo rendono un complesso molto stabile. Idarucizumab si lega in maniera potente e specifica a dabigatran e ai suoi metaboliti e ne neutralizza l’effetto anticoagulante.

“Nuovi Anticoagulanti Orali hanno rivoluzionato la prevenzione dell’ictus in presenza di Fibrillazione Atriale e hanno fatto sì che molti pazienti, che prima del loro ingresso nella pratica clinica non venivano trattati, oggi siano ‘protetti’ da complicanze tromboemboliche – afferma Giuseppe Di Pasquale, Direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia dell’Ospedale Maggiore di Bologna –. I plus che li caratterizzano sono ormai noti: rispetto alla terapia anticoagulante tradizionale, i NAO, efficaci almeno quanto warfarin ma più sicuri, non necessitano di controlli ematici costanti, hanno scarsissime probabilità di interazioni con alimenti e altri farmaci, sono somministrati a dosaggio fisso e presentano un ridotto rischio di emorragie cerebrali rispetto alla terapia tradizionale.

Tuttavia esistono ancora alcune remore riguardo l’utilizzo di questi farmaci per la mancanza in un antidoto in caso di emergenza. Per questo motivo, l’arrivo di idarucizumab assume una particolare importanza”.

UN SITO E UNA ‘APP’ DEDICATI AL TEMA PSORIASI

UN SITO E UNA ‘APP’ DEDICATI AL TEMA PSORIASI

Il Web è una fonte sempre maggiore d’informazioni sanitarie quindi anche i pazienti affetti da psoriasi si rivolgono a Internet per i motivi più disparati. É questo il pensiero di Antonio Costanzo, Direttore Clinica Dermatologica, “Sapienza” Università di Roma, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea, Roma Membro del Consiglio Direttivo SIDeMaST.

“La maggior parte di loro va online per leggere informazioni o conferme riguardo alla terapia prescritta, mentre molti altri per cercare nuove terapie da proporre al proprio medico – precisa Costanzo –. Purtroppo il Web è una fonte d’informazioni poco controllata per cui è facile che il paziente possa ottenere notizie non complete e da fonti non scientificamente valide. Il classico esempio è quello del paziente che trova informazioni sugli effetti collaterali del farmaco che sta assumendo e fa presente al proprio medico che quel particolare effetto collaterale potenziale non gli era stato comunicato. In realtà nei vari blog si è più propensi a rilevare eventi avversi, anche rari, piuttosto che il funzionamento corretto del farmaco. Il paziente psoriasico, in particolare, è cambiato grazie al Web perché ha più aggiornamenti riguardo alla propria malattia, è più edotto e di conseguenza fa più domande al dermatologo, specie per quanto riguarda i trattamenti, ed è sicuramente un paziente più maturo, perché ha una percezione realistica sulla serietà della propria malattia. Molti pazienti con psoriasi però non utilizzano ancora Internet per informarsi sulla propria condizione e, inoltre, la maggior parte di essi non è trattata o è sottotrattata”.

Web però non significa solo forum e social network, ma sempre di più Mobile e quindi App. Il numero delle Mobile App è passato dalle 97.000 del 2013 alle 165.000 nel 2015 e di queste, i 2/3 sono inerenti al wellness e ben il 20% alla cura. In particolare, nell’ambito delle patologie croniche, la maggior sensibilità a device digitali, il trend del “quantify myself”, ecc.

Nasce così QualityCareTM, un sito web dedicato ai pazienti con psoriasi lieve-moderata che offre loro informazioni, servizi, approfondimenti e counseling online.

Il sito nasce con l’obiettivo di migliorare a 360° la qualità di vita dei pazienti offrendo loro tutte le risorse utili per vivere al meglio la propria quotidianità, senza trascurare alcun aspetto: dall’aderenza alla terapia all’alimentazione, dallo stile di vita, agli aspetti psicologici fino agli eventi scientifici e alle campagne di sensibilizzazione. Un vero e proprio portale che si candida a diventare un punto di riferimento quotidiano per le migliaia di persone che in Italia convivono con questa patologia.

Quali sono i servizi offerti?
Sul sito gli utenti troveranno prima di tutto informazioni, consigli sulla patologia e sugli stili di vita, con numerosi spunti pratici per convivere al meglio con la psoriasi, imparando a gestirla e a controllarla: non solo le informazioni generali, ma delle vere e proprie “pillole” informative aggiornate ogni giorno e dedicate a tutti gli aspetti che ruotano intorno a questo tema. Inoltre, il vero valore aggiunto della piattaforma sono quei servizi innovativi e personalizzati sviluppati sulla base di ricerche svolte proprio per soddisfare le esigenze dei pazienti in rete, come la sezione dedicata interamente alla nutrizione, con la collaborazione di un esperto nutrizionista, e il servizio “Chiedi all’esperto” con uno specialista dermatologo dedicato a rispondere ai quesiti degli utenti in forma privata.

Infine, i pazienti possono scaricare gratuitamente sul proprio smartphone l’App “MyPso” per avere sempre a portata di mano i consigli del sito QualityCareTM.

Come funziona?
Registrandosi sul portale QualityCareTM e inserendo i propri dati sarà possibile avere accesso ad una Homepage ricca d’informazioni personalizzate per conoscere e gestire al meglio la psoriasi, patologia cronica e recidivante con la quale molti pazienti convivono quotidianamente.

Il menù del sito è composto da 5 macroaree:

  1. “Eventi” (le iniziative di sensibilizzazione, i congressi, gli incontri da non perdere).
  2. “Nutrition” (le ricette e i consigli del nutrizionista per un’alimentazione sana che tenga conto della patologia).
  3. “Chiedi all’esperto” (uno specialista dermatologo a disposizione degli utenti).
  4. “Pillole del giorno” (brevi news di poche righe per restare sempre aggiornati).
  5. “Glossario” (una raccolta di termini scientifici per approfondire i contenuti).

Uno dei punti di forza di QualityCareTM è sicuramente rappresentato dalla sezione Nutrition che tratta di come approcciarsi al cibo e alle ricette sane, senza però dimenticare il gusto e il piacere di mangiare. Le ricette proposte, dal nasello in crosta alle tagliatelle di zucca, dalle alici marinate al dolce morbido alle noci, sono tutte “PSO-Ok” e sono studiate per essere al tempo stesso sazianti, appetitose e adatte per chi soffre di psoriasi.

Inoltre è possibile avvalersi della consulenza di un nutrizionista online: attraverso un box dedicato, ogni utente potrà richiedere un consulto in forma privata con l’esperto che risponderà tramite mail alle domande riguardanti tutti i temi legati all’alimentazione e alla psoriasi.

Analogamente anche la sessione Chiedi all’esperto si avvale della consulenza online di uno specialista dermatologo, grazie alla quale sarà possibile inserire in un box dedicato il proprio quesito e inviarlo allo specialista per ottenere una risposta.

Molto interessanti anche le sotto-sessioni del sito più orientate nei confronti della psoriasi e dei suoi trattamenti.

Le 5 sotto-sezioni sono:

  1. “Tutti gli argomenti”
  2. “Gestione dei sintomi”
  3. “Gestione della terapia”
  4. “Vivere con la psoriasi”
  5. “Conoscere la psoriasi”

Ogni sezione si arricchisce di articoli e news riguardanti il tema della gestione dei sintomi, della gestione della terapia, la convivenza quotidiana con la psoriasi e la conoscenza della malattia. Inoltre, per ogni sotto-sezione verranno indicati tra gli articoli “i più visitati al momento” e “potrebbero anche interessarti”, consentendo così all’utente di trovare facilmente tutte le news che possono essergli utili.

Il sito, nei prossimi mesi, si arricchirà di ulteriori strumenti e servizi utili che faranno di QualityCareTM il portale di riferimento per i pazienti sui temi legati alla psoriasi.

Per maggiori informazioni visita il sito: http://www.qualitycare.it/

Oppure scarica l’app gratuita: MyPso 

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LA PSORIASI
La psoriasi è una malattia della pelle, ad andamento cronico e recidivante, che si manifesta con la comparsa di chiazze rossastre e rotondeggianti, ben delimitate da margini netti. Con il progredire della patologia, le chiazze possono confluire e sono ricoperte di squame di colore bianco-argenteo. La psoriasi può interessare tutta la superficie corporea, ma le aree classicamente colpite sono: gomiti, ginocchia, cuoio capelluto e regione sacrale.

L’evoluzione di questa malattia, per la quale non esiste ancora oggi una terapia risolutiva, è imprevedibile e può procedere attraverso riacutizzazioni, miglioramenti e talvolta anche persistenti remissioni.

È importante rilevare che anche una minima estensione della malattia sulla superficie corporea può essere associata a comorbilità. Numerosi studi hanno dimostrato che non solo vi è un’associazione tra psoriasi e artrite psoriasica, depressione e abuso di sostanze, ma anche che i pazienti affetti da psoriasi presentano una maggior incidenza della sindrome metabolica, e quindi obesità, diabete, patologie cardiovascolari.

Tipi di psoriasi
La severità della psoriasi è misurata in base all’estensione delle lesioni, al grado di eritema, desquamazione e infiltrazione, alla risposta alle terapie e al grado di disabilità sociale e psicologica.

Le varie forme cliniche sono:

  • psoriasi a placche: è la forma più comune. Le lesioni compaiono a livello del cuoio capelluto, del tronco e sugli arti. Anche le unghie possono essere coinvolte;
  • psoriasi guttata: colpisce prevalentemente i bambini e si manifesta con piccole chiazze su tutto il corpo; spesso è correlata a faringite streptococcica;
  • psoriasi pustolosa: si presenta sotto forma di piccole pustole che ricoprono aree delimitate (palmi delle mani o piante dei piedi), oppure tutto il corpo;
  • psoriasi inversa: è comune nelle persone anziane e colpisce le pieghe (regione ascellare, inguinale e pieghe sottomammarie). Le lesioni possono essere umide;
  • psoriasi eritrodermica (detta anche psoriasi esfoliativa): è interessata tutta la superficie cutanea che si presenta uniformemente arrossata con desquamazione intensa3.

La psoriasi lieve-moderata
La maggior parte delle persone affette da psoriasi (circa l’80%) soffre di psoriasi a placche, nella forma lieve o moderata. La psoriasi si definisce:

  • lieve, quando interessa meno del 10% della superficie ed è controllata con successo dalla terapia locale;
  • moderata, quando interessa dal 10 al 20% della superficie corporea o meno del 10% ma con localizzazioni importanti (viso e mani) che pesano sulla qualità di vita del paziente, ed è ben controllata con la terapia locale.

Molto spesso la psoriasi lieve-moderata non viene riconosciuta e adeguatamente trattata. Inoltre, sono soprattutto i pazienti affetti da queste forme a manifestare il maggior grado d’insoddisfazione riguardo alla gestione terapeutica e clinica della malattia, dal momento che le terapie sistemiche, anche in considerazione del profilo di sicurezza per svariati aspetti non ottimale, sono riservate a forme di psoriasi moderata-grave.

La psoriasi può inoltre presentarsi di livello moderato-grave, quando interessa più del 10% della superficie corporea ma non risponde alla terapia locale, o che interessa meno del 10% della superficie corporea ma è presente in aree “problematiche” (cuoio capelluto, mani e piedi); è grave quando coinvolge più del 20% della superficie corporea o meno del 20% ma è instabile, rapidamente progressiva e interessa parti importanti come le superfici palmo-plantari e il cuoio capelluto.

Epidemiologia
La psoriasi colpisce in egual misura gli uomini e le donne, anche se studi sull’incidenza della patologia suggeriscono che tende a manifestarsi più precocemente nella popolazione femminile.

Nel mondo ne sono affette circa 125 milioni di persone, pari al 3-4% in occidente, e al 3,1% nella popolazione italiana6.

L’incidenza è intorno ai 6 casi per 10.000 abitanti ogni anno, e appare più alta nei Paesi sviluppati, mentre si riduce tra Neri e Asiatici e in alcuni gruppi etnici, come gli Aborigeni australiani, ed è del tutto eccezionale nei Nativi americani. Tuttavia, le minoranze sono soggette ad ammalarsi nella forma grave e a soffrire di un maggiore distress sociale ed emozionale.

La patologia può insorgere a qualsiasi età, ma nelle forme dell’adulto è più comunemente diagnosticata ai 20 e ai 50 anni d’età.

Fattori scatenanti
La psoriasi è una malattia a carattere genetico: circa il 30% dei soggetti con psoriasi ha una storia familiare nei parenti di primo grado. La probabilità di ammalarsi con entrambi i genitori affetti da psoriasi è di circa il 40%.

Molti possono essere i fattori ambientali scatenanti. Tra questi:

  • i traumi fisici, come il grattamento, le ustioni, le cicatrici chirurgiche o i traumi accidentali;
  • lo stress emotivo;
  • l’aumento dell’indice di massa corporea, correlato all’incremento del rischio di manifestare la malattia;
  • le infezioni delle alte vie respiratorie, causate prevalentemente dallo streptococco betaemolitico, soprattutto nei pazienti pediatrici;
  • alcuni farmaci, ad esempio sali di litio, beta-bloccanti, antimalarici, FANS;
  • l’etilismo e il fumo, che spesso accompagnano le forme gravi di psoriasi e sono maggiormente correlati all’insorgenza di psoriasi pustolosa3.

Ripercussioni sulla qualità di vita
La psoriasi incide su gran parte degli aspetti del vivere quotidiano del paziente, dalla scelta dei vestiti alle attività sportive, come ad esempio il nuoto, dove l’esposizione di aree cutanee affette comporta emarginazione ed esclusione. L’impatto negativo della patologia si ripercuote anche sulle attività lavorative e scolastiche e sulle relazioni affettive. La compromissione dell’aspetto estetico può dar luogo a disturbi a livello psichico, affettivo e professionale. Il peso psicologico e sociale che essa impone spesso oltrepassa la gravità del disturbo in sé: più del 60% dei pazienti associa alla malattia una diagnosi di depressione e, di questi, il 10% ha idee di suicidio.

Le manifestazioni cutanee della malattia, oltre al dolore e al prurito, provocano disagio, frustrazione e vergogna, da cui deriva la perdita di autostima e un senso di stigmatizzazione. I pazienti provano insicurezza e cercano di nascondere agli altri il proprio problema, spesso isolandosi per paura del rifiuto sociale. Questo forte disagio è ulteriormente esacerbato dal pregiudizio, purtroppo ancora diffuso nella maggior parte degli italiani, che la patologia sia contagiosa e questo fa si che molte persone con psoriasi frequentino esclusivamente persone affette dalla stessa malattia.

La psoriasi può dunque essere considerata a tutti gli effetti una patologia invalidante, per via dell’impatto fortemente negativo sui pazienti che ne soffrono, che può arrivare a condizionare anche i progetti lavorativi e di carriera.

UNA PARATA PER DIRE NO ALLE DIPENDENZE

UNA PARATA PER DIRE NO ALLE DIPENDENZE

Tutti insieme per dire no alle dipendenze è lo slogan della parata socialmente utile che si terrà il 12 marzo 2016 a Rimini organizzata da Art’ Up, associazione di Milano che si occupa di formazione artistica su base olistica con corsi, percorsi e progetti socialmente utili che sfruttano l’arte come mezzo terapeutico. Un evento che inizierà in Piazza Cavour alle ore 10 e si concluderà alle 16 al Teatro degli Atti, dove avrà luogo un talk show esperienziale per divertirsi, imparare e scoprirsi.

L’iniziativa fornisce la possibilità di utilizzare l’arte e il gioco come strumenti per combattere e sconfiggere le dipendenze di ogni genere. “Raccontare i fenomeni di dipendenza è un importante mezzo per contrastarne la diffusione – riferisce Michele Casula, presidente di Art’s Up –. L’evento consente di comprendere le abitudini scorrette, le strategie preventive, gli strumenti diretti per comprendere i fenomeni di dipendenza da gioco, sesso o sostanze, e l’utilità dell’arte e del divertimento come mezzi per fronteggiare tali atteggiamenti”.

Nada Starcevic, ricercatrice, è autrice di diversi libri sulla vita di coppia, esperta di educazione sessuale, di disagio e depressione giovanile ha introdotto il concetto di alessitimia. “È questo il vero filo conduttore che unisce tutte le dipendenze – afferma la ricercatrice –. Ho compreso che la mia ricerca basata sull’osservazione e sulla stimolazione dei bisogni endogeni, è la strada per veicolare le dipendenze dall’ inconscio verso l’espressione, o meglio verso l’espressione di Sé, che è la chiave per superare un comportamento dipendente o peggio compulsivo”.

L’evento si svolgerà in compagnia di Funkasin Street Band – M2O Radio con AQPP.

Simone Lucci

UNO STUDIO SUL PARKINSON E UN CAMPIONE OLIMPICO PER PROMUOVERE L’ATTIVITÀ FISICA

UNO STUDIO SUL PARKINSON E UN CAMPIONE OLIMPICO PER PROMUOVERE L’ATTIVITÀ FISICA

La malattia di Parkinson non ha ancora una cura risolutiva ma gli approcci terapeutici più recenti hanno evidenziato l’importanza per il clinico di operare in team e l’utilità dell’attività fisica e della riabilitazione per un più moderno e razionale approccio alla malattia. È questo il pensiero del Alfredo Berardelli, Presidente Accademia LIMPE-DISMOV; Dipartimento Neurologia e Psichiatria, Sapienza Università di Roma.

Ogni anno in Italia circa 6 mila persone vengono colpite dalla malattia di Parkinson e in un caso su quattro hanno meno di 50 anni. Rimanere attivi il più a lungo possibile può prevenire il Parkinson. Le ultime evidenze scientifiche dimostrano, infatti, che chi pratica regolarmente un’attività fisica ha un rischio inferiore del 43% di sviluppare la malattia di Parkinson, mentre i parkinsoniani che continuano a praticare attività fisica e sport non solo mantengono nel tempo una migliore autonomia ma presentano anche una evoluzione più lenta e meno invalidante rispetto a quelli che conducono una vita più sedentaria. “Una prospettiva multidisciplinare nella gestione delle persone con malattia di Parkinson e le terapie farmacologiche più avanzate aiutano a gestire la malattia per lungo tempo, mentre l’attività sportiva, le terapie fisiche e riabilitative e piccoli cambiamenti nello stile di vita possono facilitare la gestione del Parkinson, la mobilità dei pazienti e quindi la loro autonomia – dichiara Berardelli. Nelle persone con malattia di Parkinson, infatti, l’esercizio fisico può aiutare a migliorare l’equilibrio e ridurre del 70% le cadute, che sono la loro più comune causa di accesso al pronto soccorso”.

“Uno studio ha valutato, un ampio campione di pazienti italiani affetti da malattia di Parkinson, la frequenza delle cadute e i possibili parametri clinici associati o predittivi del rischio di caduta – dichiara Giovanni Abbruzzese, Presidente della Fondazione LIMPE per il Parkinson Onlus – La ricerca si è svolta in 19 centri italiani che hanno arruolato 544 pazienti affetti da malattia di Parkinson e 301 soggetti di controllo. I risultati preliminari hanno evidenziato che il 42% dei pazienti italiani con malattia di Parkinson cade almeno una volta l’anno (media 23 cadute) rispetto al 17% dei soggetti di controllo. Numerosi fattori (età, durata e gravità di malattia, stato cognitivo, presenza di disturbi del cammino, presenza di ansia e depressione) sono associati al rischio di cadere, ma soprattutto la durata della malattia e alcuni specifici disturbi del cammino risultano essere predittivi. L’identificazione di fattori predittivi del rischio di caduta appare fondamentale al fine di programmare interventi preventivi o trattamenti riabilitativi specifici”.

Testimonial d’eccezione della Giornata della Malattia di Parkinson 2015 è il campione olimpico Jury Chechi, che ha voluto trasferire in questa iniziativa la sua esperienza di campione nello sport e nella vita.

Foto JURI 2

“Sull’importanza dell’attività fisica stiamo lavorando con entusiasmo già da alcuni anni con AbbVie per sviluppare progetti che aiutano le persone con Parkinson a partecipare attivamente e consapevolmente alla cura della propria salute – dichiara Jury Chechi -. Esperienze che mi hanno consentito di verificarne i benefici e spinto a proseguire con convinzione nell’impegno in favore delle persone con Parkinson. Si può essere campioni anche nelle vite più complicate e sono sicuro che in ognuno di noi ci siano quelle risorse incredibili che possono aiutare a superare i momenti difficili con forza e determinazione”.

LO SCOMPENSO CARDIACO

LO SCOMPENSO CARDIACO

Oltre 600 mila persone in Italia soffrono di scompenso cardiaco ed è la prima causa di ospedalizzazione per gli over 65, con un’incidenza in costante aumento.

«Lo scompenso cardiaco è una malattia molto seria e sempre più diffusa soprattutto tra i pazienti sopra i 65 anni di età, ma è tuttora una patologia poco conosciuta”, afferma Salvatore Di Somma, Professore di Medicina Interna alla Sapienza-Università di Roma e Direttore di Medicina d’Urgenza e Pronto Soccorso all’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea.

Lo scompenso cardiaco è una patologia cronica sempre più diffusa eppure ancora poco conosciuta: ci può spiegare cos’è? Da quali sintomi può essere facilmente riconosciuto e qual è l’importanza di una diagnosi tempestiva?

Lo scompenso cardiaco è l’incapacità del cuore a pompare sangue nella quantità adeguata a soddisfare le richieste dell’organismo. In pratica, un cuore scompensato è un organo che ha perso la sua forza contrattile e, di conseguenza, la capacità di assicurare la giusta quantità di ossigeno agli organi.

I sintomi più frequenti dello scompenso cardiaco sono la mancanza di fiato o dispnea, l’intolleranza crescente allo sforzo anche leggero, palpitazioni, la progressiva ritenzione di liquidi che in poco tempo provoca un aumento del peso corporeo, conseguenza della riduzione dell’urina nelle 24 ore. Nella pratica quotidiana, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia è difficile però riconoscere i sintomi specifici poiché spesso questi sono sfumati, subdoli. Un segnale molto importante è la fatica a salire le scale: se si va in affanno dopo una o due rampe, qualcosa non va. Un altro segno da non sottovalutare è il gonfiore progressivo alle caviglie. In alcuni casi invece la sintomatologia può presentarsi all’improvviso, in maniera acuta e drammatica con fame d’aria improvvisa e senso di morte imminente. La diagnosi tempestiva è fondamentale perché permette di prevenire o rallentare la malattia. Ricordiamo che lo scompenso cardiaco, che in Italia colpisce oltre 600.000 persone, è caratterizzato da un’elevata mortalità, con un’aspettativa di vita a 5 anni dal primo ricovero del 50%, e da un elevato tasso di re-ospedalizzazioni. Tale aspettativa di vita ridotta è finanche peggiore di alcune forme di cancro come quella al seno o all’intestino.

Quali sono gli unmet needs più urgenti per lo scompenso cardiaco?

Lo scompenso cardiaco è una patologia in forte crescita a causa dell’incremento dell’aspettativa di vita e della cronicizzazione di molte patologie. Le priorità principali sono ridurre la mortalità e le re-ospedalizzazioni: per ottenere questi risultati occorre investire in ricerca, per introdurre soluzioni terapeutiche innovative ed efficaci; in assistenza, perché spesso questi pazienti e le loro famiglie sono soli, ed è quindi fondamentale attuare campagne d’informazione sugli stili di vita e la prevenzione.

 

Quali sono i principali fattori di rischio riconosciuti per lo scompenso cardiaco?

Al primo posto sicuramente la cardiopatica ischemica. Un cuore che ha subito un infarto è un cuore che è stato danneggiato e, pertanto, è scompensato. Poi, l’ipertensione arteriosa, il diabete, il fumo, l’eccesso di assunzione di alcol, il sovrappeso e l’obesità, la sedentarietà: tutti fattori di rischio che possono causare un’insufficienza della pompa cardiaca. Anche malattie delle valvole e del muscolo cardiaco e aritmie possono portare a un deficit di pompa. Particolare attenzione deve essere posta alle forme influenzali in quanto l’infezione virale può attaccare e compromettere il muscolo cardiaco determinando scompenso. Altre volte lo scompenso di cuore è conseguenza di malformazioni cardiache, cardiopatie congenite o malattie primitive del muscolo cardiaco soprattutto in bambini o giovani adulti.

Quali sono i principali ostacoli al riconoscimento tempestivo dei sintomi?

I sintomi base dello scompenso cardiaco sono: affanno, ridotta tolleranza allo sforzo anche minimo, astenia ingravescente e gonfiore delle caviglie (edema). Si tratta tuttavia di sintomi che possono comparire anche per altre patologie specie dopo i 65-70 anni e questo comporta che a volte vengano confusi con qualcos’altro. Di sicuro il paziente sottovaluta i sintomi e spesso gli stessi fattori di rischio: ad esempio molti diabetici e ipertesi non sanno di esserlo e quelli diagnosticati non sanno che queste patologie possono predisporre ad uno scompenso cardiaco. Fare attenzione ai piccoli segni e rivolgersi al medico appena sono stati individuati è l’unica arma per bloccare la progressione della malattia, ma per mettere in pratica tutto questo è necessario essere informati.

Quali sono gli stili di vita corretti per controllare i fattori di rischio e prevenire l’insorgenza dello scompenso cardiaco?

Lo stile di vita corretto si apprende sin dall’infanzia. La prevenzione sia primaria che secondaria comincia dall’alimentazione. Molti studi anche recenti dimostrano che la dieta mediterranea a base di olio extravergine di oliva, pesce azzurro, verdure e, perché, no un buon bicchiere di vino rosso migliora l’aspettativa di vita nei pazienti con scompenso cardiaco. Oltre alla qualità degli alimenti occorre controllare le quantità. Un altro tassello importante è l’attività fisica. Uno studio svedese recente evidenzia che 20 minuti al giorno di passeggiata o di bicicletta in pianura è consigliato agli scompensati cardiaci (I-II-III grado) e li aiuta a vivere meglio e più a lungo. È importante mantenere attiva la mente. Le relazioni sociali e gli interessi sono fondamentali per aiutare il cuore a stare bene. Infine è fondamentale seguire attentamente le terapie farmacologiche prescritte perché la mancata aderenza alla terapia può avere gravi conseguenze sulla patologia e sulle condizoni generali di salute.

TRAPIANTI E UNA CAMPAGNA PER TORNARE A VIVERE

TRAPIANTI E UNA CAMPAGNA PER TORNARE A VIVERE

Aderisco Perché” è la prima campagna di sensibilizzazione sull’aderenza alle terapie rivolta ai pazienti trapiantati e alle loro famiglie. E’ promossa da AIDO, ANED, EPAC Onlus, SIN e SITO. La Campagna “Aderisco Perché” vuole essere di stimolo e motivazione ai pazienti affinché vivano con fiducia il futuro e la “nuova vita” che il trapianto d’organo ha permesso loro di iniziare, prendendo coscienza dell’importanza della corretta aderenza alla terapia dopo il trapianto.

Si propone di valorizzare l’esperienza di ogni singolo paziente trapiantato e lo fa attraverso il libro “Aderisco Perché – Storie vissute per chi ha una storia ancora tutta da vivere”, nel quale cinque protagonisti, Marianna, Francesca, Marco, Giuseppe ed Eugenio, raccontano le loro storie di vita dopo il trapianto. Il libro è pensato per aiutare i pazienti trapiantati ad aderire al percorso di cura e tornare a vivere da protagonisti la propria vita. Il libro verrà distribuito dalle Associazioni promotrici della campagna, AIDO, ANED e EpaC Onlus, oltre che dalle Società Scientifiche, direttamente ai Centri di Trapianto e ai Reparti di Nefrologia.

L’aderenza alle terapie è estremamente importante – afferma Franco Citterio, Presidente SITO, Società Italiana Trapianti d’Organo – questo perché i pazienti dopo il trapianto d’organo devono assumere i farmaci immunosoppressivi per evitare la reazione di rigetto e lo scopo di queste terapie è proprio quello di tenere depresso il sistema immunitario. A volte il migliore dei trattamenti perde efficacia a causa della mancata aderenza, che determina problemi a livello clinico, ma anche economico poiché genera spreco di risorse del sistema sanitario nazionale”.

In Italia si registrano: un aumento del numero di donatori d’organo, superiori del 25% rispetto alla media europea, un incremento del numero di organi trapiantati, pari a 3.135 contro i 3.068 dell’anno precedente e la diminuzione significativa del tempo di attesa per un trapianto. Ma rimane comunque di fondamentale importanza far comprendere ai pazienti e alle loro famiglie il valore della terapia post trapianto e della corretta e regolare assunzione per ottenere il successo clinico.

“La perdita dell’organo trapiantato, dovuta alla non aderenza alla terapia immunosoppressiva, è un dato che la letteratura più recente ha evidenziato ed esiste il rischio concreto che i pazienti manipolino le terapie fino ad arrivare a sospenderle – osserva Valentina Paris, Presidente ANED, Associazione Nazionale Emodializzati Dialisi e Trapianto Onlus – gli ostacoli sono due: da una parte la cronicità e la ripetitività della terapia che deve essere assunta per tutta la vita comporta una stanchezza quasi fisiologica, dall’altra il fatto che se succede una tantum di dimenticare la pasticca sembra in apparenza che non succeda niente all’organo o quanto meno dai controlli del sangue le conseguenze non sono immediatamente rilevate. Tutto questo induce il paziente a pensare che ‘forse i farmaci non servono più’. Da qui la necessità di coinvolgere emotivamente i pazienti anche attraverso iniziative come questa campagna”.

Il trapianto d’organo è un intervento chirurgico, completamente gratuito per il paziente, che consiste nella sostituzione di un organo malato, con uno sano proveniente da un altro individuo che viene chiamato donatore.

Per la maggior parte degli organi il prelievo avviene da donatore non-vivente, nel caso invece di trapianto di un rene o di una parte del fegato il donatore può essere vivente (si può infatti continuare a vivere con un rene solo e con solo una parte del fegato perché in grado di rigenerarsi da solo).

Vengono normalmente trapiantati i reni, il cuore, il fegato, i polmoni, il pancreas e l’intestino.

Il trapianto di cuore, fegato e polmone costituiscono degli interventi salvavita mentre il trapianto di rene rappresenta una valida alternativa terapeutica per malati che altrimenti dovrebbero sottoporsi a dialisi, una cura efficace ma per la quale ogni paziente deve sottoporsi a diverse sedute settimanali di 3-4 ore ciascuna.

Il trapianto risulta essere ad oggi l’unica opportunità di vivere o di riprendere a vivere normalmente.

In Italia attualmente qual è la situazione in merito alla raccolta delle dichiarazioni di volontà favorevoli alla donazione d’organo? Attualmente ai cittadini viene data la possibilità ma non l’obbligo di esprimere la propria volontà sulla donazione dei propri organi e tessuti a scopo trapianto post morte – risponde Vincenzo Passarelli, Presidente Nazionale AIDO, Associazione Italiana per la Donazione di Organi Tessuti e Cellule –. Quindi il sistema scelto in via transitoria non è il silenzio-assenso informato, ma il consenso o il dissenso esplicito (art. 23 legge 91/99). Oggi i cittadini possono manifestare la volontà di donare o non donare presso gli sportelli delle ASL, presso l’ufficio anagrafe dei Comuni al rilascio o al rinnovo della carta di identità, oppure tramite iscrizione all’AIDO o, infine, con una dichiarazione in carta libera portata sempre con sé. Le prime tre formule di dichiarazione di volontà vengono registrate nel sistema informativo trapianti (SIT) e sono consultabili dalle rianimazioni e dai Centri regionali trapianti. In questo momento alle ASL sono registrati 152.000 cittadini, il 90% ha deciso per il “sì”; presso i Comuni sono 107mila i cittadini registrati, il 93% dei quali ha scelto il “sì”; all’AIDO sono registrati un milione e 400 mila cittadini, che al 100% hanno scelto di donare. Noi riponiamo molte speranze nell’iniziativa dei Comuni, circa 8 mila sul territorio nazionale. Per ora sono 200 quelli aderenti, ma se il numero dovesse aumentare, come auspichiamo, questo database potrebbe diventare molto corposo.

SI E NO DELL’ACNE E LE NUOVE LINEE GUIDA

SI E NO DELL’ACNE E LE NUOVE LINEE GUIDA

L’acne è una delle più comuni malattie dermatologiche che affligge sia adulti che adolescenti e, in alcuni casi, anche i bambini. Si tratta di un disordine che interessa le ghiandole pilosebacee. Colpisce principalmente il volto e la parte alta del tronco e si manifesta con lesioni non infiammatorie, come i comedoni chiusi e aperti, anche denominati punti bianchi e punti neri, e lesioni infiammatorie come papule e pustole. Nei casi più gravi, possono comparire anche cisti e noduli.

Sono circa 4 milioni gli adolescenti italiani colpiti dall’acne, ma pochi la affrontano correttamente. Disinformazione e cure fai da te portano spesso i giovani ad andare dal dermatologo come ultima spiaggia. Tra coloro che decidono di trattare la malattia solo il 20% si reca da un dermatologo e un altro 10% consulta il medico di medicina generale o il pediatra, mentre quasi il 70% dei pazienti si affida invece al fai da te, al passaparola, sottovalutando il problema e aggravando così il proprio quadro clinico.

Da una recente ricerca pubblicata su BioPsychoSocial Med risulterebbe che, a prescindere dall’età in cui si presenta, l’acne ha importanti risvolti psicologici tra cui timidezza (71%), difficoltà nel farsi degli amici (24%) problemi a scuola (21%) e persino difficoltà nel trovare un impiego (7%)”, afferma Corinna Rigoni, dermatologa Presidente dell’Associazione Donne Dermatologhe Italia.

Il dato più preoccupante emerso dalla ricerca pubblicata su BioPsychoSocial Med è che oltre il 68% degli intervistati non si è mai recato dal medico per un consulto – spiega Antonino Di Pietro, direttore scientifico dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis di Milano -. Il ruolo del dermatologo è fondamentale per una corretta diagnosi e l’impostazione della terapia più adatta e nel supporto al paziente. Per il batterio responsabile dell’insorgenza di alcuni tipi di acne, la resistenza ai due antibiotici maggiormente impiegati per la cura di questa malattia, quali eritromicina e clindamicina, resistenza crociata, raggiunge il 50% dei pazienti in Italia.

Le linee guida dell’American Academy of Dermatology raccomandano, per molte forme di acne, l’associazione di retinoide topico (come l’adapalene) e benzoile berossido (BPO) come terapia di attacco e di mantenimento per il trattamento dell’acne. L’associazione ha dimostrato di avere alti profili di sicurezza ed efficacia nella riduzione delle lesioni in uno studio pubblicato sul Journal of Drugs in Dermatology condotto su 452 pazienti, per 12 mesi applicando il prodotto sulla cute una volta al giorno.

L’associazione di retinoide (come l’adapalene) e benzoile perossido (BPO), rappresenta una valida terapia per le persone affette da acne, poiché agisce direttamente sia sulle lesioni infiammatorie e sia su quelle non infiammatorie, e aiuta a prevenire la formazione delle lesioni, con il vantaggio di non generare fenomeni di antibiotico resistenza.

SÌ e NO dell’acne

Esposizione solare
NO all’eccessiva esposizione solare – numerosi studi fanno ritenere che la luce solare sia in grado di aggravare l’acne. Inoltre il potenziale acnegenico di sostanze applicate sulla cute può essere aumentato dall’azione degli ultravioletti. Tuttavia alcune radiazioni solari hanno una attività antinfiammatoria e sono quindi benefiche per l’acne.

Lo stress
NO allo stress. I periodi di forte stress fanno si che nell’organismo venga attivata la produzione di alcuni ormoni, che risvegliano alcuni recettori presenti sulla superficie delle ghiandole sebacee, che stimolate producono più sebo. Ciò aumenta le possibilità di proliferazione batterica e infiammazione del follicolo.

Smog
NO allo smog. L’inquinamento fa male anche alla pelle, in particolare due elementi: l’ossido di zolfo e il monossido di carbonio riducono l’apporto di ossigeno e soffocano l’epidermide.

Fumo di sigaretta
NO al fumo di sigaretta. L’acne non infiammatoria è spesso legata all’abuso del fumo di sigaretta. IL fumo infatti impedisce una corretta eliminazione delle sostanze di scarto a livello cutaneo che vanno ad ostruire i pori.

Cibo
NO all’eccesso di zuccheri e ai cibi ad alto carico glicemico (es latte scremato), mentre grassi, cioccolato e proteine sarebbero scagionati.

Fai da te
NO al fai da te. Evitare di incidere o spremere i brufoli. L’acne non curata provoca un aumento dell’infiammazione e, nel tempo, causare cicatrici.

Pulizia della pelle
alla pulizia accurata della pelle. Per prevenire l’acne e velocizzarne la guarigione è essenziale pulire la pelle con detergenti delicati e poco aggressivi, evitare di detergerla eccessivamente per non togliere lo strato lipidico naturale e quindi rendere la cute secca e sensibile.

Cicatrici
all’intervento tempestivo. Se l’acne viene trascurata la cicatrice è la conseguenza più temuta. Le cicatrici possono essere definite polimorfe, per la presenza contemporanea di lesioni diverse, ora piane, ora depresse, ora rilevate. Studi rivelano che dal 2 al 7% delle persone con acne rimangono con cicatrici a vita.

Sport
all’attività sportiva. Mettere in movimento il corpo aiuta a regolarizzare la produzione ormonale.

In età adulta
a uno stile di vita sano. Spesso l’acne in età adulta è la spia di uno stile di vita scorretto e dei troppi impegni quotidiani che fanno si che venga trascurata la salute della pelle.

Trucco
NO all’uso scorretto dei cosmetici. Troppo trucco può peggiorare la situazione. L’ostruzione dei pori da parte di fondotinta o cipria inoltre limita la respirazione cellulare.

Creme idratanti
è possibile applicare creme idratanti sulla pelle affetta da acne, ma è fondamentale il consiglio di un dermatologo. Alcune sostanze potrebbero invece peggiorarlo.

Barba e rasatura
a una rasatura, ma attenzione! I brufoli dopo la rasatura sono molto comuni, inoltre le aree interessate dalla barba sono solitamente quelle maggiormente interessate da acne. Bisognerebbe evitare di radere aree infette o infiammate tuttavia, quando è necessario, è bene adottare alcuni accorgimenti. E’ necessario detergere accuratamente la pelle con prodotti appositi per l’acne al fine di assicurare una maggiore disinfezione.

Lo specialista
al counseling medico eppure il 68% delle persone con acne non ricorre alle cure del dermatologo. Il dermatologo è fondamentale nella scelta della terapia più adatta e nel supporto al paziente.

LA MEDICINA DI GENERE, LA MEDICINA PERSONALIZZATA TRA  UOMO, DONNA E SPORT

LA MEDICINA DI GENERE, LA MEDICINA PERSONALIZZATA TRA UOMO, DONNA E SPORT

I riflettori sono ora puntati sul nuovo approccio di “genere” nella ricerca, nella prevenzione, nelle terapie: una dimensione medica innovativa che studia come le differenze tra uomini e donne influiscono sulla cura delle malattie, per garantire a tutti il miglior trattamento. Una rivoluzione che investe ogni aspetto della Medicina e della ricerca, un nuovo paradigma che combina i dati genetici con le informazioni sulle malattie per ottenere diagnosi sempre migliori e terapie sempre più personalizzate, appropriate ed efficaci: è la Medicina di precisione. La Medicina di genere, uno dei capitoli più promettenti della Medicina personalizzata e di precisione, studia l’impatto specifico del “genere”, maschile e femminile, sullo sviluppo e l’evoluzione delle malattie, con l’obiettivo di assicurare a tutti, uomini e donne, il miglior trattamento possibile sulla base delle caratteristiche personali. “Il futuro della medicina si va articolando sempre di più attorno all’idea di precisione, con la promessa, che in qualche brillante caso è già realtà, di terapie sempre più mirate che rispondano non più tanto alla definizione generale di una malattia, quanto al suo concreto e singolare dispiegarsi nell’individuo – afferma Umberto Veronesi –. E questa idea di una sempre maggiore precisione e della personalizzazione della cura non può non investire un aspetto fondamentale dell’identità delle persone come quello legato al genere: capire pienamente quali siano le differenze di genere che influenzano maggiormente le malattie e le terapie è una delle grandi sfide della scienza del futuro”.

cacciatori_3Le differenze di genere influenzano molti aspetti della vita reale: un esempio è la preparazione fisica alle attività sportive, come testimoniato da Maurizia Cacciatori, già capitano della Nazionale di Pallavolo, modello vincente dell’approccio di genere nello sport.

Maurizia Cacciatori è il simbolo italiano della pallavolo nel mondo. É una delle giocatrici più vincenti di sempre a livello di club, con i suoi 17 trofei vinti in carriera.

É nata a Carrara il 6 aprile 1973, di ruolo alzatrice, alta 178 cm, schiacciava a 298 cm e murava a 274 cm e vanta 228 presenze in Nazionale. Oggi è un’ex pallavolista, opinionista televisiva per Sky Sport per la pallavolo femminile ed è stata chiamata a portare la sua esperienza in merito alla medicina sportiva e al concetto di personalizzazione.

Come interviene il concetto di “personalizzazione” nelle attività di prevenzione che un atleta segue per mantenersi in buona salute e nella preparazione alle performance sportive?

Sulla base della mia esperienza, la medicina sportiva è uno degli ambiti in cui il concetto di personalizzazione è pienamente sviluppato. Infatti in ogni fase delle attività dell’atleta c’è un’attenzione grandissima per tutti gli aspetti specifici e personali legati alla sua salute. Anche solo parlando del semplice certificato di idoneità sportiva per la pratica agonistica, i riscontri ai quali deve sottoporsi l’atleta sono molto approfonditi: esami delle urine, del sangue, della vista, elettrocardiogramma, spirometria. E ogni atleta deve avere obbligatoriamente ottenuto questa certificazione prima di poter iniziare la pratica sportiva. È molto importante sottolineare che questo livello di attenzione per lo stato di salute dello sportivo in passato non c’era e che, al tempo stesso, è cambiata anche la mentalità dell’atleta in questo senso. Un atleta professionista oggi è consapevole che per essere più longevo, per avere una carriera più continua, più sicura e più tranquilla ha necessariamente bisogno del supporto di un medico che lo segua in modo personalizzato.

Ovviamente il tema della personalizzazione nella pratica sportiva assume un’ulteriore importanza quando si considerano le differenze di genere tra atleti uomini e donne. Dal punto di vista dell’alimentazione non ci sono differenze sostanziali, neanche ad alti livelli agonistici: alle Olimpiadi di Sidney, alle quali ho preso parte, nel Villaggio Olimpico, il menu delle squadre di pallavolo maschile e femminile era lo stesso: pasta al pomodoro, olio extravergine, bresaola, pollo alla griglia, etc.

Ma l’approccio personalizzato coinvolge in modo importante la preparazione fisica all’attività sportiva agonistica: è un dato di fatto che una donna non ha la stessa forza, la stessa dinamica, la stessa resistenza fisica di un uomo. Ogni atleta, o ogni team, ha uno staff medico che lo segue per la preparazione atletica che è completamente differente se si tratta di uno sportivo o di una sportiva.

In questo scenario un fattore che può rivelarsi determinante è quello ormonale: in prossimità del ciclo mestruale infatti le prestazioni sportive delle atlete raggiungono standard più elevati. Questo fattore riveste un’importanza tale da venir monitorato anche dagli staff medici dei team sportivi femminili, come è avvenuto alla nostra squadra in occasione di una Coppa del Mondo dove il medico della squadra aveva preparato dei grafici per studiare quanto il periodo in cui avremmo avuto il ciclo si sarebbe avvicinato alle date delle nostre prestazioni.

L’aspetto più importante è che il confronto con questo tipo di approccio abitua l’atleta, in particolare le donne, a conoscere e riconoscere le specificità di genere del proprio organismo.

Tra uomini e donne si può riscontrare molto spesso anche un differente approccio alla malattia, un modo diverso di viverla e di affrontarla, dalla diagnosi alla terapia. Cosa ne pensa?

Mi sembra che la donna abbia più resistenza sia fisica che psicologica nell’affrontare una malattia, a prescindere da quale sia l’entità. Probabilmente da un punto di vista culturale la donna è più portata a farsi “carico” della malattia senza rinunciare agli impegni quotidiani, spesso per un uomo anche solo una leggera forma influenzale viene drammatizzata.

Personalmente nel corso della mia carriera non ho mai avuto grandi infortuni ma, se si parla dei tempi di recupero post-infortunio, notiamo differenze enormi tra gli atleti uomini e donne, perché ovviamente entrano in gioco tantissime dinamiche, anche dal punto di vista semplicemente caratteriale. In definitiva potremmo sintetizzare le differenze di genere tra uomini e donne nello sport citando Julio Velasco, uno dei più grandi allenatori della storia della pallavolo, che avendo allenato entrambe le nazionali italiane, quella maschile e quella femminile, ha sempre detto di essersi confrontato con due pianeti completamente differenti pur trattandosi della stessa disciplina sportiva.

La Medicina di Genere

 

Cos’è la Medicina di Genere?

                                                                                

La Medicina di Genere è una branca recente delle scienze biomediche che ha l’obiettivo di riconoscere e analizzare le differenze derivanti dal genere di appartenenza sotto molteplici aspetti: a livello anatomico e fisiologico, dal punto di vista biologico, funzionale, psicologico, sociale e culturale e nell’ambito della risposta alle cure farmacologiche.

È stato ormai dimostrato da molteplici studi che le differenze di genere, in primis quelle nella fisiologia umana, in caso d’insorgenza di malattia si riflettono significativamente sulla genesi, la prognosi e la compliance degli individui.

La finalità di questa innovativa disciplina è arrivare a garantire a ciascuno, uomo o donna che sia, il miglior trattamento possibile sulla base delle evidenze scientifiche.

 

Cosa significa il concetto di ‘genere’

Per ‘differenze di genere’ s’intendono non soltanto i caratteri sessuali degli individui, ma anche e soprattutto un insieme di specificità che scaturiscono sia dalla differente fisiologia e psicologia degli uomini e delle donne sia dai diversi contesti socio-culturali di riferimento.

In altre parole, si è maschi o femmine non solo in base al sesso, ma anche ad altri aspetti della fisiologia dell’organismo e agli specifici ruoli che ricopriamo nella società.

Il background della disciplina: la sindrome di Yentl

L’idea che uomini e donne presentino delle differenze importanti – come, ad esempio, quelle osservabili nell’apparato cardiocircolatorio, per non considerare la variabilità dell’assetto ormonale – e che queste differenze svolgano un ruolo cruciale in medicina, risale alla metà degli anni Ottanta.

foto YеntlQualche anno dopo la cardiologa Bernardine Healy, allora a capo dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica statunitense, pubblicava un articolo intitolato The Yentl Syndrome, dal nome dell’eroina di un racconto di Isaac B. Singer, costretta a travestirsi da uomo per accedere allo studio del Talmud.

L’articolo commentava i risultati di due studi effettuati su un gruppo di donne affette da coronaropatia, puntando il dito sull’atteggiamento discriminatorio dei medici cardiologi nei confronti delle pazienti che, a differenza dei malati uomini, subivano un numero maggiore di errori diagnostici, ricevevano meno cure ed erano sottoposte a interventi chirurgici non risolutivi. Come Yentl, scriveva Healy, anche le donne sono state costrette a trasformarsi in ‘piccoli uomini’ per rientrare nei canoni della ‘medicina classica’.

Nel 1992, la cardiologa Marianne J. Legato dava avvio alla Partnership for Women’s Health alla Columbia University di New York. La prima sperimentazione riservata alle donne fu avviata più di dieci anni dopo, nel 2002, con l’istituzione nella medesima Università del primo corso di Medicina di Genere, dopo che la disciplina era stata finalmente inserita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’Equity Act stilato nel 2000.

In tempi recenti i temi della Medicina di Genere hanno richiamato l’attenzione anche delle Istituzioni europee: nel maggio scorso a Bruxelles, presso la sede del Parlamento Europeo, si è svolto un incontro incentrato sulle strategie per promuovere misure volte a ridurre l’incidenza di patologie cardiovascolari in Europa; nel corso dell’incontro, tra l’altro, è stata messa in evidenza la scarsa presenza di donne (solo il 33%) nei trial clinici che testano farmaci per le patologie cardiovascolari. Da questo incontro è scaturita la proposta di una legge, analoga a quella americana, che renda obbligatoria in Europa un’equa rappresentanza femminile (50%) nei trial per patologie cardiovascolari e ictus, prime causa di mortalità femminile.

I vantaggi della Medicina di Genere

Un approccio di genere alla medicina consente di:

  • ridurre il livello di errore nella pratica medica;
  • promuovere l’appropriatezza terapeutica;
  • migliorare e personalizzare le terapie;
  • generare risparmi per il Servizio Sanitario Nazionale.

Le principali differenze di genere nell’ambito delle patologie

Patologie cardiovascolari

Le malattie cardiovascolari (dall’infarto all’aterosclerosi) hanno sempre spaventato più gli uomini che le donne. Ma si tratta di un errore, giacché il 38% delle donne colpite da infarto muore nel giro di un anno, contro il 25% degli uomini. Anche in caso di ictus i 12 mesi successivi sono più a rischio per le donne: i decessi ne colpiscono il 25%, contro il 22% degli uomini.

 

Infarto

Le donne sembrano meno capaci degli uomini di riconoscere in tempo il principale campanello d’allarme dell’infarto, cioè l’angina pectoris, dal momento che i sintomi si presentano in modo diverso rispetto agli uomini. Nei Manuali di Medicina viene tipicamente descritto come un dolore toracico a livello dello sterno, oppressivo e costrittivo, di breve durata, che può irradiarsi al braccio sinistro. Nelle donne, secondo lo studio Wise (Women Ischemic Syndrome Evaluation) dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica statunitense, i sintomi che appaiono per primi sono un dolore irradiato alle spalle, al dorso, al collo, la mancanza di fiato, nausea persistente, sudori freddi, vomito, spossatezza, ansia e debolezza. Gli operatori non consapevoli di queste differenze non riconoscono questi sintomi o li riconducono a un’influenza o a problemi gastrici. Di conseguenza il ricovero avviene troppo tardi, o magari non viene effettuato in terapia intensiva coronarica, rendendo meno efficaci le terapie. Molte volte, infatti, la donna con infarto è indirizzata al pronto soccorso in area verde e non in area rossa o può essere inviata in gastroenterologia piuttosto che in psichiatria, proprio perché non manifesta dolore. E più la donna è giovane, più i sintomi sono assenti o atipici. C’è una differenza anche nelle arterie colpite: nell’uomo sono coinvolte le grandi arterie, nella donna quelle piccole (il microcircolo) e quindi la coronarografia potrebbe non rilevare anomalie, con la necessità perciò di rivolgersi ad altri mezzi diagnostici. Inoltre, ci sono differenze anche nei fattori di rischio per l’infarto: il diabete è un fattore di rischio quattro volte più grave nella donna, e anche l’ipertensione incide di più. Insomma, le differenze sono tante e si sono scoperte solo negli ultimi anni: infatti tutti i lavori di epidemiologia sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari non hanno considerato donne oppure ne hanno analizzato una percentuale talmente bassa (10-15%) che i risultati statistici non sono significativi. Differenze dal punto di vista terapeutico: la cardioaspirina non è un farmaco efficace nella prevenzione primaria dell’infarto nella donna, mentre lo è nella prevenzione dell’ictus.

 

Aterosclerosi

Nel sesso femminile l’aterosclerosi ha uno sviluppo diverso. Negli uomini le placche aterosclerotiche cominciano a formarsi a partire già dai 30 anni, nelle donne invece questo in genere accade dopo la menopausa. Durante l’età fertile, infatti, l’organismo femminile è protetto dagli estrogeni, che agiscono sulla dilatazione dei vasi, rendendoli più ampi ed elastici e consentendo così il passaggio del sangue anche in presenza di placche e facilitandone la riparazione in caso di lesioni. Con la menopausa, però, questa protezione ormonale svanisce e l’organismo si trova improvvisamente esposto a tutti i fattori di rischio.

Diabete

La sindrome metabolica ha una prevalenza del 60% nelle donne sopra i 65 anni di età e le donne diabetiche sono in lieve sorpasso rispetto agli uomini (5,2% vs 4,4%). In generale la donna con diabete ha una peggiore qualità e una minore aspettativa di vita.

Dal punto di vista delle complicanze cardiovascolari, la malattia diabetica può essere considerata più pericolosa: il rischio di morte cardiovascolare è più che doppio per le donne rispetto agli uomini. Una cinquantenne diabetica vive in media 8,2 anni in meno rispetto a una coetanea non diabetica, contro i 7,5 anni degli uomini. Fino ai 64 anni non si osservano differenze significative tra uomini e donne per la comorbosità delle patologie cardiovascolari e diabete, mentre, a partire dai 65 anni, la prevalenza è più alta tra le donne e raggiunge tra le ultrasettantacinquenni il 10,1%; lo svantaggio femminile s’incrementa ulteriormente tra gli ultrasettantacinquenni (+27%). Alcune forme di diabete, poi, colpiscono le donne in fasi ‘delicate’ della loro vita come la gravidanza o la menopausa: il 50% delle donne con diabete gestazionale sviluppa, dopo 5-10 anni, diabete di tipo 2.

Patologie polmonari

Tumore del polmone

Agli inizi del secolo scorso il tumore al polmone era una malattia rara nelle donne. Ha cominciato a diffondersi nel sesso femminile a partire dagli Anni ‘60, anche a causa del diffondersi dell’abitudine al fumo. Il cancro del polmone nella donna è aumentato del 600% da metà del Novecento ad oggi (le donne hanno storicamente iniziato più tardi a fumare e oggi le fumatrici stanno aumentando più dei maschi) e i carcinogeni del tabacco sono più nocivi per le femmine, che hanno inoltre meno capacità di riparare il DNA. Se comparati a quelli degli uomini i polmoni delle donne, anche di non fumatrici, appaiono più vulnerabili rispetto alle patologie tumorali. Anche nel caso del tumore al polmone, così come avviene per quello al seno, gli ormoni (in particolare gli estrogeni) giocano un ruolo importante. Nelle donne ancora fertili la malattia è più aggressiva e, al contrario di quanto avviene nel caso del tumore alla mammella, il numero di gravidanze gioca un fattore negativo: le donne che hanno avuto più figli sembrano sviluppare, infatti, maggiori probabilità di sviluppare la malattia. Si sono osservate anche alcune associazioni col papilloma virus e un rapporto negativo con gli estrogeni (che riducono il cancro del colon ma aumentano quello del polmone). Dall’analisi del database Surveillance, Epidemiology and End Results, che custodisce le storie cliniche di oltre 31.000 pazienti americane con tumore al polmone, risulta che le donne affette da neoplasie polmonari in terapia presentano infine maggiori effetti collaterali.

Asma

La prevalenza di questa malattia ha un doppio andamento: prima della pubertà, gli uomini sono colpiti due volte più delle donne. Dopo lo sviluppo sessuale, questa differenza scompare, anzi tra le donne adulte l’asma è più frequente che negli uomini. Il ‘sorpasso’ è dovuto agli ormoni: gli estrogeni, infatti, regolano il rilascio di diverse molecole proinfiammatorie (citochine) coinvolte nello scatenarsi della reazione asmatica. Anche la menopausa è un periodo a rischio: quando le ovaie cominciano a cessare le loro funzioni, si verifica un aumento spontaneo della produzione di citochine, con un conseguente peggioramento o addirittura una prima comparsa della malattia.

Bronco-Pneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO)

Oggi, la BPCO colpisce più gli uomini che le donne, ma queste ultime muoiono di più a causa di questa patologia. Nei prossimi dieci anni, peraltro, avverrà il sorpasso del sesso femminile anche nel numero di casi. La colpa è del fumo e della sua sempre maggiore diffusione nella popolazione femminile. Le fumatrici hanno una maggiore probabilità di sviluppare la forma grave della malattia: a parità di sigarette, nelle donne la BPCO si manifesta prima, con sintomi peggiori e conseguenze più nefaste. Inoltre, a parità di esposizione al fumo, le donne con BPCO hanno un rischio più elevato di danno polmonare, un maggiore grado di dispnea (cioè di mancanza di fiato) e uno stato di salute peggiore rispetto agli uomini. Nonostante queste evidenze, nelle donne la malattia è sottovalutata: quando si presentano dal medico, le pazienti hanno meno probabilità di ottenere una diagnosi tempestiva (e quindi una cura appropriata), anche perché la spirometria, l’esame che serve a valutare la funzionalità respiratoria, viene prescritta più facilmente a un uomo che a una donna.

Patologie neurodegenerative

Malattia di Parkinson

La Malattia di Parkinson è da 1,4 a 2 volte più frequente negli uomini che nelle donne. Uno studio condotto nel 2003 dal Kaiser Permanente di Oakland, in California, mostra un tasso globale per i maschi del 91% superiore a quello femminile: 19 casi ogni 100.000 uomini, contro 9,9 casi ogni 100.000 donne. Pur essendo meno colpite, le donne lamentano in generale una maggiore disabilità e una qualità di vita peggiore. Una volta comparsa, la malattia ha un decorso simile nei due sessi e non ci sono grandi differenze per quanto riguarda la sua durata (10,1 anni in media per gli uomini, 10,3 anni per le donne). La maggiore diffusione nel sesso maschile è probabilmente dovuta a fattori genetici (è stato evidenziato un legame tra la malattia e una mutazione di alcuni geni presenti sul cromosoma X, di cui gli uomini hanno una copia sola), ormonali (a proteggere le donne sarebbero anche gli estrogeni) e ambientali (gli uomini sono maggiormente esposti all’azione di sostanze tossiche).

IL MINISTRO DELLA SALUTE DEL LESOTHO INCONTRA UN’ECCELLENZA ITALIANA

IL MINISTRO DELLA SALUTE DEL LESOTHO INCONTRA UN’ECCELLENZA ITALIANA

Il Lesotho incontra l’Italia. Il Lesotho è un paese dell’Africa meridionale, con circa due milioni di abitanti a forte maggioranza cattolica e un’alta percentuale di persone infette dal virus dell’HIV.

Domenica 20 settembre 2015 a Roma presso l’Istituto Clinico Cardiologico sono stati ricevuti da una delegazione scientifica Italiana e dalla MedTAG Ltd., il Ministro della Salute del Regno del Lesotho (S.E. Molotsi Monyamane) e la sua delegazione. L’Istituto Clinico Cardiologico è sede del “Training Hospital of the Future” della MedTAG, leader mondiale nello sviluppo di tecnologie di simulazione e nell’erogazione di servizi di formazione medica.

Durante la visita al centro Training Hospital of the Future, la delegazione del Lesotho ha partecipato a una serie di dimostrazioni delle attività di formazione attraverso simulazione in selezionate aree terapeutiche e ha potuto effettuare alcune esercitazioni di procedure mediche sugli umanoidi della MedTAG Ltd.

Obiettivi della visita? Mostrare alla delegazione del Lesotho una panoramica delle attività del centro di simulazione medica Training Hospital of the Future: le attività di ricerca e sviluppo, i sistemi di simulazione MedTAG, la metodologia formativa i relativi vantaggi con particolare attenzione alle malattie infettive. E discutere sull’opportunità di progettazione, realizzazione e gestione di un centro avanzato di simulazione Training Hospital of the Future in Lesotho, con particolare attenzione a programmi educativi e formativi sulle malattie infettive.

Il Ministro della Salute del Regno del Lesotho desidera quindi realizzare un centro di formazione medica attraverso simulazione utilizzando il concept, le tecnologie e le metodologie di formazione rivoluzionarie del progetto Training Hospital of the Future di MedTAG. Il centro sarà focalizzato nella formazione in alcune delle aree tra le più critiche del paese, tenuto presente che il Regno del Lesotho rappresenta il terzo paese con la più alta incidenza di HIV.

Il centro si avvarrà delle consulenza scientifica di importanti opinion leader tra cui i seguenti professori:

Dott. Angelo M.M. Di Giannantonio, Presidente e Amministratore Delegato Istituto Clinico Cardiologico (ICC), Roma

– Dott. Gianluca Oricchio, Direttore Cardiochirurgia, Istituto Clinico Cardiologico (ICC), Roma

– Dott. Giovanni Di Perri, Direttore della Clinica di Malattie Infettive, Professore ordinario, Università degli Studi di Torino

– Dott. Francesco Castelli, Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie Infettive, Professore ordinario e titolare della Cattedra UNESCO 2014-2018 (Training and Empowering Human Resources For Health Development in Resource-limited Countries), Università degli Studi di Brescia.

RIMEDI NATURALI, LIFTING DEL COLLO E DEL DOPPIO MENTO CON I FILI DI SOSPENSIONE

RIMEDI NATURALI, LIFTING DEL COLLO E DEL DOPPIO MENTO CON I FILI DI SOSPENSIONE

Il doppio mento è un inestetismo che può avere diverse cause. Il grasso che si deposita nella zona tra la mandibola e il collo può essere favorito da una generale condizione di sovrappeso, oppure può essere originato da una conformazione particolare del viso (ad esempio un mento “debole”) associato a tessuti poco tonici, che tendono a cedere. L’alimentazione, la mancanza di idratazione e la perdita di definizione e tono fanno sì che i tessuti si rilassino, cambiando l’equilibrio del volto.

Le persone giovani con il doppio mento di solito presentano un viso rotondo, a “luna piena”, che tende ad accumulare adipe o liquidi. Se questa caratteristica è associata a un fisico tendente al sovrappeso, per ridurre il grasso del sottomento basterà mettersi un po’ a dieta, e così anche il viso si asciugherà naturalmente. A volte però una particolare conformazione del volto può predisporre al doppio mento anche qualora il resto del corpo sia in linea perfetta. Ridurre la ritenzione di liquidi, potrebbe aiutare a sgonfiare il viso, sottomento incluso, bisognerebbe per questo bere molta acqua, limitare il sale e le bevande alcoliche, e assumere tisane drenanti ogni giorno.

Massaggi, creme che stimolino la termogenesi e una semplice ginnastica facciale, inoltre, consentono di stimolare la muscolatura del collo e della mandibola e possono aiutare a rassodare i tessuti e bruciare i grassi accumulati.

Se i rimedi naturali non bastano, si può poi ricorrere alla chirurgia estetica.

RIDUZIONE DEL DOPPIOMENTO

“La cosiddetta pappagorgia è un connotato antiestetico molto diffuso, dato dall’accumulo di grasso nell’area mentoniera, che può essere rapidamente eliminato con una microliposuzione dell’area con apposite piccolissime cannule che aspireranno definitivamente il tessuto adiposo – spiega Raoul Novelli, medico chirurgo -. Tuttavia a volte la pelle, abituata ad essere riempita dal grasso, una volta svuotata, resta un po’ cadente sotto il mento, creando delle increspature che invecchiano il viso nel suo insieme, soprattutto se è poco tonica. Il lifting dei tessuti molli del mento con fili di sospensione risolve questa possibile conseguenza della liposuzione con un risultato fresco e piacevole, ma sempre estremamente naturale. È una tecnica mini-invasiva in anestesia locale”.

L’INTERVENTO

La fase iniziale di osservazione e disegno pre-operatorio è molto importante perché è qui che viene stabilito in che punti inserire il filo per la tensione dei tessuti molli del collo (e quindi dove anestetizzare localmente). Si procede con una piccola incisione di pochi millimetri al margine infero-posteriore del lobo di una delle due orecchie, quindi si inserisce l’ago a due punte a cui è agganciato il filo e si fa girare quest’ultimo attorno alla fascia muscolare di Lorè che sarà il punto di ancoraggio della sospensione elastica. Dopodiché ci si posiziona definendo l’angolo cervico-mandibolare, ovvero la rotondità del collo, uscendo dai punti prestabiliti durante la fase pre-operatoria fino a giungere all’altro orecchio, dove ci si aggancia all’altra fascia di Lorè e si torna indietro fino al punto di partenza. Il tutto dura circa 30 minuti.

RISULTATI

Questo intervento permette un risultato estremamente naturale in pochissimo tempo e un tempo di recupero brevissimo. Infatti, praticando solo una piccola incisione per il passaggio del filo, il recupero sarà di una settimana circa, contro il mese intero che prevede un lifting tradizionale, senza fili. I punti di uscita e ingresso del filo di sospensione non saranno più visibili dopo qualche giorno dall’intervento.

FILI-COLLO

MA COS’È UN FILO DI SOSPENSIONE?

È un filo non riassorbibile di silicone ricoperto di poliestere, assolutamente tollerato dall’organismo e utilizzato da anni in chirurgia. Questo filo di sutura, anche se posizionato appena sotto il derma, è del tutto impalpabile e neanche chi ha subito l’operazione riuscirà a sentirlo già pochi giorni dopo il suo inserimento. Il filo è legato a un ago retto a due punte che farà da guida nell’inserimento e nel tiraggio dello stesso, evitando quindi di dover operare uno scollamento ulteriore dei tessuti come avviene invece per il lifting tradizionale. Lo scollamento è minimo e non causa cicatrici visibili. Inoltre si ha una doppia azione liftante: la prima è quella del filo stesso, che agganciandosi alle fasce muscolari e venendo teso agisce come in un lifting tradizionale, la seconda è la fibrosi che si forma attorno al filo diventando un vero e proprio legamento sospensivo naturale grazie all’azione dei fibroblasti. Quando un corpo estraneo viene introdotto nell’organismo, quest’ultimo produce subito nuovo tessuto per ricoprire l’elemento estraneo, quindi con l’inserimento dei fili si induce anche la produzione di nuovo collagene e di elastina, che migliorano notevolmente l’area circostante col loro effetto tensore.

DOVE SI PUO’ USARE IL FILO DI SOSPENSIONE?

Ad oggi i fili di sospensione vengono utilizzati in chirurgia estetica per sollevare i tessuti molli, quelli che anche in un corpo ben allenato e tonico non possono resistere all’azione della forza di gravità. Stiamo parlando ad esempio della struttura dermo-epidermica del lato B vicino alla piega glutea, che anche con palestra e attività fisica intensa non può essere sollevata, dato che il muscolo del gluteo può essere esercitato efficacemente nel polo superiore, ma non in quello inferiore proprio per la maggiore quantità di tessuto molle. Con il lifting con fili di sospensione si otterrà un gluteo nuovamente “alto”, con l’antiestetica piega glutea ridotta al minimo. Altra zona dove i fili hanno soppiantato il lifting tradizionale è quella del viso e ancor più del collo. Qui la pelle inizia a rilassarsi prima rispetto al resto del corpo. I fili si possono posizionare in modo da sollevare solo il terzo superiore del viso nel caso di uno sguardo appesantito, nel terzo medio per mettere in risalto gli zigomi, o nel terzo inferiore, per ridefinire la piega mandibolare, oppure in tutte e tre le zone, a seconda della necessità. Il vantaggio ulteriore rispetto al lifting tradizionale è il risultato estremamente naturale, con incisioni piccolissime e invisibili. I fili vengono utilizzati efficacemente pure per riportare alla proiezione originale il capezzolo, anche se per ora viene prediletta la tecnica classica di mastopessi.

La chirurgia plastica ed estetica si orienta sempre più verso interventi rapidi nell’esecuzione e nel recupero post-operatorio, e per questo necessita di tecniche il meno invasive possibile. In quest’ottica l’utilizzo dei fili di sospensione sta subendo un’impennata poiché unisce risultati visibili, stabili e duraturi, a tempi di recupero rapidi.

Leggi anche: L’haute couture solleva i glutei

GLI ITALIANI TRA I PIU’ LONGEVI AL MONDO

GLI ITALIANI TRA I PIU’ LONGEVI AL MONDO

L’invecchiamento delle popolazioni rappresenta uno dei più grandi traguardi dell’umanità, ma anche una delle maggiori sfide economiche e sociali che le società si trovano a dover fronteggiare oggi. Ciò vale in particolare per l’Italia che risulta il Paese più vecchio del mondo insieme a Giappone e Germania. Sono le Marche la regione italiana che ha la più alta aspettativa di vita e l’Ogliastra (città nell’entroterra sardo) è tra le aree della Terra con maggior concentrazione di centenari. Quali sono le abitudini di vita degli abitanti dell’Ogliastra? Famiglia, senso di appartenenza alla comunità, rispetto e valorizzazione degli anziani sono gli elementi fondamentali della vita sociale, così come l’alimentazione modesta basata soprattutto su prodotti caseari (latte e formaggio di capra), legumi, orzo e vino rosso.

Un Italiano su 5, vale a dire il 21% della popolazione. Con 6 milioni di 65-74enni (10,6% della popolazione), più di 4 milioni di 75-84enni (7,6% della popolazione), oltre 1 milione e 700mila di ultra 85enni e circa 16.500 ultracentenari, quasi triplicati negli ultimi 10 anni.

Invecchiare in salute non è soltanto un obiettivo personale ma anche sociale.

In Italia l’influenza è ancora oggi la terza causa di morte per patologia infettiva dopo AIDS e tubercolosi. Ogni anno vengono colpite in media 4 milioni di persone. Negli anziani la malattia può causare complicanze tali da rendere necessario il ricovero ospedaliero, portare alla perdita dell’autosufficienza e, in casi estremi, alla morte. Sono circa 8 mila all’anno i decessi correlabili all’influenza, di cui l’80% è rappresentato da anziani. Alti tassi di mortalità si registrano anche per la polmonite pneumococcica, causa del 2% dei ricoveri ospedalieri con degenza superiore ai 10 giorni in Europa. Secondo i dati Istat, nel 2012 in Italia sono morte oltre 9.200 persone con più di 65 anni a causa dell’infezione; oltre 100 mila sono stati gli anziani dimessi per polmonite in seguito a ricovero ospedaliero. Anche l’herpes zoster, alias “Fuoco di Sant’Antonio”, è una patologia ad alto impatto sulla popolazione anziana. È destinata a soffrirne nel corso della propria vita circa 1 persona su 4, in 2 casi su 3 dopo i 50 anni. L’infezione, causata dalla riattivazione del virus della varicella contratto da bambini, colpisce ogni anno oltre 1,7 milioni di persone in Europa, circa 157 mila in Italia. Il 20-25% dei pazienti over 50 sviluppa inoltre la sua complicanza più temibile, la nevralgia post-erpetica, un dolore neuropatico talmente forte e che può perdurare per anni, tale da impedire il proseguimento di una vita normale.

LINEA CONTRO L’ACNE E PRIMO RETINOIDE IN SPRAY

LINEA CONTRO L’ACNE E PRIMO RETINOIDE IN SPRAY

L’acne colpisce le aree seborroiche del corpo: il volto in particolare, ma anche il torace e la regione interscapolare. Appare di solito nell’adolescenza 
per risolversi solitamente entro i 25-28 anni di età, ma non sono rari i casi di acne tardiva, al di sopra dei 30 anni. Difa Cooper mette a disposizione la propria esperienza (50 anni in dermatologia) con la realizzazione di una gamma completa di farmaci e coadiuvanti cosmetici improntati non solo all’ottenimento della guarigione del paziente ma anche a permettergli una migliore qualità della vita durante la terapia, nelle finestre di sospensione della stessa, o nel trattamento di una cute a tendenza acneica.

Si distinguono diverse forme di acne, con diversa gravità: da lieve a severa-nodulocisitica, ed è importantissimo il consiglio di un Medico Dermatologo che in base al quadro clinico sappia individuare la terapia più corretta per risolvere il problema. Abbiamo approfondito l’argomento e la conoscenza dei prodotti BiRetix® con il professor Stefano Veraldi, Medico Chirurgo, Specializzato in Dermatologia e Venereologia presso l’Istituto di Clinica Dermatologica I e Dermatologia Pediatrica dell’Università di Milano.

BiRetix® è una linea di cosmetici basata su una tecnologia chiamata RetinSphere®. Di cosa si tratta e come agisce su comedoni, papule, pustole?
I prodotti della linea BiRetix sono caratterizzati da una nuova tecnologia, chiamata RetinSphere®Technology, che consiste nella combinazione di un nuovo retinoide, l’idrossipinacolone retinoato, e del retinolo in glicosfere, una nanotecnologia che garantisce un’aumentata penetrazione. L’azione di queste due molecole contribuisce a migliorare il turn over cellulare e l’esfoliazione, e previene la formazione di comedoni. Un’importante azione antiradicalica, poi, è esercitata dai componenti antiossidanti, presenti in tutti i prodotti della linea Biretix.

Riguardo alla tecnologia BIOPEP 15, potrebbe spiegarci in maniera più approfondita di cosa si tratta e come agisce?
Biopep-15 è costituito da 15 aminoacidi. In vitro, si è dimostrato attivo su 24 ceppi di P. acnes, indipendentemente da genotipo/fenotipo, provenienza geografica del ceppo ed eventuale pregressa resistenza agli antibiotici.

Il BIOPEP 15 può indurre resistenze batteriche?
Fino a oggi, non sono stati descritti casi di resistenza batterica ai prodotti della linea BiRetix. Tuttavia, la resistenza batterica nei confronti del Biopep-15 è da ritenersi puramente teorica, essendo questa molecola un antisettico e non un antibiotico.

È possibile utilizzare la linea BiRetix durante il periodo estivo?
I prodotti della linea BiRetix possono essere utilizzati anche in estate, in quanto non contengono molecole fototossiche o fotosensibilizzanti. Tuttavia, è corretto applicare questi prodotti alla sera, prima o dopo la cena, e lavando poi il viso alla mattina successiva, prima di uscire. In Italia c’è l’abitudine sbagliata di sospendere i retinoidi in estate, sarebbe utile che ogni paziente venisse consigliato da uno specialista. Il sole va preso fino alle 11 della mattina e/o dopo le 17, l’esposizione di mezza giornata invece ha un’azione pro-infiammatoria.                                                                          

BiRetix® ULTRA Spray è il primo retinoide in spray. Quali sono i vantaggi?
Il BiRetix Ultra Spray è il primo retinoide in spray. La formulazione airless consente l’applicazione anche con valvola capovolta, favorendo l’applicazione sul dorso da parte del paziente stesso. Dopo la vaporizzazione, poi, non è necessario spalmare il prodotto, per cui non è necessario alcun aiuto per l’applicazione.

Esistono degli studi clinici relativi ai prodotti BiRetix?
Fino a oggi sono stati condotti sette studi clinici, di cui tre ancora in corso. In particolare, in uno studio pilota, aperto, multicentrico, la combinazione fissa di idrossipinacolone retinoato (estere sintetico dell’acido 9-cis-retinoico), retinolo in glicosfere e papaina in glicosfere in gel acquoso, è stata utilizzata per valutare l’efficacia e la tollerabilità in pazienti con acne comedonica-papulosa del volto, di gravità lieve-intermedia. Novantotto pazienti (28 maschi e 70 femmine), di età compresa tra 15 e 40 anni, sono stati trattati con il gel, una volta al giorno, per 12 settimane. La gravità dell’acne e l’efficacia del trattamento sono state valutate con il Global Acne Grading System (GAGS) e con la conta delle lesioni. Novantaquattro pazienti sono stati considerati valutabili. Sono state osservate una riduzione media del GAGS del 41% e una riduzione media delle lesioni totali del 40.8%. Il 15.3% dei pazienti ha sviluppato effetti collaterali locali (xerosi, peeling, eritema, bruciore) di gravità lieve-intermedia. Nessun paziente ha sospeso il trattamento a causa di questi effetti collaterali.                                                                                                                                                             Questo studio, basato su un notevole numero di pazienti valutabili, ha dimostrato che questa combinazione fissa rappresenta un’opzione efficace e sicura per il trattamento dell’acne del volto comedonica-papulosa, di gravità lieve-intermedia.

Professor STEFANO VERALDI

Tra le varie cariche:

Co-fondatore dell’Istituto Dermatologico Europeo (I.D.E.), Co-fondatore dell’Italian Acne Board (I.A.B.), Autore di 16 libri, 54 capitoli di libri, 279 articoli su riviste italiane e   internazionali, 238 abstracts di congressi e 2 CD (aggiornamento: gennaio 2008).

Membro del board editoriale di Dermatology Research and Practice, Dermo Cosmo News, Giornale Italiano di Dermatologia e Venereologia, Hi. Tech Dermo, L’Ideale – Periodico dell’Istituto Dermatologico Europeo, Incontri Dermatologici, Journal of Acne and Related Disorders, Journal of Plastic Dermatology, Practicing Medicine, Quaderni di Dermocosmetologia Medica e Chirurgica, Wound Care Times.

 

UN CONTRACCETTIVO ORMONALE OGNI STAGIONE

UN CONTRACCETTIVO ORMONALE OGNI STAGIONE

Una donna su dieci non sta bene quando ha le mestruazioni: emicrania, dolori addominali, flussi molto abbondanti possono costringerla a rimanere a letto uno o due giorni al mese. Questo ha un impatto molto forte non solo sul versante del benessere e della qualità di vita, ma anche sul versante economico e sociale. Ci sono donne costrette a perdere giorni di lavoro, che si sentono meno abili e più stressate, e quindi spinte a un consumo esagerato di analgesici e di assorbenti.

Per rispondere alle esigenze femminili sono nati con Teva due contraccettivi innovativi:

– uno si caratterizza per la sua composizione “naturale” e associa estradiolo a nomegestrolo,

– l’altro è rivoluzionario per la modalità di somministrazione. Si tratta del primo contraccettivo ormonale combinato (Coc) che prevede tre mesi di assunzione continua e quindi solo quattro mestruazioni all’anno. 84 compresse a base di levonorgestrel ed etinilestradiolo e 7 compresse a base di solo etinilestradiolo. Queste ultime, da assumere nei sette giorni di “interruzione” al posto del placebo, consentono di avere quattro cicli programmati in un anno e di evitare i sintomi da sospensione che possono derivare da una brusca interruzione degli ormoni. Il tutto supportato da studi clinici estensivi e dall’esperienza sul campo. La percentuale di efficacia contraccettiva è del 99% se l’assunzione è corretta; e, sospesa l’assunzione, la donna può da subito rimanere incinta.

“Abbiamo pensato alle donne. Abbiamo pensato al loro mondo, alla loro energia e alle loro esigenze quotidiane. Abbiamo pensato alla loro libertà, al loro desiderio di essere sempre in movimento. Abbiamo pensato al condizionamento che il ciclo mestruale può imporre sull’abbigliamento, sulle abitudini e sui comportamenti”, sottolinea Carlo Capo, Business Unit Branded Director di Teva Italia.

Questa opzione contraccettiva di Teva è stata presentata a Bologna, nella cornice del VII Congresso nazionale della Società Italiana della Contraccezione (SIC). Il prodotto sbarca così in Italia. Era già disponibile dal 2006 negli Stati Uniti (dove in soli due anni ha guadagnato il 25% del market share) ed è stato lanciato recentemente anche in Brasile, Cile e Israele.

Da maggio 2015 è acquistabile in Austria, e presto lo sarà anche in Polonia, Slovacchia, Belgio, Germania, Francia e Romania.

“Molte donne ritengono la mestruazione ‘rassicurante’, ma avere il ciclo mestruale non rappresenta un vantaggio reale, soprattutto quando la mestruazione viene indotta dall’uso della contraccezione ormonale: la pillola mette a riposo le ovaie e la sua sospensione dà semplicemente luogo a una mestruazione ‘artificiale’ – spiega Angelo Cagnacci, professore associato di Ginecologia e Ostetricia all’Università di Modena -. È stato dimostrato che prolungare l’intervallo tra i flussi mestruali indotti dalla sospensione della contraccezione ormonale non ha effetti negativi sulla salute. Anzi, aiuta a ridurre i disturbi e le patologie che trovano nella comparsa del flusso mestruale un loro meccanismo d’azione”.

“Con questa modalità di assunzione, senza pausa per tre mesi, si riduce a un solo sanguinamento trimestrale la mestruazione e questo consente di limitare il dolore associato in taluni casi alla sindrome premestruale, ma anche di determinare un beneficio in termini di anemia da carenza da ferro e una minor limitazione alla vita attiva e sportiva”, spiega il professor Annibale Volpe, past president della Società scientifica.

Grazie a Teva, abbiamo in ambito contraccettivo una scelta nuova, che consente sicurezza nel controllo delle nascite e garantisce maggiore libertà. Un prodotto che permette alle donne di cambiare in meglio le loro abitudini, superando le limitazioni dei cicli mestruali mensili.

UN NUOVO CENTRO PER LA CURA DEL DOLORE

UN NUOVO CENTRO PER LA CURA DEL DOLORE

Nasce il Centro Multidisciplinare di Ricerca e Formazione per la Cura del Dolore per il trattamento del dolore acuto e cronico, che si avvale della collaborazione di due eccellenze: l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e l’Istituto Neurologico Carlo Besta. “La creazione del Centro rappresenta un passo importante per i due Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) – commenta Giuseppe De Leo, Presidente dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano –. Si tratta di due eccellenze che si uniscono per affrontare al meglio gli aspetti riguardanti la Cura del Dolore, passando attraverso la ricerca e la formazione continua. La ricerca permette di verificare e innovare; la formazione continua permette di preparare medici e infermieri ad affrontare i diversi tipi di dolore, offrendo alle persone assistite cure adeguate e personalizzate con il necessario sostegno psicologico”.

L’obiettivo è ottimizzare le risorse esistenti e rafforzare le risposte terapeutiche. Responsabili del progetto, il dottor Augusto Caraceni, Direttore della Struttura Complessa di Cure Palliative, Terapia del Dolore e Riabilitazione dell’INT e il dottor Giuseppe Lauria, direttore della Neurologia III dell’Istituto Neurologico Carlo Besta. “Avere un progetto in comune sul dolore significa offrire la massima qualità di cura ai pazienti e potenziare la capacità di formazione e di ricerca – afferma Caraceni -. Con la nascita del Centro sarà possibile offrire un punto di riferimento regionale e nazionale di prestigio”.
Per la realizzazione del centro servono sostegno e risorse. Rotary Distretto 2041 ha creduto nel progetto. “Insieme contro il dolore. Il Rotary sostiene il progetto di Terapia del dolore insieme alla Fondazione IRCSS Istituto Nazionale dei Tumori e la Fondazione IRCSS Istituto Neurologico Carlo Besta attraverso la realizzazione del sito di crowdfunding per la raccolta di fondi on line. Ridurre o eliminare il dolore di un paziente è sempre più un dovere morale della nostra società”, precisa Walter Pera, Presidente del Rotary Club Milano Linate.

L’Istituto Neurologico “Carlo Besta” è stato fondato nel 1918 e dal 1981 è classificato come Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS). Il 15 luglio 2006 è stato trasformato in Fondazione con personalità giuridica di diritto pubblico. E’ uno dei maggiori centri nazionali e internazionali per la ricerca e la cura delle patologie neurologiche. 

L’Istituto Nazionale dei Tumori (INT), fondato nel 1928, è un polo di eccellenza per la diagnosi e terapia di tutte le patologie neoplastiche. E’ riferimento nazionale e internazionale per la ricerca di nuove cure attraverso il coinvolgimento diretto dei pazienti, oltre che centro specializzato nel settore della ricerca biomedica. In tal senso, INT è l’Ente attuatore della Rete Oncologica Lombarda (ROL) e coordina le strutture oncologiche pubbliche e private accreditate operanti in Regione Lombardia. Oggi l’Istituto è il maggior polo di oncologia pediatrica in Italia e  il secondo in Europa, ed è il primo Centro in Italia per buon esito dei trapianti di fegato e per il corretto funzionamento degli organi impiantati come cura al tumore epatico. INT è anche centro di riferimento per i Tumori Nuroendocrini. La certificazione è stata conferita nel 2010 dall’European Neuroendocrine Tumor Society (ENETS), la più importante società scientifica  europea per lo studio e la cura di queste formazioni neoplastiche, che ha giudicato l’Istituto Nazionale dei Tumori tra i migliori dieci centri in Europa in questo campo. Da febbraio 2015 INT fa parte del polo centrale universitario dell’Università di Milano, come punto di  riferimento in ambito oncologico.

IL SOLE PER AMICO E I CONSIGLI DI LICIA COLO’

IL SOLE PER AMICO E I CONSIGLI DI LICIA COLO’

Con l’estate aumentano le occasioni di esposizione non protetta ai raggi UV del sole, principale fattore di rischio. Ma durante tutto l’anno il crescente uso di lampade abbronzanti e di lettini solari espone la popolazione, soprattutto i più giovani, ai raggi UV artificiali, considerati cancerogeni dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e, in Italia, vietati ai minorenni.

Per accendere i riflettori sul rischio melanoma e sull’importanza di una corretta esposizione al sole, IMI (Intergruppo Melanoma Italiano), con il patrocinio del Ministero della Salute e dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica hanno dato vita a “Il Sole per amico”, una campagna nazionale di prevenzione primaria del melanoma. Madrina della campagna è Licia Colò che interpreta anche uno spot di sensibilizzazione in onda su network televisivi e radiofonici nazionali.

Licia Colò, viaggiatrice esperta di latitudini “rischiose” e mamma di una bambina spiega che si sente vicina ai messaggi di questa campagna, anche perché al sole si scotta facilmente a causa del suo fototipo. “Proteggere noi e i nostri figli è una questione di conoscenza e di buone abitudini. Se in passato sono stata poco attenta, oggi proteggo me stessa e mia figlia con creme ad alta protezione, cappello e occhiali da sole”.

foto COLO'

Qual è il suo rapporto con il sole?

Per me sole significa vita; io che adoro i Paesi Scandinavi ad esempio, ma non potrei pensare di vivere lì per il poco sole che c’è per sei mesi l’anno. Adoro prendere un po’ di sole e abbronzarmi leggermente e mi espongo soprattutto in primavera quando i raggi UV sono meno intensi e più gradevoli. D’estate avverto che il sole mi procura dei fastidi, la mia pelle brucia, dopo la prima esposizione compare subito l’eritema. Quindi, nei mesi più caldi, mi riparo il più possibile all’ombra e comunque proteggo la pelle. Ho chiesto spesso al mio dermatologo il motivo di questa reazione cutanea ai raggi solari e mi ha risposto che la pelle ha buona memoria. Negli anni mi sono accorta di averla trascurata molto: non mi proteggevo quando ero al sole, la cute iniziava a spellarsi dopo qualche giorno e l’abbronzatura scompariva in poco tempo. Adesso ho capito che il segreto è proteggersi sempre con prodotti adatti, indossare anche una maglietta leggera, il cappello e gli occhiali. Non ho più fastidi, non mi spello più e l’abbronzatura dura molto a lungo. Ma soprattutto non rischio la vita e del sole prendo solo i benefici.

Lei ha viaggia molto nel mondo e si trova spesso in situazioni nelle quali era esposta ai raggi solari, anche in zone tropicali e per molte ore.

Quali sono le strategie che utilizza per proteggere la sua pelle molto chiara e sensibile?

Sono sincera, fino a qualche anno fa non prestavo attenzione a particolari situazioni di pericolo per la mia pelle: da sempre soffro molto il caldo e quando il sole era troppo forte mi limitavo a indossare il cappello, ma non ero molto attenta rispetto all’uso di creme con filtro solare. Con il passare del tempo ho cambiato però le mie abitudini, ho iniziato ad informarmi e sono diventata molto più consapevole. Oggi mi proteggo sempre con creme ad alta protezione e, naturalmente, continuo ad indossare il cappello e gli occhiali da sole. Sono molto attenta anche a proteggere la mia bambina. Con i più piccoli al mare è un po’ più difficile: si bagnano continuamente, bisogna essere costanti, applicare e riapplicare più volte il solare e non esporsi nelle ore più calde. Accortezze da usare anche se si va in montagna.

Perché ha deciso di sostenere la campagna “Il Sole per amico”?

Mi sento particolarmente vicina ai messaggi di questa campagna, anche perché al sole mi scotto facilmente a causa del mio fototipo chiaro. Il sole è bellissimo e fa bene alla nostra salute ma può essere anche causa di molti problemi, il più importante dei quali è senza dubbio il melanoma, il più pericoloso dei tumori cutanei. Quasi vent’anni fa mi trovavo in Australia per motivi di lavoro e ricordo di avere visto sulle spiagge persone e cartelli che facevano circolare avvisi del tipo “attenzione, proteggete la pelle dal sole”, oppure “non esponetevi al sole senza adeguata protezione”. Per me, che arrivavo dall’Italia, si trattava di una novità: a quei tempi non si parlava di prevenzione, gli stessi medici non parlavano dei rischi legati ad una esposizione eccessiva e non adeguatamente protetta. Oggi io stessa ho maggiore consapevolezza del problema e penso che questa campagna sia una grande opportunità per diffondere, tra la popolazione, una corretta informazione su come godersi il sole senza danneggiare la pelle e rischiare la vita. Il tema mi riguarda molto da vicino anche per la mia personale familiarità per i tumori cutanei, tanto che ogni anno mi sottopongo a uno screening accurato dei nei dal dermatologo. Trovo, inoltre, che la campagna “Il Sole per amico” sia davvero ben fatta, non allarmistica ma intelligente, come dovrebbero essere tutte le campagne che riguardano la prevenzione primaria. Il sole non è un nemico, è un amico al quale avvicinarsi con buon senso.

Secondo lei quanto sono informati i cittadini su questo tema?

In genere la popolazione è poco informata su questi temi: io stessa prima di alcune vicende familiari sapevo poco di melanoma e non mi rendevo ben conto di come il sole, preso senza adeguata protezione, possa nuocere alla pelle. Il melanoma è subdolo, si mimetizza su una pelle che non è mai omogenea, s’insinua e non ce ne accorgiamo. Non ci rendiamo conto del problema perché siamo molto “visivi” nei confronti del pericolo: se vediamo un treno avvicinarsi siamo consapevoli del pericolo e ci allontaniamo, ma il tumore della pelle ­(se non hai un occhio esperto o sensibilizzato) è difficilmente riconoscibile e, quindi, non temuto. Esiste anche un fattore culturale che può giocare un ruolo importante: il sole è legato all’idea di salute e di bellezza, essere abbronzati è sano, non c’è dubbio. Quel che manca è l’informazione corretta: l’abbronzatura è bella se protetta, perché, oltre a donarci un bell’aspetto, non mette in pericolo la salute della nostra pelle. Proteggersi dai raggi solari e proteggere i nostri figli sin da piccoli è una questione di conoscenza oltre che di buone abitudini. I media potrebbero avere un ruolo cruciale nella comunicazione e nella diffusione di queste informazioni e si dovrebbe investire di più in campagne come questa perché il melanoma continua ad aumentare a dismisura specie tra i giovani, con costi altissimi dal punto di vista economico ma, soprattutto, di vite umane.

La campagna “Il sole per amico” ha tra i suoi obiettivi anche quello di ridurre o evitare esposizioni ambientali dannose per la salute, sottolinea i rischi prodotti dall’eccessiva esposizione ultravioletta solare e artificiale.

UNA NUOVA AZIENDA RICCA DI CERTIFICAZIONI E COMPLETAMENTE MADE IN ITALY

UNA NUOVA AZIENDA RICCA DI CERTIFICAZIONI E COMPLETAMENTE MADE IN ITALY

Una collezione di certificazioni, un accorgimento particolare caratterizza il packaging e un’attenzione ai non vedenti: l’azienda è l’italianissima

KoLinPHARMA.

KoLinPHARMA ha infatti ottenuto per i suoi prodotti certificazioni tutt’altro che frequenti nel settore nutraceutico: anzitutto quelle che si riferiscono alla qualità e alla sicurezza alimentare, come la ISO 9001 e la ISO 22000 (quest’ultima rappresenta il più elevato standard procedurale nella Sicurezza Alimentare che un’azienda possa impiegare), quindi la certificazione Halal, la Kosher, la certificazione per la celiachia e la certificazione ‘milk free’, in corso di rilascio. I prodotti dell’azienda saranno così:

– privi di glutine e possono essere assunti da celiaci

– non contengono sodio, possono essere assunti da ipertesi

– non contengono lattosio e derivati del latte

– possono essere assunti da vegetariani e vegani

Passando ai particolari accorgimenti che caratterizzano il packaging dei prodotti KoLinPHARMA, tutto il materiale cartaceo dell’azienda e gli astucci dei diversi integratori nutraceutici sono fabbricati con carta o cartoncino 100% riciclati, certificati ‘Forest Stewardship Council’, principale meccanismo di garanzia sull’origine del legno e della carta. Le confezioni dei prodotti KoLinPHARMA riportano in caratteri Braille anche la data di scadenza (non limitandosi quindi a indicare principio attivo e dosaggio). Sono dotati anche di un QR code (anche questo localizzabile con rilievi in Braille) che rinvia direttamente, attraverso qualunque smartphone, a un ‘foglietto illustrativo’ riservato a chi non può leggere. Una voce sintetizzata descrive all’utente caratteristiche, indicazioni d’impiego e modalità d’uso del prodotto: per evitare errori di somministrazione, ma anche per eliminare una notevole difficoltà e un considerevole elemento di discriminazione nei confronti dei non vedenti. Per la conformità di legge del braille sui prodotti l’azienda ha ricevuto la certificazione anche dall’UCI (Unione Italiana dei Cechi e degli Ipovedenti).

KoLinPHARMA ha poi rilevato che è sistematicamente trascurato, soprattutto nei confronti dei non vedenti, il diritto a esser certi che la confezione di farmaci o di integratori sia sigillata, e non sia mai stata aperta in precedenza. Per questo la nuova azienda ha collaborato con un importante partner nell’ideazione di una chiusura “tamper evident” brevettata per tutti i propri astucci. Grazie a questo accorgimento, l’apertura di ciascuna confezione sarà inevitabilmente attestata non solo da un apposito campo cromatico (subito evidente per chi sia in possesso delle facoltà visive), ma anche da una netta punta di cartoncino, percepibile al tatto, che consentirà anche ai non vedenti di esser sicuri che quel prodotto è stato aperto o ha subito manomissioni.

L’ASSISTENZA INFERMIERISTICA SECONDO UN’INDAGINE CENSIS

L’ASSISTENZA INFERMIERISTICA SECONDO UN’INDAGINE CENSIS

La domanda di assistenza infermieristica sul territorio è in continua crescita, nonostante persistano disoccupazione e sottoccupazione degli infermieri: un paradosso causato anche dal blocco delle assunzioni nel settore pubblico.
“C’è un numero considerevole di cittadini che ha bisogno di assistenza e si impegna economicamente per ottenerla, rivolgendosi in quota parte agli infermieri – spiega Annalisa Silvestro, Presidente della Federazione IPASVI –. Ma c’è anche chi utilizza un fai-da-te pericoloso, che va fino alla ricerca di soluzioni su internet, cosa che porta spesso a ricorrere poi al Pronto Soccorso. E c’è una parte di cittadini che si rivolge a personale non professionale e impreparato (badanti, familiari, conoscenti). Persone disposte ad aiutare ma senza competenze che possono far aumentare il rischio di manovre sbagliate e di impatti avversi per l’assistito”.
Dall’indagine Censis emerge che per l’82% degli intervistati la scelta di affidarsi a soggetti diversi dagli infermieri per alcune prestazioni è legata a questioni economiche (il 51% ritiene che pagare in modo continuativo un infermiere costi troppo e il 31,1% afferma che le badanti costano meno).
Ma il dato più macroscopico riguarda le carenze di assistenza sul territorio. Il 17,6% dei cittadini ha dichiarato di doversi arrangiare con altri perché gli infermieri non possono coprire orari lunghi nelle abitazioni, e il 10,1% che non ci sono abbastanza infermieri che vanno a domicilio: è qui, quindi, che il Servizio Sanitario Nazionale non c’è più”.
Nel dettaglio sono 8.700.000 gli italiani che nel 2014 hanno usufruito di prestazioni di assistenza infermieristica erogata privatamente e hanno speso per questa, di tasca propria, 2,7 miliardi di euro. Di questi, 6.900.000 assistiti hanno chiesto prestazioni una tantum, mentre 2.300.000 hanno avuto bisogno di prestazioni continuative. Ad aver bisogno di un’assistenza che il Servizio Sanitario Nazionale non ha garantito sul territorio sono stati il 44,4% dei non autosufficienti (1.400.000 persone), il 30,7% dei malati cronici (2.800.000) e il 25,7% degli ultrasettantenni (2.300.000).

editoI dati sono quelli della ricerca del Censis “Infermieri e nuova sanità: opportunità occupazionali e di upgrading. Le prestazioni infermieristiche nella domanda di assistenza sul territorio”, elaborata per la Federazione dei Collegi IPASVI in occasione del XVII Congresso nazionale, che si è tenuto a Roma e che ha riunito gli infermieri d’Italia per dibattere sul ruolo di questa figura professionale nella nuova Sanità e per sancire un nuovo Patto per l’assistenza con i cittadini.
Oltre 4.200.000 italiani nei dodici mesi precedenti l’intervista del Censis si sono rivolti a figure non infermieristiche (badanti, familiari, conoscenti, etc.) per avere prestazioni di tipo sanitario. Queste le ragioni: fiducia nella persona cui si fa ricorso (42%), costo eccessivo di un infermiere (33,7%), convinzione che per alcune prestazioni in realtà l’infermiere non sia indispensabile (31,5%). La maggioranza si dichiara tutto sommato soddisfatta delle prestazioni avute, e giudica gli eventuali danni subiti “residuali”.
Per il 50,9% degli italiani esistono prestazioni semplici (iniezioni o medicazioni), per cui l’infermiere non è indispensabile. Il dato è più elevato tra gli anziani (55,4%), che sono consumatori più intensi di prestazioni infermieristiche.
Tra coloro a cui si è fatto ricorso, le badanti sono una figura emblematica: nelle case in cui lavorano, gestiscono le terapie farmacologiche (88,8%), fanno iniezioni (32,3%), si occupano di eventuali bendaggi e medicazioni (30,4%), intervengono in caso di esigenze sanitarie che di solito richiedono il ricorso a infermieri (20,5%) e gestiscono l’uso del catetere (6,2%). Il 51,5% delle persone che impiegano una badante ritengono che la propria badante sia capace di svolgere prestazioni infermieristiche e il 30,6% la considera in grado di intervenire in caso di emergenze sanitarie.
Bisogna però considerare, come si è detto prima, che la mancanza di formazione di questo tipo di personale potrebbe arrecare danno agli assistiti, e che vi sono casi in cui l’intervento di personale infermieristico è essenziale. Il 51% degli italiani che ricorre alla badante per prestazioni sanitarie lo fa, in effetti, perché pagare un infermiere in modo continuativo sarebbe troppo costoso.
“L’assistenza è un’arte e se deve essere realizzata come un’arte, richiede una devozione totale e una dura preparazione”, Florence Nightingale, infermiera britannica nata a Firenze, nel 1820, e considerata la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna.

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