da ilpuntosalute | 15 Ott, 2026 | Informazioni mediche
Il 2 ottobre 2026 abbiamo celebrato i nostri primi 50 anni con un incontro dedicato ai progressi della ricerca onco-ematologica e al suo impegno accanto ai pazienti. Per condividere la nostra storia e le sfide per il futuro insieme a medici, ricercatori, volontari, sostenitori e istituzioni, ovvero l’intera Comunità ematologica del nostro territorio. Dopo l’apertura e i saluti istituzionali, la prima sessione ha ripercorso la storia dell’Associazione, focalizzandosi poi sull’importanza del sostegno psicologico in oncoematologia, sul valore delle partnership con realtà profit per poter continuare a garantire il sostegno alla ricerca scientifica e i servizi gratuiti ai pazienti e sul senso e il ruolo del volontariato La seconda sessione, cuore dell’incontro, ha offerto una visione integrata sullo stato attuale della ricerca clinica in onco-ematologia, con particolare riferimento ai risultati ottenuti anche grazie al sostegno dell’Associazione. Qui sono intervenuti esperti quali il professor Francesco Onida (Ospedale Fatebenefratelli), la Dottoressa Lupo Stanghellini (Ospedale San Raffaele), la dottoressa Barbara Mora (Ospedale Maggiore Policlinico), la dottoressa Martina Pennisi e il dottor Federico Stella (Istituto Nazionale dei Tumori). In conclusione gli interventi di due pazienti e di un caregiver che hanno portato all’attenzione i loro punti di vista. Nella terza sessione si è guardato al futuro della ricerca – con il professor Paolo Corradini (Istituto Nazionale dei Tumori), il professor Francesco Onida (Ospedale Fatebenefratelli), la dottoressa Camilla Luchesini (Cure Palliative ASST Nord Milano) e la dottoressa Sara Alfieri (Psicologia Clinica, Istituto Nazionale Tumori) con il racconto delle sfide che attendono l’Associazione nei prossimi anni. A chiusura della giornata, dopo il confronto tra esperti e partecipanti, si è brindato ai 50 anni della nostra Associazione. Grazie a tutte le persone che dal 1976 ad oggi sono state al nostro fianco.
da ilpuntosalute | 5 Ott, 2026 | Informazioni mediche
Il documento congiunto è stato presentato nell’ambito del 20° Congresso Nazionale FIMP in corso a Napoli. Indirizzato al Ministero della Salute e alle Regioni per la definizione di strategie di immunizzazione omogenee e basate sul rischio clinico
Napoli, 3 ottobre 2026 – Il rischio di ricovero correlato all’infezione da Virus Respiratorio Sinciziale (VRS) non si esaurisce nella prima stagione invernale in cui il neonato è maggiormente esposto all’infezione: nei bambini nati prematuri e in presenza di condizioni cliniche di particolare fragilità resta elevato anche nel secondo anno, esponendolo a gravi conseguenze di salute.
Per questo la Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), la Società Italiana di Pediatria (SIP) e la Società Italiana di Neonatologia (SIN) hanno elaborato il documento congiunto ‘Prevenzione del VRS: raccomandazioni per la prima e la seconda stagione di vita’, per estendere la profilassi con Nirsevimab nella seconda stagione epidemica anche ai bambini sotto i 24 mesi nati prematuri prima delle 32 settimane di gestazione, oltre a quelli che presentano condizioni di vulnerabilità clinica, tra cui gravi malformazioni tracheo-bronchiali congenite, fibrosi cistica con segni precoci di compromissione polmonare, displasia broncopolmonare o malattia polmonare cronica, sindrome di Down.
Il documento è stato presentato al 20° Congresso Nazionale Scientifico FIMP, in corso a Napoli fino a domenica, in concomitanza con l’avvio della campagna di prevenzione contro il VRS il 1° ottobre.
La proposta si basa sulle evidenze riportate dall’American Academy of Pediatrics (AAP), che mostrano la correlazione tra prematurità e rischio di ricovero per VRS. Nei bambini sotto i 2 anni il tasso di ospedalizzazione è 3 volte maggiore nei bambini nati prima delle 29 settimane, rispetto ai nati a termine (25 casi ogni 1.000 vs 8 ogni 1.000).
Attualmente la protezione da VRS del lattante a rischio, che nella seconda stagione conserva una specifica indicazione, avviene attraverso la somministrazione di un anticorpo monoclonale a lunga durata d’azione, come Nirsevimab.
I presidenti delle Società Scientifiche, Antonio D’Avino (FIMP), Rino Agostiniani (SIP) e Massimo Agosti (SIN) evidenziano che “sul VRS bisogna superare l’idea che il rischio riguardi esclusivamente i primi mesi di vita. Estendere la protezione al secondo anno di vita per i bambini più fragili, prevedendo il richiamo durante la seconda stagione invernale, significa tradurre le evidenze scientifiche in una prevenzione realmente mirata al rischio clinico. Per questo raccomandiamo ai Decisori di includere all’interno delle attuali strategie di immunizzazione la somministrazione dell’anticorpo monoclonale nella seconda stagione epidemica”.
In Italia l’organizzazione dell’offerta è demandata alle Regioni: i neonati che nascono durante la stagione epidemica (dal 1° ottobre al 31 marzo) vengono immunizzati nei Punti Nascita, mentre i nati tra il 1° aprile e il 30 settembre possono ricevere l’anticorpo presso gli ambulatori dei Pediatri di Famiglia o i Centri vaccinali, sulla base dei singoli modelli organizzativi regionali. Ma le differenze regionali lungo lo stivale spesso determinano disuguaglianze significative nell’offerta di prevenzione.
“La prevenzione contro il VRS non può dipendere dal luogo o dal momento in cui nasce un bambino”, aggiungono i Presidenti. “Riteniamo prioritario definire strategie di immunizzazione chiare e uniformi a livello nazionale, fondate sulle evidenze scientifiche oggi disponibili e capaci di garantire equità di accesso su tutto il territorio. Il VRS rappresenta un banco di prova importante: abbiamo oggi strumenti efficaci per proteggere i bambini e il Servizio Sanitario Nazionale deve creare le condizioni affinché questa opportunità raggiunga tutti coloro per i quali è indicata. La salute dei nostri bambini viene prima di ogni valutazione di carattere economico e organizzativo”.
Scarica il Documento congiunto FIMP, SIP e SIN
da ilpuntosalute | 22 Set, 2026 | Informazioni mediche
Tra il 10 e il 24 ottobre 2026, i dermatologi SIDeMaST aprono gli ambulatori di 21 centri ospedaliero-universitari per offrire consulenze gratuite alle persone con sospetta dermatite atopica. Saranno 17 le città coinvolte in tutta Italia. Anche quest’anno l’iniziativa include gli adolescenti dai 12 anni. Prenotazioni dal 21 settembre, previo pre-screening online disponibile su www.sidemast.org/dalla-parte-della-tua-pelle
Prurito intenso, arrossamento, lesioni della pelle, ma anche notti insonni e ripercussioni sullo studio, sul lavoro e sulla vita sociale. La dermatite atopica non è soltanto una malattia della pelle e, nonostante la sua diffusione, può ancora essere sottodiagnosticata e sottovalutata.
Per favorire una diagnosi tempestiva e una maggiore consapevolezza della malattia torna “Dalla parte della tua pelle”, la Campagna nazionale di sensibilizzazione sulla dermatite atopica promossa da SIDeMaST (Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse) con il patrocinio di ANDea (Associazione Nazionale Dermatite Atopica), giunta quest’anno alla sua sesta edizione.
I consulti dermatologici gratuiti si svolgeranno tra il 10 e il 24 ottobre 2026 in 21 centri ospedaliero-universitari. Saranno 17 le città coinvolte in tutta Italia.
Anche per l’edizione 2026, l’iniziativa includerà gli adolescenti a partire dai 12 anni, una fascia di età nella quale la dermatite atopica può avere un impatto particolarmente significativo sulla qualità della vita.
Un pre-screening online per accedere ai consulti
Accedere alle prenotazioni sarà semplice. A partire dal 21 settembre, gli utenti potranno effettuare autonomamente un pre-screening collegandosi al sito SIDeMaST www.sidemast.org/dalla-parte-della-tua-pelle dedicato alla campagna, dove saranno disponibili anche tutte le informazioni sui centri aderenti, le città e le date degli open day.
Dopo l’accesso al sito sarà sufficiente compilare un breve questionario di pre-screening, con la possibilità di caricare fotografie della zona interessata a supporto della valutazione. Gli utenti ammessi alla fase di prenotazione riceveranno le indicazioni necessarie per contattare il numero verde dedicato e verificare la disponibilità del consulto. Il centralino sarà attivo dal 21 settembre al 23 ottobre, dal lunedì al sabato, dalle 10.00 alle 19.00. L’iniziativa è realizzata con il contributo non condizionante di Sanofi-Regeneron e Ceramol.
Una malattia che va oltre la pelle
La dermatite atopica è una malattia infiammatoria cronica che può incidere profondamente sulla qualità della vita, con ripercussioni fisiche, psicologiche e sociali. Interessa circa l’8% degli adulti e il 12% degli adolescenti tra i 12 e i 17 anni.
Secchezza, arrossamento, lesioni cutanee e soprattutto prurito intenso e persistente sono tra i sintomi più caratteristici e possono interferire con il sonno, lo studio, il lavoro e le attività quotidiane. Informazione e accesso allo specialista sono fondamentali per favorire una diagnosi corretta e indirizzare il paziente verso il percorso di cura più appropriato.
“La dermatite atopica è una malattia cronica che va ben oltre la pelle e può avere un impatto importante sulla qualità di vita, sul sonno, sul lavoro e sulle relazioni sociali – sottolinea il Prof. Giovanni Pellacani, Professore Ordinario di Dermatologia presso Sapienza Università di Roma e Presidente SIDeMaST –. Ancora oggi, alcune persone convivono a lungo con i sintomi senza arrivare a una diagnosi corretta o a un percorso di cura adeguato. Questa iniziativa nasce proprio con l’obiettivo di facilitare l’incontro con il dermatologo e con i centri di riferimento, favorendo un corretto inquadramento della malattia e un accesso tempestivo al percorso di cura più appropriato”.
Sull’importanza della sensibilizzazione e dell’accesso allo specialista intervengono anche la Prof.ssa Stefania Guida e la Prof.ssa Martina Burlando, Membri del Consiglio Direttivo SIDeMaST e Responsabili per le Campagne di sensibilizzazione.
“La dermatite atopica può presentarsi con manifestazioni diverse e non sempre viene riconosciuta tempestivamente – sottolinea Stefania Guida, Professore Associato di Dermatologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele –. Prurito persistente, secchezza e lesioni cutanee ricorrenti non dovrebbero essere sottovalutati, soprattutto quando tendono a ripresentarsi e a interferire con la vita quotidiana. Favorire un accesso tempestivo alla valutazione dermatologica significa aiutare le persone a ricevere un corretto inquadramento della malattia e, quando necessario, a essere indirizzate verso il percorso di cura più appropriato”.
“La dermatite atopica non deve essere valutata soltanto in base a ciò che vediamo sulla pelle – aggiunge Martina Burlando, Professore Associato di Dermatologia presso l’Università degli Studi di Genova –. Il prurito, i disturbi del sonno e la natura cronica e recidivante della malattia possono avere conseguenze importanti sulla quotidianità e sul benessere della persona. Questo aspetto assume un peso particolare durante l’adolescenza, una fase nella quale la malattia può interferire con lo studio, le relazioni e la vita sociale”.
da ilpuntosalute | 22 Set, 2026 | Informazioni mediche
Milano, 10 settembre 2026 – Neopharmed Gentili, azienda farmaceutica europea con radici italiane, annuncia il consolidamento sotto un unico brand delle proprie attività europee dedicate alle malattie rare, con il cambio di nome delle società nei diversi Paesi. L’operazione prosegue il percorso avviato nell’ottobre 2025 con l’acquisizione delle attività commerciali europee di ORLADEYO® (berotralstat) per il trattamento dell’angioedema ereditario (HAE) da BioCryst Pharmaceuticals.
A operare da subito sotto il marchio Neopharmed Gentili saranno le società presenti nei principali Paesi europei, oltre all’Italia: Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera. Il consolidamento proseguirà fino a riunire sotto un’unica identità societaria le attività dedicate alle malattie rare in tutti i mercati europei in cui l’Azienda opera.
Con una presenza sempre più estesa in Europa e un team altamente specializzato interamente dedicato alle malattie rare, Neopharmed Gentili rafforza il proprio posizionamento nel settore. Nel segno di “Connected to care, Committed to life”, l’Azienda valorizza e mette a sistema competenze, relazioni e know-how sviluppati nei diversi mercati, assicurando continuità operativa e un supporto costante a pazienti, professionisti sanitari, istituzioni, associazioni e partner nel campo delle malattie rare, con un focus specifico sull’angioedema ereditario.
Il consolidamento delle attività europee sotto il brand Neopharmed Gentili rappresenta un ulteriore passo nella costruzione di una piattaforma europea dedicata alle malattie rare, a supporto della crescita internazionale del Gruppo e di un accesso sempre più ampio all’innovazione terapeutica per i pazienti europei.
“Il consolidamento delle attività europee dedicate alle malattie rare segna una tappa importante nel percorso di crescita di Neopharmed Gentili”, ha dichiarato Alessandro Del Bono, CEO di Neopharmed Gentili. “Stiamo costruendo una realtà internazionale fondata su una visione comune, capace di mettere a sistema competenze, innovazione e un approccio realmente centrato sulla persona. Questo passaggio rafforza la nostra ambizione di essere un partner solido e affidabile per la comunità scientifica, le istituzioni, le associazioni pazienti e tutte le persone che convivono con una malattia rara, insieme ai loro caregiver. Continueremo a investire per ampliare la nostra presenza internazionale, sostenere l’accesso all’innovazione terapeutica e contribuire a migliorare la gestione delle malattie rare in Europa”.
Neopharmed Gentili continuerà a operare secondo gli elevati standard di qualità ed eccellenza che ne hanno accompagnato la crescita fino ad oggi, perseguendo la propria mission di sviluppare e rendere disponibili terapie innovative in grado di rispondere ai bisogni clinici ancora insoddisfatti e generare valore per le persone con malattie rare e per i sistemi sanitari europei.
Scarica il comunicato stampa in formato Word
da ilpuntosalute | 22 Set, 2026 | Informazioni mediche
Verona, [10 settembre 2026] – Offrire informazioni chiare e aggiornate su un aspetto centrale nella lotta all’HIV/AIDS: l’aderenza terapeutica, da intendersi non solo come corretta assunzione della terapia farmacologica ma come parte integrante dell’intero percorso assistenziale.
È questo l’obiettivo di “Aderenza in HIV” una nuova sezione del sito web di ViiV Healthcare Italia che viene lanciata oggi per fornire a clinici e persone con HIV uno spazio di approfondimento che coniuga raccomandazioni internazionali, evidenze scientifiche e percezioni reali di medici e pazienti.
La nuova area digitale nasce nel solco della Strategia Globale contro l’AIDS 2026–2031 di UNAIDS¹, che definisce un quadro di azioni concrete per porre fine all’AIDS come minaccia per la salute pubblica entro il 2030. In Europa occidentale, centrale e nel Nord America, la strategia raccomanda in particolare di aumentare l’accesso e l’aderenza al trattamento, migliorare la gestione delle coinfezioni e delle comorbilità e rimuovere gli ostacoli che limitano l’accesso alle cure per le popolazioni più vulnerabili, tra cui migranti e rifugiati.
La sezione “Aderenza in HIV” raccoglie contenuti tratti dalla nuova strategia UNAIDS¹, da una recente indagine² sul percepito dell’aderenza tra medici infettivologi e persone con HIV italiane e da uno studio³ che ha analizzato direttamente la situazione dell’aderenza terapeutica in un campione di persone con HIV residenti in Italia.
I dati italiani sull’aderenza: dimenticanze, definizioni diverse e bisogni insoddisfatti
Il sondaggio quali-quantitativo², svolto su 50 medici e 101 pazienti, mostra che circa il 50% delle persone intervistate riferisce di dimenticare occasionalmente la terapia, sebbene nella maggior parte dei casi meno di una volta al mese. Dal lato dei clinici emerge invece una significativa eterogeneità nella definizione operativa di “non aderenza”: per alcuni il problema si configura solo quando il paziente dimentica frequentemente le dosi previste, mentre altri considerano già rilevanti dimenticanze occasionali o assunzioni mancate sporadicamente.
Ulteriori dati italiani provengono dallo studio Positive Perspectives 3³ di ViiV Healthcare. Tra le 152 persone con HIV in terapia antiretrovirale residenti in Italia, a fronte di alti tassi di soppressione virologica, quasi la metà ha riportato un’aderenza subottimale, associata in modo significativo al sesso femminile assegnato alla nascita e a un avvio tardivo del trattamento. Nonostante l’elevata fiducia nei professionisti sanitari, molti partecipanti riferiscono uno stato di salute percepito da discreto a scarso e individuano margini di miglioramento nella propria assistenza e nei regimi terapeutici, suggerendo la presenza di bisogni insoddisfatti che possono influire sull’aderenza e sugli esiti a lungo termine.
Le voci degli esperti
Antonella Castagna, primario di Malattie Infettive dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e ordinaria di Malattie Infettive all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ha sottolineato il ruolo delle nuove opzioni terapeutiche a lento rilascio iniettabili: “Con i farmaci antiretrovirali a lento rilascio iniettabili abbiamo ora tutti gli elementi, unendo i vari tasselli, per ridurre in modo significativo la circolazione del virus: la partita si gioca nel coinvolgimento attivo delle persone vulnerabili, cioè di chi, per diverse ragioni, non trova una risposta completa nella terapia orale, non riesce ad inibire stabilmente la replicazione del virus o rischia di effettuare la prevenzione dell’infezione in modo irregolare”. Conclude Castagna: “È in questo contesto che bisogna intervenire proattivamente offrendo opzioni farmacologiche che garantiscano aderenza”.
“L’indagine ci mostra con chiarezza che l’aderenza non è solo un tema di ‘pillole prese o dimenticate’, ma il risultato di un percorso di cura che coinvolge il sistema sanitario, le persone con HIV e le loro reti di supporto. Se quasi una persona su due riferisce dimenticanze, anche occasionali, significa che dobbiamo lavorare di più sulla continuità di relazione, sull’ascolto dei bisogni e su modelli organizzativi che facilitino la retention in care”, ha dichiarato Stefano Rusconi, primario di Malattie Infettive dell’Ospedale Civile Legnano e associato di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Milano, co-autore della pubblicazione a commento dell’indagine su retention in treatment e retention in care nell’HIV in Italia.
“Nel nostro campione italiano abbiamo osservato che, pur in presenza di ottimi risultati virologici, quasi una persona su due vive un’aderenza subottimale e percepisce margini di miglioramento nella propria assistenza. Questo ci dice che non basta avere terapie efficaci: dobbiamo rendere il percorso di trattamento e cura più vicino ai bisogni reali delle persone, superando, laddove necessario, i limiti della quotidianità”, ha osservato Davide Moschese, del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Ospedale Luigi Sacco – Università degli Studi di Milano, co-autore dello studio Positive Perspectives 3.
Le voci dell’azienda
“L’aderenza terapeutica rappresenta il fondamento del nostro impegno verso le persone che vivono con HIV e verso chi desidera prevenire l’infezione: il nostro obiettivo è tradurre i progressi scientifici in benefici concreti e duraturi – ha affermato Sonia Franzese, Head of HIV Medical Scientists di ViiV Healthcare Italia – garantire che ogni terapia venga assunta in modo corretto e continuativo attraverso un’appropriata somministrazione significa tutelare sia le persone sia l’efficacia dei trattamenti stessi”.
“L’aderenza è il punto in cui la qualità della ricerca incontra i risultati del mondo reale – ha aggiunto Fabio Vecchio, Market Access, Government Affairs and Communications Director di ViiV Healthcare Italia – Nelle patologie croniche, e nell’HIV in modo emblematico, anche terapie molto efficaci possono perdere parte del loro valore se non vengono seguite con continuità”. Vecchio ha invitato infine a considerare l’aderenza una vera e propria variabile strategica della sostenibilità sanitaria: “Senza aderenza si riduce l’efficacia, si disperde valore e si indebolisce l’impatto dell’innovazione”.
La nuova sezione “Aderenza in HIV”
La sezione “Aderenza in HIV” è pensata come uno strumento digitale di approfondimento che restituisce ai clinici e alle persone con HIV una fotografia aggiornata del contesto italiano, mettendo a sistema raccomandazioni internazionali, evidenze scientifiche e percezioni reali di medici e pazienti. La sezione è disponibile al link: https://viivhealthcare.com/it-it/fermare-hiv/aderenza/
Riguardo a ViiV Healthcare
ViiV Healthcare, società del gruppo GSK, è l’unica azienda al mondo completamente focalizzata sulla lotta, prevenzione e trattamento dell’HIV. Fondata nel 2009, ViiV è presente in Italia con una sede direzionale a Verona e collabora strettamente con il sistema sanitario nazionale, i centri di ricerca, le istituzioni locali e le associazioni di pazienti. Scopri di più su www.viivhealthcare.com
Riguardo GSK
GSK è un’azienda biofarmaceutica globale con l’obiettivo di unire scienza, tecnologia e talento per affrontare insieme la lotta alle malattie. Scopri di più su www.gsk.com
Materiale destinato ai media – Il presente materiale ha finalità informativa per la stampa, non è promozionale, e come tale non ricade nell’ambito di applicazione del D.Lgs. 219/06.
Riferimenti bibliografici
- The Global AIDS Strategy for 2026–2031: United Towards Ending AIDS. Geneva: Joint United Nations Programme on HIV/AIDS; 2026. Licence: CC BY-NC-SA 3.0 IGO. Pag 2, 3, 106. file:///C:/Users/sm253322/OneDrive%20-%20GSK/Desktop/2026%E2%80%932031_Global-AIDS-Strategy.pdf
- Caruso E, Cattelan A, Esposito V, Rusconi S, Russo D. Retention in treatment e retention in care in HIV: analisi del contesto italiano e prospettiva multi-stakeholder. Medical Update 15 giugno 2026. Pag. 13, 8, 23. https://medicalupdate.it/media/xzgjl5hj/viiv_medicalupdate_04.pdf
- Moschese D, Cossu MV, Cascio M, Gotti D, Capoferro E, Bendall T, Hwang T, Okoli C, Appiah A, Nwokolo N, Patel R. Suboptimal Adherence and Health Concerns in People With HIV Taking Antiretroviral Treatment in Italy: Results From the Positive Perspectives 3 Study. 18th Italian Conference on AIDS and Antiviral Research; May 20-22, 2026; Catania, Italy. P84. https://www.icar2026.com/USBposter2026/pdfViewer.php?f=/download/poster4You/poster/P84.pdf&idA=275
da ilpuntosalute | 5 Mag, 2026 | Informazioni mediche
- Disponibile anche in Italia il nuovo dispositivo di somministrazione del Fentanyl spray nasale che integra un sistema elettronico di sicurezza e controllo delle dosi per ridurre il rischio di sovradosaggio accidentale, abuso o uso improprio1
- Gli esperti: curare il dolore è una priorità clinica ed etica, il Fentanyl resta una risorsa insostituibile per garantire qualità di vita e qualità della cura
Milano, 26 febbraio 2026 – Quasi un paziente oncologico su due (44%) convive con il dolore, una condizione che può manifestarsi in tutte le fasi della malattia e persistere anche dopo la guarigione, incidendo in modo significativo sulla qualità di vita, sull’aderenza alle terapie antitumorali e, quindi, sulla stessa sopravvivenza. Accanto al dolore cronico, circa il 70% dei pazienti è colpito dal cosiddetto Dolore Episodico Intenso (Breakthrough Cancer Pain, BTcP): crisi improvvise di dolore, di breve durata, ma molto intense, che si sovrappongono al dolore di base anche quando questo è ben controllato, e che richiedono interventi tempestivi e mirati.
Per questi pazienti il Fentanyl, grazie all’elevata potenza analgesica, alla rapidità d’azione e alla breve durata d’effetto, rappresenta una molecola insostituibile, con efficacia e sicurezza documentate da oltre sessant’anni di pratica clinica.
Oggi, anche in Italia, la sua somministrazione può contare su un ulteriore livello di protezione: un sistema elettronico di sicurezza integrato nel dispositivo spray nasale1, dotato di un contadosi digitale e di un meccanismo di blocco tra una somministrazione e l’altra che minimizzano il rischio di sovradosaggio accidentale, abuso o uso improprio.
L’innovazione è stata presentata oggi a Milano durante l’evento “Gestione del dolore oncologico e oppiacei: tecnologia e innovazione per la sicurezza dei pazienti”, promosso da Istituto Gentili. Gli esperti hanno ribadito un messaggio chiaro: proteggere il valore terapeutico del Fentanyl e garantire l’accesso alla terapia quando è clinicamente indicata significa assicurare qualità di vita, continuità delle cure oncologiche e diritto a non soffrire.
Il dolore è un’esperienza che accompagna tutte le fasi della malattia oncologica, direttamente legata al tumore (70% dei casi) o ai trattamenti ricevuti (20%). Può compromettere l’aderenza alle cure, incidere sugli esiti terapeutici e generare stress emotivo, isolamento, depressione, modificando profondamente la quotidianità e le relazioni familiari e sociali. Le crisi di dolore sono spesso imprevedibili, e possono essere scatenate da un movimento, un colpo di tosse o da procedure mediche come il cambio di una medicazione: episodi brevi, ma intensissimi, che irrompono nella vita del paziente e ne minano equilibrio e serenità.
“Sfatiamo il mito che il dolore riguardi solo il fine vita: il 40% dei tumori viene diagnosticato proprio perché esordisce con il dolore, che continua a manifestarsi anche nel 30% dei lungo-sopravviventi”, afferma Arturo Cuomo, Direttore S.C. Anestesia, Rianimazione e Terapia Antalgica, Istituto Nazionale Tumori – IRCCS Fondazione Pascale di Napoli. “Il dolore episodico intenso impatta sulla qualità di vita al pari, se non più, del dolore continuo e richiede un approccio dedicato. È centrale il concetto di cure simultanee: trattare i sintomi mentre si cura il tumore, come indicato nel Piano Oncologico Nazionale. Una presa in carico precoce e appropriata significa ridurre la sofferenza, migliorare l’aderenza alle cure oncologiche e contribuire alla sopravvivenza”.
Il Fentanyl appartiene ai cosiddetti ‘oppioidi forti’ del ‘terzo gradino’ della scala analgesica OMS ed è raccomandato dalle linee guida nazionali e internazionali come prima opzione nel trattamento del dolore da cancro moderato-severo. Le linee guida AIOM ne indicano l’utilizzo per via transmucosale nel controllo del Breakthrough Cancer Pain.
“Gli oppiacei sono farmaci di prima linea nel trattamento del dolore oncologico per la loro elevata efficacia analgesica: agiscono sui recettori mu oppioidi inibendo la trasmissione degli stimoli dolorosi”, spiega Diego Fornasari, Professore ordinario di Farmacologia all’Università di Milano e Presidente AISD (Associazione Italiana per lo Studio del Dolore). “Il Fentanyl ha una potenza analgesica circa 100 volte superiore alla morfina ed è efficace e sicuro nelle diverse tipologie di dolore associate al cancro. Grazie alla sua liposolubilità, che gli permette di attraversare facilmente le membrane cellulari, può essere somministrato per via transdermica o transmucosale, inclusa quella nasale, particolarmente indicata nel Dolore Episodico Intenso. L’innovazione dei dispositivi consente oggi di rafforzare ulteriormente i livelli di sicurezza”.
“Il Dolore Episodico Intenso, anche se di breve durata, può risultare devastante”, sottolinea Vittorio Guardamagna, Direttore della Divisione Cure Palliative e Terapia del Dolore dello IEO. “La peculiarità dello spray nasale è che consente al Fentanyl di entrare rapidamente in circolo, con una velocità d’azione paragonabile alla somministrazione endovenosa, ed è indicato anche nei pazienti con difficoltà di deglutizione. Ulteriore vantaggio è che viene metabolizzato rapidamente e tende a non accumularsi in circolo. Oggi alla rapidità possiamo associare un ulteriore livello di sicurezza grazie al nuovo dispositivo, che impedisce al paziente erogazioni ravvicinate e riduce il rischio di usi impropri fuori dall’ambito medico. È un esempio concreto di come la tecnologia possa supportare la pratica clinica e la sicurezza del paziente”.
In un contesto in cui il dibattito sugli oppiacei è spesso segnato da timori e semplificazioni, gli esperti hanno ribadito la necessità di distinguere tra uso terapeutico e abuso, per rafforzare la fiducia nel loro impiego in ambito clinico, dove prescrizione e controlli avvengono secondo criteri rigorosi.
“Nel paziente oncologico l’obiettivo è alleviare una sofferenza reale e invalidante”, dichiara Franco Marinangeli, Professore ordinario di Anestesia e Rianimazione all’Università dell’Aquila. “La Legge 38 ha sancito il diritto alla cura del dolore: non utilizzare farmaci efficaci quando indicati non è etico. Gli oppiacei restano uno strumento terapeutico fondamentale. La sfida è coniugare efficacia e sicurezza attraverso un uso appropriato e personalizzato sulle caratteristiche cliniche del paziente e sulla tipologia di dolore. È prioritario investire nella formazione dei medici e nell’organizzazione delle reti della terapia del dolore e delle cure palliative. L’innovazione tecnologica rappresenta un ulteriore strumento per rafforzare appropriatezza, sicurezza e fiducia”.
“Con questa tecnologia innovativa rafforziamo il nostro impegno a mettere a disposizione di medici e pazienti soluzioni terapeutiche di qualità, efficaci e sicure”, afferma Matteo Bonfatti, Direttore Generale di Istituto Gentili. “Il dolore è un’esperienza che coinvolge la persona nella sua interezza: accompagnare i pazienti lungo tutto il percorso di cura, con un approccio integrato, significa contribuire in modo concreto a migliorare la loro qualità della vita”.
Fonte: https://valuerelations.it/media-brief-gestione-del-dolore-oncologico-e-oppiacei/
da ilpuntosalute | 15 Apr, 2026 | Informazioni mediche
Milano, 31 marzo 2026 – Sono state presentate oggi a Milano, nella Torre PwC, le edizioni 2026 di Exposanità e Cosmofarma Exhibition, le più autorevoli manifestazioni in ambito salute, in grado di offrire un’analisi dettagliata del mondo della sanità e della farmacia. I rispettivi programmi scientifici offriranno infatti, a un pubblico di esperti, e non solo, numerose occasioni di approfondimento e conoscenza, dello stato di salute, delle criticità e delle possibili soluzioni di due settori fondamentali per l’intero sistema Paese.
Exposanità, la biennale dedicata al panorama sanitario e sociosanitario, si svolgerà a BolognaFiere dal 22 al 24 aprile. Planning Solutions è il tema scelto: ci si concentrerà sul ruolo imprescindibile delle nuove tecnologie per la tenuta del Servizio sanitario nazionale e delle risorse umane che restano determinati per assicurare qualità ed efficienza. Sono già in programma oltre 200 convegni e workshop, 16 iniziative speciali, 5 saloni tematici (hospital, horus, diagnostica, sanità digitale e terza età); 350 le aziende previste.
Cosmofarma Exhibition, evento annuale dedicato al mondo della farmacia, dell’health care e del beauty care, si svolgerà invece, sempre a BolognaFiere, dall’8 al 10 maggio. Regeneration/NewGeneration è il suo focus: dal concetto di rigenerazione come atto di rinnovamento, al confronto tra generazioni di farmacisti, fino all’apporto delle nuove tecnologie, con l’obiettivo di affrontare le sfide della farmacia del futuro e di un settore di mercato che è uno dei più importanti in Italia. Il programma scientifico conta oltre 100 convegni e più di 300 relatori, circa 400 le aziende presenti.
Ad aprire la conferenza stampa Alessandra De La Ville Sur Illon, direzione personale, Affari Legali e Societari BolognaFiere: “Exposanità e Cosmofarma rappresentano due piattaforme complementari attraverso cui BolognaFiere con Bos interpreta l’evoluzione del sistema salute, mettendo in connessione filiere, competenze e innovazione. Da un lato, Exposanità affronta le grandi sfide della sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale, valorizzando il contributo delle tecnologie, dei professionisti e dei modelli organizzativi; dall’altro, Cosmofarma interpreta la trasformazione della farmacia, sempre più presidio territoriale di salute e punto di riferimento per le comunità. In un contesto caratterizzato da profondi cambiamenti demografici, sociali e tecnologici, il nostro ruolo è quello di costruire ecosistemi di confronto e sviluppo che favoriscano l’integrazione tra pubblico e privato, tra industria e servizi, tra esperienza e nuove generazioni. BolognaFiere si conferma così hub internazionale capace di abilitare innovazione, generare valore per le imprese e contribuire concretamente all’evoluzione del sistema sanitario e sociosanitario.”
Andrea Fortuna, partner PwC Italia, Healthcare Pharmaceuticals & Life Sciences Leader, nella sua presentazione introduttiva, ha poi specificato: “Secondo la PwC CEO Survey, i CEO italiani del settore della salute vedono il cambiamento tecnologico come la principale minaccia ma anche opportunità per la competitività, e considerano come loro prima preoccupazione la rapidità con cui stanno trasformando le proprie aziende per tenere il passo con l’innovazione digitale e le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale (IA). L’ IA in sanità è già realtà, ma la sua adozione resta limitata e spesso ancora sperimentale, con benefici economici ancora insoddisfacenti, frenata non solo da aspetti tecnologici ma soprattutto da fattori organizzativi e da carenza di competenze. Integrare visione strategica, governance, tecnologia e competenze diventa quindi essenziale per far entrare strutturalmente e in modo diffuso IA e innovazione nei processi sanitari sia clinici sia amministrativi, supportare l’attività dei professionisti, migliorare la cura e i servizi per i pazienti, nonché essere una leva di sostenibilità del sistema sanitario.”
I lavori sono poi proseguiti entrando nel vivo del comparto della Sanità e della Farmacia, il primo dei quali introdotto dal past president AISIS Alberto Ronchi, che ha aperto una riflessione sul futuro del settore dopo la stagione caratterizzata dai fondi del Pnrr: “Il Pnrr è stata una importante occasione per le strutture sanitarie pubbliche per recuperare terreno e innovare con soluzioni di sanità digitale. È stato però anche uno sforzo molto contenuto nel tempo che ha creato difficoltà di implementazione sia sul fronte delle strutture sia dei partner industriali. Si apre ora una fase di consolidamento e maturazione, che deve necessariamente coinvolgere anche il mondo privato accreditato e non, il cui contributo all’ecosistema digitale è fondamentale”.
Claudio Garbelli, coordinatore gruppo di lavoro nazionale ANMDO “Ospedale che vaccina”, ha invece sottolineato: “A Exposanità, porteremo tra le altre cose due temi fondamentali per la sostenibilità e il futuro del sistema: il primo, che verrà presentato tramite un position paper dedicato, è quello di una strategia vaccinale integrata per la prevenzione di influenza, Covid-19, pneumococco e Rsv. Il secondo tema è quello della sanificazione e disinfezione ambientale nelle strutture sanitarie e socio-assistenziali: un pilastro fondamentale per la sicurezza delle cure e strumento indispensabile per la prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza.”
Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI, ha poi aggiunto: “Il tema della digitalizzazione, al centro di questa edizione, è molto caro alla FNOPI, che già dal 2023 si è espressa con un position paper in merito. Nel documento si evidenzia la necessità di evolvere i sistemi di cura sfruttando la tecnologia e la progettazione delle tecnologie digitali a beneficio delle persone assistite e dei professionisti. Occorre lavorare per colmare le fragilità dei cittadini nell’ottica di una risposta ai bisogni di salute sempre più prossima. Di sanità digitale e benessere dei professionisti parleremo nei due convegni organizzati dagli OPI dell’Emilia-Romagna il 22 e 23 aprile e per la prima volta, insieme alla Federazione, per tutta la durata della fiera, sarà presente la Fondazione Infermieri, nata su impulso della FNOPI e dedicata allo sviluppo scientifico, culturale e sociale delle professioni infermieristiche in Italia”.
La sessione dedicata alla farmacia è stata aperta dal presidente FOFI, Andrea Mandelli, che ha ricordato come “Cosmofarma sia una manifestazione sempre molto attesa dalla comunità dei farmacisti: un’occasione di incontro, confronto e arricchimento per tutta la professione, per riflettere insieme sulle tematiche più attuali legate al ruolo del farmacista all’interno del sistema salute”, ha dichiarato il presidente della Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani. “Il claim di questa edizione, Regeneration – NewGeneration, riflette il senso più profondo della nostra professione: una comunità che affonda le proprie radici in una tradizione solida e riconosciuta, ma che è al tempo stesso capace di rinnovarsi, evolvere e trasmettere valore alle nuove generazioni. Dalla tre giorni di Cosmofarma ci aspettiamo spunti di riflessione importanti per continuare a proiettare lo sguardo al futuro e valorizzare una professione sempre più vicina ai bisogni di salute dei cittadini”.”
Sulla stessa linea, il presidente nazionale di Federfarma, Marco Cossolo: “Il claim di questa edizione di Cosmofarma, Regeneration/NewGeneration, coglie una delle principali peculiarità della farmacia di comunità, profondamente radicata sul territorio e capace di rinnovarsi per rispondere con tempestività ed efficienza alle esigenze di salute e benessere di una popolazione sempre più longeva. Con la stabilizzazione dei servizi la rete delle farmacie italiane consolida le proprie radici nel Servizio sanitario nazionale e si dirama, proprio come l’albero-simbolo di quest’anno, per portare il farmaco e i servizi sul territorio, vicino al cittadino, favorendo un equo accesso alla salute. Cosmofarma si conferma un momento ricco di spunti di riflessione su questi importanti temi grazie alle numerose opportunità di confronto con Istituzioni, stakeholder, Associazioni e altri operatori sanitari”.
Luigi D’Ambrosio Lettieri, presidente della Fondazione Francesco Cannavò, in coerenza con la propria missione, ha rinnovato il proprio impegno nel sostenere la crescita scientifica e tecnico-professionale dei farmacisti, contribuendo a consolidare un modello di farmacia sempre più orientato alla qualità delle prestazioni, all’appropriatezza e alla centralità del paziente, per poi aggiungere: “In un sistema sanitario che evolve verso modelli assistenziali sempre più territoriali e integrati, il farmacista è chiamato a svolgere un ruolo sempre più qualificato e responsabile. Cosmofarma 2026 rappresenta un momento utile per consolidare una visione comune e rafforzare le competenze necessarie ad affrontare il futuro della professione e il processo di evoluzione della governance sanitaria”.
Infine, il messaggio inviato da Eugenio Leopardi, presidente Utifar, ha sottolineato l’importanza dello switch fra una generazione e l’altra, perfettamente in linea con il claim della manifestazione di quest’anno: “Come Utifar guardiamo alla ventinovesima edizione di Cosmofarma come a un momento chiave per riflettere sul futuro della professione. Il tema Regeneration/NewGeneration interpreta con lucidità un passaggio che non è solo anagrafico, ma profondamente culturale e organizzativo: la farmacia è chiamata a rinnovarsi, senza perdere il valore della propria storia. Il nostro impegno è accompagnare questa transizione, valorizzando il patrimonio di competenze costruito nel tempo e sostenendo una nuova generazione di farmacisti sempre più protagonista nella sanità territoriale e nella farmacia dei servizi. Cosmofarma, in questo senso, rappresenta il luogo ideale dove questa evoluzione può essere condivisa e discussa”.
Ivo A. Nardella, presidente e AD Gruppo Tecniche Nuove, ha sottolineato l’importanza di una corretta informazione in ambito sanitario e farmaceutico: “Oggi il tema del paziente informato rappresenta una sfida cruciale che va affrontata con attenzione e responsabilità. Se da un lato l’accesso diffuso alle informazioni sanitarie attraverso strumenti digitali offre nuove opportunità di consapevolezza, dall’altro pone interrogativi importanti sulla qualità e sull’affidabilità delle fonti consultate. Non sempre, infatti, è possibile verificare l’origine delle informazioni a cui il paziente accede, né il livello di validazione scientifica dei contenuti. Gran parte della letteratura medico-scientifica è regolamentata e spesso non immediatamente accessibile al pubblico, con il rischio che circolino informazioni parziali, semplificate o non certificate. Per questo motivo, è fondamentale accompagnare i cittadini in un percorso di educazione alla corretta informazione, promuovendo una maggiore consapevolezza sull’importanza delle fonti. È necessario ribadire che non tutto ciò che si trova online o sui dispositivi mobili può essere considerato attendibile. Diventa quindi prioritario investire nella formazione dell’utente finale — pazienti di tutte le età, inclusi quelli meno giovani ma sempre più digitalizzati — fornendo strumenti utili per orientarsi tra le informazioni disponibili, riconoscere le fonti autorevoli e sviluppare un approccio critico e informato. Solo attraverso un impegno condiviso tra istituzioni, professionisti sanitari e cittadini sarà possibile trasformare l’accesso all’informazione in un reale valore per la salute pubblica”.
La presentazione di Exposanità e Cosmofarma è entrata nel vivo con l’intervento di Marilena Pavarelli, project manager di Exposanità: “Ci siamo lasciati due anni fa con il claim di Exposanità 2024 che recitava ‘Ci sta a cuore chi cura’. Reduci dalla pandemia volevamo soprattutto rafforzare l’idea che senza un capitale umano formato, appassionato e dedicato alla cura, i servizi sanitari e sociosanitari non reggono. Il claim 2026 è Planning Solutions, ossia trovare soluzioni, soprattutto grazie alle nuove tecnologie. Siamo consapevoli che le nuove tecnologie rappresentano una delle chiavi di volta in grado di raggiungere le soluzioni sia per il mondo della sanità, sia per il mondo del socio-sanitario. Sono ancora tanti i punti critici che dobbiamo affrontare per avere veramente una sanità efficace. La sostenibilità economica, la necessità di avvicinarsi a cittadini che hanno esigenze di salute sempre più nuove e complesse, oltre che raggiungere una sempre più funzionale organizzazione territoriale. Di tutto questo parleremo ad Exposanità 2026, senza ovviamente trascurare il ruolo fondamentale del capitale umano.”
Per Cosmofarma, Francesca Ferilli, AD e direttore generale BOS, impossibilitata a partecipare in presenza, con un collegamento da remoto ha voluto portare i suoi saluti a tutti e i suoi ringraziamenti, prima di passare la parola a Roberto Valente, consigliere delegato BOS: “L’obiettivo di Cosmofarma è da sempre quello di essere un punto di riferimento per la comunità dei farmacisti e in generale per il mondo della farmacia. Per corrispondere a questo obiettivo ci impegniamo a individuare argomenti nuovi, capaci di creare interesse, e stimolare crescita e sviluppo. Con il claim dell’edizione 2026 di Cosmofarma, Regeneration/NewGeneration, intendiamo focalizzare l’attenzione sul passaggio generazionale, un tema molto sentito in farmacia. Ci sta a cuore lo sviluppo e il futuro della farmacia e condividiamo questo valore con una grande comunità di farmacisti, che da sempre segue con interesse i lavori di Cosmofarma. Il concetto di Re/New esprime bene la necessità di rinnovamento e innovazione perché, come dico sempre, non si può guidare un’auto guardando lo specchietto retrovisore. Il mondo cambia, bisogna stare al passo del cambiamento”.
Infine, spazio è stato dedicato al mercato dei cosmetici e al retail farmaceutico, con al centro sempre la farmacia, sempre più orientata ai servizi al cittadino: “La farmacia si conferma un punto di riferimento imprescindibile per i consumatori di cosmetici, come attestano i dati del 2025: con un valore di oltre 2,2 miliardi di euro e una crescita del 2,5%, questo canale si consolida al secondo posto nel mercato beauty in Italia – ha illustrato Luigi Corvi, presidente del Gruppo Cosmetici in Farmacia di Cosmetica Italia– Associazione nazionale imprese cosmetiche –. La domanda si concentra in particolare sui prodotti per la cura di viso e corpo, inclusi i solari. Questo successo ribadisce il ruolo della farmacia come presidio sul territorio per rispondere a esigenze specifiche di salute, protezione e benessere attraverso un’offerta che punta su innovazione e altissima qualità”.
Mentre Claudia Rocco, senior director, Offering & Operations IQVIA Italia ha evidenziato la crescita del mercato e la crescente centralità della farmacia come punto di riferimento: “Nel 2025 il mercato retail farmaceutico italiano cresce del 4% a valore, spinto da mix e aumento dei prezzi. La farmacia rafforza il proprio ruolo centrale nel sistema salute grazie alla crescita del farmaco etico e all’innovazione terapeutica. Anche i consumatori mostrano aspettative crescenti nei confronti della stessa, chiamata a evolvere nella direzione di vero e proprio hub di salute, offrendo consulenza, servizi e prossimità territoriale.”
da ilpuntosalute | 8 Nov, 2024 | Informazioni mediche
oggi è stato presentazione il Libro Bianco AISF 2024: “Le malattie epatiche: definizione di ambiti e interventi per un approccio integrato”.
Il documento offre una panoramica completa sulle malattie epatiche, trattando l’individuazione delle principali patologie e delle relative terapie. Analizza le necessità dei pazienti e l’inquadramento normativo e organizzativo, fornendo raccomandazioni concrete per migliorare il percorso di cura e la gestione della patologia, supportate dall’analisi dei dati raccolti e trattati.
In allegato il comunicato stampa.
Al seguente link il Libro Bianco in formato integrale: https://www.webaisf.org/wp-content/uploads/2024/11/LIBRO-BIANCO-AISF-2024.pdf
da ilpuntosalute | 6 Mag, 2020 | Informazioni mediche
L’Unità di Epidemiologia dell’Istituto di Tecnologie Biomediche del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) sta conducendo un’indagine epidemiologica nazionale sull’infezione da COVID-19…
Leggi: https://ec.europa.eu/eusurvey/runner/EPICOVID19_CNR
da ilpuntosalute | 3 Apr, 2020 | Informazioni mediche
Una notizia ripresa dalla televisione “Iran International TV”, di Londra, affermerebbe che il Ministero di Salute Cinese e quello iraniano hanno dichiarato che la loro medicina tradizionale ha aiutato a controllare e curare i pazienti affetti da CoronaVirus.
Ecco il link https://youtu.be/QD9GfhEN4_g
Su IRIB 3, una tv nazionale dell’Iran, la notizia: “Gli scienziati hanno riferito che il virus resta in aria per diverse ore” e inoltre, “In una città nell’est dell’Iran un medico di medicina persiana, con le sue ricette ha curato pazienti di Coronavirus e in 2 settimane si sono registrati solo 2 decessi in quell’ospedale”.
Ecco il link https://youtu.be/WOtPMKv5ybo
Sulla base della medicina persiana posso consigliare delle ricette per rafforzare il sistema immunitario.
Ogni sera un cucchiaino di cumino nero. Il cumino nero è molto amaro ma deve essere masticato al momento e subito dopo assumere un cucchiaio di miele. Ma anche miele e 2 dita di una grappa che abbia più del 40% di alcool, ma non superare questa dose. Ovviamente questa ricetta non è consigliata per chi ha problemi di fegato.
Per chi ha problemi respiratori e ai polmoni consiglio quello che tradotto letteralmente si chiama “sciroppo di miele”: 2 / 3 cucchiai di melissa insieme a 5 max 7 cucchiai di miele (deve essere quasi mezzo litro tra melissa e miele) e far bollire il tutto in un litro d’acqua mescolando fino a quando buona parte dell’acqua vaporizza e il composto resta concentrato (quasi un litro), poi assumerne alcune gocce. Un’altra alternativa possono essere i tè: di menta, di timo con cannella, di finocchi, di zenzero con cannella e miele, assunti durante il giorno più di 4 volte. Per i pazienti con problemi di cuore, al tè vanno aggiunte: acqua di rosa e cannella.
Poi ancora il succo di carote. E molte altre vitamine. Per esempio quelle che contengono i datteri indiani. Sono di colore rosso e consiglio di metterne 4-5 in una teiera con l’acqua a più di 80 gradi. Dopo 15 minuti si può bere e più rimane nell’acqua e più gli enzimi vengono rilasciati nell’acqua.
Evitate però magnesio e zinco. E il principio attivo: ibuprofene.
Per abbassare la febbre: aceto di mela o alcool sulla testa, sulle braccia e dal ginocchio in giù.
E per la dieta dei pazienti affetti da tutte le tipologie di influenze e coronavirus, suggerisco di eliminare: yogurt, pomodori, cetrioli e prosciutto. Perché in medicina persiana sono di natura fredda.
Aggiungere nell’alimentazione zuppa di cipolle rosse con aglio, zenzero, olio di sesamo, il tutto speziato con timo e curry.
Ho pensato anche a una maschera. Alla maschera di un noto brand francese ho apportato delle modifiche aggiungendo due filtri che distruggono il virus e ricerco un investitore e/o partner con capacità finanziarie e tecniche.
Babak Monazzami
Babak Monazzami è nato a Khorram Abad, in Persia. Si occupa di Medicina Tradizionale Persiana (TIM) e Babilonese. I suoi consigli sono basati sulla medicina persiana, cinese, fisioterapia, psicologia.
Tra il 2008 e 2009 tiene seminari su sport-psicoterapia per giovani rifugiati provenienti da paesi con conflitti e bambini-soldato con depressione borderline, con la collaborazione del dottor Filippo Petrogalli e del dottor Italo Siena, direttore e fondatore del centro Il Naga, a Milano.
Nel 2009 e 2010 ha tenuto seminari sulla psicologia e sulla medicina persiana rivolti agli studenti di psicologia all’Università degli Studi di Milano Bicocca.
Dal 2015 al 2017 ha praticato la medicina persiana presso uno studio privato di Medicina Generale e Tradizionale a Dusseldorf, in Germania.
Per diffondere la medicina persiana negli stessi anni, in seminari rivolti ai medici e agli “heilpraktiker”, ha illustrato soluzioni alternative per varie malattie. A differenza del medico convenzionale, lo Heilpraktiker utilizza metodi naturali quali Omeopatia, Fitoterapia, Agopuntura, Osteopatia/Chiropratica, Kinesiologia, Aromaterapia, Ipnosi, Medicina Cinese, Medicina Quantistica, Metodi di Disintossicazione.
Heilpraktiker è una parola tedesca che significa ‘Colui che pratica la Guarigione’.
da ilpuntosalute | 24 Mar, 2020 | Informazioni mediche
La preoccupazione principale delle pazienti in gravidanza è quella di poter trasmettere il virus al feto in caso di positività. Gli studi riguardanti la trasmissione verticale del virus, cioè dalla madre al feto, non sono ancora del tutto conclusi, ma sono indicativi di assenza di passaggio transplacentare del SARS-CoV-2, la sigla corretta che indica il coronavirus di cui tanto si parla. Allo stato attuale, i dati presenti in letteratura confermano un’assenza di trasmissione verticale madre-feto a partire dal secondo trimestre di gravidanza, ma al momento non vi sono dati relativi all’eventuale interferenza dell’infezione da coronavirus nel primo trimestre di gravidanza. Un recentissimo1 studio condotto in Cina e pubblicato su The Lancet , riporta i primi 19 casi di donne in gravidanza e neonati da madri con sintomatologia clinica da COVID-19 e sappiamo che il virus non è stato rilevato nel liquido amniotico o nel sangue neonatale prelevato da cordone ombelicale. 2Ne è recente conferma anche un caso di neonato a Piacenza, nato negativo da madre positiva. Un ulteriore studio, pubblicato da The Lancet nel Vol. 395 del 7 marzo 20203, afferma che nei due casi di infezione neonatale verificatisi in Cina, registrati 17 giorni e 36 ore dopo la nascita, vi è stato, rispettivamente, nel primo caso un contatto diretto con persone positive al coronavirus (la madre e la caposala del reparto maternità), mentre nel secondo caso un contatto diretto non può essere escluso. Al contempo, lo studio rileva che non vi è al momento evidenza di trasmissione verticale da mamma a bambino.
In ogni caso, le donne in gravidanza sono considerate una popolazione suscettibile di infezioni respiratorie virali, anche per quanto riguarda la semplice influenza stagionale. Per questa ragione il consiglio, sia per loro sia per le persone che vivono a loro stretto contatto, è quello di seguire il più scrupolosamente possibile il Decalogo Coronavirus emanato dal Ministero della Salute e le norme dettate dal buonsenso: lavandosi e disinfettandosi spesso le mani, evitando il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute, erestando rigorosamente a casa, a meno che lo spostamento non sia strettamente necessario, evitando di frequentare luoghi affollati. Anche in questo caso, che la gravidanza si sia ottenuta con metodi naturali o mediante procreazione assistita, i comportamenti da tenere sono esattamente gli stessi.
Le preoccupazioni legate alla possibilità di contagio non terminano con la nascita del bambino, ma continuano durante l’allattamento. Non vi sono al momento evidenze di trasmissibilità del virus attraverso il latte materno e il virus non è stato rilevato già nel latte raccolto dopo la prima poppata, detto colostro, delle donne affette. 4Di conseguenza, date le informazioni scientifiche attualmente disponibili e il notevole ruolo protettivo del latte materno, gli specialisti ritengono che, nel caso di donna con sospetta o confermata infezione da coronavirus, se le condizioni cliniche lo consentono e nel rispetto del suo desiderio, l’allattamento possa essere avviato e mantenuto direttamente al seno o con biberon.
La cosa fondamentale, durante l’allattamento, è ovviamente la protezione del neonato dal possibile contagio. Per ridurre il rischio di trasmissione al bambino, si raccomandano l’adozione delle procedure preventive come l’igiene delle mani e l’uso, durante la poppata, di dispositivi di protezione come mascherina e guanti in lattice usa e getta, secondo le raccomandazioni del Ministero della Salute. Nel caso in cui madre e bambino debbano essere temporaneamente separati, è possibile aiutare la madre a mantenere la produzione di latte attraverso tiralatte, che dovrà essere effettuata seguendo le stesse indicazioni igieniche, e la somministrazione al bambino attraverso biberon.
In caso di positività al virus, sarà il medico a valutare eventuali controindicazioni all’allattamento derivanti da terapie farmacologiche in atto. Fortunatamente viviamo in un Paese dotato di un Sistema Sanitario che rappresenta un’eccellenza a livello internazionale e che ha risposto in maniera pronta, competente ed efficace a questa nuova sfida che ci si impone. Confidiamo nel fatto che a breve questo periodo di emergenza, sebbene stia richiedendo un importante sacrificio a tutti i livelli, possa diventare un lontano ricordo per i nostri pazienti.
Dottor Mario Mignini Renzini
1 “Clinical characteristics and intrauterine vertical transmission potential of COVID-19 infection in nine pregnant women: a retrospective review of medical records”, The Lancet, 12/2/2020
2 Istituto Superiore di Sanità, 27/2/2020: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-gravidanza-parto- allattamento
3 “What are the risks of COVID-19 infection in pregnant women?”, The Lancet, Vol. 395, 7/3/2020
4 Istituto Superiore di Sanità, 27/2/2020: https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-gravidanza-parto- allattamento
Dottor Mario Mignini Renzini
Professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Milano-Bicocca; referente medico per gli aspetti clinici dei centri Eugin in Italia e responsabile del Centro di Procreazione Medicalmente Assistita della Casa di Cura La Madonnina di Milano, parte del Gruppo San Donato.
da ilpuntosalute | 16 Dic, 2019 | Informazioni mediche
UNA RICERCA DI “ITALIAN HEALTH POLICY BRIEF” METTE IN EVIDENZA LA CARENZA DI PERCORSI STRUTTURATI PER LA GESTIONE DEL PAZIENTE: SU 71 STRUTTURE DI PRONTO SOCCORSO SOLO IL 48% HA UN PROTOCOLLO INTERNO PER LA GESTIONE DEL SOGGETTO CON ASMA GRAVE.
MILANO, 7 NOVEMBRE 2019 – L’Asma Grave è una patologia fortemente invalidante che rimane spesso a lungo priva di un corretto inquadramento diagnostico. La European Respiratory Society (ERS) la descrive come un tipo di Asma che richiede un alto livello di trattamento per evitare che vada fuori controllo o come un tipo di Asma fuori controllo nonostante l’alto livello di trattamento. In Italia l’incidenza dell’Asma è pari al 4,5% della popolazione, ossia circa 2,8 milioni di persone; l’Asma Grave invece riguarda circa il 5-10% della popolazione complessiva di asmatici (fonte: Associazione Allergologi e Immunologi Italiani Territoriali e Ospedalieri-AAIITO).
“L’emersione della patologia è un problema rilevante ed il ritardo diagnostico comporta negative ripercussioni cliniche ed incremento di costi sociali ed economici tra cui perdita di giornate lavorative, frequenti riacutizzazioni, ripetuti accessi al Pronto Soccorso” è la considerazione sulle criticità offerte della patologia proposta da Fausto De Michele, Direttore della Pneumologia dell’ospedale Cardarelli di Napoli, “La disponibilità di nuove opzioni terapeutiche costituisce oggi una opportunità che bisogna garantire ai pazienti all’interno di un appropriato percorso diagnostico terapeutico. L’identificazione del paziente e la sua fenotipizzazione è prerogativa di Centri specialistici, ma l’accesso a tali centri può essere favorito dalla identificazione del sospetto clinico che si può generare, sia nel setting della Medicina Generale che nel setting del PS in caso di accessi per crisi di Asma”.
Per giungere ad offrire una fotografia fedele del setting del paziente con Asma Grave nel suo percorso di accesso, presa in carico e dimissione dal Pronto Soccorso nel nostro Paese la testata ITALIAN HEALTH POLICY BRIEF ha sviluppato la ricerca qualitativa ASMA GRAVE – DISEASE MANAGEMENT AND PATIENT FLOW IN PRONTO SOCCORSO, una survey basata su interviste face to face realizzate con 71 medici di Pronto Soccorso di tutto il territorio nazionale (24 in ospedali con PS semplice; 27 interviste con DEA di 1° Livello; 20 interviste con DEA di secondo livello).
Nella Ricerca IHPB-ALTIS emerge una grande variabilità nei modelli di gestione del paziente con asma grave: meno della metà dei PS (48%) ha definito un protocollo interno per la gestione del paziente con Asma Grave, solo il 38% ha definito un protocollo per il follow up e meno di un terzo degli ospedali (29%) ha un team multidisciplinare per il setting completo del paziente.
Nel confronto fra PS con protocollo per la gestione dell’Asma Grave (48% dei PS) e PS senza protocollo (62% dei presi in esame), emergono differenze significative negli outcome e nei modelli di gestione del paziente, a favore delle strutture con protocollo. Le differenze riguardano: il minor numero di riacutizzazioni e accessi al PS (2,48/2,72 vs 3,04/3,11); la maggiore percentuale di pazienti a cui viene prescritto un piano di follow up dettagliato in dimissione (61% vs 36%); la maggior percentuale di pazienti a cui viene impostato un trattamento in dimissione (83% vs. 77%); il minor utilizzo di corticosteroidi per via orale (OCS) nei trattamenti impostati in dimissione (39% vs 58%).
La ricerca IHPB-ALTIS ha quindi identificato alcuni “critical issues nella gestione del paziente con Asma Grave nei PS italiani” che possono essere così sintetizzati:
- – carenza di percorsi strutturati per la gestione del paziente con Asma severo in PS (presenti nel 48% delle strutture) e nel follow up (38% delle strutture);
- – carenza di team multidisciplinari (29% delle strutture);
- – carenza di una rete territorio-ospedale per la gestione specialistica del paziente con Asma Grave sul territorio (52% dei pazienti dimessi dal PS senza un piano di follow up, 26% dei pazienti inviati solo al MMG senza una presa in carico specialistica).
In compenso i dati raccolti nelle interviste al campione verso cui è stata rivolta la ricerca hanno registrato un impatto decisamente positivo sugli outcome (riacutizzazioni/ accessi al PS) e sui modelli di gestione del paziente (referral, prescrizione OCS in dimissione) della presenza di un protocollo per la gestione del paziente. La Ricerca IHPB-ALTIS mette in rilievo quanto sia fondamentale definire protocolli per la gestione del paziente con Asma Grave in Pronto Soccorso: infatti nei reparti dove sono stati definiti percorsi strutturati e dove sono presenti team multidisciplinari si rilevano outcome migliori dei pazienti, trattamenti più appropriati e una migliore presa in carico del paziente alla dimissione. Appare quindi fondamentale lavorare per implementare protocolli strutturati e favorire i team multidisciplinari in modo che il medico di PS possa gestire il paziente con Asma Grave con l’immediato supporto dello specialista e secondo percorsi condivisi.
“Affinché il paziente gestito in urgenza nel setting del Pronto Soccorso non si disperda sul territorio è necessario stratificare i pazienti in base ad alcuni parametri, per esempio se si tratti di un primo episodio o si si tratti di un paziente asmatico noto, oppure – in dimissione – se si tratta di risoluzione completa dei sintomi versus parziale remissione della sintomatologia”, precisa Francesco Rocco Pugliese, presidente SIMEU, “In base alla stratificazione di rischio possiamo quindi delineare i seguenti percorsi post dimissione dal PS: effettuazione della visita pneumologica contestuale all’accesso di PS; programmazione della visita pneumologica dopo la dimissione; programmazione di visita di follow-up presso il Medico di medicina generale. Quindi non dovrà essere il paziente a gestire la sua visita di controllo e la sua tempistica: tutto questo deve essere pianificato già al momento della gestione in PS, determinando una vera presa in carico del paziente è verosimile che il paziente diventi più aderente alla terapia e ai successivi controlli”.
La Survey ha indicato come il vero problema sia il follow-up territoriale del paziente dimesso dal Pronto Soccorso. Dal punto di vista dei pazienti, quali commenti possono essere proposti alle problematiche rilevate nella ricerca sviluppata dall’Italian Health Policy Brief? “I dati della Survey non ci hanno stupito”, precisa Simona Barbaglia, presidente dell’Associazione Respiriamo Insieme Onlus, “anzi hanno confermato le osservazioni che da anni rileviamo nel relazionarci con i pazienti affetti da Asma ed Asma Grave. Nei 5 anni di attività dell’Associazione abbiamo infatti riscontrato quanto il Pronto Soccorso sia un osservatorio privilegiato sulla patologia perché è un luogo di cura che, presto o tardi, per una crisi di difficile controllo a casa o per una crisi Grave, viene utilizzato da tutti i pazienti Asmatici. Proprio per questo potremmo dire che il PS è esattamente il luogo ideale per il corretto referral del paziente”.
Sarebbe auspicabile – hanno concordato i tre esperti intervenuti alla Conferenza Stampa, che i pazienti che accedono in PS con una specifica anamnesi e determinati sintomi che propendono per una possibile diagnosi di Asma Grave, siano dimessi solo dopo essere stati inviati al servizio specialistico dell’Ospedale per l’avvio di una corretta presa in carico. “Purtroppo – conclude Barbaglia – come i dati della Survey rilevano ed i nostri soci ci riportano, alla dimissione dal PS solo una percentuale molto piccola ha fatto il fondamentale passaggio verso lo specialista, mentre è solitamente prassi più comune stabilizzare i sintomi della crisi e rinviare al domicilio e al MMG. Si tratta di un passaggio che troppo spesso porta alla ‘perdita’ di una grande occasione per ingaggiare correttamente il paziente nella sua complessità. Il rapporto tra medico di emergenza-urgenza e MMG dovrebbe dunque comprendere inevitabilmente la triangolazione con lo specialista ospedaliero che valuta la gravità dell’Asma, dispone azioni ed interventi per la risoluzione della crisi oggetto della sua consulenza, ma soprattutto avvia la presa in carico specialistica che potrà garantire un adeguato percorso terapeutico ed un incremento dell’awareness e compliance del paziente”.
da ilpuntosalute | 5 Nov, 2019 | Benessere
Nella medicina tradizionale persiana la radice del capello è paragonata a una cipolla. Ha stessa forma e anche odore. Proprio come la cipolla ha bisogno di umidità e necessita di una determinata temperatura, e deve essere alimentata per crescere. Ha bisogno di vitamine, proteine e acidi per mantenere forte il capello e assicurargli una lunga vita.
Lo stress, un incidente, la fine emotivamente drammatica di una relazione, un intervento chirurgico, una repentina perdita di peso, gli steroidi anabolizzanti che usano alcuni atleti, qualsiasi trauma fisico o psicologico e persino una semplice influenza sono possibili ragioni per la caduta dei capelli.
La perdita dei capelli dopo un trauma fisico può verificarsi dai 2 e ai 6 mesi dopo l’evento.
In molti anni di ricerca e sperimentazione, ho testato che la nutrizione dei capelli può avvenire in 2 modi.
I capillari possono nutrirne le radici tramite un maggiore afflusso di sangue ottenuto in maniera naturale. Per questo suggerisco semplicemente di restare qualche minuto a testa in giù e con i piedi verso l’alto, anche un massaggio alla testa è molto efficace.
Poi consiglio la nutrizione con oli, erbe e piante. Olio di aglio, di rosmarino, di mandorle amare, di sesamo, di albero di tè, di ambla, di jojoba, camomilla, henné, foglie di pino argentato, solo per citare alcuni nomi. Ogni problematica e ogni tipologia di capello hanno il loro olio o la loro ricetta.
Le dosi e le indicazioni devono essere prescritte da uno specialista esperto di medicina tradizionale persiana.
Consiglio finale: una buona alimentazione ricca di proteine, ferro, vitamine E e B. Non possono mancare riso e alghe, e il controllo delle emozioni per evitare stress psicologici e fisici. Strofinare bene la cute al lavaggio e tenere sotto controllo le analisi del sangue e del capello tramite uno specialista. Evitare l’uso di colorazioni e prodotti chimici.

Le cause della caduta dei capelli sono varie:
Stress e tensione possono innalzare la temperatura della superficie cutanea della testa, il che influisce sulla caduta e sulla ricrescita: troppo calore assottiglia il capello, può provocare prima il diradamento e infine la perdita, che di solito si verifica nella parte anteriore della testa.
La soluzione? Esistono numerosi modi per rilassarsi tra cui la meditazione e lo yoga. E per ridurre l’infiammazione del cuoio capelluto si possono usare erbe come l’henné, il cedro e l’olio di violetta.
La variazione degli ormoni durante la gravidanza potrebbe provocare la caduta dei capelli, fenomeno che può continuare per qualche tempo dopo la nascita e l’allattamento del bambino. La buona notizia è che tanti di questi capelli ricresceranno in seguito.
Pillole anticoncezionali e menopausa: cambiare o interrompere le pillole anticoncezionali può causare la caduta. Anche i cambiamenti nell’equilibrio ormonale che si verificano durante la menopausa possono dare lo stesso effetto.
Quasi una donna su 10 di età compresa tra 20 e 49 anni soffre di anemia: affaticamento, mal di testa, vertigini, formicolio e freddo a mani e piedi.
La causa principale e più comune è la carenza di ferro.
Cosa fare? Analisi del sangue e integratori di ferro possono risolvere il problema. E aiutarsi con l’alimentazione: spinaci, legumi, ecc. Consiglio di utilizzare un mestolo di ferro per cucinare, in modo che durante la cottura rilasci ioni di ferro, più efficaci degli integratori che liberano, invece, solo molecole di ferro.
L’insufficienza di proteine.
Quando nella nostra alimentazione non consumiamo abbastanza proteine e per altri motivi di salute il nostro corpo non può assumere proteine o non le assimila, questa carenza viene recuperata dalle proteine immagazzinate nel capello che s’indebolisce e cade.
Cosa fare? Una buona alimentazione di proteine: carne, uova, pesce, frutta secca.
La tricotillomania. Un disturbo del comportamento di tipo ossessivo-compulsivo caratterizzato da un irrefrenabile impulso di tirare e strappare i capelli. Di solito inizia prima dei 17 anni ed è più comune negli uomini.
Perdita di capelli con over-forming. Modellare i capelli sempre allo stesso modo, proporre sempre la stessa acconciatura nel corso degli anni, prodotti chimici per allisciare o arricciare, gel, lavaggi frequenti con detergenti aggressivi, piastra, possono portare alla caduta dei capelli.
Fluidificanti del sangue, antidepressivi, farmaci per la pressione sanguigna (noti come beta-bloccanti), per il trattamento di malattie reumatiche e di alcune malattie della pelle, il litio (per il disturbo bipolare), antinfiammatori non steroidei (FANS) e altri particolari farmaci possono aumentare la perdita dei capelli.
Cosa fare?
Se il medico stabilisce che un farmaco causa la caduta dei capelli, è bene riduca la dose o la cambi.
L’Ipotiroidismo. La tiroide, una piccola ghiandola posta alla base del collo, secerne ormoni essenziali per il metabolismo, se non ne produce abbastanza avviene la caduta dei capelli.
Cosa fare?
I farmaci tiroidei risolvono il problema: quando la tiroide torna alla normalità la perdita dei capelli diminuisce.
Un basso livello di vitamina B. Cosa fare? Integratori e un cambiamento della dieta. Assumere le vitamine B che si trovano in pesce, carne, verdure amidacee e frutta non composta. Una dieta equilibrata ricca di frutta e verdura, di proteine magre e grassi buoni, come avocado e cereali, è benefica per la salute di corpo e capelli.
La carenza di vitamina E, che può essere compensata con capsule di vitamina E e con alimenti che la contengono: carote, avocado, mandorle, zucca, asparagi…
Il consumo eccessivo di vitamina A: in molti i casi è dimostrato che le persone che soffrono di perdita di capelli assumono integratori eccessivi di vitamina A.
Un’importante perdita di peso e la malnutrizione possono causare carenze di vitamine e minerali. La perdita dei capelli insieme a una significativa perdita di peso può anche essere causata da un disturbo alimentare come l’anoressia o l’eccesso di cibo.
La sindrome dell’ovaio policistico (PCOS, cioè Poly-Cystic Ovary Syndrome) è uno squilibrio negli ormoni sessuali maschili e femminili. Alti livelli di androgeni possono portare a cisti ovariche, aumento di peso, alto rischio di diabete, cambiamenti nelle mestruazioni, infertilità e perdita di capelli.
Il cuoio capelluto che non si riscalda abbastanza può bloccare la ricrescita dei capelli e talvolta provocarne la caduta nella parte posteriore della testa. La pelle secca del cuoio capelluto può influire sulla patologia perché può significare che il sangue non circola bene o che la pelle non ha abbastanza umidità. Bisogna quindi bere abbastanza ed effettuare un massaggio con oli consigliati da uno specialista in medicina tradizionale (olio di mandorle amare, di sesamo, di albero di tè, di ambla, di jojoba …).
Attraverso i miei studi ho riscontrato un’altra causa della caduta dei capelli in pazienti con problemi di fegato grasso per inattività fisica, perché trattengono le tossine.
Per disintossicarsi bisogna sudare per espellere le tossine, altrimenti queste potrebbero essere eliminate attraverso i pori della testa, causando il soffocamento e la perdita dei capelli.
Babak Monazzami
Babak Monazzami è nato a Khorram Abad, in Persia. Si occupa di Medicina Tradizionale Persiana (TIM) e Babilonese. I suoi consigli sono basati su: energiterapia, massaggi, cosmetica, benessere, corsi di ballo, sport, alimentazione, sessualità, Ayurveda.
Tra il 2008 e 2009 tiene seminari su sport-psicoterapia per giovani rifugiati provenienti da paesi con conflitti e bambini-soldato con depressione borderline, con la collaborazione del dottor Filippo Petrogalli e del dottor Italo Siena, direttore e fondatore del centro Il Naga, a Milano.
Nel 2009 e 2010 ha tenuto seminari sulla psicologia e sulla medicina persiana rivolti agli studenti di psicologia all’Università degli Studi di Milano Bicocca.
Dal 2015 al 2017 ha praticato la medicina persiana presso uno studio privato di Medicina Generale e Tradizionale a Dusseldorf, in Germania.
Per diffondere la medicina persiana negli stessi anni, in seminari rivolti ai medici e agli “heilpraktiker”, ha illustrato soluzioni alternative per varie malattie. A differenza del medico convenzionale, lo Heilpraktiker utilizza metodi naturali quali Omeopatia, Fitoterapia, Agopuntura, Osteopatia / Chiropratica, Kinesiologia, Aromaterapia, Ipnosi, Medicina Cinese, Medicina Quantistica, Metodi di Disintossicazione.
Heilpraktiker è una parola tedesca che significa ‘Colui che pratica la Guarigione’.
da ilpuntosalute | 9 Ott, 2019 | Informazioni mediche
Presentata in anteprima nazionale In famiglia all’improvviso, web fiction in dieci puntate tra dramma e commedia realizzata per cambiare la narrativa sul tumore del polmone, malattia che coinvolge tutta la famiglia, raccontando le tappe del nuovo percorso di diagnosi e cura.
Il progetto, promosso da Salute Donna Onlus, Salute Uomo Onlus e WALCE – Women Against Lung Cancer in Europe onlus è realizzato nell’ambito della campagna informativa In famiglia all’improvviso. Combattiamo insieme
il tumore del polmone, che ha l’obiettivo di aiutare pazienti e familiari a comprendere
la tipologia di tumore e a condividere con il medico la terapia più appropriata.
I dieci episodi della webfiction sono pubblicati da oggi a cadenza settimanale
sul sito www.infamigliaallimprovviso.it
Milano, 12 settembre 2019 – Una diagnosi di tumore stravolge la vita. Non solo la vita del paziente, ma quella di tutta la famiglia, che deve confrontarsi con nuovi ritmi e priorità. A maggior ragione quando si tratta di tumore del polmone, tra i primi per diffusione e uno dei principali ‘big killer’. Familiari e caregiver, non meno del paziente, devono affrontare insieme un lungo e difficile viaggio e hanno bisogno di conoscere, tappa dopo tappa, la realtà con cui devono confrontarsi.
Oggi questo percorso viene raccontato in modo originale nella web fiction In famiglia all’improvviso, una web serie in 10 puntate al confine tra dramma e commedia che cambia la narrativa sul tumore del polmone, parlandone da un nuovo punto di vista.
Non solo quello della prevenzione e dei fattori di rischio come il tabacco, ma anche raccontando il percorso che attende paziente e familiari, nel quale si sono aperti nuovi scenari: la possibilità di identificare il profilo molecolare del tumore permette di assicurare la terapia più appropriata per ciascun paziente, migliorandone le prospettive e restituendo speranza.
La web fiction, diretta da Christian Marazziti e da oggi online su www.infamigliaallimprovviso.it, è il fulcro della campagna d’informazione In famiglia all’improvviso. Combattiamo insieme il tumore del polmone, un progetto promosso da Salute Donna Onlus, Salute Uomo Onlus e WALCE – Women Against Lung Cancer Europe onlus.
Il percorso informativo proposto dalla campagna, ricalcato sull’esperienza reale di pazienti, familiari e caregiver, si articola in sei tappe: sospetto diagnostico, diagnosi effettiva e tipizzazione, terapia, convivere con la malattia, diritti del paziente, supporto psicologico.
«Sino ad oggi l’attenzione si è concentrata sulla prevenzione, in particolare sulla lotta contro il fumo – dichiara Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna Onlus e Salute Uomo Onlus – ma attualmente sul tumore del polmone si sa molto più che in passato, le conoscenze sono cresciute sebbene rimanga una forma di cancro molto grave e complessa. È questo uno dei motivi che ci hanno convinto a spostare il focus sull’esperienza di malattia: iniziative come In famiglia all’improvviso rivestono un ruolo di rilievo nell’informare i pazienti e tutta la popolazione. La vera novità della web fiction è che testimonia da dentro il vissuto della persona malata e della famiglia travolta all’improvviso dalla comparsa del tumore».
In termini di incidenza, il tumore del polmone è il terzo più frequente nella popolazione italiana, con circa 41.500 nuovi casi attesi ogni anno (dato AIRTUM-AIOM 2018), e rappresenta ancora la prima causa di morte per neoplasia negli uomini e la terza nelle donne.
Il percorso diagnostico e terapeutico del tumore del polmone in questi ultimi anni ha conosciuto una importante evoluzione. Il punto di svolta è la possibilità di identificare, attraverso test molecolari, il profilo genetico di ciascun tumore, ovvero le mutazioni specifiche che permettono di ottenere informazioni fondamentali per la scelta della terapia più appropriata.
«L’introduzione di terapie a bersaglio molecolare e dell’immunoterapia ha modificato in maniera radicale le aspettative di vita delle persone affette da tumore polmonare, perlomeno per molte di loro – spiega Silvia Novello, Professore ordinario Oncologia Medica, Università degli Studi di Torino – Dipartimento di Oncologia, Responsabile SSD Oncologia Polmonare, AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano e Presidente WALCE onlus – questi approcci innovativi hanno migliorato in modo significativo anche la qualità di vita dei pazienti. Eseguire i test molecolari è fondamentale per identificare il tipo di tumore e per definire la migliore strategia terapeutica possibile. Per questo motivo l’accesso ai test e la loro tempestiva esecuzione andrebbero garantiti in modo uniforme sul territorio italiano ed europeo».
Negli ultimi anni il trattamento del tumore del polmone ha fatto registrare un importante cambio di paradigma grazie all’avvento dell’immunoterapia, che sta aprendo prospettive fino a oggi insperate per un numero crescente di pazienti.
«La cura del tumore del polmone nel 2019 ha tantissime possibilità che offrono una significativa probabilità di allungare la vita e di migliorarla, ma per ottenere questi risultati le terapie devono essere personalizzate al massimo e mirate a un preciso tipo di tumore polmonare – spiega Marina Chiara Garassino, Responsabile Struttura di Oncologia Toracica, Dipartimento di Oncologia Medica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – I pazienti con PD-L1 positivo (>50%) e che non hanno alterazioni molecolari, vengono trattati con immunoterapia, mentre i pazienti PD-L1 con valore inferiore al 50% ricevono un trattamento chemioterapico, nell’attesa che diventino disponibili gli schemi di chemioterapia e immunoterapia».
La gestione di un paziente che riceve una diagnosi di carcinoma del polmone richiede il coinvolgimento di molti specialisti. All’interno del team un ruolo chiave è quello dello psiconcologo che è deputato a offrire supporto psicologico al paziente, ma anche ai familiari e al caregiver.
«Lo psiconcologo collabora e si integra con tutte le figure professionali del team multidisciplinare – sottolinea Chiara Borreani, Psicologa, Responsabile Struttura di Psicologia Clinica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – Il suo ruolo non è rivolto soltanto a sostenere il paziente dal punto di vista psicologico ma anche a creare i presupposti affinché la comunicazione di tutto lo staff sanitario nei confronti del paziente sia corretta e adeguata. Lo psiconcologo valuta la situazione emotiva e di contesto del paziente per capire quali sono i bisogni reali suoi e della famiglia e le risorse che può mettere in campo e adattare di conseguenza la comunicazione e gli interventi terapeutici».
Per promuovere capillarmente l’informazione sul tumore del polmone e sui progressi della ricerca da oggi è online la pagina web www.infamigliaallimprovviso.it che, oltre a ospitare con cadenza settimanale i dieci episodi della web fiction, fornirà informazioni e approfondimenti sulle sei tappe del percorso diagnostico-terapeutico.
«La sfida è stata per noi quella di affrontare un tema ostico, complesso e anche doloroso come il tumore del polmone e al tempo stesso utilizzare un linguaggio in grado di non allontanare gli spettatori – commenta Christian Marazziti, regista, autore e interprete – Mi auguro che con questo progetto siamo riusciti a raccontare i principali aspetti del tumore del polmone con la giusta delicatezza, rispettando il tema e il profilo di tutti i personaggi, con un’ironia priva di sottolineature macchiettistiche. Grazie all’empatia con i personaggi, lo spettatore si immedesima, segue le loro vicende nell’arco di tutti i 10 episodi, e in questo modo riceve i messaggi fondamentali sulla prevenzione, la diagnosi, le varie fasi della cura del tumore del polmone».
Nel corso del 2019 un calendario di eventi e incontri aperti al pubblico con la partecipazione di specialisti, associazioni dei pazienti, rappresentanti delle istituzioni porterà la nuova narrativa del tumore del polmone e i messaggi chiave della campagna in diverse città italiane. Nel prossimo autunno saranno coinvolte la Puglia il 9 ottobre, le Marche il 14 novembre e il Piemonte il 5 dicembre.
La web fiction
La web fiction In famiglia all’improvviso, ideata e curata da Pro Format Comunicazione, si avvale della produzione esecutiva di Nicola Liguori e Tommaso Ranchino per MP Film.
La chiave narrativa unisce dramma e commedia in un classico intreccio di “cinema nel cinema”: il protagonista Fernando, regista fuori dal giro, riceve la proposta di realizzare un docufilm per raccontare l’impatto del tumore del polmone nella vita di una famiglia. Dopo aver messo insieme un cast di attori semifalliti come lui, si stabilisce con loro nella villa dove l’ingegner Carlo, il paziente, abita con moglie e figlio. Tra iniziali diffidenze, ironie, momenti di commozione, comincia un viaggio di reciproca scoperta e avvicinamento tra la famiglia e gli attori, in un’altalena di paure, speranze, rivelazioni che si concluderà con una nuova consapevolezza sulla malattia e le vere priorità della vita.
da ilpuntosalute | 19 Set, 2019 | Informazioni mediche
Presentato “Call to Action” il nuovo documento d’indirizzo della Regione
La sepsi causa in Italia circa 34.000 morti all’anno – La Toscana risponde oggi, in occasione della Giornata Mondiale della Sepsi, con un piano operativo che fa scuola: un lavoro di squadra frutto del contributo di professionisti di diversa estrazione, con il coordinamento del Centro Regionale di Gestione del Rischio Clinico e dell’Agenzia Regionale di Sanità – Il fattore tempo e il ruolo della microbiologia sono fondamentali per un’adeguata risposta sanitaria che deve essere interdisciplinare e integrata.
Siena, 13 settembre 2019 – Si chiama Call to Action il documento di indirizzo della Regione Toscana per la lotta alla sepsi, un’emergenza sanitaria che ogni anno causa circa 34.000 morti in Italia, fanalino di coda nell’Unione Europea per numero di decessi. Secondo la Global Sepsis Alliance la sepsi colpisce ogni anno nel mondo tra i 27 e i 30 milioni di persone, causando la morte di un numero di pazienti che oscilla tra 7 e 9 milioni.
La sepsi è causata da una risposta sregolata a un’infezione da parte del sistema immunitario che, invece di reagire contro i microorganismi invasori, attacca l’organismo stesso, danneggiando anche organi e tessuti che non sono sede dell’infezione primaria. Si tratta di una grave complicazione che mette in pericolo la vita nell’arco di poche ore. Per questa ragione la si può definire come una patologia tempo-dipendente, al pari dell’ictus o dell’infarto miocardico, ed impone una risposta sanitaria rapida che presuppone una diagnosi altrettanto tempestiva e soprattutto accurata.
Della minaccia tuttora incombente rappresentata dalla sepsi si è parlato oggi a Siena nel corso di un convegno in occasione della Giornata Mondiale della Sepsi. In questo ambito la situazione epidemiologica della Regione Toscana è in preoccupante evoluzione: dal 2012 al 2017 i ricoveri si sono accresciuti del 33 per cento e oggi, secondo le stime più recenti, sono attesi oltre 15.000 casi di sepsi o shock settico all’anno.” Si ritiene che l’incremento dei casi di sepsi riconosciuta – ha rilevato Fabrizio Gemmi, coordinatore dell’Osservatorio per la Qualità e l’Equità dell’ARS Toscana – sia spiegato da una migliore attenzione diagnostica e alla codifica. Questa patologia – ha proseguito – riguarda circa l’1,8 per cento dei pazienti ricoverati in Toscana, con un’incidenza pari a 261 pazienti ogni 100.000 abitanti”.
Va ricordato che, in coloro che sopravvivono, la sepsi può lasciare importanti sequele: “La casistica toscana mostra come un paziente su cinque, ospedalizzato per sepsi, necessiti di un nuovo ricovero entro un mese dalla sua dimissione – afferma Sabino Scolletta,Direttore UOC Rianimazione e Medicina Critica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese – circa il 50 per cento dei pazienti ha un recupero funzionale più o meno completo, Il 30 per cento – ha proseguito il Prof. Scolletta – spesso non sopravvive nei successivi 12 mesi e, il restante 20 per cento, può presentare gravi disturbi che includono importanti limitazioni quotidiane funzionali e cognitive”. Dati, questi che hanno spinto la Regione Toscana a varare un piano operativo organico, messo a punto dal Centro Gestione Rischio Clinico della Regione Toscana e dall’Agenzia Regionale di Sanità, in collaborazione con l’Università di Siena. “Proprio per il fatto che il rischio sepsi è multifattoriale, il principio ispiratore di fondo del nostro documento d’indirizzo Call to Action è stato quello di promuovere la consapevolezza del problema in tutti i settori del Servizi Sanitari coinvolti, dai consultori all’emergenza territoriale e alla medicina di base – ha dichiarato Giulio Toccafondi, Referente del Centro Gestione Rischio Clinico e Sicurezza del Paziente della Regione Toscana –Occorre poi fare in modo che, una volta identificato un caso di sepsi – ha proseguito – le risorse del sistema sanitario operino in sinergia e in modo integrato, attraverso il concorso di più professionisti, che si ritrovino intorno al letto del paziente, superando l’abituale routine del singolo reparto”.
Per la rapidità di risposta alla sepsi, centrale è anche il ruolo dei Laboratori e della Microbiologia. In proposito, il Prof. Gian Maria Rossolini, Ordinario di Microbiologia e Microbiologia Clinica presso il Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Università degli Studi di Firenze, ha rilevato che “l’emocoltura è l’indagine microbiologica fondamentale per identificare i batteri eventualmente presenti nel sangue. Per un orientamento diagnostico rapido esistono inoltre biomarcatori e, oggi, sono disponibili metodiche di microbiologia rapida (“fast microbiology”), che accorciano notevolmente i tempi della diagnosi e consentono di identificare i batteri in attesa dell’esito dell’emocoltura, verificando se siano portatori di resistenza nei confronti degli antibiotici di maggiore impiego. Informazione, quest’ultima, estremamente preziosa perché, in attesa dell’antibiogramma, consente di definire la corretta e personalizzata terapia antibiotica, la cui precocità è determinante per la prognosi”.
“Dopo aver sottolineato che la sanità regionale, grazie all’impegno dei professionisti, del Centro Gestione Rischio Clinico e Sicurezza del Paziente, dell’Agenzia Regionale di Sanità e delle Università, si è presentata all’appuntamento con la giornata mondiale di lotta alla sepsi con un contributo importante di idee e di progetti concreti, Stefano Scaramelli, Presidente della Commissione Sanità e Politiche Sociali della Regione Toscana, ha dichiarato: “La medicina territoriale, l’ospedale, i cittadini attenti e consapevoli, insieme, possono fare la differenza e, in questa direzione, la Regione ha inteso contribuire anche con l’istituzione del Consiglio dei Cittadini, nell’ottica di aumentare la consapevolezza e la conoscenza che, insieme, possono rappresentare contributi determinanti”
da ilpuntosalute | 4 Set, 2019 | Informazioni mediche
Una patologia dimenticata
UN MAL DI PANCIA DELLA SANITA’ ITALIANA: LA SINDROME DELL’INTESTINO IRRITABILE
Sintomi pesanti da sostenere, con ripercussioni sulla qualità di vita – Costi sanitari significativi – Urgono scelte di politica sanitaria che offrano le risposte ai bisogni di chi soffre – L’importanza di un più agevole accesso ai percorsi diagnostico terapeutici e all’innovazione – Fondamentale la partnership tra paziente, specialista e medico di medicina generale per evitare un pericoloso “fai da te”
Roma, 29 maggio 2017 – Toglietevelo dalla testa, in tutti i sensi: la sindrome dell’intestino irritabile, a lungo considerata malattia psicosomatica, non è una patologia “inventata” né una serie di fastidi che nascono dallo stato psicologico, ma una vera malattia. È piuttosto un quadro gastrointestinale con molteplici sintomi, variamente associati tra loro, di intensità e frequenza diversa, con momenti di relativo benessere che si alternano a fasi di riaccensione dei disturbi. Ed è una pessima compagna di strada che condiziona la vita di molti pazienti – in Italia sono oltre il 7 per cento della popolazione, in prevalenza femminile – e che, nelle sue manifestazioni più gravi, la sconvolge profondamente.
Dolore addominale, sensazione di distensione dell’addome e meteorismo, accompagnati da stipsi e/o diarrea sono i segnali che debbono inviare all’attenzione del medico, evitando l’abuso di farmaci “fai da te” da parte del paziente. “Purtroppo, sulle cause di questa patologia sappiamo ancora poco, malgrado siano state riscontrate numerose alterazioni, ognuna delle quali, però, non consente di identificare in modo univoco la malattia – afferma Enrico Stefano Corazziari, Professore di Gastroenterologia all’Università di Roma La Sapienza – molti studi ipotizzano una disfunzione del sistema immunitario, altri puntano il dito sulla ipersensibilità viscerale presente in molti pazienti”. Resta il fatto che quando fino a qualche decennio fa veniva considerato una sorta di “proiezione” del cervello sul tubo digerente è oggi considerato una malattia “microrganica”, che come tale va riconosciuta, diagnosticata e correttamente trattata con un approccio su misura per ogni paziente.
Le caratteristiche di questa patologia e i numerosi problemi che comporta sono al centro del convegno promosso da Public Health & Health Policy, rivista di economia e politica sanitaria, dal titolo “La sindrome dell’Intestino Irritabile: malattia sociale tra complessità terapeutiche, innovazione e sostenibilità”. L’evento si è tenuto oggi a Roma all’Istituto Superiore di Sanità, e ha visto la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni e del mondo advocacy, oltre ai massimi esponenti della gastroenterologia nazionale, con l’obiettivo di individuare le strategie capaci di offrire soluzioni adeguate per un delicato ambito sanitario nel quale mancano ancora troppe risposte sul piano diagnostico e assistenziale. Questo, anche per “… l’assenza di specifiche iniziative in materia di politica sanitaria – commenta la Senatrice Emanuela Baio, presidente di IBSCOM, il Comitato per la Sindrome dell’Intestino Irritabile – che confermano l’esistenza di una preoccupante disattenzione istituzionale in materia che con il nostro impegno ci prefiggiamo di contrastare”.
Il quadro sanitario, a detta dei partecipanti, è oggi scarsamente riconosciuto ed è caratterizzato da diagnosi il più delle volte tardive perché spesso sottovalutate dai pazienti e spesso dagli stessi medici, nel quale i sintomi sono contrastati in modo inadeguato con un frequente e casuale ricorso dei pazienti al dannoso “fai da te” o, ancor peggio, con suggerimenti trovati sulla rete. “Oggi è dimostrato che la sindrome dell’intestino irritabile è una vera e propria patologia micro – organica – ha dichiarato Vincenzo Stanghellini, Professore Ordinario di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna – e, come specialisti, abbiamo il dovere di diffondere questa informazione. È necessario creare una partnership che veda il paziente adeguatamente informato – ha proseguito Stanghellini – e in grado di fare da ponte tra lo specialista e il medico di medicina generale, essendo così il vero protagonista del proprio percorso di cura”.
Fondamentale è quindi che questa patologia “dimenticata” sia al più presto oggetto di una diversa e maggiore attenzione da parte del Servizio Sanitario Nazionale che renda più agevole l’accesso ai percorsi diagnostico-terapeutici e, almeno per i casi più gravi, alle terapie rese disponibili dall’innovazione e in grado di offrire sollievo rispetto a condizioni di vita spesso devastate. Non va sottovalutato infine il problema dei costi per il sistema sanitario e per il singolo. Diverse osservazioni internazionali, che hanno considerato anche la situazione italiana, dimostrano che la sindrome dell’intestino irritabile, nelle sue diverse forme, oltre a produrre gravi ripercussioni sia dal punto di vista personale che sociale, genera costi socio-sanitari di notevole importanza – soprattutto generati dai ricoveri ospedalieri – sovrapponibili a quelli di altre patologie quali il diabete, l’ipertensione e le osteoartriti. Costi che, con una maggior risposta sanitaria sul piano diagnostico e terapeutico, potrebbero essere sensibilmente ridotti.
Per ulteriori informazioni, contattare la redazione ALTIS ai seguenti recapiti:
Marcello Portesi, 348-9997009
Francesca Portesi, 02-49538304 / 347.9087479
da ilpuntosalute | 4 Set, 2019 | Informazioni mediche
Costituito l’Intergruppo parlamentare per dare impulso a nuove scelte di politica sanitaria
TUTELA DELLA VISTA: LA CECITA’ DEL NON FARE
Al centro dell’attenzione saranno le patologie della retina e del nervo ottico ancora fortemente sottovalutate – Fondamentale promuovere nuove scelte di politica sanitaria e favorire il ricorso a modelli gestionali più efficaci ed efficienti – Più di tre milioni gli italiani colpiti da patologie della retina e del nervo ottico – L’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità-IAPB Italia onlus opererà come organismo consulenziale tecnico dell’intergruppo e si impegnerà in nuove iniziative di sensibilizzazione, anche su scala nazionale
Roma, 11 giugno 2019 – Presentato oggi alla Camera dei Deputati l’Intergruppo Parlamentare per la Tutela della Vista. L’iniziativa è stata presa da un gruppo di Senatori e Deputati appartenenti a diversi schieramenti politici, anche a seguito di una serie di iniziative di sensibilizzazione promosse dall’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità-IAPB Italia onlus,che ha effettuato uno screening delle patologie ottico-retiniche presso i due rami del Parlamento.
Sono ben più di tre milioni gli italiani colpiti da malattie della vista che interessano la retina e il nervo ottico: retinopatia diabetica, glaucoma e maculopatia che, nel loro insieme, anche a causa della loro tendenza ad una ulteriore diffusione per l’invecchiamento della popolazione, lasciano intravedere in un futuro non lontano minacciosi scenari per quanto riguarda la qualità della vita degli italiani e la sostenibilità della spesa sanitaria. In questo quadro, l’elemento di maggior preoccupazione è il fatto che queste tre patologie non sono ancora contrastate in modo efficace: la mancata esecuzione di screening periodici, il limitato accesso a percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali e il problema delle liste d’attesa producono ritardi diagnostici e trattamenti tardivi che conseguentemente possono risultare inadeguati.
“Occorre agire con determinazione – ha dichiarato l’On. Paolo Russo, Presidente dell’Intergruppo parlamentare ed egli stesso oculista – intervenendo anche sul piano legislativo e la risposta può venire solo dal fatto di promuovere l’adozione di scelte di politica sanitaria che rendano possibili nuovi modelli gestionali – sistematici e strutturali – che consentano di affrontare questo specifico ambito sanitario secondo le indicazioni e i suggerimenti della comunità scientifica internazionale. Considerando che nel nostro Paese abbiamo potenzialità e competenze scientifico-tecnologiche non comuni, che vanno comunque messe a sistema in modo sinergico – ha proseguito – non intervenire sarebbe una grave colpa”.
Gli ambiti nei quali l’Intergruppo opererà sono essenzialmente quattro:
- promozione di politiche sanitarie che pongano la tutela della vista e la prevenzione delle patologie oculari al centro dell’agenda sanitaria del Paese;
- varo di iniziative di carattere legislativo e politico in grado di sollecitare Governo e Regioni verso l’adozione di provvedimenti che possano garantire a tutti i cittadini e su tutto il territorio una miglior prevenzione e una miglior cura delle patologie oculari, nonché l’accesso ai servizi di riabilitazione visiva;
- creazione di favorevoli condizioni per una più ampia adozione delle attività di screening atte a conseguire un miglioramento dei livelli di assistenza e una riduzione dei costi per il Servizio Sanitario Nazionale;
- dare impulso ad iniziative di standardizzazione e centralizzazione dei dati clinici che consentano di ottimizzare conoscenze e sinergie tra le diverse strutture sanitarie del Paese.

Organismo consulenziale tecnico dell’Intergruppo Parlamentare sarà la stessa Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità-IAPB Italia onlus,che è già fortemente impegnata in numerose iniziative di sensibilizzazione e che, al di là di quanto già fatto presso Camera e Senato, si appresta a varare altri progetti su scala nazionale con il supporto della rivista di politica sanitaria Italian Health Policy Brief (IHPB).
“La prevenzione – ha dichiarato l’avv. Giuseppe Castronovo, Presidente di IAPB Italia onlus – è un dovere di ogni persona: tra l’altro consente di evitare molte malattie oculari e notevoli sofferenze, oltre che un aggravio importante di spesa pubblica. Per questo i cittadini devono recarsi periodicamente dall’oculista e portarci i propri figli. Come diceva Leonardo da Vinci la vista è il signore dei sensi. Per questo non dobbiamo mai trascurarla: solo così potremo avere sempre luce nella vita”.
L’affermarsi di nuovi e più efficaci paradigmi gestionali per le patologie ottico-retiniche potrebbe produrre salutari contributi alla sostenibilità della spesa sanitaria. A titolo di esempio, basterà ricordare che, secondo uno studio prospettico elaborato nel 2017 dal CEIS (Centre for Economic and International Studies-Università di Roma Tor Vergata), la retinopatia diabetica, in assenza di un miglioramento del quadro assistenziale, genererà un aumento della spesa sanitaria di 4,2 miliardi di euro nel periodo 2015-2030.
“La ricerca è impegnata su vari fronti e qualche risultato lo ha già dato – ha sottolineato il Prof. Filippo Cruciani, referente scientifico di IAPB Italia onlus – ma ciò su cui bisogna soprattutto puntare è la prevenzione sia primaria che secondaria. Primaria – ha proseguito – vuol dire sostanzialmente stile di vita mentre la secondaria consiste nella diagnosi precoce, quando la malattia è ancora allo stato asintomatico; purtroppo l’attitudine alla prevenzione è ancora molto bassa nel nostro Paese”.
Proprio in materia di scarsa attenzione alla prevenzione una conferma è venuta anche dallo screening della retina promosso presso il Senato della Repubblica e la Camera dei Deputati dall’Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità- IAPB Italia onlus: “ … dei parlamentari che si sono sottoposti agli esami – ha commentato il Dott. Marco Verolino, responsabile oculistica Ospedali Riuniti Area Vesuviana – ASL Napoli 3 Sud, che dell’indagine è stato il coordinatore – è risultato che il 65 per cento non esegue una visita oculistica completa di fondo oculare con regolarità una volta l’anno e che il 35 per cento ha eseguito un esame del fondo oculare solo a seguito di disturbi visivi. Se si considera ha proseguito – che, in questo caso, si tratta di un segmento di persone che, per diverse ragioni, dovrebbe essere particolarmente avvertito, possiamo comprendere quanto ancora resti da fare in materia di prevenzione”.
Per ulteriori informazioni, contattare la redazione ALTIS ai seguenti recapiti:
Marcello Portesi, 348-9997009
Francesca Portesi, 02- 49538304/ 347-9087479
da ilpuntosalute | 2 Lug, 2019 | Moda
Riflettori puntati sulla Torino Fashion Week, dove il talento incontra artigianalità e avanguardia stilistica ed estetica, per superare ogni confine geografico e trasformarsi in linguaggio globale. Un palcoscenico internazionale pronto ad accogliere stilisti emergenti torinesi, italiani e stranieri con le loro capsule collection. L’evento è organizzato da TModa con il patrocinio della Città di Torino. Città che conferma ancora una volta la sua capacità di attirare e riunire operatori del settore, grazie alla collaborazione con enti locali e stranieri, per offrire ai fashion designer una vetrina mondiale.
La Torino Fashion Week si svolge dal 27 giugno al 3 luglio.“Anche quest’anno, per sette giorni, il nostro obiettivo è portare ‘Torino nel mondo e il mondo a Torino’, con un’importante novità – spiega Claudio Azzolini, fondatore della Torino Fashion Week -. Grazie alla Camera di commercio per la prima volta abbiamo avuto la possibilità di ospitare buyer nazionali e internazionali attirati dal formato unico della Torino Fashion Week, che unisce il lato spettacolare e artistico delle sfilate con un’anima business. Ogni anno sono sempre di più le aziende che partecipano ai nostri incontri B2B per allargare il proprio network globale. Stiamo riproponendo la moda sotto la Mole con un’identità innovativa, facendo tesoro della storicità e del patrimonio culturale della nostra città e adeguandoli a un mondo in continua evoluzione”.

La richiesta di una moda realmente ecosostenibile in ogni aspetto della sua filiera è stato il focus della prima giornata di meeting e sono stati analizzati alcuni interessanti case study di realtà che hanno adottato con successo pratiche per ridurre l’impatto ambientale e migliorare l’uso di risorse naturali come Anaïs Renaud, Back to Eco, Vintage for a Cause, IKleid e Organic Cotton Colours.
Per la sua quarta edizione la lunga settimana di sfilate guarda a Oriente e accoglie per la prima volta la Cina. È presente anche il Sud Africa con 20 aziende, ed è stato rinnovato il legame con l’Islamic Fashion and Design Council. Un vero giro del mondo che tocca anche Dubai e Pakistan e che, domenica 30 giugno, ha portato in passerella i fashion designer internazionali della rete Enterprice Europe Network provenienti da Belgio, Israele, Paesi Bassi, Regno Unito e Italia.
Madrina della prima serata Nina Moric, la modella e showgirl croata scoperta giovanissima da Gianni Versace, che a breve lancerà anche una propria linea di abbigliamento.
In passerella pure i progetti di tesi degli studenti dell’Istituto Europeo di Design, che propongono una collezione sul tema “New classic, new future”. Una ricerca volta a proporre nuove soluzioni per il “classico” del futuro.

Durante la serata conclusiva, per la prima volta Vogue Talents conferisce una special mention ai tre creativi che avranno saputo reinterpretare al meglio l’arte tessile in chiave innovativa. Oltre a TModa, a premiare l’originalità stilistica saranno anche i partner Banca di Cherasco, Lexus e Rinascente, che da settembre esporrà una selezione dei migliori brand nello store di Torino in via Lagrange.
Le sfilate quest’anno sono in streaming sul sito www.torinofashionweek.moda/ streaming e vengono proiettate nelle vetrine della Rinascente, in via Lagrange. Sono affiancate ancora una volta dall’anima “business” dell’appuntamento sotto la Mole, grazie alla collaborazione con Unioncamere Piemonte nell’ambito della rete Enterprise Europe Network, la più grande rete europea a supporto delle piccole e medie imprese orientate ai mercati esteri. “Il comparto moda rappresenta uno dei settori più importanti della nostra regione: in Piemonte hanno la propria sede legale più di 4 mila imprese della moda e vi lavorano oltre 35mila addetti, per un valore aggiunto che raggiunge il miliardo e mezzo di euro – precisa Paolo Bertolino, Segretario Generale di Unioncamere Piemonte -. Non poteva quindi mancare il sostegno del Sistema camerale a questa iniziativa che rappresenta un’importante strategia di marketing territoriale, capace di dare visibilità al nostro territorio mettendo a fattor comune le esperienze e le competenze dei diversi attori economici e istituzionali. Attraverso il b2b Torino Fashion Match che abbiamo organizzato in collaborazione con la Rete Enterprise Europe Network e nell’ambito di questa settimana torinese della moda, daremo l’opportunità alle Pmi del settore di incontrare potenziali partner commerciali, designer, blogger e stilisti emergenti provenienti da tutta Europa, interessati a creare nuove partnership internazionali. Questo è uno dei tanti esempi di azioni del Sistema camerale a supporto delle aziende che vogliono aprirsi o consolidare la propria presenza sui mercati esteri, diventando così ambasciatrici delle eccellenze del nostro Piemonte. Siamo infatti fermamente convinti che le rotte dell’export siano un potente motore dell’economia, e anche in questo settore i dati ce lo dimostrano: nel 2018 il comparto tessile piemontese ha esportato merci per 3,6 miliardi di euro. Ci stiamo aprendo al mondo!”
da ilpuntosalute | 1 Lug, 2019 | Moda
In passerella la raffinatezza e i tessuti naturali delle camicie di Bagutta, la modernità maschile di Eleventy, il surrealismo rock di Tom Rebel e i canoni universali dell’eleganza rivoluzionaria degli sposi Carlo Pignatelli.
Quattro grandi firme della moda per quattro intense giornate dove ogni maison è stata raccontata con un percorso unico e innovativo, in ambientazioni digitali, virtuali e sartoriali, fino al momento clou del Fashion Show: la sfilata. Gli ospiti sono entrati nel mondo di ogni stilista e ne hanno conosciuto le origini, la storia e le caratteristiche percorrendo le tre stanze (room):
la Room Multimediale, un viaggio suggestivo nella maison grazie a 6 maxi schermi di cui uno supportato dalla coinvolgente realtà aumentata;
la Room Photo Gallery, con un’installazione di grande impatto visivo realizzata con preziosi tessuti su cui erano riproposti scatti che ripercorreva la storia del designer e dell’azienda;
la Room Sartoriale, che permetteva agli ospiti di ammirare da vicino alcune delle più belle creazioni degli stilisti.
Tecnologia e moda si sono fuse anche durante le sfilate per uno spettacolo davvero unico. Per la prima volta, infatti, una regia live in realtà virtuale a 360° ha permesso di assistere alle sfilate in diretta anche su Facebook o Youtube.
Tutto questo dal 22 al 25 maggio a Torino, città che in passato è stata una delle grandi capitali della moda e del design internazionale. Il suo carattere aristocratico, riservato e segreto ha poi spento i riflettori su questa tradizione che coniuga talento, arte e mestiere, la moda però a Torino ha comunque continuato a vivere e a prosperare. Ora è il momento di riaccendere i riflettori con un’altra luce, diversa da quella del format delle Fashion Week.
Tutto questo è HOAS – History Of A Style, che è anche una vetrina importante per dodici fortunati stilisti piemontesi (di origine o di adozione). Tre diversi esponenti dell’avantgarde della moda Made in Turin ogni giorno hanno esposto le loro creazioni per raccontare la propria storia, per sottolineare come anche le piccole realtà locali siano, per la moda, delle vere eccellenze. Questi designer si sono confrontati con oltre 100 talenti in erba del terzo e del quarto anno dell’Istituto di Istruzione Superiore Romolo Zerboni e dell’IIS Bodoni Paravia. Gli studenti le Officine per conoscere gli stilisti, sono entrati in contatto con il loro mondo per comprendere quali sono le peculiarità di questi maestri dei tessuti piemontesi e quanto è importante il Made in Italy.
HAOS è un nuovo format di evento e nasce dall’incontro di Domenico Barbano, imprenditore e creatore del brand Urbanart, una linea dedicata ai giovani dalle tendenze molto metropolitane, e Benny D’Emilio, titolare dell’agenzia

Freebestudio, per prendere forma sotto la direzione artistica di Alex Pacifico della Alex Pacifico Management.
Su palco e tra il pubblico non sono mancate le celebrity, tra i tanti: Ron Moss, Simona Ventura, Roberto Farnesi, Cristina Chiabotto, Giorgia Wurth, Elena Barolo, Jane Alexander, Enrico Silvestrin, Francesco Ferdinandi, Alessia Ventura, Tommaso Zorzi, Mario Ermito.

A inaugurare le sfilate, Eleventy, che promuove il concetto di neo -lusso responsabile. “Sono felice di aprire con le nostre creazioni questa nuova Kermesse. Torino è stata una delle prime città a credere nella moda, nell’abilità sartoriale e nell’eccellenza artigianale, che hanno un profondo legame con la vocazione del nostro Brand. La nostra sfida è stata infatti, fin da subito, quella di portare oltre confine la grande tradizione manifatturiera italiana, scegliendo di basare la produzione su una rete di micro imprese artigiane che selezioniamo per eccellenze e specializzazioni. Le mani esperte dei nostri maestri artigiani ci permettono ancora oggi di raccogliere ampi consensi in tutto il mondo, con l’orgoglio di essere italiani – dichiara Marco Baldassari, A.D. e Direttore Creativo collezione uomo -. La nostra sfida è stata infatti quella di portare oltre i confini la grande tradizione manifatturiera italiana”. A fondare il Gruppo nel 2007 proprio lui, Marco Baldassari, affiancato da Paolo Zuntini, co-fondatore e direttore creativo della collezione donna. Dal 2009 è socio Andrea Scuderi come Operation Executive.
Nel 2014, nella compagine azionaria è entrato Vei Capital, operatore di private equity a cui attualmente fa capo il 51% del gruppo.
Il risultato raggiunto in questi anni premia la scelta strategica dell’azienda che ha investito su un sistema produttivo outsourcing con l’obiettivo di salvaguardare e valorizzare le eccellenze manifatturiere dei territori, creando un network di 94 micro imprese, selezionate secondo specializzazioni e mestieri,che va dalla Puglia al Veneto.
Eleventy cerca anche di contribuire al rispetto dell’ambiente, puntando su un progetto di innovazione sostenibile e intelligente attraverso l’utilizzo di fibre, filati, e tessuti naturali, e lavorando in sinergia con i fornitori per eliminare l’uso di sostanze tossiche.

Al secondo giorno di Haos: Bagutta. Il brand che sin dalla sua fondazione evoca stile, eleganza classica, sartorialità, Made in Italy. Immagine di uno dei suoi capi iconici: la camicia.
Sfila la donna proposta dalla nuova designer, Vanna Quattrini. “Sono davvero felice di partecipare a questa prima edizione di History Of A Style. Ho realizzato la collezione immaginando i desideri delle donne, interpretandoli attraverso capi classici, senza tempo, che fossero anche innovativi e divertenti, giocando con volumi, fit, colori e tessuti, strizzando l’occhio alle nuove tendenze e a una femminilità sempre più evidente ed espressiva”.
Cotone, lino, seta per le camicie uomo e donna del brand.
Bagutta è un brand appartenente al gruppo CIT S.p.a (Confezioni Italiane Tessili). “L’impresa di famiglia, Cit nata nel 1939, decide nel 1975 di puntare sulla camiceria uomo e donna come core business, grazie all’incontro tra mio padre Pino e Giorgio Armani – racconta Antonio Gavazzeni –. Nasce così Bagutta, oggi gestita da me e da mio cugino Andrea, terza generazione della famiglia e nipoti del maestro Gianandrea Gavazzeni, celebre direttore d’orchestra. Continuiamo ancora oggi a collaborare con Giorgio Armani producendo per la sua azienda quasi tutte le camicie delle sue collezioni”.

La passerella per il terzo giorno è della personalità visionaria ed eclettica, eccentrica ma soprattutto surrealista dello stilista tedesco ormai naturalizzato italiano Tom Rebl.
Ispirazione luna propone un bipolarismo stilistico. “La mia visone della luna è duplice: da un lato dark, notturna e invisibile – spiega Tom Rebl – dall’altro colorata esuberante quasi paradisiaca”. Questa doppia visione è diventata abito, tanto che ogni modello è stato realizzato in totalblack e in una versione colorata. L’uso dei colori è una novità per il designer che ha saputo amalgamare aspetti apparentemente molto lontani dalla sua storia in un’unica soluzione stilistica. Le fibre naturali, come la lana e il cotone, sono mixate con materiali innovativi come i nylon metallizzati o sottili strati di alluminio e voile di cotone, il velluto doppiato con il neoprene o le fluide viscose, sia per l’uomo che per la donna, con la pelliccia ecologica. Insieme ai tessuti anche i finissaggi sono sempre all’avanguardia: le spalmature di resina o le lamine metalliche e le stampe spessorate giocano con le nuance di stagione come l’arancio e il giallo metallizzato, il verde bosco e il rosa antico o i classici colori Tom Rebl quali nero, grigio e bianco.

A chiudere l’evento Haos, la sposa Couture di Carlo Pignatelli, con abiti importanti, quasi romanzeschi, accompagna i suoi sposi in una dimensione magica.Qualche dettaglio? 1.200 sono i minuti necessari per confezionare un abito da sposa, mentre circa 60 le fasi di lavorazione per completare una proposta uomo.
“Per noi questo evento è un omaggio a Torino e all’artigianalità pura del vero Made in Italy, che da sempre ispira e fa parte del dna Pignatelli – afferma Carlo Pignatelli, creative director -. Per questo ho accolto con entusiasmo l’invito a partecipare al progetto di Hoas. Aprire le porte della maison, facendo immergere gli ospiti in una vera experience farà apprezzare il grande lavoro manifatturiero che sta dietro ogni singola creazione. Suscitare l’emozione dei clienti, riuscire a indirizzare i loro gusti, dare risposte ai loro sogni è il motivo che ci porta a realizzare le nostre collezioni”.
da ilpuntosalute | 28 Giu, 2019 | Informazioni mediche
C’è la neomamma che ha fatto pratica come zia e crede di sapere già tutto, ma quando ha tra le mani il suo primo figlio non sa da dove iniziare. C’è la coppia preoccupata che i fratellini accettino la sorellina in arrivo. C’è la dottoressa che ha riempito l’ambulatorio di giochi e stampe colorate, perché voleva un posto dove i bambini piangessero ma per non andare via. C’è il papà che non si muove da due ore, perché ha trovato una posizione congeniale per il suo piccolo in braccio e teme di svegliarlo.
Sono solo alcune delle storie di “Vite in attesa”, il percorso espositivo di foto e racconti dedicato alla sorpresa della nascita, visitabile gratuitamente fino alla fine di ottobre, presso l’Ospedale San Giuseppe di Via San Vittore.
40 foto e altrettanti brevi racconti di tutti coloro che aspettano, fremono e si preparano ad accogliere una nuova vita.
Ritratti che raccontano gioie e paure, domande e risposte di tutti coloro che aspettano un bambino, per vederlo nascere e crescere. Perché l’attesa non è solo della madre, ma dell’intera famiglia, della cerchia di amici, del ginecologo e dell’ostetrica che seguono la gravidanza, di tutti quelli che vedono la pancia e sorridono, pensando al miracolo della vita. L’idea nasce dalla collaborazione tra il Gruppo MultiMedica, polo ospedaliero cui fa capo anche il San Giuseppe, e “Umani a Milano”.
“Ogni anno nel nostro reparto sono circa 1.400 le nuove vite in arrivo, che portano con sé altrettante storie, all’apparenza simili, in realtà tutte uniche, sempre nuove e irripetibili – commenta Stefano Bianchi, Direttore del Dipartimento materno-infantile dell’Ospedale San Giuseppe -. Tutto il nostro staff opera secondo la convinzione che la qualità della vita fisica e intellettiva dell’adulto dipenda in gran parte non solo dall’assistenza ricevuta alla nascita, ma anche da quella data alla madre e alla famiglia durante tutta la gravidanza. Un’assistenza che non si concentra solo sul piano meramente clinico ma sa abbracciare anche la sfera emozionale, per far sì che tutte queste ‘storie in attesa di nascere’ possano iniziare nel migliore dei modi”.
il Dipartimento Materno-Infantile è da sempre un fiore all’occhiello dell’Ospedale San Giuseppe, lo storico ospedale a due passi dalla Basilica di Sant’Ambrogio, dove sono nate intere generazioni di milanesi.
L’équipe che si prende cura di questo delicato periodo della vita femminile è formata da: medici specialisti con comprovata esperienza nel campo della ginecologia, fisiopatologia della gravidanza, ostetricia e neonatologia; ostetriche; infermiere pediatriche specializzate nell’assistenza al neonato con problemi e puericultrici. Una vera e propria squadra di esperti, a disposizione della salute della mamma e del bambino. A questo proposito il Dipartimento è dotato anche di un’Unità di Fisiopatologia della gravidanza, diretta dal dottor Emilio Grossi, per la gestione di gravidanze problematiche (es. minaccia d’aborto o di parto prematuro, deficit di accrescimento, diabete, patologie autoimmuni, ipertensione arteriosa, tumori).
Presso il San Giuseppe, tutti i neonati vengono sottoposti, così come stabilito dalla legge, allo screening metabolico, eseguito per poter identificare alcune rare malattie congenite (ipotiroidismo, fenilchetonuria, fibrosi cistica, sindrome adrenogenitale) che, se non diagnosticate e curate precocemente, possono compromettere seriamente lo sviluppo del bambino. La Regione Lombardia propone inoltre uno screening metabolico “esteso”, per la ricerca di oltre 40 rare patologie ereditarie congenite: tale screening è del tutto gratuito e viene effettuato sullo stesso prelievo di sangue. Ad almeno 48 ore dalla nascita, viene eseguito a tutti i neonati un esame di screening dell’udito (otoemissioni), per la ricerca precoce dei difetti uditivi congeniti. Viene infine eseguito il controllo del “riflesso rosso” essenziale per il precoce riconoscimento di situazioni che potenzialmente possano mettere in pericolo la vista.
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