IL TARTUFO TOSCANO, RE DELLA TAVOLA

IL TARTUFO TOSCANO, RE DELLA TAVOLA

Secondo la mitologia, il tartufo nasce da un fulmine scagliato da Giove in prossimità di una quercia. Il prezioso fungo vive infatti grazie al nutrimento ricavato dalle radici degli alberi, e attende l’acqua per cedere alle piante elementi minerali. Non ha rami, foglie e tronco. È figlio della terra e del buio. Cresce nell’oscurità del terreno e non si ciba di sole.

La Toscana è una delle regioni italiane più importanti per la produzione di tartufi. La raccolta riguarda soprattutto il pregiato tartufo bianco, e in misura minore altre specie presenti sul territorio. In questa regione sorge l’azienda Stefania Calugi. Una realtà che nasce dall’esperienza di quattro generazioni di tartufai, e si evolve in forma aziendale per trasformare sapori e gusti toscani in ricette autentiche e genuine, proprio come racconta la stessa Stefania Calugi, oggi proprietaria di tre tartufaie di Tuber Magnatum convertite in biologico sulle colline Samminiatesi.

Quando nasce l’azienda?
Nasce nel 1987 da un sogno di mio padre, Renato, da sempre appassionato dei preziosi funghi, lui matura negli anni la voglia di creare un’azienda vocata al mondo del tartufo. Così ad appena 18 anni, tra il 1988 e ’89 do vita al primo laboratorio: insieme alla vendita del prodotto fresco, proponiamo anche il conservato. L’azienda cresce in modo veloce e tra il 1992 e il ’93 ci trasferiamo in un laboratorio più grande, di 400 mq. Qui si assiste all’aumento delle quantità e del di numero dei prodotti. E si propone pure l’affettato di tartufo, di largo consumo per la ristorazione.

Quali sono le materie prime lavorate dall’azienda? Sono 100% made in Italy?
La maggior parte della verdura, della frutta e dei tuberi utilizzati sono italiani, tranne i porcini e altre categorie di funghi che provengono dai paesi dell’est Europa, in particolar modo dalla Bulgaria. Per il 90% i tartufi bianchi giungono dalle colline Samminiatesi o dalle Crete senesi, mentre le varietà presenti in quantità minore provengono da: Molise, Abruzzo, Umbria, Basilicata e Piemonte. Le verdure, invece, sono toscane, pugliesi e laziali. Noi produciamo una piccola, ma buona, quantità di olio extra vergine d’oliva, piante aromatiche, fichi, cipolle, cavoli, patate e zucchine.

Creiamo circa 150 referenze Made in Italy. Abbiamo una linea di prodotti Bio tartufo e altre referenze semplici come: sughi a base di pomodoro e gelatina di vino toscano. La linea Bio tartufo consente di realizzare un menù completo, dall’antipasto al dolce. Quest’anno abbiamo lanciato due nuove referenze a marchio green con il valore aggiunto del Vegan, per raggiungere una clientela che ragiona nel massimo rispetto del mondo animale.

Ci descrive i processi di trasformazione della filiera che consentono di ottenere un prodotto finito?
Le materie prime sono coltivate, o acquistate da fornitori selezionati. Giunte in azienda, vengono stoccate in celle frigo e pulite attraverso un lavaggio immediato. Le verdure sono poi tagliate, cotte e inserite in vasi sterilizzati o pastorizzati in base al PH del prodotto. Etichettatura, inscatolamento e stoccaggio in magazzino sono le ultime fasi del processo produttivo.

Le fasi di controllo qualità e tracciabilità in cosa consistono?
Il controllo qualità consiste nelle misurazioni del PH prima di invasare il prodotto, e nel soffiaggio dei vetri per ridurre al minimo il rischio di impurità all’interno. Dopo la stabilizzazione, mettiamo alcuni vasi in un incubatore a 40° per 15 giorni. Se i tappi non si gonfiano svincoliamo i lotti realizzati per la vendita. Tutti questi controlli avvengono all’interno dell’azienda, affidiamo poi al nostro laboratorio esterno le analisi periodiche degli articoli.

Ai prodotti e all’azienda sono state riconosciute delle certificazioni?
Sì, siamo certificati BIO e glutenfree, abbiamo ottenuto l’Autorizzazione sanitaria per il nuovo bollo CE. Entro l’estate contiamo di ricevere le attestazioni: BRC (Global Standard for FoodSafety) e IFS (International Food Standard), uno standard che individua gli specifici elementi di un sistema di gestione focalizzato sulla qualità e la sicurezza igienico-sanitaria degli alimenti.

Tra gli articoli proposti: Aceto Balsamico di Modena IGP e sale di Volterra al tartufo. Quali sono le proprietà di questi alimenti?
Il primo è un aceto IGP giovane con aroma di tartufo e testimone, cioè un pezzetto dello stesso. Gradevole, ed essenzialmente idoneo per una clientela turistica.

Il Sale di Volterra è ricristallizzato. I giacimenti sotterranei vengono allagati con acqua dolce che, sciogliendo il sale, si trasforma in una soluzione salina concentrata al 33%, poi depurata a 80 gradi centigradi. La soluzione depurata viene inviata ai cristallizzatori, alti 40 metri, dove le e temperature ottenute dalla compressione del vapore la portano a 130°, facendo evaporare l’acqua presente nella soluzione e lasciando il sale.

Questo processo è noto come ricristallizzazione del sale. Il sale ancora umido viene asciugato e destinato al confezionamento di diverse tipologie, volte a soddisfare tutte le esigenze del mercato. Il nostro sistema di produzione, unico in tutto il territorio nazionale, rende il Sale di Volterra il più puro d’Italia. Il sale al tartufo è utilizzato per salare qualsiasi piatto: dalle insalate agli arrosti, al pesce e alle patatine al tartufo.

In quali punti vendita sono acquistabili gli articoli Stefania Calugi?
Il primo nostro punto vendita è posto sopra lo stabilimento produttivo, per proporre al cliente un affascinante percorso alla scoperta del tubero misterioso. Alcune boutique e gastronomie sono presenti a San Gimignano, Volterra, Tavarnelle, Val di Pesa, Greve in Chianti, Panzano, Firenze, Siena, Montalcino, Montepulciano, Pienza, Lucca, Massa Carrara e in Versilia.

I prodotti finiti sono esportati anche all’estero?
Sì, esportiamo in Svizzera, Austria, Francia, Portogallo, Spagna, Germania, Danimarca, Olanda, Svezia, Russia, Polonia, Grecia, Texas, New York, Canada, Costa Rica, Giappone, Cina e Corea. Ci stiamo muovendo anche in altri stati perché abbiamo tanta voglia di crescere, in quanto percepiamo l’entusiasmo dei clienti che si innamorano dei nostri prodotti.

I tartufi instaurano il loro rapporto di simbiosi con diverse varietà di piante. Con quali alberi?
Pioppo nero e bianco, Roverella, Leccio, Quercia, Salice, arbusti bassi, Ginestrella etc.

Quali terreni sono adatti per lo sviluppo del tartufo?
I terreni sabbiosi, di tufo, di argilla. In base al tipo di habitat, il tartufo assume profumazioni differenti e forme più o meno rotonde.

I tartufi nascono sia a livello del mare che in zone montane. Ci avvaliamo di cani addestrati alla ricerca del tubero e usiamo la vanghetta. Chiaramente ci vogliono poi la conoscenza dei luoghi, l’abilità e l’astuzia del tartufaio, altrimenti il raccolto è mediocre.

In quale periodo dell’anno avviene la raccolta?
Il tartufo copre quasi la totalità dei dodici mesi dell’anno. Ogni stagione ha il suo frutto. In base al clima e alle piogge, abbiamo delle varianti nella quantità e nella qualità della raccolta. Solitamente un’annata povera di acqua fornisce un frutto con aromi più intensi, ma molto scarso nella quantità, viceversa annate con fenomeni di alluvione donano frutti molto insipidi. La cosa cambia notevolmente nei diversi terreni, anche se la distanza è di pochi chilometri. Fondamentale è avere una buona precipitazione nei mesi di giugno, luglio e agosto. Se ci sono queste combinazioni l’annata sarà buona.

Come si sceglie un tartufo fresco?
Il fungo deve essere: annusato per trovare il nostro personale grado di emozione, toccato per capirne la compattezza, e privo di terra, ma possibilmente non lavato.

Quali sono le proprietà benefiche?
Si dice che sia afrodisiaco. Ha proprietà antiossidanti e ci sono studi che sperimentano l’applicazione delle sue molecole per cure antitumorali.

Come si conservano i tartufi?
Semplicemente in carta assorbente, chiusi in un contenitore ermetico. Ogni due giorni si asciuga il contenitore e si cambia la carta. Il periodo di mantenimento varia in base al grado di maturità del tubero. Occorre quindi imparare a distinguere il frutto acerbo da quello maturo.

Come si puliscono?
Sotto l’acqua corrente, con uno spazzolino che va strofinato delicatamente per togliere i residui di terra. Quando sono asciutti possono essere grattugiati sulle varie portate.

Bianco pregiato TuberMagnatumPico, Nero dolce TuberMelanosporum, tartufo Nero TuberUncinatum e tartufo bianchetto TuberalbidumPico sono le principali varietà di tartufi commestibili. “Risotto al tartufo, tagliolini al tartufo, uova al tartufo, filetto al tartufo e gelato alla crema col tartufo sono alcune delle pietanze che utilizzano il prezioso fungo. Il tartufo può essere usato anche in settori non alimentari, nella cosmesi per esempio: sono di grande tendenza le creme con molecole di tartufo, per le note proprietà antiossidanti a cui ho accennato”, precisa Stefania Calugi.

Il profumo intenso e penetrante, le virtù culinarie e benefiche, e i noti poteri afrodisiaci incoronano il tartufo come il “Re della tavola”.

       Clementina Speranza e Simone Lucci

PIEDI FRIZZANTI E COLORATI CON LE CALZATURE NATURALI MADE IN SPAGNA

PIEDI FRIZZANTI E COLORATI CON LE CALZATURE NATURALI MADE IN SPAGNA

Materiali ricercati e vintage, forme essenziali e innovative, colori brillanti e tropicali caratterizzano la vasta collezione di calzature Gioseppo Spring/Summer 2017. L’azienda spagnola si prende cura di ogni dettaglio attraverso la selezione delle migliori pelli, tessuti e materiali naturali per creare collezioni uniche. Un ventaglio di proposte adatte dall’alba al tramonto: dalle futuristiche sneakers per il tempo libero, ai sandali boho-chic passando per la linea in iuta e le zeppe in legno.

Sul tavolo di disegno comincia il cammino di tutti gli accessori Gioseppo. Tendenze ed esperienze si uniscono formando i modelli che compongono ogni nuova collezione. Da 26 anni, infatti, il team di 8 designer raccoglie gli ultimi trends per dar vita a un prodotto con stile, per poi metterlo ai piedi di migliaia di donne, uomini e bambini in tutto il mondo.

La realtà imprenditoriale nasce ad Alicante nel 1991 e deve il suo nome a “Giuseppe”, appellativo con cui era chiamato da bambino il primogenito del fondatore José Navarro che rimane una figura di riferimento, pur non occupandosi più direttamente dell’attività. Come nelle migliori tradizioni, Gioseppo è ora guidata dai quattro figli, e ciascuno ricopre una carica precisa all’interno dell’azienda: dal responsabile dell’area marketing al commerciale, dal design alle risorse umane. “Quando mio padre creò Gioseppo, ha iniziato da zero con impazienza ed entusiasmo. Venticinque anni doposiamo un team di più di 150 persone e la nostra famiglia ne costituisce le basi”, racconta José Miguel Navarro, Vice Presidente & Brand Manager di Gioseppo.

La famiglia Navarro, inoltre, s’interessa delle tematiche sociali. Esperanza Pertusa, moglie di José Navarro, completa il quadro familiare con la gestione di un progetto chiamato Fondazione Esperanza Pertusa, che si dedica a iniziative sociali, di sviluppo e di sensibilizzazione per aiutare persone disabili o con speciali bisogni. Una grande attenzione è rivolta anche ai dipendenti. L’azienda, infatti, dispone di una sala relax dove è possibile riposare in pausa pranzo, con l’opportunità di usufruire di massaggi alla cervicale ogni settimana a un prezzo irrisorio. L’orario lavorativo è molto flessibile, soprattutto per le donne con bambini. La presenza di grandi finestre dalle quali entra la luce naturale contribuisce a mantenere il buon umore, dando vita a un luogo di lavoro moderno che crea le condizioni ideali per sviluppare progetti originali in completa libertà.

Per consentire al personale di lavorare al meglio e serenamente, è necessario un ampio spazio in cui ospitare eventi. È nata così, Love Work Place, una rinnovata sede aziendale autosufficiente, grazie all’energia ricavata da pannelli solari e un sistema di raccolta dell’acqua piovana.

Dal 2000, inoltre, è stato riconosciuto a Gioseppo il Certificato ISO 9001, emesso da Bureau Veritas che verifica il sistema di controllo qualità nella fabbricazione di tutti i prodotti.

Negli ultimi anni, Gioseppo è cresciuta molto all’estero, e oggi opera in 60 paesi e in più di 6000 negozi. L’azienda ha anche aperto una catena di punti vendita in Spagna e all’estero con l’insegna “Have a Nice Day!”. L’obiettivo? “Continuare a crescere come marchio ottimistico e di qualità insieme ai nostri consumatori”, riferisce José Miguel Navarro.

Come affermava Pablo Picasso “l’ispirazione esiste, ma deve trovarti già a lavoro”, infatti dall’ispirazione, dall’impegno e dalle idee originali nascono le collezioni frizzanti, spiritose, ma anche raffinate ed eleganti di Gioseppo.

Simone Lucci

VINI E PRELIBATEZZE STELLATE PER BENEFICENZA

VINI E PRELIBATEZZE STELLATE PER BENEFICENZA

Il 26 giugno: serata unica nel suo genere. Il Parco del Grand Hotel di Montegrotto Terme ospita la settima edizione di “A Tavola con le Stelle del Nordest”, un evento benefico che richiama la guida “A Tavola nel Nordest” ideata e curata per diversi anni dal giornalista enogastronomico Giovanni Chiades.

Ai fornelli 27 chef stellati, emergenti o in “odor di stella”, provenienti dal Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige ed Emilia Romagna, tutti uniti con lo scopo di devolvere in beneficenza l’intero ricavato della serata. Ogni partecipante, incluso chi ospita la manifestazione, rinuncia al rimborso spese, e l’incasso della serata viene devoluto alla Fondazione Più di un Sogno Onlus.

L’associazione propone fini solidali nei settori della beneficenza, della tutela dei diritti civili, dell’assistenza sociale e socio-sanitaria. “Fondazione Più di un Sogno Onlus” rivolge le proprie attività a persone con disabilità intellettiva e sindrome di Down di ogni fascia d’età, sostenendo anche le famiglie attraverso un Progetto di Vita che comprende tutti gli aspetti dell’esistenza umana.

La kermesse riunisce chef e importanti aziende vinicole provenienti dal Nordest, dando così la possibilità agli ospiti della serata di degustare, in un percorso libero, piatti e vini di alta qualità preparati e proposti direttamente davanti ai loro occhi dai cuochi e dai produttori stessi. Gli ospiti muniti di bicchiere al collo, possono spostarsi da una postazione di cucina all’altra e da un banco di assaggio a un altro, degustando in totale rilassatezza con la possibilità di interloquire direttamente con gli chef.

Il costo a persona è di 80,00 euro, mentre per chi volesse riservare un tavolo in esclusiva il costo è di 100,00 euro. Nella quota sono comprese le degustazioni dei vini delle cantine che offrono le loro migliori selezioni e tutte le eccellenze gastronomiche dei produttori presenti.

Simone Lucci

Gli chef:

Mattia Barbieri (Enoteca Centrale – Mestrino – PD);
Davide Botta (L’artigliere – Isola della Scala – VR),
Francesco Brutto (Undicesimo Vineria – Treviso / Venissa – Mazzorbo – VE);
Lionello Cera (Antica Osteria Cera – Campagna Lupia – VE);
Lorenzo Cogo (Ristorante El Coq – Vicenza);
Luigi Dariz (Ristorante Da Aurelio – Passo Giau – BL);
Pierluigi Di Diego (Ristorante Il Don Giovanni – Ferrara);
Franco Favaretto (Baccalàdivino – Mestre – VE);
Alessandro Favrin (La Corte del Lampone – Hotel Rosapetra – Cortina d’Ampezzo – BL);
Terry Giacomello (Ristorante Inkiostro – Parma);
Alfio Ghezzi (Locanda Margon – Trento);
Stefano Ghetta (L Chimpl da Tamion – Vigo di Fassa – TN);
Achille Leonardelli (Cà dei Boci – Baselga di Pinè – TN);
Simone Padoan (Pizzeria I Tigli – San Bonifacio – VR);
Francesco Paonessa (Al Capriolo – Vodo di Cadore – BL);
Giancarlo Pasin (Alla Pasina – Dosson di Casier – TV);
Leandro Luppi (Ristorante Vecchia Malcesine – Malcesine – VR);
Marco Perez (Amistà 33 – Corrubbio di Negarine Valpolicella – VR);
Renato Rizzardi (La Locanda di Piero – Montecchio Precalcino – VI);
Matteo Rizzo (Ristorante Il Desco – Verona);
Martino Scarpa (Osteria Ai Do Campanili – Cavallino-Treporti – VE);
Andrea Rossetti (Fuel Ristorante in Prato – Padova);
Piergiorgio Siviero (Lazzaro 1915 – Pontelongo – PD);
Maria Grazia Soncini (La Capanna di Eraclio – Codigoro – FE);
Marco Talamini (La Torre – Spilimbergo – PN);
Luca Veritti (Met Restaurant – Venezia);
Roberto Zanca (Aquasalata Feeling Taste – Isola Verde di Chioggia – VE).

IL BIANCO DI NERO D’AVOLA E IL GRILLO CON UVA TARDIVA: I VINI DI PUNTA DELLA CANTINA SOCIALE TRAPANESE

IL BIANCO DI NERO D’AVOLA E IL GRILLO CON UVA TARDIVA: I VINI DI PUNTA DELLA CANTINA SOCIALE TRAPANESE

I viticoltori dopo una lunga giornata di lavoro in campagna arrivano in cantina con trattori e camioncini carichi di grappoli di Nero d’Avola, Catarratto, Grillo.

L’enologo Francesco Rigirello, dopo l’attento controllo sulla qualità delle uve, esegue delle analisi chimiche per indirizzarle verso il miglior processo di vinificazione che viene eseguito insieme al consulente enologo Vincenzo Leone.

La diraspatrice è in funzione e separa il raspo dagli acini. I raspi, poi, finiranno in campagna come fertilizzante, le vinacce, invece, in distilleria per produrre la grappa.

Tutto questo avviene a Terre di Giafar sotto la supervisione di Antonino Spezia, presidente della cooperativa agricola che è affiancato dall’energica moglie Monia, Direttrice della cantina.

Gli stabilimenti sorgono all’interno del centro urbano di Paceco, un territorio viticolo in provincia di Trapani. La cantina dispone di tecnologie all’avanguardia per la lavorazione delle uve, la fermentazione dei mosti e l’affinamento dei vini. I moderni serbatoi in acciaio inox e le tradizionali vasche di cemento, inoltre, consentono la realizzazione di pregiati vini che vengono lasciati affinare in barriques nei sotterranei.

Terre di Giafar lavora principalmente uve provenienti da vitigni autoctoni e il bianco di Nera uno dei vini più rinomati realizzati dall’azienda siciliana. Un vino dal colore bianco, ma che al palato evoca i tipici aromi delle uve rosse. “Ad occhi chiusi si avvertono i profumi e gli aromi del Nero D’avola – precisa Antonino Spezia, detto Nino –. L’enologo ha poi deciso di rendere il prodotto più brioso rendendolo più gradevole al palato dei giovani proponendo un vino leggermente mosso.

Portata in cantina all’interno di cassette in modo che non ci sia contatto con il mosto, l’uva integra è schiacciata delicatamente e attraverso l’utilizzo del primo pressato, di color bianco. Durante il processo di vinificazione la particolarità è quella di allontanare subito le bucce di nero d’Avola per non dare colore al vino. Il mosto ottenuto fermenta a temperatura bassa (15/16 gradi) – spiega Nino Spezia –. Nasce in questo modo il bianco di Nero d’Avola, un vino che attualmente si può definire elegante e di moda”.

Punta di diamante della cantina è il Grillo con uva tardiva, prodotto con frutti lasciati appassire in pianta e raccolti a mano a fine settembre e in certe annate anche a ottobre. “Quando giungono in cantina, le uve devono essere perfettamente integre, sane e non ammuffite per essere lavorate in pressa a bassa temperatura, ottenendo un mosto molto zuccherino che ci consente di ottenere un vino che ricorda molto i passiti, da abbinare con formaggi e prodotti tipici siciliani – precisa il Presidente della Cooperativa –. Il prodotto ottenuto dalla vendemmia tardiva grazie al colore, ai profumi e al gusto è molto apprezzato. In passato, era frequente creare vini con uve tardive, oggi molte cantine hanno abbandonato tale produzione per due motivi: la resa del vino è molto bassa, e non tutti gli anni si può vinificare, perché ci sono annate piovose e il frutto ammuffisce in pianta”.

Attualmente, Terre di Giafar produce, anche, due linee di vini in bottiglia: una linea élite che presenta un packaging ricercato e vini monovarietali quali Nero d’Avola, Syrah, Merlot, Grillo, Catarratto, e una linea presentata in una veste coloratissima con blend aromatici come Nero d’Avola/Merlot, Catarratto/Inzolia, Grillo/Zibibbo.

La scelta aziendale è di puntare per lo più sui vitigni storici tipici della Sicilia per valorizzare le produzioni regionali e tipiche dell’isola.

La Società Cooperativa Agricola “Terre di Giafar” nasce nel 2008 per volontà di 14 imprenditori trapanesi decisi a conferire la propria produzione secondo i crismi della mutualità sottraendosi così alla speculazione degli operatori privati del trapanese. Credendo negli stessi principi e con i medesimi obiettivi altri soci hanno successivamente aderito all’iniziativa cosicché la superficie totale coltivata a vigneto ammonta ad oggi a circa 200 Ha.

La Cooperativa prende in affitto dal Tribunale di Trapani la struttura confiscata alla mafia di una storica cantina sociale del comprensorio. Con il sostegno della magistratura è stato così possibile impedire che l’ennesima struttura confiscata andasse alla deriva preda del vandalismo e dell’incuria.

Nella logica imprenditoriale gli stessi fondatori si sono dati un ordinamento interno scegliendo tra i Soci fondatori tanto il proprio Presidente nella figura del Dott. Agr. Antonino Spezia che i Consiglieri del Consiglio di Amministrazione.

La mission è quella di “fondere” in un unico corpo e in un’unica anima tutte le singole aziende conferitrici abbattendo i costi di gestioni tipici delle piccole imprese realizzando un reddito pro capite competitivo con gli operatori privati del settore.

La struttura, sorta nel 1967 è oggi totalmente ristrutturata e arricchita delle più moderne e tecnologicamente avanzate attrezzature per la lavorazione delle uve ha una capacità di stoccaggio pari a 60 mila quintali di uva. Il conferimento totale degli attuali soci della Cooperativa, però ammonta a circa 10 mila quintali di uva altamente selezionata e che permette la produzione di vini di alto pregio.

La cantina è dotata anche di una linea di imbottigliamento quasi interamente meccanizzata che permette di produrre 2.500 bottiglie all’ora. La Cooperativa, oltre a imbottigliare i propri vini, offre il servizio di imbottigliamento per aziende terze differenziando così l’attività e aumentando gli introiti che vengono poi ripartiti tra i soci.

Clementina Speranza, Simone Lucci

 

LEUCEMIA LINFOBLASTICA ACUTA E LE POSSIBILI TERAPIE

LEUCEMIA LINFOBLASTICA ACUTA E LE POSSIBILI TERAPIE

La leucemia linfoblastica acuta (LLA) è una malattia oncoematologica che coinvolge il sangue e il midollo osseo, il tessuto che si trova all’interno delle ossa, da cui hanno origine le cellule del sangue periferico.

È una patologia rara, a rapida progressione. La malattia coinvolge le cellule ematologiche immature bloccandone la differenziazione.

Si verifica quando all’interno di una cellula del midollo osseo avviene una mutazione o un errore nella duplicazione del DNA che ne altera i normali processi di proliferazione e differenziazione. Nei pazienti con LLA, avviene un accumulo incontrollato di globuli bianchi immaturi e maligni (detti blasti) che toglie spazio alle cellule sane del midollo osseo, 2 compromettendo le normali funzioni ematopoietiche.

Incidenza

In Europa, vengono diagnosticati complessivamente ogni anno 7 mila casi di LLA. Esistono vari sottotipi di LLA, con un’incidenza specifica molto bassa. Per esempio, si stima che in Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito siano circa 600 gli adulti con LLA da precursori delle cellule B recidivante o refrattaria negativa per il cromosoma Philadelphia. I pazienti adulti con diagnosi di LLA sono spesso giovani adulti, con un’età media alla diagnosi di 44-55 anni.

Sintomi

In generale, la LLA si manifesta clinicamente con:

  • Sanguinamento delle gengive
  • Febbre
  • Infezioni frequenti
  • Sanguinamento dal naso, abbondante e frequente
  • Riscontro di linfonodi ingrossati, sul collo, sotto le ascelle, a livello addominale o all’inguine
  • Pallore
  • Respiro corto
  • Debolezza, affaticamento.

Fattori di rischio

Non si conoscono con certezza le cause che provocano le mutazioni del DNA responsabili della produzione di cellule linfoidi anomale e quindi della LLA, ma si sa che la malattia non è ereditaria.

I fattori che possono aumentare il rischio di LLA sono:

  • Precedenti terapie contro il cancro
  • Esposizione a radiazioni
  • Sindromi genetiche
  • Familiarità per LLA.

DIAGNOSI

I test e le procedure effettuabili per la diagnosi della LLA includono:

  • Analisi del sangue: le analisi del sangue potrebbero rivelare anomalie nell’emocromo come, ad esempio, un elevato numero di globuli bianchi, bassi livelli di globuli rossi e di piastrine. Le analisi del sangue mostrano anche la presenza di blasti (cellule immature) che si trovano solitamente nel midollo osseo, ma che non circolano nel sangue.
  • Analisi del midollo osseo: attraverso l’utilizzo di un ago, viene prelevato un campione del midollo osseo dall’osso del bacino, per ricercare le cellule leucemiche. I medici, in laboratorio, classificano le cellule ematopoietiche in base alla loro dimensione, alla forma e altre caratteristiche. Cercano anche di individuare alcuni cambiamenti tipici delle cellule patologiche e di determinare se le cellule leucemiche derivano da linfociti B o linfociti T.
  • Test di imaging: i test di imaging, come le radiografie del torace, la tomografia computerizzata (TC) o l’ecografia possono aiutare a stabilire se la malattia coinvolge il cervello, le ossa, i linfonodi o altre parti del corpo.
  • Analisi del liquido cefalorachidiano (liquor): attraverso una puntura lombare, si raccoglie un campione di liquor. Il campione viene analizzato alla ricerca dell’eventuale presenza di cellule leucemiche.

Ci sono vari sottotipi di LLA, la cui corretta identificazione è importante per una corretta diagnosi e fondamentale per la successiva scelta terapeutica.

Attraverso l’analisi dell’immunofenotipo delle cellule leucemiche è possibile distinguere i due gruppi principali di LLA: la LLA di origine B (la più comune) e la LLA di origine T.

È possibile inoltre classificare la LLA in base allo stadio maturativo a cui sono assimilabili i blasti leucemici e alla presenza o meno del cromosoma Philadelphia.

TRATTAMENTI

Solitamente, il trattamento della LLA si compone di più fasi di chemioterapia:

  • Fase d’induzione: lo scopo di questa prima fase della cura è quello di eliminare la maggior parte delle cellule leucemiche nel sangue e nel midollo osseo, e favorire il ripristino di cellule normali.
  • Fase di consolidamento: la fase di consolidamento è nota anche come “terapia post-remissione”. Questa fase del trattamento mira a distruggere le cellule leucemiche residue e non individuabili.
  • Fase di mantenimento: ha lo scopo di prevenire la ricomparsa di nuove cellule leucemiche e quindi la recidiva di malattia. Le dosi di chemioterapia somministrate in questa fase sono, solitamente, minori.
  • Profilassi del Sistema Nervoso Centrale: i pazienti con LLA vengono sottoposti a trattamenti in grado di eliminare l’eventuale presenza di cellule leucemiche nel sistema nervoso centrale, durante tutte le fasi della terapia. Per questo tipo di trattamento, vengono iniettati farmaci chemioterapici direttamente nel canale spinale con lo scopo di uccidere le cellule leucemiche che non vengono raggiunte in questa sede dai normali farmaci chemioterapici assunti per via orale, iniettati sottopelle (per via sottocutanea) o via endovenosa.

Circa l’11% dei pazienti non risponde alla cura, e soffre della cosiddetta leucemia refrattaria. Circa il 60% dei pazienti affetti da LLA va incontro invece a ricaduta dopo aver inizialmente risposto al trattamento. Per i pazienti adulti con LLA, la probabilità di sopravvivenza a cinque anni, dopo la prima ricaduta, è del 7%. La mortalità è quindi altissima.

In relazione alla severità del quadro clinico e all’eventuale progressione della malattia, le cure della LLA possono durare due o tre anni, e prevedono:

  • Chemioterapia: ovvero farmaci che uccidono le cellule leucemiche e, solitamente, ciò avviene durante la fase di induzione sia nei bambini che negli adulti; può essere anche utilizzata durante la fase di consolidamento e mantenimento.
  • Terapia mirata: farmaci che colpiscono specificamente alcune anomalie delle cellule leucemiche, che sono alla base della loro sopravvivenza e proliferazione illimitata.
  • Radioterapia: utilizzo di radiazioni, che uccidono le cellule tumorali.
  • Trapianto di cellule staminali: può essere utilizzato durante la terapia di consolidamento nei pazienti a rischio di ricaduta per ristabilire la presenza di cellule staminali sane, che sostituiscano quelle tumorali presenti nel midollo osseo e instaurare una risposta immunologica contro la leucemia.
  • Sperimentazioni cliniche: testano l’efficacia delle nuove cure per la leucemia o quella delle terapie esistenti. Le sperimentazioni cliniche danno una possibilità ai pazienti di essere trattati con farmaci innovativi, per i quali sono ancora in corso di valutazione i rischi e i benefici. I pazienti discutono i potenziali rischi e benefici con il loro medico, prima di firmare un consenso informato per essere inseriti all’interno della sperimentazione clinica.

Lo scopo della cura è la remissione completa (RC). La remissione avviene quando non ci sono più evidenze di LLA e sia l’emocromo che le cellule del midollo osseo del paziente ritornano nella norma. Nella LLA, la remissione è spesso definita da un numero di blasti leucemici nel midollo osseo inferiore al 5%.

Test MRD

Con il raggiungimento della RC, potrebbe essere presente, nell’organismo, un piccolo numero di cellule leucemiche non visibili. Si definisce residuo minimo di malattia (MRD): uno stato in cui la leucemia non è visibile al microscopio, ma solo attraverso tecniche più sensibili in grado di individuare le cellule maligne residue.

Il test MRD può essere utilizzato per valutare la prognosi dei pazienti con LLA e per guidare le decisioni sull’iter di trattamento. La valutazione della MRD ha acquisito un valore importante nei protocolli di cura europei per i pazienti con LLA, sulla base del suo alto valore prognostico.

“Lo strumento terapeutico di riferimento rimane la chemioterapia, che si basa su farmaci che sono stati sviluppati a partire dagli anni ’60 – precisa Alessandro Rambaldi, Direttore Unità Strutturale Complessa di Ematologia, Azienda ASST Papa Giovanni XXIII Bergamo –. Nel corso degli anni abbiamo imparato ad usare sempre meglio questi farmaci definendo le combinazioni tra i chemioterapici, la loro sequenza, e soprattutto la dose di utilizzo e questo ha portato già grandi risultati: i bambini trattati negli anni ’70 con gli stessi farmaci che utilizziamo oggi guarivano nel 20% dei casi, oggi nel 90% dei casi. Nel paziente adulto il progresso è stato meno significativo, ma comunque molto rilevante. Il secondo presidio terapeutico disponibile è il trapianto di midollo osseo allogenico che è una modalità estremamente efficace perché si basa sulla somministrazione di una dose massimale di chemioterapia eventualmente associata anche alla radioterapia. Questa combinazione da un lato è in grado di ottenere una significativa eradicazione della malattia, ma al tempo stesso provoca un danno irreversibile anche alle cellule sane che non sono più in grado di produrre sangue. Per tale ragione questa funzione viene assunta da cellule staminali emopoietiche sane ottenute da un donatore compatibile. Purtroppo, accanto all’effetto terapeutico del trapianto, il sistema immunitario del donatore può talvolta aggredire non soltanto le cellule leucemiche, ma anche quelle sane del paziente (quali quelle della pelle, dell’intestino, del fegato e determinare una malattia che si chiama ‘malattia del trapianto contro l’ospite’, Graft Versus Host Disease, GvHD). Questa complicanza interessa circa il 25% dei pazienti e si presenta con delle manifestazioni acute o croniche che possono compromettere la qualità di vita del paziente e qualche volta la vita stessa. Per tutte queste ragioni, il trapianto di midollo osseo allogenico viene offerto solo ai pazienti per i quali si ha la certezza o almeno un’alta probabilità che la chemioterapia da sola non possa portare a guarigione.

Grazie al trapianto e a tanta ricerca di laboratorio, nel corso degli ultimi 35 anni abbiamo capito che una terapia immunologica contro la leucemia era possibile ed estremamente efficace. Dobbiamo sfruttare il sistema immunitario per curare in modo definitivo questa malattia senza però causare molte delle tossicità prima descritte. Tra questi nuovi trattamenti va ricordato lo sviluppo di tecniche di terapia genica, grazie alle quali i linfociti T vengono geneticamente modificati per riconoscere bersagli espressi sulla superficie delle cellule leucemiche o lo sviluppo di nuovi anticorpi, che ottengono lo stesso risultato attivando i linfociti stessi del paziente.

Da questi nuovi trattamenti innovativi più efficaci e meno tossici rispetto alla chemioterapia e al trapianto di midollo osseo ci aspettiamo nuovi decisivi progressi nella terapia di questa malattia”.

Sulle cure innovative risponde Robin Foà Direttore Ematologia, Policlinico Umberto I, Sapienza Università di Roma

 

Cosa sono gli anticorpi bispecifici? È ora disponibile anche in Italia blinatumomab, primo anticorpo bispecifico per il trattamento della leucemia acuta linfoblastica. Ci può spiegare in cosa consiste il suo innovativo meccanismo d’azione?

Il blinatumomab è un anticorpo monoclonale definito bispecifico perché il bersaglio è rappresentato da due antigeni espressi sulla superficie delle cellule, non uno come di solito avviene per gli anticorpi monoclonali. Uno è un antigene chiamato CD19 che è presente sulla superficie delle cellule di tutte le leucemie acute linfoblastiche della serie B, ma il meccanismo d’azione è mediato invece dall’altro antigene, il CD3, che è presente sulla superficie dei linfociti T del paziente. È una forma di immunoterapia perché di fatto vengono attivati/armati i linfociti T del paziente a riconoscere le cellule leucemiche CD19+. L’innovazione sta nel modello di azione; il blinatumomab è il primo anticorpo monoclonale bispecifico che è arrivato nella clinica ed è stato recentemente approvato prima da FDA e poi da EMA, e ora anche da AIFA.

La terapia con blinatumomab è quindi una forma di immunoterapia: viene attivato il sistema immunitario del paziente a riconoscere le cellule malate e quindi a cercare di eliminarle. È il primo anticorpo bispecifico approvato in oncologia e rappresenta una strategia terapeutica rivoluzionaria per una patologia molto grave. L’approvazione è per pazienti adulti che abbiano una leucemia acuta linfoblastica di tipo B, che sia Philadelphia (cioè che non porti questa alterazione citogenetica), e che siano recidivati o resistenti ad una o più linee di terapia. Quindi non si usa in prima linea ma nelle recidive di malattia.

Quali sono le evidenze scientifiche di efficacia di blinatumomab nel trattamento della leucemia linfoblastica acuta, in particolare rispetto alla chemioterapia, considerata finora il trattamento standard per questa patologia?

Sono stati condotti negli anni molti studi prima di arrivare allo studio TOWER randomizzato, che rappresenta l’ultimo anello di una lunga catena di studi clinici di fase I e II che sono stati completati in precedenza e che hanno dimostrato l’efficacia di questo anticorpo bispecifico in pazienti con leucemia linfoblastica acuta in recidiva o resistente alla terapia standard. I risultati incoraggianti hanno portato al disegno dello studio randomizzato per pazienti che hanno questo tipo di malattia, negativi per il cromosoma Philadelphia. I pazienti sono stati randomizzati alla cieca a ricevere lo standard of care, che è sempre una combinazione chemioterapica, oppure questo anticorpo monoclonale usato da solo. I risultati dello studio sono stati rilevanti perché hanno dimostrato che, rispetto alla terapia convenzionale, il blinatumomab ha permesso di ottenere percentuali di remissione completa di malattia significativamente più elevate e ha praticamente raddoppiato la sopravvivenza rispetto alla chemioterapia standard. Risultati quindi molto importanti, che non si erano mai osservati con un singolo farmaco. Questi risultati sono stati recentemente pubblicati sulla più prestigiosa rivista di medicina, il New England Journal of Medicine.

Per quanto tempo e con quali modalità viene somministrato blinatumomab ai pazienti?

Di solito si somministrano due cicli ma si può arrivare anche a cinque cicli. Le risposte maggiori si hanno dopo il primo e il secondo ciclo. Il trattamento consiste in una terapia infusionale continua, per 28 giorni, seguita da un periodo di intervallo di due settimane. Il paziente viene ricoverato all’inizio della terapia e successivamente la somministrazione del farmaco può proseguire a domicilio utilizzando una pompa da infusione.

FOTOGRAFIE D’AUTORE ALLA MOSTRA MEDITERRANEO UNITO

FOTOGRAFIE D’AUTORE ALLA MOSTRA MEDITERRANEO UNITO

“La fotografia è un arte; anzi è più che un’arte, è il fenomeno solare in cui l’artista collabora con il sole”, afferma Alphonse de Lamartine. Arte e fotografia, infatti, hanno da sempre camminato l’una al fianco dell’altra influenzandosi a vicenda. Tale equazione si riscontra, anche, al Festival Internazionale dedicato alla Fotografia d’Autore, manifestazione inaugurata presso la sala convegni del Complesso Culturale “Le Ciminiere” di Catania, con la tradizionale consegna del riconoscimento alla carriera (Premio Mediterraneum per la Fotografia d’Autore) al fotografo Francesco Cito.

Gli scatti in mostra invitano a riflettere sulle nostre origini e su tutto ciò che è nato lungo le sponde del Mediterraneo. “Siamo figli della Magna Grecia, di quella civiltà che parlava tanti dialetti e che, in un preciso momento, seppero fondersi e stringersi nella Koinè, ovvero nell’onesta comunicazione affidata a: suoni, immagini e parole condivise con la speranza in un miglior rapporto relazionale. Siamo alla ricerca di una nuova koinè, e riteniamo che la fotografia possa farsi carico di quest’aspettativa”, riferisce Pippo Pappalardo, storico e critico della fotografia.

Mediterraneo κοινὴ (Mediterraneo unito) è, infatti, il tema delle 250 istantanee che compongono le 16 mostre personali di altrettanti fotografi italiani e stranieri. Francesco Cito, Graziano Perotti, Ilaria Abbiento, Roberta Baldaro, Emanuela Minaldi, Salvo Alibrio e Ferdinando Scianna sono gli autori italiani presenti alla mostra.

Quest’ultimo è un professionista molto legato alla sua Sicilia, che ha rappresentato spesso attraverso immagini realistiche. Foto scattate a margine di reportage dagli anni ’60 al 2000. “Non li ho chiamati paesaggi. Solo luoghi che ho incontrato vivendo, lavorando e che hanno richiamato la mia attenzione”, afferma Ferdinando Scianna. Istantanee con uno stile sempre abbastanza lontano per non farsi coinvolgere, sempre abbastanza vicino per sentire le forze emotive, che lo stesso fotografo sintetizza come “le giuste distanze”.

Una giuria ha scelto poi 30 foto tra migliaia di scatti di altri fotografi. Quelli selezionati sono stati pubblicati su Instagram. Primo, secondo e terzo premio sono stati affidati al maggior numero di “like”. Tra questi I fuochi d’artificio della bella fotografa catanese Irene la China. “Un giorno leggendo del contest di Med Photo Fest mi sono sfidata – racconta Irene –. Ho mandato un mio scatto della notte del 3 febbraio durante la festa di S. Agata. È stata un’emozione grande sapere che il mio scatto è stato selezionato da una vera giuria e che è stato esposto in un’importante galleria della Sicilia, insieme a grandi fotografi come Scianna”. Nella stessa galleria, infatti, a fianco dei grandi fotografi questi scatti.

La manifestazione, inoltre, è arricchita con una serie di incontri dedicati all’editoria con le presentazioni di volumi fotografici tra cui “Istanti di luoghi” di Ferdinando Scianna, “Ultima Sicilia” di Giovanni Chiaramonte, “Il Fotografo e lo sciamano” di Dario Coletti, e interessanti workshop, seminari culturali e tecnici, con la partecipazione di Francesco Cito e Tony Gentile, esponenti della comunicazione visiva.

Simone Lucci

Fotografi:

Francesco Cito;
Ferdinando Scianna;
Graziano Perotti;
Ilaria Abbiento;
Roberta Baldaro;
Emanuela Minaldi;
Salvo Alibrio;
Sinawi Zen Medine (Francia);
Isabelle Serro (Francia);
Patrick Bar (Francia);
Matic Zorman (Slovenia);
Antigone Kourakou (Grecia);
Clara Abi Nader (Libano);
Gabi Ben Avraham (Israele);
Marta Altares Moro (Spagna);
Samet Ergün (Turchia).

INTEGRATORI, RICETTE STELLATE  E COTTURE INNOVATIVE PER FAVORIRE IL CONTROLLO DEL COLESTEROLO

INTEGRATORI, RICETTE STELLATE E COTTURE INNOVATIVE PER FAVORIRE IL CONTROLLO DEL COLESTEROLO

Attenzione ai livelli elevati di colesterolo.

Alimentiamici” e combinazioni intelligenti, per piatti gustosi e benefici per il cuore.

Alleggerire i condimenti con cotture semplici e rivoluzionarie, che riducano anche i tempi di preparazione.

Attività fisica costante e in misura personalizzata.

Associare un integratore alimentare per l’apporto quotidiano dei nutrienti che aiutano il cuore, favorendo il controllo del colesterolo e del metabolismo glucidico.

Sono le 5 “A” della prevenzione sostenibile, un approccio innovativo attraverso piccoli cambiamenti nello stile di vita, di cui sono parte integrante un’alimentazione equilibrata e l’uso appropriato degli integratori alimentari: a promuoverlo è “LopiLife, nutriamo la salute del cuore”.

La campagna si basa sulle nuove Linee Guida della Società Europea dell’Aterosclerosi e della Società Europea di Cardiologia che, nei soggetti con livelli di colesterolo borderline e che non necessitano di trattamento farmacologico, oltre a raccomandare modifiche nello stile di vita e nell’alimentazione, suggeriscono di “nutrire” la salute del cuore con integratori alimentari in grado di agire favorevolmente su alcuni fattori di rischio cardiovascolare, grazie a principi attivi naturali.

A queste caratteristiche risponde il nuovo integratore alimentare LopiGLIK, che riunisce in un’unica formulazione tre principi attivi naturali con efficacia scientificamente provata

Ogni compressa di LopiGLIK contiene:

  • Berberis Aristata: contribuisce alla regolare funzionalità dell’apparato cardiovascolare. La berberina è una sostanza naturale, estratta dalla corteccia di Berberis aristata, arbusto spinoso originario dell’Himalaya e del Nepal appartenente alla famiglia delle Berberidaceae.

La berberina svolge diverse attività farmacologiche e contribuisce alla normale regolarità cardiovascolare.

  • Riso rosso fermentato: favorisce il controllo del colesterolo nel sangue ad integrazione di una dieta adeguata

Il riso rosso fermentato è un antico componente dietetico cinese. È prodotto dalla fermentazione del riso per opera del Monascus purpureus, micete che produce diverse sostanze tra cui un pigmento rosso (da cui il nome di “lievito rosso”), e sostanze che modificano i grassi presenti nel sangue. Queste ultime sono state identificate chimicamente come “monacoline”, tra cui la monacolina K, che hanno un ruolo nella gestione dei livelli di colesterolo (Yang 2012, Shamim 2013).

  • Morus alba: favorisce il metabolismo degli zuccheri. Il gelso bianco o moro bianco o Morus alba, è un albero deciduo che appartiene alla famiglia delle Moraceae, originario della Cina settentrionale e della Corea.

L’efficacia di LopiGLIK è stata valutata in uno studio scientifico (Trimarco V. et al. 2015). Rispetto al prodotto nutraceutico per il controllo del colesterolo leader di mercato si è osservato nei 23 soggetti trattati una superiore riduzione del colesterolo totale e LDL (target LDL raggiunto nel 56,5% dei pazienti contro il 21,7%) e presenta un’efficacia sovrapponibile per i trigliceridi e aumento del colesterolo buono HDL.

Ma insieme all’uso quotidiano di un integratore quali altre regole promuove LopiLife?

Una regola sostenibile è l’introduzione nella dieta di alimenti amici che consentano di mantenere stabili gli ormoni, principalmente l’insulina prodotta dal pancreas; inoltre, è importante l’attenzione alle combinazioni intelligenti e funzionali tra gli alimenti, valutando il loro effetto sui diversi organi.

“Per stare bene e guadagnare salute più a lungo possibile affrontando una sana longevità, dobbiamo imparare a riprogrammare i nostri ormoni a tavola: il primo passo è ridurre l’insulino-resistenza, il secondo passo è saper combinare gli alimenti in modo funzionale. È sbagliato sia mangiare troppi zuccheri, sia troppe proteine – afferma Sara Farnetti, Specialista in Medicina Interna e malattie del metabolismo -. La cosa giusta da fare è mantenere bassa l’insulina a ogni pasto, assumendo alimenti amici, come il cioccolato, le mandorle, e sostanze estratte dalle piante, come il cardo e il gelso bianco. Gli integratori danno maggiore efficacia benefica all’azione funzionale dei cibi che assumiamo”.

Cottura a vapore, pentola a pressione, cottura a basse temperature: il segreto dell’innovazione amica del cuore in cucina sono anche le tecniche di cottura semplici e rivoluzionarie, che possono limitare a 15-20 minuti i tempi di preparazione, e che nella campagna si esprimeranno attraverso le ricette d’autore dello chef stellato Luciano Monosilio.

“La cucina stellata è frutto di una grande ricerca di ingredienti, di alchimie che legano i cibi e di cotture che rispettano le materie prime. Lavorando su tutti questi fronti, si possono creare dei piatti che soddisfino il palato e, allo stesso tempo, che siano amici del cuore – afferma Luciano Monosilio -. Il segreto è utilizzare ingredienti freschi e di qualità, e cucinarli con tecniche e strumenti che non ne distruggano il valore nutritivo e diminuendo l’utilizzo di grassi animali e oli vegetali saturi in favore di erbe e spezie. Da questo punto di vista, un aiuto a una sana alimentazione può venire anche dai metodi di cottura semplici e rivoluzionari, come la cottura a bassa temperatura, quella a vapore o la pentola a pressione, che permettono di mantenere inalterate le proprietà organolettiche e nutritive degli alimenti, limitando l’uso di condimento e di grassi”.

Cos’è il colesterolo
Il colesterolo è un grasso prodotto dal fegato ed è presente in tutte le cellule dell’organismo. Serve per la sintesi di alcuni ormoni, gioca un ruolo fondamentale nella produzione della vitamina D, è un costituente delle membrane cellulari e di vari tessuti.

La maggior parte del colesterolo circolante viene sintetizzato all’interno del nostro organismo, e solo una piccola quota è introdotta attraverso l’alimentazione. Una persona adulta sintetizza circa 600-1000 mg di colesterolo al giorno. Alla quota di colesterolo endogeno, prodotto cioè dall’organismo, che equivale a circa il 70-80% di tutto il colesterolo, si affianca quella assunta dall’esterno (colesterolo esogeno).

Una dieta equilibrata apporta, in genere, da 200 a 300 mg di colesterolo al giorno. Il colesterolo può essere introdotto dall’esterno con alimenti quali i cibi ricchi di grassi animali, come carne, burro, salumi, formaggi, tuorlo dell’uovo. Il colesterolo viene introdotto anche attraverso i grassi insaturi che si ottengono aggiungendo idrogeno agli oli vegetali, tipici di molte fritture e anche delle margarine vegetali e dei grassi usati in pasticceria. I cibi di origine vegetale (frutta, verdura, cereali) non contengono colesterolo.

 Perché è pericoloso
In quantità eccessive, il colesterolo diventa un formidabile nemico per l’intero apparato cardiovascolare. Infatti, il colesterolo in eccesso tende ad accumularsi sulle pareti delle arterie e nel tempo può formare una placca che restringe l’arteria e riduce il flusso di sangue. O, addirittura, quando arriva a ostruire totalmente l’arteria interessata, interrompere irreversibilmente il flusso sanguigno. Quando questo fenomeno interessa le coronarie, che portano il sangue al cuore, aumenta il pericolo di infarto, soprattutto se sono presenti altri fattori di rischio. Tale processo può, comunque, colpire qualsiasi distretto corporeo, con danni correlati all’organo interessato, frequentemente cervello (ictus) e reni, con perdita della funzionalità.

Colesterolo buono e cattivo
Il colesterolo, in quanto tale, non potrebbe circolare liberamente nel sangue. Si lega, quindi, a speciali “trasportatori”, le lipoproteine. Queste non sono tutte uguali, ma sono più o meno dense e, proprio in base alla loro densità, tendono ad uscire dai vasi o a rimanere al loro interno facilitando la formazione delle placche e, quindi, delle lesioni. Da qui la definizione di colesterolo “buono” e “cattivo”.

HDL – Il colesterolo buono
È definito così perché si lega alle HDL (High Density Lipoprotein, o lipoproteine ad alta densità), che hanno il compito di trasportarlo fuori dai vasi sanguigni verso il fegato, dove viene eliminato. Le HDL sono quindi una sorta di “spazzino” dei vasi sanguigni ed hanno azione protettiva per le arterie.

LDL – Il colesterolo cattivo
Viaggia con le LDL (Low Density Lipoprotein, o lipoproteine a bassa densità) che lo trasportano ai vari tessuti lasciando che si accumuli nei vasi sanguigni dove ci sono lesioni. Si forma così la placca dell’aterosclerosi. Elevati valori di trigliceridi nel sangue possono favorirne la sintesi e quindi vanno anch’essi tenuti sotto controllo.

Il valore del colesterolo totale è “desiderabile” quando non supera i 200 mg/dL.
Il colesterolo LDL o cattivo non dovrebbe superare i 135 mg/dL nella persona sana ma nei soggetti con fattori di rischio cardiovascolari (ipertensione, diabete, obesità, fumo) dovrebbero essere inferiori a 100 mg/dL e inferiori a 70 mg/dL nei soggetti che hanno già avuto eventi cardiovascolari.

Il colesterolo HDL o buono non deve mai scendere sotto i 30-40 mg/dL.

La glicemia
La glicemia è la concentrazione di glucosio (zucchero) nel sangue. Il glucosio è la forma in cui devono essere trasformati gli altri zuccheri per poter essere utilizzati dal nostro organismo ed è quindi l’unico zucchero presente nel nostro sangue. L’assorbimento del glucosio è favorito dall’insulina, un ormone rilasciato dal pancreas. Una quantità eccessiva di zucchero causa un superlavoro per il pancreas per produrre l’insulina necessaria a normalizzare la concentrazione ematica di glucosio, ponendo l’organismo in una situazione di squilibrio e quindi di sofferenza. Nel tempo il pancreas si “affatica” e le cellule diventano meno sensibili all’insulina, per cui ne occorrono quantitativi maggiori per assicurare una normale concentrazione di glucosio nel sangue, compresa tra i 65-110 mg/dL. Un valore compreso tra i 110-125 mg/dL suggerisce il sospetto di alterata glicemia a digiuno (IFG). Mentre valori superiori a 125 mg/dL permettono di fare diagnosi di diabete qualora tale condizione si verificasse nuovamente ad una seconda misurazione.

“Dopo i 40 anni è importante tenere sotto controllo il colesterolo perché è uno dei segni della sindrome metabolica, una condizione clinica nella quale interventi diagnostici e terapeutici, nutrizionali e nutraceutici tempestivi influenzano positivamente l’aspettativa di vita e riducono notevolmente la spesa sanitaria – precisa Sara Farnetti –. La sindrome metabolica aumenta l’incidenza di cancro, diabete, malattie cardiovascolari, malattie del sistema nervoso centrale, osteoporosi. Questa sindrome è “silenziosa”, il paziente spesso non avverte disturbi particolari, e spesso la scopre per puro caso effettuando alcuni esami del sangue. In realtà, la sindrome metabolica è ben evidente perché è sempre presente: l’aumento della circonferenza della vita che documenta una obesità localizzata nella zona addominale. Nello specifico, le misure considerate a rischio sono superiori ai 94 centimetri per gli uomini e 80 per le donne. Per la diagnosi di sindrome metabolica devono essere anche presenti due dei seguenti criteri:

  • aumento dei trigliceridi nel sangue (oltre 150 mg/dl);
  • riduzione del colesterolo HDL “buono” al di sotto dei 40 mg/dl nelle donne e dei 50 mg/dl negli uomini;
  • pressione alta (valori superiori agli 85 mmHg di minima e ai 130 mmHg di massima);
  • glicemia elevata a digiuno (valori superiori ai 100 mg/dl) o diagnosi di diabete.

Da tutto questo è facile intuire che non è importante il colesterolo di per sé come malattia ma in quanto considerato e inquadrato all’interno della sindrome metabolica”.

IDRATAZIONE E PROTEZIONE SONO I SEGRETI PER UN’ABBRONZATURA SICURA E PERFETTA

IDRATAZIONE E PROTEZIONE SONO I SEGRETI PER UN’ABBRONZATURA SICURA E PERFETTA

Il binomio uomo e abbronzatura è stato per molto secoli contrastante. Fino all’Ottocento, le nobili donne passeggiavano con l’ombrellino per mantenere la pelle chiara che era sinonimo di aristocrazia. Ma “l’impero” del candore diafano della cute era destinato a cadere. Agli inizi del Novecento, infatti, l’abbronzatura è diventata di moda, e a sdoganarla è stata la stilista parigina Coco Chanel, notata da tutti per la sua carnagione dorata dopo un soggiorno a Juan-les-Pins, in Costa Azzurra.

Ma come togliere il grigio invernale dalla pelle e lasciar spazio a una cute dorata in modo sicuro? Proteggere e idratare ogni tipo di pelle, anche le più sensibili, con solari che garantiscono un approccio corretto e medicale all’abbronzatura è fondamentale.

Lo studio degli effetti del sole sulle differenti tipologie di epidermide ha molto influenzato Angstrom, che basa i suoi prodotti sulle condizioni ambientali e sul fototipo, ossia l’insieme di categorie che divide la popolazione in base a tipo di pelle (colore), capelli, occhi e reazioni al sole.

I cosmetici Angstrom Protect, infatti, sono formulati con filtri solari ad ampio spettro di assorbimento (UV-A e UV-B), una speciale formula a tripla azione, e il TTS (Total Tanning System). Il TTS comprende un pool di principi funzionali (Tirosina, Inositolo ed Heliostatine) che agisce in modo selettivo a seconda dell’attitudine all’abbronzatura dei diversi tipi di epidermide, dalla più chiara alla più scura, aiutando a stimolare, velocizzare e prolungare la soggettiva capacità di produrre melanina con una migliore performance abbronzante. Un fenomeno che avviene in modo sinergico e nel rispetto del naturale processo di pigmentazione della cute.

L’idratazione prolungata, inoltre, previene gli eritemi, le bruciature e il fotoinvecchiamento dell’epidermide. I solari, infatti, sono stati creati con tre ingredienti (propandiolo, diglycerin e glicerina) che sono in grado di idratare intensamente e rapidamente la pelle.

L’originale latte aerosol spray trasparente si assorbe rapidamente senza lasciare residui visibili, e con le creme solari viso effetto matt e non, la lozione autoabbronzante, il latte solare corpo, il latte doposole, la crema gel doposole e lo stick solare idratante e nutriente, che protegge le zone più delicate con protezione avanzata e fotostabile UVA/UVB spf50, si completa linea Angstrom dalla texture ricca, delicata, estremamente idratante e resistenti all’acqua.

Una corretta protezione e idratazione consentono di ottenere un colorito sano e una perfetta abbronzatura dorata, uniforme, duratura, evitando scottature. E come affermava Coco Chanel “Una donna deve abbronzarsi. L’abbronzatura è chic”.

Simone Lucci

Angstrom nasce nel 1980 e unisce scienza, tecnologia, ricerca dermocosmetica ed esperienza al servizio di un “suncare” sicuro e senza rischi.

La sua affidabilità parte dal nome, ispirato ad A.J. Angstrom, scienziato che nel diciannovesimo secolo studiò la lunghezza d’onda della luce (la spettroscopia) e le radiazioni ultraviolette (i raggi UV).

Grazie anche a questi studi oggi si conoscono gli effetti dannosi del sole sulla pelle come fotoinvecchiamento, disidratazione, radicali liberi, alterazioni del DNA; conoscenze scientifiche che sono da sempre la base sulla quale nascono i solari Angstrom.

Fin dalle origini infatti, la filosofia di Angstrom si fonda sul garantire un approccio corretto e scientifico all’abbronzatura, proteggendo e preparando all’esposizione anche la pelle più delicata e sensibile come quella del bambino, in modo che il sole sia sempre e solo un piacere per tutti.

“IL SOLE PER AMICO” DEI BAMBINI

“IL SOLE PER AMICO” DEI BAMBINI

Da uno studio epidemiologico condotto su oltre 12 mila alunni delle scuole elementari emerge che il 25,5% dei bambini italiani ha riportato almeno una scottatura solare nel corso della vita, con una maggiore incidenza tra gli alunni del Sud e le isole (28,2%) e il 9,4% dei bambini almeno una scottatura nei dodici mesi prima della rilevazione. Circa l’85% del campione utilizza qualche volta o sempre creme solari, il 73,5% il cappellino, il 73,6% la maglietta, il 54,2% gli occhiali da sole.

“Il Sole per amico” è la più grande campagna di prevenzione primaria sul melanoma mai realizzata in Italia. E sono i bambini i destinatari principali dell’iniziativa di sensibilizzazione promossa da IMI in quanto fascia di popolazione più a rischio per il melanoma: le scottature prese nell’infanzia sono un fattore di rischio perché la pelle “memorizza” il danno ricevuto e può innescare il processo patologico anche a diversi anni di distanza.

La campagna è stata promossa a partire dal 2015 da IMI – Intergruppo Melanoma Italiano, con la collaborazione del Ministero dell’Istruzione, il patrocinio del Ministero della Salute e dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM).

“Il Sole per amico” ha raggiunto i cittadini attraverso il web, nelle stazioni ferroviarie, sulle spiagge, è stato un progetto educazionale sulla corretta esposizione al sole per gli alunni delle scuole primarie e le loro famiglie, che nell’arco di due anni scolastici ha coinvolto 300 scuole di 11 Regioni, circa 50.000 alunni, oltre 4.000 docenti e ha coinvolto migliaia di bambini nella realizzazione di disegni, temi, recite ispirati ai contenuti della campagna.

Apprendere da piccoli le regole che servono a esporsi con giudizio al sole e a difendere la pelle, significa ridurre il rischio di tumori cutanei per tutta la vita. “Il concetto più importante trasmesso ai bambini delle scuole primarie riguarda l’importanza di seguire le regole della fotoprotezione, tra le quali le principali sono evitare le esposizioni eccessive e le conseguenti scottature soprattutto se si ha un fototipo 1 o 2, esporsi sempre gradualmente, evitare di farlo nelle ore centrali della giornata, utilizzare indumenti quali cappello con visiera, camicia o maglietta e occhiali da sole, usare creme solari adeguate al proprio fototipo”, commenta Ignazio Stanganelli, Referente per la Dermatologia di IMI e Presidente eletto IMI, Professore Associato all’Università degli Studi di Parma e Responsabile del Centro di Oncologia Dermatologica IRST Romagna.

“La campagna e il progetto educazionale ‘Il Sole per amico’ sono stati voluti da IMI per contrastare la diffusione del melanoma, che sta diventando sempre più frequente tra i giovani adulti di 20-30 anni di età, e ormai rappresenta il secondo tumore per incidenza nella popolazione maschile e il terzo in quella femminile al di sotto dei 50 anni – afferma Giuseppe Palmieri, Presidente IMI (Intergruppo Melanoma Italiano) e Responsabile Unità di Genetica dei Tumori, Istituto di Chimica Biomolecolare, ICB-CNR Sassari – insieme ad altre iniziative di sensibilizzazione, questa campagna potrà avere un impatto positivo a lungo termine nel ridurre l’incidenza del melanoma e, insieme al miglioramento della diagnosi precoce, contribuire alla diminuzione della mortalità”.

Ideatrice della campagna è Paola Queirolo Presidente Uscente IMI, UOC Oncologia Medica all’IRCCS-AOU San Martino-IST di Genova. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza dell’importanza di far crescere l’attenzione dell’opinione pubblica sul melanoma e sui rischi legati a una non corretta esposizione, coinvolgendo in particolare i bambini delle scuole elementari e ha insegnato loro le regole fondamentali per l’esposizione al sole in modo da ridurre il rischio che sviluppino melanoma in età adulta”.

IL MELANOMA
Il melanoma è un tumore molto aggressivo che deriva dalla trasformazione maligna dei melanociti, le cellule che determinano il colore della pelle. Il melanoma può insorgere sulla pelle apparentemente sana o dalla modificazione di un neo preesistente.
La frequenza di questo tumore è in netto aumento in tutto il mondo: negli ultimi 15 anni il numero dei casi di melanoma è praticamente raddoppiato. Ogni anno nel mondo si registrano circa 100.000 nuovi casi. Quando il melanoma viene diagnosticato precocemente è generalmente una malattia curabile. Tuttavia, se non individuato in tempo e non trattato, il melanoma può diffondersi ad altre parti dell’organismo, come fegato, polmoni, ossa e cervello. Un melanoma che si è diffuso ad altri organi è chiamato melanoma metastatico: questo tipo di tumore della pelle ha una prognosi non favorevole. Sebbene il melanoma metastatico sia relativamente raro, può avere un effetto devastante sui pazienti e i familiari, specialmente perché le persone colpite sono spesso in giovane età. L’età media dei pazienti con diagnosi di melanoma è di soli 50 anni e il 20% dei casi viene riscontrato in pazienti di età compresa tra 15 e 39 anni.

Perché si presenta il melanoma?

Il melanoma insorge a causa della crescita e della proliferazione incontrollata dei “melanociti”, le cellule che producono la “melanina”, il pigmento che dà colore a pelle, occhi, capelli e protegge la cute dai raggi ultravioletti (UV) della luce solare. Un’esposizione eccessiva ai raggi UV può provocare mutazioni nei melanociti e rappresenta una delle cause principali di tumori cutanei come il melanoma.

Quali sono i soggetti a rischio di melanoma?

Le persone più a rischio sono quelle che hanno una o più delle seguenti caratteristiche:

  • modificazione evidente e progressiva di un neo;
  • comparsa di un nuovo neo in età adulta;
  • soggetti già trattati per melanoma;
  • familiarità per melanoma (altri casi di melanoma in famiglia);
  • uno o più nei di diametro superiore a 5mm e di forma irregolare;
  • presenza di uno o più nei congeniti grandi;
  • elevato numero di nei;
  • capelli biondo-rossi, occhi chiari, carnagione particolarmente bianca ed estremamente sensibile al sole;
  • presenza di lentiggini;
  • frequenti scottature durante l’infanzia e l’adolescenza;
  • frequente esposizione a radiazioni ultraviolette artificiali di lampade abbronzanti o lettini solari.

TIPI DI MELANOMA
Esistono quattro tipi principali di melanoma della pelle:

  • il melanoma piano o sottile rappresenta la forma più frequente (70%); tende a crescere verso l’esterno piuttosto che verso l’interno;
  • il melanoma cupoliforme o nodulare è una variante di melanoma a rapida evoluzione e con alto rischio di progressione che tende a comparire a un’età più avanzata. Rappresenta il 10-15% di tutti i melanomi. È la forma a più rapida crescita: se non trattata, comincia a svilupparsi verso l’interno e può penetrare nella cute e diffondersi ad altre aree dell’organismo;
  • la lentigo maligna (melanoma in situ) è una lesione a lenta evoluzione che si manifesta, generalmente nei soggetti anziani sulla pelle del viso, come una macchia piatta, non palpabile, marrone, molto liscia, con perdita del normale profilo cutaneo. Generalmente ha un ritmo di crescita lento (anni) e raramente si diffonde ad altre parti dell’organismo. Tuttavia, se si diffonde, assume le stesse caratteristiche del melanoma metastatico;
  • il melanoma acrale-lentigginoso compare invece nelle zone acrali (palmo della mano, pianta del piede) rappresenta il 5% di tutti i melanomi ed è l’unica forma che può insorgere in tutti i fototipi, anche nei soggetti di pelle scura.

TERAPIA
In caso di sospetto melanoma si procede alla biopsia escissionale, ovvero la completa asportazione della neoformazione, e all’esecuzione dell’esame istologico. Se il melanoma è in situ si esegue un ampliamento chirurgico a distanza di 0.5 cm, se ha uno spessore (detto di Breslow) inferiore a 2 mm si esegue un ampliamento chirurgico a distanza di 1 cm dal margine della cicatrice. Inoltre, se lo spessore è superiore a 0.75 mm, oltre all’ampliamento chirurgico, si esegue anche la metodica del linfonodo sentinella per identificare il linfonodo che per primo drena dalla sede del melanoma e valutare l’eventuale diffusione del tumore.

Nello stadio precoce, il melanoma può essere spesso curato chirurgicamente, mentre negli stadi più avanzati può essere più difficile da trattare.

Gli standard di trattamento includono:

  • Intervento chirurgico
  • Immunoterapia
  • Terapia mirata
  • Chemioterapia
  • Radioterapia

Per i melanomi ad alto rischio di progressione nuove speranze vengono dalle terapie a bersaglio molecolare (target therapy) che inibiscono specifiche mutazioni geniche del tumore come la mutazione BRAF che si trova nel 50% dei melanomi in stadio avanzato. Un’importante novità è rappresentata dagli anticorpi immunomodulanti che hanno dimostrato di prolungare la sopravvivenza a lungo termine in pazienti con malattia avanzata.

VITICOLTURA RAGIONATA E BIOLOGICA IN FRANCIACORTA

VITICOLTURA RAGIONATA E BIOLOGICA IN FRANCIACORTA

Sulle pendici del Monte Orfano sorge maestoso, il Castello Bonomi, un originale edificio in stile Liberty progettato alla fine dell’800 dall’architetto Antonio Tagliaferri, che dà il nome a una realtà aziendale dinamica: i vigneti di CastelloBonomi appartenenti alla famiglia Paladin.

I 24 ettari di vigneto, sviluppati a gradoni, recintati e circondati da un parco secolare, rappresentano l’eccellenza di questi luoghi densi di piccoli borghi e palazzi carichi di storia.

Siamo in Franciacorta dove, da anni, la famiglia Paladin è impegnata a ottenere un’alta qualità del vino, nel rispetto dell’ambiente, della salute dei consumatori e dell’etica sociale. “Nel 2000 con il supporto dell’azienda, con i consulenti agronomi dello studio Sata, con l’enologo Stefano Saderi che si occupa dei vigneti di Veneto e Toscana, tutti coordinati dal professore Leonardo Valenti dell’Università Statale di Milano, abbiamo iniziato un percorso a livello sperimentale legato alla sostenibilità della viticultura che coinvolge diversi aspetti produttivi e ambientali. Insieme vorremmo mettere a punto un nostro protocollo di sostenibilità e poi certificarlo”, racconta Luigi Bersini, Chef de Cave della Castello Bonomi.

Con il progetto Ita.Ca®, Castello Bonomi e altre 50 aziende in tutta Italia si impegnano a creare un calcolatore che valuta le emissioni carboniche e stima il saldo di anidride carbonica (CO2) dell’azienda.

“Produrre o sfruttare energia da fonti rinnovabili, utilizzare lampadine a basso consumo, diminuire il peso del vetro della bottiglia da 920g a 880g sono le strategie messe in atto per ridurre del 10/20% la produzione di CO2”, spiega lo Chef de Cave.

Un altro obiettivo è la conversione al biologico. “L’azienda Bononi svolge, infatti, una Viticoltura Ragionata. Il nostro Gruppo si propone di ridurre del 50% la quantità di anidride solforosa prevista dalla legge per tutti i nostri vini principali – precisa Bersini –. Noi poniamo una grande attenzione all’ambiente anche durante le fasi produttive. Le macchine effettuano una pressatura molto leggera che consente di estrarre meno del 60% di mosto previsto dal disciplinare”. Un altro aspetto della viticultura ragionata riguarda il consumo dell’acqua. “Secondo la nostra idea – spiega Bersini – la pianta si deve adattare all’ambiente in cui vive, e deve avere poca esigenza d’acqua. Nel 2000, 2001 e per diversi anni fino al 2007, insieme all’Università, abbiamo fatto alcune prove di irrigazione. È emerso che i vitigni hanno una forte adattabilità al cambiamento climatico e se li abituiamo al così detto “stress controllato”, cioè man mano che andiamo avanti irrighiamo sempre meno, arrivano a resistere, senza problemi, anche a un’annata caldissima come quella del 2015. Ovviamente, i vigneti vecchi hanno radici più profonde e riescono a estrarre più sostanze, più sali minerali. Se è necessario facciamo irrigazioni di soccorso solo sui vigneti giovani. Bisogna considerare, tra l’altro, che l’acqua non accresce la qualità”.

A Castello Bonomi c’è anche una “capannina metereologica” che registra temperature e millimetri di pioggia. “Così è possibile conoscere la temperatura, quanti millimetri di pioggia sono caduti, per quanto tempo la foglia è rimasta bagnata, se la bagnatura è stata notturna o diurna. È importante avere questi dati perché fino a un certo numero di ore non c’è pericolo di malattia e, qualora vi siano rischi, si può prevedere tempestivamente il tipo di patologia o fungo che potrebbe attaccare la pianta. Nel tempo siamo riusciti, così, a risparmiare 4/5 trattamenti all’anno”.

In cantina non sono utilizzati il caseinato di potassio e le proteine animali che provocano l’insorgere di allergie. “Possiamo consideraci, anche, vegani e facciamo solo chiarifiche e decantazione statica – afferma Bersini –. E poi utilizziamo lieviti non indigeni, ma selezionati. Quando termina la fermentazione, il lievito assorbe le tossine, per poi essere rimesso in sospensione ciclicamente, in base alle fasi, alla degustazione e all’esigenza. Quando lo si estrae, il lievito che in origine è di colore bianco/giallino risulta marrone perché ha assorbito molte delle sostanze che generalmente si eliminano con un caseinato o con l’albumina. I nostri vini, poi, si stabilizzano in bottiglia”.

Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco sono i vitigni della Franciacorta. “Le viti sono trattate con la quantità di rame annua prevista dal disciplinare e allevate senza consumo di acqua perché, come ho già detto, la pianta si deve adattare all’ambiente in cui vive – puntualizza Luigi Bersini –. Dal 2001 al 2007, abbiamo svolto delle prove di irrigazione, notando che i vigneti possiedono una forte adattabilità al cambiamento climatico e resistono senza acqua anche a temperature elevate. Inoltre, da 15 anni, siamo passati da una concimazione mista chimico/organica, a una concimazione totalmente organica senza nessun impoverimento del terreno”.

I vitigni sono anche monitorati da sensori presenti su trattori che forniscono le mappe di vigore. “Una zona vigorosa è ricca di piante con numerosi tralci e frutti ed è più soggetta ad attacchi di malattie funginee – spiega lo Chef de Cave –. L’obiettivo delle rilevazioni è, quindi, quello di ridurre il vigore in questi terreni e aumentarlo nelle zone meno produttive, in modo da uniformare la crescita delle uve”.

Tali interventi consentono la produzione di vini equilibrati, longevi, minerali, di carattere, con aromi complessi e una eccellente persistenza olfattiva e gustativa. Attualmente, l’azienda produce 150 mila bottiglie, quasi esclusivamente di Franciacorta, nelle varie tipologie.

“Abbiamo scelto di lavorare solo con Chardonnay e Pinot nero, e per alcuni Franciacorta arriviamo addirittura al Pinot nero 100%, con enormi soddisfazioni e riconoscimenti – riferisce Luigi Bersini –. Lucrezia Etichetta Nera 2004 ne è un esempio: un blanc de noir premiato come miglior vino spumante agli Oscar del vino 2014 di Bibenda (Fondazione Italiana Sommelier) e nello stesso anno i 5 grappoli della Guida Bibenda che riceve anche nel 2017 con il Lucrezia Etichetta Nera 2006”.

Clementina Speranza e Simone Lucci

DIMAGRIRE GRADUALMENTE: I CONSIGLI DEL NUTRIZIONISTA

DIMAGRIRE GRADUALMENTE: I CONSIGLI DEL NUTRIZIONISTA

Niente è più sbagliato del famoso slogan “7 chili in 7 giorni”, e mai lasciarsi attirare, poi, da testimonianze entusiastiche di persone che hanno perso 20 Kg in due mesi! Dopo un anno probabilmente avranno recuperato tutto, addirittura con gli interessi.

Il meccanismo è il seguente: una dieta ipocalorica troppo stretta finisce per bruciare i muscoli, come in una sorta di autocannibalismo. Una persona con un’esigenza di 1800 kcal. al giorno che riduce le calorie a 800 ha un deficit calorico di circa 1000 calorie e, per colmare questo deficit, il suo organismo ricava almeno 400 calorie distruggendo tessuto muscolare. Considerando 4 calorie per grammo di proteine, significa perdere circa 100g di proteine muscolari al giorno, cioè circa ½ kg. di massa muscolare, (mediamente formata da un 20% di proteine, 2% di glicogeno e per il resto da acqua). Seguendo questo ritmo si perderanno 5Kg di muscoli in 10 giorni. Le altre 600 calorie, attaccando i grassi (1Kg di tessuto adiposo = 7500 calorie), causerebbero un calo di circa un altro chilo, così avremo il famoso calo di 6Kg in dieci giorni, dei quali meno di 1Kg è costituito da grasso, mentre gli altri 5 sono muscoli. Se si perdono muscoli, però il metabolismo si abbassa, perché i muscoli bruciano, come combustibile preferenziale, grassi e carboidrati. Quindi noi ingrasseremo di nuovo, e più facilmente.

Ma non è finita qui. Infatti quelle 600 calorie di deficit giornaliero a carico dei grassi causano una perdita di grasso (560g alla settimana) troppo veloce innescando dei meccanismi di difesa nell’organismo che cerca di conservare le sue preziose riserve energetiche. Viene aumentata così la produzione di un enzima, la lipoproteinlipasi, che convoglia e imprigiona i grassi, presenti nel torrente circolatorio, dentro le cellule adipose, impedendo al corpo di usarli per coprire il deficit energetico. Il nostro organismo, di conseguenza, finisce per bruciare sempre più tessuto muscolare, e questo lo affatica, lo ingolfa e rallenta ulteriormente il metabolismo. È il circolo vizioso della così detta sindrome yo-yo, il famoso calo e poi il recupero di peso con gli interessi: quando si riprende a mangiare un po’ di più, ci si ritrova con tanta di quella lipoproteinlipasi che in poco tempo si riacquista tutto il grasso perso faticosamente e qualcosa in più.

Per evitare l’insorgere di questo meccanismo non bisogna perdere più di 250g di grasso alla settimana, il che equivale a un deficit calorico di circa 250 calorie al giorno. Esiste, poi, un altro motivo per non perdere peso troppo in fretta. C’è un livello di grasso stabilito geneticamente: ognuno di noi ha un suo livello abituale, in relazione al proprio stile di vita. Se questo livello di grasso viene mantenuto per un anno o più, il corpo sviluppa i capillari, i nervi periferici, il sistema connettivo, gli enzimi necessari per conservarlo. Praticamente il corpo si abitua a quel peso e tende a mantenerlo: è il cosiddetto “FAT POINT”. Quindi è importantissimo perdere grasso lentamente, e soprattutto mantenere il nuovo livello di grasso per almeno un anno, in maniera da riassestare il proprio FAT POINT.

Giuseppe Piccione,
laureato in scienze biologiche
dottorato di ricerca in chimica degli alimenti
esperto in qualità ed igiene degli alimenti e nutrizione umana.

LA DETOX WATER CHE DONA BENESSERE A PELLE E CAPELLI

LA DETOX WATER CHE DONA BENESSERE A PELLE E CAPELLI

Un elegante appartamento dei primi anni del ’900, con parquet intarsiato, soffitti a cassettone in legno e affrescati, porte in stile neoclassico con citazioni di Orazio e Seneca. Si tratta della nuova location di GUM Salon & Barbershop, negozio fondato da Stefano Terzuolo nel 2009 per l’hairstyling di lei e di lui.

Depuravita è un’azienda italiana dedicata al benessere con linee detox di juicing, zuppe, tè e cosmetica. Tutte 100% naturali.

Dalla loro collaborazione nasce: Black Silk, uno speciale infuso di acqua con verdura e frutta freschissima preparato quotidianamente in laboratori artigianali in esclusiva per GUM.

Durante i trattamenti a barba e capelli, infatti, i clienti del salone possono sorseggiare la nuova detox water che anticipa le tendenze nella cura olistica del corpo. La bevanda è ideale per idratare l’organismo e sostenere al meglio i regimi dimagranti, offrendo un alto contenuto di vitamine e sali minerali. Un suo sorso dona benessere a pelle, capelli e organismo nel suo complesso.

La base di acqua di Black Silk, inoltre, riduce al minimo le calorie, mentre gli ingredienti selezionati da Depuravita diffondono le loro sostanze nutritive, lasciando al palato un sapore delizioso.

Acqua alcalina, cetriolo, sciroppo d’acero, spinaci, carbone vegetale e limone sono gli ingredienti presenti all’interno della bevanda.

L’acqua alcalina aiuta a migliorare il pH dei tessuti, prevenendo l’invecchiamento cellulare precoce. Autentico concentrato di vitamina B, C, acido folico, potassio e silicio, il cetriolo è ricco di acqua e per questo fortemente diuretico, rinfrescante, depurativo per la pelle e in grado di contrastare la ritenzione idrica, invece, lo sciroppo d’acero è fonte di zuccheri, di nutrienti essenziali. Gli spinaci contengono zolfo e vitamina B importantissimi per rafforzare la crescita dei capelli, mentre il carbone vegetale, grazie all’azione purificante, aiuta a ridurre i gonfiori intestinali e ottenere il cosiddetto effetto “pancia piatta”. Il limone è uno dei frutti più alcalinizzanti per il suo contenuto di vitamina C, acido citrico, potassio e fosforo. Detossifica e accelera il metabolismo.

L’infuso naturale consente di perseguire uno stile di vita sano ed equilibrato, che vuol dire riconoscere e ascoltare le esigenze del nostro corpo e fronteggiarle con un’alimentazione adeguata, abbinata a rituali di bellezza che purificano il nostro corpo dall’interno all’esterno.

Simone Lucci

VIAGGIO TRA STORIA E VINI DI UNA CANTINA SICILIANA

VIAGGIO TRA STORIA E VINI DI UNA CANTINA SICILIANA

In una sala 4D con 48 posti a sedere, un divertente cartoon di 15 minuti viene trasmesso in tre lingue. Cinema 3D ed effetti speciali per raccontare la cantina siciliana Florio del Gruppo Duca di Salaparuta, appartenente oggi alla Illva di Saronno, più precisamente alla famiglia Reina.

È in questo originale spazio che avviene l’accoglienza degli oltre 53 mila visitatori annui all’azienda. “Qui riceviamo gli ospiti prima del tour in cantina e permettiamo loro di comprendere chi siamo oggi – precisa Maria Elena Bello, responsabile Hospitality –. Molti vengono a visitare le cantine Florio senza sapere che facciamo parte di un gruppo più ampio, come la Duca di Salaparuta, e quindi nel cartoon raccontiamo il passaggio da Florio a Duca di Salaparuta. Poi spieghiamo che il Gruppo Duca di Salaparuta appartiene oggi alla Illva di Saronno, più precisamente alla famiglia Reina, che vuol farsi conoscere perché finora si pensava che dietro alla Illva Holding ci fossero gli americani. Il video svela il mistero e narra di Augusto Reina, proprietario dell’Illva di Saronno insieme ai suoi tre fratelli, che innamoratosi della Sicilia decide di investire nell’isola.

Nel cartoon, due personaggi: un’etichetta e un tappetto si muovono raccontando dell’acquisto delle tenute storiche e di quelle sull’Etna; degli investimenti tecnologici in cantina e in vigna. Della macchina del freddo, una sorta di mega frigorifero con le ruote che si sposta in vigneto per non far surriscaldare l’uva nel momento del trasporto. Qui i grappoli vengono conservati a una temperatura intorno ai 5 gradi e riescono così a raggiungere la cantina integri, come se fossero stati appena raccolti.

Accanto alla sala 4D, fortemente voluta da Augusto Reina, c’è la cantina Florio. “Questa location rappresenta la storia, uno stile di vita, la belle époque palermitana. Florio è conosciuto all’estero non come brand ma come ‘il Marsala’”, afferma Maria Elena Bello.

Costruita a Marsala in pietra di tufo da Vincenzo Florio nel 1833, la cantina sorprende per la sua bellezza. Fu bombardata durante la seconda guerra mondiale, e nel 1943 fu danneggiata gravemente, ma i lavori di ricostruzione, lenti e faticosi, l’hanno riportata all’antico e maestoso splendore. 650 metri di lunghezza per ogni navata, e 104 arcate sotto le quali si allineano 1.400 caratelli e circa 600 tra botti e tini. Parte della cantina storica è ancora in uso e vengono utilizzati i fusti centenari.

I pavimenti in tufo, pietra locale facilmente lavorabile per le sue caratteristiche di media durezza, permettono all’acqua sottostante di infiltrarsi per capillarità, di evaporare rinfrescando l’ambiente ecologicamente, e di mantenere un grado di umidità di circa l’80%. Si ottiene così una temperatura costante che va dai 15° in inverno ai 26° d’estate, e che risulta ottimale per l’invecchiamento e la conservazione dei vini.

L’acqua s’infiltra attraverso il terreno che è in calcarenite (materiale molto poroso), arriva poi in superficie ed evapora, abbassa così la temperatura e crea umidità agevolando una termoregolazione naturale.

Contribuisce al fascino della cantina la sala Donna Franca. Il visitatore è accolto da una musica di sottofondo, e trova un lungo tavolo sul quale si svolge la degustazione esperienziale. Su uno schermo cinematografico viene, poi, presentato un video che descrive la degustazione e l’abbinamento di 4 vini (un Marsala Florio, un bianco Corvo, un rosso Duca di Salaparuta e un Marsala o uno Zibibbo Florio) a 4 cibi diversi. Un gioco sapiente di luci e ombre accompagna il ritmo della proiezione. Un’esperienza innovativa proposta a un massimo di 40 visitatori per volta.

Le degustazioni avvengono anche nella moderna Terrazza Florio, uno spazio elegante e romantico affacciato sul mare di fronte alle isole Egadi dove godere della luce, del vento e dei magici tramonti vi sono poi due terrazze contigue caratterizzate da un arredo essenziale e raffinato che si inserisce perfettamente nella splendida cornice naturale. Un’esperienza unica in uno degli angoli più affascinanti dell’isola.

La cantina si distingue, anche, per alcuni vini unici e ricercati. Nel caveau di tufo è custodita, infatti, Aegusa Limited Edition, un’aristocratica bottiglia di Marsala lanciata dall’azienda Florio in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia.

Alla cura del design, pulito ed elegante, si aggiunge un tocco di classe, la storica azienda vinicola ha deciso di valorizzare ulteriormente il suo prodotto “ornandone il décolleté” con gemme dei colori della bandiera italiana: uno smeraldo, un diamante e un rubino. Ma non è solamente il packaging a essere prezioso, anche il contenuto di questa “signora bottiglia”, un Marsala invecchiato 70 anni, conferma le caratteristiche del suo aspetto esteriore.

“Il Marsala è stato ed è la nostra realtà, ne produciamo circa 2 milioni e mezzo di bottiglie all’anno. Negli ultimi tempi ai Marsala classici sono stati affiancati altri grandi siciliani: vini liquorosi e passiti di forte tradizione, figli di uve provenienti da territori quali Pantelleria e Salina, capaci di esprimere inimitabili picchi qualitativi grazie all’unicum straordinario che nasce dal connubio tra microclima, terreno e vitigno”, spiega Maria Elena Bello.

Per celebrare i 110 anni e le 100 corse disputate durante le imprese audaci e visionarie della mitica competizione automobilistica Targa Florio, l’azienda crea un’esclusiva Limited Edition di uno dei suoi Marsala Florio più amati: Targa Riserva 1840.

Il Marsala, ricavato esclusivamente da uve Grillo della costa del marsalese, è affinato per almeno otto anni in botti di rovere per conferirgli il caratteristico colore ambrato brillante con riflessi topazio.

Interamente realizzata a mano da un artigiano, una guaina in pelle color cuoio veste l’elegante bottiglia, richiamando alla mente i guanti utilizzati dai piloti col suo oblò frontale e con il bottone che la chiude intorno alla bottiglia. Realizzate con il punto da selleria, le cuciture si ispirano ai volanti in cuoio cuciti a mano delle auto d’epoca. La pelle di pregio, le cuciture accurate, le finiture precise e il metallo lucente del bottone, sono tutti dettagli che racchiudono una storia fatta di passione per la sfida, amore per la qualità e desiderio di creare qualcosa di unico.

La produzione Duca di Salaparuta si attesta sui 12 milioni di bottiglie all’anno: circa 10 milioni di bottiglie di vini da pasto (Corvo e Duca di Salaparuta), 2 milioni di bottiglie di vini liquorosi o dolci e liquori (Florio). Le etichette sono in totale 50: 10 etichette Corvo, 15 Duca di Salaparuta, 25 Florio. Tutti i vini sono esportati in 55 Paesi del mondo, soprattutto negli Stati Uniti, in Brasile, in Inghilterra, in Estremo Oriente, in Cina e in Australia.

In una terra vocata al vino, la cantina Florio racchiude la storia, l’innovazione e la qualità del settore vitivinicolo siciliano.

Clementina Speranza e Simone Lucci

È il 1824 quando, in Sicilia, Giuseppe Alliata, Principe del Sacro Romano Impero e Duca di Salaparuta, anziché cedere a terzi le uve dei suoi possedimenti in contrada “Corvo” (Casteldaccia), decide di vinificare in proprio e imbottiglia le prime 5.000 bottiglie di “Corvo Bianco”. Inizia così la storia di Corvo e Salaparuta che s’intreccia con quella delle cantine Florio: Illva Saronno Holding S.p.A. (proprietaria di grandi marchi del settore spirits), dopo aver acquisito nel 1998 il controllo dell’intero pacchetto azionario della S.A.V.I. Florio, nel 2001 acquista anche la Casa Vinicola Duca di Salaparuta. Dalla fusione di quest’ultima con S.A.V.I. Florio, nasce Duca di Salaparuta S.p.A., società della Holding che produce i brand Florio, Corvo e Duca di Salaparuta.

 La società Duca di Salaparuta ha origine quindi dalla fusione di 2 aziende storiche del panorama enologico siciliano: la Casa Vinicola Duca di Salaparuta e la S.A.V.I Florio & C.

La società Duca di Salaparuta S.P.A. dal 2003 gestisce 3 marchi: Duca di Salaparuta, Corvo e Florio.

UNA CANTINA BIODINAMICA E BIOLOGICA AI PIEDI DEL VULCANO

UNA CANTINA BIODINAMICA E BIOLOGICA AI PIEDI DEL VULCANO

Fave, piselli, lupini, trifogli, e fiori sono le piante inserite tra i filari di vite o tra un alberello e l’altro. Le loro radici mantengono il suolo poroso, consentono l’assimilazione dei microelementi, favoriscono i movimenti dell’acqua, donano un apporto nutritivo al terreno e rilasciano azoto. Tagliate e lasciate sedimentare, con il trascorrere degli anni, le piante sono poi inglobate nel suolo. Questa tecnica agronomica di concimazione lenta e progressiva, che si chiama sovescio, viene adottata dalla cantina Terra Costantino.

La concimazione, la coltivazione e l’allevamento sono attuati dall’azienda catanese con modalità che promuovono la fertilità e la vitalità del terreno e, allo stesso tempo, valorizzano le qualità tipiche delle specie vegetali. Terra Costantino si può definire una realtà biodinamica. “Non siamo certificati, ma seguiamo i vecchi dettami della natura – racconta Fabio Costantino, proprietario della cantina –. Alla prima luna di gennaio eseguiamo la potatura delle piante con la tecnica ad alberello: oltre al tronco centrale della vite, ci sono tre bracci/candelabri e a ciascun candelabro si lasciano due ‘occhi’ da cui spunta il tralcio con l’uva –. Questa potatura è praticata durante la stagione invernale, quando la vite è secca.

Dal 2002, la cantina ha ricevuto la certificazione biologica che garantisce un approccio molto dolce all’allevamento delle viti.

“Fare biologico significa stare nella vigna per molto tempo, curarla con tantissima attenzione senza utilizzare pesticidi, evitando l’invasione di insetti come il moscerino Suzukii – precisa Fabio Costantino–. Siamo in una zona ventosa, con un clima adatto, quindi riusciamo a coltivare i vigneti senza ricorrere alla chimica. Utilizziamo solo il rame e lo zolfo come si è sempre fatto”.

Castagni, ciliegi, susini, gelsi accompagnano la crescita dell’uva: una vasta biodiversità, caratteristica dei vigneti sorgono sul versante sud-est dell’Etna nel territorio di Viagrande.

“Il terreno della nostra vigna è composto da sabbia vulcanica, è quindi molto permeabile, e superficialmente non si raccoglie nulla. La vite, facendosi strada nelle fenditure, riesce a penetrare il basalto. Per schiacciare questa roccia servono cento tonnellate per centimetro quadrato, una pressione incredibile. La vite non trova il nutrimento nei primi 50 cm, che sono aridi, bensì più in profondità, nella terra cotta dal passaggio superiore della lava. Si tratta di lava di Blandano, che risale a un periodo tra il 100 a.C. e il 3000 a.C. – spiega Costantino –. Raggiunta la terra cotta, che ha trattenuto grandi quantità di acqua, le radici traggono nutrimento per tutto l’anno”.

Dalla vigna si ammira il mare e si percepiscono le note salmastre trasportate dal vento. Alle spalle c’è il vulcano, che protegge le piante dall’invadenza gelata della tramontana.

“Sull’Etna, la produttività per ettaro è la più bassa in assoluto, ci sono zone in cui si raccoglie un chilo a ettaro, qui siamo intorno a 40/50 quintali a ettaro che è una resa minima – riferisce il proprietario della cantina –. Quest’anno abbiamo fatto anche un diradamento per avere una qualità migliore”.

L’azienda coltiva esclusivamente vitigni autoctoni dell’Etna a bacca bianca, come Carricante e Catarratto, e a bacca rossa quali Nerello Mascalese e Nerello Cappuccino.

Contrada Blandano e De Aetna sono i vini di punta di Terra Costantino. “Tutti i vini contengono una quantità minima di solfiti, per ottenere un prodotto che sia il più pulito, elegante e fresco possibile”, puntualizza Fabio Costantino. Il nome De Aetna è ispirato al titolo di un saggio latino di Pietro Bembo del 1496. Una perfetta combinazione di uve Nerello Mascalese e Nerello Cappuccino dà vita al De Aetna rosso; le uve Carricante e Catarratto per il De Aetna bianco, mentre un’accattivante interpretazione del Mascalese per il De Aetna rosato.

Tutti vini Etna DOC, la cui produzione è consentita solo nella provincia di Catania, in una mezzaluna che circonda il vulcano da sud a nord e si alza fino a 1000 metri sul livello del mare.

Terra Costantino racconta il boscoso e il fertile territorio che circonda l’Etna. Attraverso i vini e le etichette, rivivono poi gli idilli di Teocrito.

Clementina Speranza e Simone Lucci

AGRICOLTURA BIOLOGICA

Il termine “agricoltura biologica” o “agricoltura organica”, come è in uso nei paesi anglosassoni, si spiega da solo, si tratta di una pratica agricola che ammette solo l’impiego di sostanze naturali, presenti cioè in natura, escludendo l’utilizzo di sostanze chimiche sintetizzate dall’uomo.

Dal suo apparire, risalente a circa 10.000 anni fa, fino a metà secolo scorso l’agricoltura poteva essere definita “biologica”. L’agricoltura biologica non è quindi una moda recente, propugnata da ecologisti fanatici, come alcuni suoi detrattori vorrebbero far credere, ma una pratica tradizionale che ha permesso la sopravvivenza e lo sviluppo dell’umanità per decine di millenni. Non si tratta di rinnegare il progresso se mai di imparare ad usare saggiamente gli strumenti che ci mette a disposizione, affinché non diventino, come purtroppo spesso accade, mezzi di distruzione. In agricoltura biologica si recuperano e si adottano pratiche agricole tradizionali che mantengono ancora la loro validità, ma si fa anche largo uso di nuovi prodotti e innovazioni che la ricerca scientifica mette a nostra disposizione.

La viticoltura biologica è orientata verso una più matura consapevolezza nella gestione agronomica in quanto basata su un’attenta osservazione della fisiologia e dei ritmi fenologici delle piante. Questa scelta è vincente solo se il vigneto viene realizzato su questi presupposti e con la cura di effettuare le operazioni necessarie in modo preciso e tempestivo.

AGRICOLTURA BIODINAMICA

L’agricoltura biodinamica è un modo di lavorare, osservare, di vivere la terra. Una filosofia di vita per apprezzare tutta l’armonia di un campo coltivato, il succedersi delle stagioni e del tempo. Con il metodo biodinamico, l’agricoltura è in sintonia con la natura, con la terra e con gli uomini. La concimazione, la coltivazione e l’allevamento sono attuati con modalità che rispettano e promuovono la fertilità e la vitalità del terreno e allo stesso tempo le qualità tipiche delle specie vegetali e animali. Il profondo legame con la natura e il completo rispetto dei suoi ritmi portano con l’agricoltura biodinamica, ad abolire l’utilizzo di fertilizzanti minerali sintetici e di pesticidi chimici, e a gestire il terreno seguendo i cicli cosmici e lunari.

La base ideale per creare un’unità biodinamica è l’azienda agricola con un allevamento di bestiame. Gli animali costituiscono infatti un elemento importante di questo organismo, fornendo prezioso fertilizzante, da usare dopo il compostaggio per incrementare la vitalità del terreno.

Secondo il metodo biodinamico, la fertilità e la vitalità del terreno devono essere ottenute con mezzi naturali: compost prodotto da concime solido da cortile, materiale vegetale come fertilizzante, rotazioni colturali, lotta antiparassitaria meccanica e pesticidi a base di sostanze minerali e vegetali. Rendendo vitale la terra ed aumentandone l’attività biologica, le piante crescono in modo naturale, nutrite dall’ecosistema del suolo. La concimazione e la cura del terreno sono quindi finalizzate all’ottenimento e al mantenimento di questo equilibrio.

L’agricoltura biodinamica è nata nel 1924 come risposta di Rudolf Steiner, un filosofo austriaco della prima metà del XX secolo, a un gruppo di agricoltori che si chiedeva indicazioni pratiche per risolvere i nuovi problemi di degenerazione delle loro colture causati dall’uso dei prodotti chimici nella concimazione e nella difesa delle piante, delle nuove tecniche di selezione e di intensivizzazione dell’agricoltura. Era il passaggio dell’azienda mista (che produceva tutto quanto le serviva per funzionare) all’azienda specializzata che dipende dall’importanza di input dall’esterno. Da più di ottanta anni in movimento di agricoltura biodinamica – diffuso con successo in tutto il mondo – con i suoi agricoltori e i suoi ricercatori lavora per garantire il risanamento della Terra, il rinnovamento dell’agricoltura e per offrire un alimento ricco di forze nutritive a uomo e animali.

FIS Fondazione Italiana Sommelier

SBARCA ORA NEGLI STATES UNA NUOVA FORMULAZIONE ITALIANA PER IL TRATTAMENTO DELL’IPOTIROIDISMO

SBARCA ORA NEGLI STATES UNA NUOVA FORMULAZIONE ITALIANA PER IL TRATTAMENTO DELL’IPOTIROIDISMO

È presente sul mercato italiano dal 2012. È tra i tre farmaci più prescritti al mondo. È sulla lista dei farmaci essenziali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e tra i più efficaci, sicuri e fondamentali. Si tratta della Levotiroxina liquida, la forma sintetica dell’ormone tiroideo, tiroxina (T4) impiegata in tutti i casi di deficit dell’ormone.

“Per diversi anni le compresse di tiroxina declinata in due unici dosaggi, è stato l’unico farmaco presente sul mercato italiano e non poche difficoltà si sono avute in quel 30-40% dei casi dove non si riusciva ad ottenere un compenso adeguato per problemi correlati con l’assorbimento a causa di gastriti, celiachia, intolleranze al lattosio e assunzione di altri farmaci interferenti e per quanti non riuscivano a rispettare l’assoluta necessità di assumere il farmaco a digiuno e privarsi dell’immediata assunzione del caffè, per il quale erano costretti ad aspettare un minimo di mezz’ora – spiega Vincenzo Toscano, Presidente AME-Associazione Medici Endocrinologi –. Pazienti costretti a sottrazione di sonno, più frequentemente donne e quindi, specialmente in post-menopausa, più soggette a disturbi del sonno. Sviluppare un preparato che permettesse di superare tutti questi inconvenienti e permettere il raggiungimento del target di compenso (TSH) nei limiti previsti è stato l’obiettivo di IBSA. Molti studi, la maggior parte da autori italiani, hanno dimostrato che con la levotiroxina liquida è possibile evitare l’attesa del caffè. Molti farmaci di uso frequente, come gli antiacidi o gli inibitori di pompa protonica, non sembrano interferire con l’assorbimento. Non si può poi non considerare il vantaggio che il preparato di tiroxina liquida offre per il trattamento dei pazienti che non possono deglutire o che sono alimentati con sondino. E i vantaggi per i bambini con ipotiroidismo congenito e per pazienti dopo chirurgia bariatrica, dove il farmaco si è dimostrato efficace nel raggiungimento del target. Possiamo quindi dire, ancora una volta, che la ricerca italiana in ambito tiroideo si è distinta per aver ottemperato alle esigenze dei pazienti nell’ottica di migliorare la qualità di vita”.

L’FDA, l’agenzia regolatoria americana per i farmaci, autorizza all’immissione in commercio (NDA, New Drug Application) della levotiroxina in formulazione liquida per il trattamento dell’ipotiroidismo.

“E così, per una volta, il mondo farmacologico e il paradigma del regolatorio (prima FDA, poi EMA poi AIFA) si capovolge, perché questa volta la novità terapeutica dall’Italia sbarca negli States solo successivamente ad una larga e diffusa sperimentazione sul campo in Italia. È di qualche giorno fa la notizia dell’approvazione da parte anche dell’FDA per il mercato USA di questa formulazione liquida”, precisa Andrea Lenzi, Presidente SIE, Società Italiana di Endocrinologia.

I VINI SICILIANI NATI SUI COLLI DI SALEMI

I VINI SICILIANI NATI SUI COLLI DI SALEMI

Al centro della Sicilia occidentale si erge la città arabo-normanna di Salemi. Dal terrazzo merlato del castello è possibile godere di un panorama incantato valorizzato da distese di uliveti e vigneti. In questa zona dove il sole tramonta alle spalle delle isole Egadi, nasce la storia della famiglia Ardagna che ha portato a nuova vita Musìta, una vecchia cantina degli anni ’70 e che trae il suo nome dall’omonimo colle su cui vengono coltivati alcuni vigneti.

La passione vitivinicola di Don Ignazio, infatti, è stata tramandata di padre in figlio per cinque generazioni. Un’attività iniziata con pochi ceppi di Catarratto impiantati ad alberello, gestiti con infinito amore e tanta fatica, sino all’acquisizione di circa 50 ettari di vigneto coltivati con nuove tecniche attente all’ambiente, ma con l’entusiasmo del passato.

A un’altitudine che arriva fino a 500 mt. s.l.m., vengono allevati: il Catarratto, il Grillo, lo Chardonnay, il Cabernet Sauvignon, il Syrah e il Nero d’Avola. “Preferiamo i vigneti sulle colline di Salemi posti esattamente nelle vicinanze della cantina e della zona collinare che si espande attorno al sito archeologico di Segesta – precisa l’enologa Carmela Ardagna –. Compriamo, anche, uve da altri fornitori con cui abbiamo contratti pluriennali. Tali vigneti vengono controllati dalla potatura alla vendemmia e seguono il nostro protocollo”.

La raccolta di queste uve viene interamente svolta a mano e i grappoli vengono posti in piccole cassette da 15kg. “In tal modo, il frutto giunge integro in cantina dove una diraspatrice toglie il raspo senza schiacciare gli acini che vengono, successivamente, trasportati all’interno di vasche per mezzo di una pompa peristaltica. Uno strumento nato per il mondo medico e poi adattato al settore enologico”, spiega Carmela Ardagna.

La gestione della cantina e dei vigneti è completamente familiare, e ogni processo di lavorazione viene seguito da esperti agronomi ed enologi che mirano a valorizzare i vini e la terra siciliana. “In futuro, mi piacerebbe vedere la Sicilia come un’isola bio”, riferisce Dino Taschetta, presidente della cooperativa di Mazara Colomba Bianca e marito di una delle proprietarie della cantina Musìta.

All’azienda, infatti, sono state riconosciute: la certificazione biologica e il programma NOP (National Organic Program) per l’esportazione di vino biologico negli Stati Uniti. “I prodotti bio non sono ancora in commercio, ma stiamo lavorando a una linea di vini biologici in purezza con un focus sulle varietà autoctone: Grillo, Catarratto e Nero d’Avola – puntualizza Vito Amato, responsabile marketing e nipote dei proprietari –. Per il mercato americano, stiamo realizzando uno Zibibbo secco certificato NOP”.

Uno dei vini di punta della cantina Musìta è il: Passocalcara metodo classico, presentato per la prima volta con la guida del Giornale di Sicilia, aggiudicandosi nel 2015 il premio come Miglior Spumante della Sicilia.

Tutti i vini Musìta sono prodotti in un’azienda attenta all’ambiente e all’ecosostenibilità. “Abbiamo installato dei pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua, abbattendo, così, i consumi – precisa Vito Amato –. E in futuro realizzeremo un impianto fotovoltaico per l’energia elettrica. Nel frattempo abbiamo un contratto con un fornitore di energia elettrica che ci garantisce energia prodotta da fonti rinnovabili, con una particolare sensibilità all’ambiente”.

In Musìta si fondono tradizione e tecnologia, storia e innovazione, dedizione e sapienza, sogno e realtà per creare vini dall’inconfondibile sapore siciliano.

Clementina Speranza – Simone Lucci

UN POLIFENOLO NATURALE CONTRO IL VIRUS DELL’INFLUENZA

UN POLIFENOLO NATURALE CONTRO IL VIRUS DELL’INFLUENZA

Un semplice raffreddore, una più complicata rinosinusite, un’infezione respiratoria ricorrente e una forma allergica: queste alcune tra le malattie delle alte vie respiratorie che costituiscono le più frequenti patologie in età pediatrica.

“Che si parli di raffreddore, influenza, sinusiti o allergie il naso è sempre coinvolto – precisa Matteo Gelardi, Otorinolaringoiatra, Policlinico Universitario di Bari -. In particolare la mucosa nasale, chiamata così proprio perché produce il muco che rappresenta la prima barriera di difesa dagli agenti esterni quali batteri, virus, particolato atmosferico e pollini. La principale causa delle infezioni delle vie aeree è rappresentata dalla fisiologica immaturità immunologica del bambino. Nei primi 3 anni di vita esiste una difficoltà nella produzione anticorpale, soprattutto verso antigeni polisaccaridici. Questa scarsa efficienza delle risposte anticorpali è responsabile anche di una incompleta memoria immunologica con rischio di recidività della stessa infezione. Anche altri meccanismi di difesa sono immaturi; la riduzione della clearance mucociliare determina infatti un prolungamento della permanenza dei patogeni nelle mucose nasali e faringee facilitando l’infezione. Di fronte ad un’infezione delle alte vie aeree il primo quesito che si pone è sulla sua origine: sarà batterica o virale? È un circolo vizioso, conclude l’esperto, perché un’infezione virale determina modificazioni che favoriscono l’infezione batterica e può volgere a batterica se non trattata appropriatamente”.

Recenti pubblicazioni scientifiche hanno dimostrato che il resveratrolo, un polifenolo naturale prodotto dalle piante, ha l’effetto di inibire la replicazione di rhinovirus, virus dell’influenza e virus respiratorio sinciziale. Il resveratrolo è un polifenolo presente in vari tipi di frutta e verdura ed è particolarmente abbondante nella buccia dell’uva. Questa molecola naturale ha diverse proprietà:

– una potente attività antivirale, inibendo la replicazione di rhinovirus (virus del raffreddore), adenovirus e influenza A virus, tre dei più importanti responsabili delle infezioni delle vie respiratorie

– attività antinfiammatoria

– migliora il battito ciliare che consente l’eliminazione del muco e un generale miglioramento della qualità della respirazione.

Un complesso brevettato di resveratrolo e carbossimetilbetaglucano è disponibile in farmacia in spray nasale e gocce nasali. Studi condotti in bambini affetti da rinite allergica persistente e infezioni respiratorie ricorrenti hanno evidenziato che la somministrazione intranasale topica di questo complesso riduce significativamente sia i sintomi nasali (come prurito, starnuti, rinorrea, tosse e ostruzione), sia l’insorgenza di nuove infezioni respiratorie, e conseguentemente anche i giorni di febbre, le assenze da scuola e il numero di visite pediatriche. Tra gli effetti biologici del resveratrolo vanno sicuramente annoverati quelli antivirali e antiossidanti, quelli sul sistema immunitario (protezione dall’infezione e aumentata difesa anti effettiva), antiallergica, sul sistema cardiovascolare (attività anti-aterosclerotica, anti- ipertensiva ed anti-aggregante).

“Rispetto ad altre soluzioni terapeutiche testate sull’adulto e “adattate” al bambino, il complesso di resveratrolo e carbossimetilbetaglucano ha dimostrato le sue proprietà con studi effettuati su pazienti in età pediatrica”, conclude Paola Mastromarino, Microbiologa e Virologa, Dipartimento Sanità Pubblica e Malattie Infettive, Università La Sapienza di Roma.

MALATTIE INFETTIVE E DUE PIANI NAZIONALI PER FERMARLE

MALATTIE INFETTIVE E DUE PIANI NAZIONALI PER FERMARLE

Una malattia infettiva è una patologia causata da agenti microbici o microrganismi che entrano in contatto con un individuo, si riproducono e causano un’alterazione funzionale: la malattia è quindi il risultato della complessa interazione tra il sistema immunitario e il microrganismo estraneo.
I microrganismi che causano le malattie infettive possono appartenere a diverse categorie e principalmente a virus, batteri o funghi.

Le malattie infettive di tipo virale sono causate da virus, entità elementari costituite da materiale genetico (RNA o DNA) circondato da una proteina, un lipide o da un rivestimento glicoproteico.

I virus, una volta entrati in contatto con una cellula ospite, inseriscono il proprio materiale genetico nella cellula stessa, assumendo la direzione delle sue funzioni.

La cellula, così infettata, continua a riprodursi, ma produce proteine virali e materiale genetico del virus anziché i prodotti usuali. La capacità del virus di trasmettersi dipende dal tipo di virus. Alcuni possono trasmettersi attraverso il semplice contatto, gli scambi di saliva, oppure vengono dispersi nell’aria tossendo o starnutendo e quindi inalati da un’altra persona.

Ritenute debellate o sotto controllo, con una mortalità inferiore rispetto ai tumori e alle patologie cardiovascolari, le malattie infettive, di origine batterica o virale, in realtà sono più che mai tra noi. C’è l’influenza, che ogni anno colpisce in Italia circa 5 milioni di persone. Le polmoniti, spesso associate all’influenza, con circa 200 mila casi l’anno e 10 mila decessi, e le meningiti. L’Herpes Zoster, che insieme a influenza e pneumococco forma la cosiddetta “triade maledetta” che minaccia le persone anziane. Ci sono le infezioni da Papillomavirus che possono causare tumori anogenitali. E ancora, le epatiti B e C con centinaia di migliaia di portatori cronici. Le infezioni batteriche multiresistenti che colpiscono ogni anno dal 7% al 10% dei pazienti con migliaia di decessi. Una delle infezioni virali più diffuse al mondo è quella da HCV, il virus dell’epatite C. Questo virus, attraverso l’attivazione del sistema immunitario, provoca la morte delle cellule epatiche (necrosi epatica). Le cellule epatiche distrutte dal virus sono sostituite da un tessuto cicatriziale, con la comparsa di noduli e di cicatrici che determinano la perdita progressiva della funzionalità del fegato. L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di persone positive al virus dell’epatite C. Circa il 2% della popolazione italiana è entrata in contatto con l’HCV e il 55% dei soggetti con HCV è infettata dal genotipo 1. E i portatori cronici del virus sono circa 1 milione, di cui oltre 300 mila diagnosticati: più di 20 mila persone muoiono ogni anno per malattie croniche del fegato (due persone ogni ora) e, nel 65% dei casi, l’epatite C risulta causa unica o concausa dei danni epatici.

La minaccia delle malattie infettive, di origine virale e batterica, è stata centro dell’evento AHEAD (Achieving HEealth through Anti-infective Defense) che si è svolto a Roma e dove rappresentanti di Istituzioni, Autorità regolatorie, associazioni pazienti e clinici hanno fatto il punto sulle strategie di contrasto che il nostro Paese sta mettendo in campo contro le malattie infettive, mostrando una grande capacità di innovazione, grazie a scelte all’avanguardia in Europa, come il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale, approvato all’inizio dell’anno, e il Piano contro la resistenza agli antibiotici, il cui varo è imminente.

“Il nuovo Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2017-2019, approvato in Conferenza Stato-Regioni il 19 gennaio 2017, individua strategie efficaci e omogenee da implementare sull’intero territorio nazionale dando ampio rilievo alla garanzia dell’offerta attiva e gratuita delle vaccinazioni prioritarie per le fasce d’età e popolazioni a rischio indicate. L’offerta vaccinale adesso è ampia e tra le più avanzate nel mondo”, afferma Ranieri Guerra, Direttore Generale Prevenzione Sanitaria, Ministero della Salute.

La prossima sfida è l’applicazione uniforme del nuovo Piano in tutte le Regioni italiane per assicurare a tutti i cittadini l’accesso equo ai vaccini.

Altro fronte aperto è quello dell’infezione da virus dell’epatite C (HCV). Recentemente l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato l’obiettivo dell’eliminazione delle epatiti a livello globale entro il 2030 e tutti i Governi dei Paesi industrializzati – Italia in testa – stanno adottando misure in tal senso. L’eliminazione dell’epatite C passa attraverso l’accesso a terapie antivirali di nuova generazione in grado di eradicare il virus nella maggioranza dei casi.

Se negli ultimi 70 anni l’avanzata delle malattie infettive di origine batterica ha trovato un muro, questo muro è stato rappresentato dagli antibiotici. Ma in anni recenti, l’antibiotico-resistenza, la capacità cioè dei batteri di resistere agli antibiotici, è cresciuta fino a diventare un problema drammatico. In Italia, la resistenza agli antibiotici si mantiene tra le più elevate in Europa. La risposta da dare su questo altro fronte passa per procedure di buona pratica clinica, uso appropriato degli antibiotici introducendo il concetto di stewardship, ossia la possibilità di razionalizzare l’uso degli antibiotici, e la ricerca di nuove terapie antibiotiche in grado di sconfiggere i batteri resistenti. Principi che ispirano il Piano contro la resistenza agli antibiotici che sarà varato in primavera.

 

TISANE IN FORMATO LIQUIDO DA BERE ANCHE FREDDE

TISANE IN FORMATO LIQUIDO DA BERE ANCHE FREDDE

Realizzare una buona tisana è un’arte, come preparare un buon cocktail o un raffinato piatto di alta cucina. E per ottenere un gustoso risultato, è necessario conoscere gli ingredienti e il modo in cui associarli. Nel caso delll tisane, le parti delicate come petali, foglie o steli sottili vanno esclusivamente messe in infusione, mentre le parti legnose come cortecce, radici o frutti essiccati vanno fatti bollire per ottenere un decotto. Prive, inoltre, di teina e caffeina risultano un ottimo sostituto a: caffè, tè, cappuccino e cioccolata.

Le tisane, infatti, sono pratiche e non pongono limiti al loro uso. Insomma, si tratta di bevande senza controindicazioni che possono essere consumate in ogni momento della giornata. Alla mattina, per riscaldare una colazione frettolosa o dietetica. Dopo pranzo facilitano la digestione. Nel pomeriggio, per una pausa distensiva e la sera per conciliare il sonno.

Una formula alternativa è proposta da Witt che le presenta in formato liquido. Per questo sono adatte non solo in inverno, ma ottime anche per dissetarsi in estate diluite in acqua ben fredda. Sono sufficienti 5 ml di prodotto in acqua calda o fredda da assumere 1 o 2 volte al giorno.

Digestiva, Balsamica, Energetica e Rilassante sono le quattro varianti proposte dal brand 100% italiano specializzato nei prodotti naturali per il benessere della persona, e la cura totale del suo ambiente, in assoluta armonia con la natura. Dal 2013, il brand ha aderito al disciplinare VeganOK che certifica l’assoluta assenza di prodotti animali in tutte le fasi della lavorazione dei propri prodotti.

Tarassaco e cardo per depurare e stimolare il fegato, papavero ed eucalipto per un effetto balsamico ed espettorante a livello delle prime vie aeree, goji e zenzero stimolante, antiossidante, e per ritrovare la carica, mentre mandarino e melissa per ritrovare la calma, la serenità e favorire un sonno ristoratore sono gli ingredienti naturali, inseriti nelle tisane, e che aiutano a ritrovare il benessere.

Tutte le tisane sono fonte di nutrienti, come sali minerali, oligoelementi, vitamine, che derivano dalle piante utilizzate. Hanno, inoltre, un’azione reidratante, quindi utilissime per chi non beve a sufficienza o per chi mangia poca verdura. Il calore che si irradia dallo stomaco dopo aver ingerito una tisana ha molti effetti sull’organismo: scalda l’apparato respiratorio, favorendo lo scioglimento di muco e catarro, favorisce la digestione, riscalda l’organismo dopo un colpo di freddo, aiuta a rilassare i muscoli e la mente.

Tale bevanda è, anche, un mezzo per creare aggregazione. Offrirla ad amici, colleghi d’ufficio, clienti, familiari o semplicemente berla in coppia ripropone i vecchi riti erboristici e tribali di amicizia e cooperazione.

Simone Lucci

ARRIVA IN ITALIA IL PRIMO VACCINO ANTI-HPV 9-VALENTE

ARRIVA IN ITALIA IL PRIMO VACCINO ANTI-HPV 9-VALENTE

È il primo e unico vaccino efficace contro nove tipi di Papillomavirus, uno dei virus più diffusi al mondo e secondo agente patogeno responsabile di cancro a livello globale. D’ora in poi, le ragazze e i ragazzi italiani potranno proteggersi contro nove tipi di Papillomavirus umano.

Il 21 febbraio è stato, infatti, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto di riclassificazione in classe H de vaccino indicato per prevenire con efficacia ancora maggiore le lesioni precancerose, i tumori che colpiscono il collo dell’utero, la vulva, la vagina, l’ano e i condilomi genitali causati dai 9 tipi di HPV in adolescenti maschi e femmine a partire dai 9 anni di età.

Le infezioni da HPV possono causare proliferazioni cellulari che si manifestano sotto forma di tumori benigni come i condilomi genitali, o di altre lesioni come le neoplasie intraepiteliali cervicali (CIN) e le lesioni nettamente tumorali. La maggioranza delle lesioni precancerose regredisce spontaneamente; tuttavia, soprattutto nelle lesioni causate dai tipi HPV ad alto rischio, si osserva un rischio significativo di progressione delle lesioni in carcinomi.

Il Papillomavirus è estremamente diffuso: quasi tutte le persone sessualmente attive possono contrarlo. Il 60-90% delle infezioni da HPV, incluse quelle da tipi oncogeni, si risolve entro 1-2 anni dal contagio. A volte, però, il sistema immunitario non riesce a eliminarlo: l’infezione si sviluppa in modo quasi sempre silente e nell’arco di circa 5 anni può condurre alla formazione di lesioni precancerose che possono progredire fino a sviluppare il cancro della cervice o altre forme di tumore ano-genitale in entrambi i sessi anche a distanza di 20-40 anni.

In Europa, ogni anno 39.500 tumori ano-genitali, 342.000 casi di lesioni ano-genitali di alto grado e 760.000 casi di condilomi genitali sono causati dai tipi di HPV coperti dal vaccino 9-valente. In Italia, si stima che ogni anno l’HPV sia responsabile di circa 6.500 nuovi casi di tumori in entrambi i sessi, circa 12.000 lesioni ano-genitali di alto grado nella donna e circa 80.000 casi di condilomi genitali. Ad esclusione del cancro della cervice uterina, per il quale esiste lo screening, per gli altri tumori causati da HPV non si dispone di un test per la diagnosi precoce e, pertanto, essi hanno una mortalità molto elevata in entrambi i sessi.

La vaccinazione anti-HPV è, infatti, stata estesa ai maschi adolescenti dal nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019, incluso nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). “Il dodicesimo anno di vita – riporta il nuovo Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale – è l’età preferibile per l’offerta attiva della vaccinazione anti-HPV a tutta la popolazione (femmine e maschi). Sulla base delle nuove e importanti evidenze scientifiche, infatti, la sanità pubblica oggi si pone come obiettivo l’immunizzazione di adolescenti di entrambi i sessi, per la massima protezione da tutte le patologie HPV correlate direttamente prevenibili con la vaccinazione”.

Sette dei nove tipi di HPV inclusi nel vaccino (HPV 16, 18, 31, 33, 45, 52 e 58) sono ad alto rischio oncogeno e causano nel mondo circa il 90% dei tumori del collo dell’utero, il 90% dei casi di cancro anale HPV correlati e circa l’80% delle lesioni cervicali di alto grado (lesioni cervicali precancerose definite CIN 2, CIN 3 e AIS). I due tipi di HPV a basso rischio oncogeno 6 e 11, oltre a essere causa del 90% dei condilomi genitali, sono al terzo posto di frequenza tra i tipi di HPV che causano cancro della vagina o del pene, quarti nel cancro della vulva e quinti nel cancro dell’ano.

“Il nuovo vaccino rafforza notevolmente l’intervento di Sanità Pubblica, grazie all’inclusione di ceppi virali non contenuti nei vaccini disponibili fino a oggi, e aumenta la copertura antitumorale dal 70% al 90% dei ceppi oncogeni. Inoltre, consentirà di sconfiggere i condilomi genitali che, oltre ad essere molto fastidiosi, assorbono appunto risorse investibili altrove”, precisa Fausto Francia, Presidente SItI (Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica).

Con il Papillomavirus la fertilità è a rischio anche per gli uomini. E il 70% contrae l’infezione. Andrea Lenzi, Presidente SIE (Società Italiana di Endocrinologia) fa luce su questi punti.

L’infezione da HPV colpisce esclusivamente le donne? Quali sono e qual è l’incidenza in Italia per i tumori e le altre patologie causate dal Papillomavirus nell’uomo?
Non è assolutamente vero che l’infezione da Papillomavirus colpisca esclusivamente le donne. Come gli altri virus a trasmissione sessuale, l’HPV colpisce in uguale percentuale gli uomini e le donne. Nella maggior parte dei casi l’infezione è transitoria e asintomatica. Tuttavia, se l’infezione persiste, può manifestarsi con una varietà di lesioni della pelle e delle mucose, a seconda del tipo di HPV contratto. Alcuni tipi di HPV sono definiti ad “alto rischio oncogeno” poiché associati all’insorgenza di tumori. In Italia si rileva una prevalenza dell’8% di HPV associati al cancro nella popolazione generale. Circa il 70% dei soggetti di sesso maschile contrae un’infezione da uno o più ceppi di HPV durante l’arco della vita. In Italia è stata anche dimostrata una maggiore prevalenza di condilomatosi nel sesso maschile, soprattutto tra i giovani di età inferiore ai 25 anni, con un preoccupante trend in aumento negli ultimi anni.

Quali sono le conseguenze per l’uomo dei tumori causati dal Papillomavirus e quali sono le conseguenze dell’HPV sulla fertilità e sulle prospettive di genitorialità di questi pazienti?
Le neoplasie HPV-correlate nell’uomo riguardano principalmente l’apparato genitale e il distretto orofaringeo. L’80-95% delle neoplasie anali, almeno il 50% delle neoplasie del pene e il 45-90% delle neoplasie della testa e del collo sono correlate ad HPV. I tumori dell’orofaringe sono 4 volte più frequenti nel maschio rispetto alle femmine e sono principalmente causati, in almeno il 60% dei casi, da HPV 16. Gli studi più recenti hanno evidenziato come il Papillomavirus sia potenzialmente in grado di ridurre la fertilità, riducendo la motilità degli spermatozoi, e di interferire anche con lo sviluppo dell’embrione, aumentando il rischio di aborti. È stato inoltre osservato come l’infezione maschile da HPV sia un fattore di rischio per l’insuccesso della fecondazione assistita.

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