IL CONGRESSO NAZIONALE AME ASSOCIAZIONE MEDICI ENDOCRINOLOGI

IL CONGRESSO NAZIONALE AME ASSOCIAZIONE MEDICI ENDOCRINOLOGI

“Gli specialisti endocrinologi, occupandosi di diabete, malattie della tiroide, osteoporosi, patologie andrologiche e del metabolismo, oltre al maggior numero di malattie rare, sono responsabili della salute di milioni di italiani – spiega Vincenzo Toscano, Presidente AME Professore Ordinario di Endocrinologia alla Università Sapienza Roma -. Si tratta di malattie generalmente a carattere cronico per le quali non si riesce però a soddisfare al 100%, nei tempi stabiliti, le richieste di visita o di altre prestazioni correlate alle patologie stesse. Lunghe liste d’attesa: si calcola infatti che sono 84 i giorni d’attesa nel Lazio per una visita differibile, con tempo massimo di attesa previsto di 30 giorni, 67 a Caserta, 57 a Torino all’Ospedale Mauriziano, e 35 in Puglia, solo per citare alcuni casi. Le prestazioni endocrinologiche si collocano tra le maglie nere, con un terzo posto, dopo le liste d’attesa per prestazioni cardiologiche e di chirurgia vascolare. L’assistenza endocrinologica omnicomprensiva, oltre alle prime visite per le quali sono ben codificate le tempistiche di erogazione, si fa carico dei controlli che in molti casi potrebbero essere gestiti dal medico di medicina generale, che dovrebbe diventare la figura di riferimento per la gestione delle cronicità in rapporto a un piano specifico che in tutta Italia sta trovando applicazione”.

In particolare sono le malattie della tiroide e il diabete ad affollare i reparti. “I disturbi funzionali della tiroide sono patologie ad elevata prevalenza, ne è colpito il 5-7% della popolazione femminile; è facile comprendere come la condivisione di linee guida che evitino il ricorso ad esami superflui nei pazienti affetti da queste patologie possa avere un impatto favorevole sul contenimento della spesa sanitaria”, afferma Andrea Frasoldati, Servizio di Endocrinologia-Arcispedale S. Maria Nuova-Reggio Emilia.

“Secondo le rilevazioni Health Search, piattaforma di ricerca di SIMG, le malattie della tiroide sono uno dei più frequenti motivi di visita dell’ambulatorio del medico di famiglia insieme al diabete con una media di circa 7 visite/anno per paziente per tale patologia – dichiara Claudio Cricelli, Presidente SIMG, Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie -. Poter studiare insieme percorsi assistenziali articolati che permettano una presa in carico del paziente con un percorso di cura definito in termini di controlli, sia ambulatoriali che diagnostici, nei diversi set assistenziali dal territorio all’ospedale per acuti diventa essenziale. Il corretto approccio di presa in carico deve essere il presupposto per l’appropriatezza prescrittiva”.

“Sono 4-5 milioni le persone colpite da osteoporosi, patologia severa ma scarsamente considerata come è testimoniato dal 60% di abbandono della terapia nei primi tre anni di cura – precisa Fabio Vescini, Azienda Ospedaliero-Universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine. Il rischio osteoporosi è sottovalutato anche nelle Breast e Prostate Unit dove non è presente la figura dell’endocrinologo anche se è ormai noto il legame tra l’adozione di terapie oncologiche basate sulla deprivazione ormonale e l’impatto sulla salute dell’osso”.

Assistere con appropriatezza e portare benefici alle persone con malattie endocrinologiche favorendo la qualità di vita nel lavoro e nella vita sociale, anche con l’impiego di innovazioni tecnologiche, sono gli obiettivi di AME, Associazione Medici Endocrinologi. Di questi temi si è discusso il 9 novembre nel Congresso Nazionale AME, a Roma. “AME vuole essere propositiva anche con la promozione di progetti che vadano a utilizzare nuove tecnologie di comunicazione fra ospedale e territorio – afferma il Presidente Vincenzo Toscano – . Per fare questo però abbiamo bisogno dei giovani nati in epoca informatica e di qui l’X-FACTOR per scoprire i giovani endocrinologi più talentuosi che si dedichino a queste nuove modalità di comunicazione e entrino a far parte del Gruppo G-AME, costituito da endocrinologi under 40 e con la passione per digitale e nuove tecnologie che hanno voglia di mettersi in gioco e raccogliere la sfida che la tecnologia dei nostri tempi mette a disposizione”.

8 SCATTI D’AUTORE CONTRO IL LINFOMA

8 SCATTI D’AUTORE CONTRO IL LINFOMA

Il tempo è un bene prezioso ed è diventato l’immagine nella campagna “Non bruciare il tempo, mettilo a fuoco – Uno scatto contro il linfoma”, che ha coinvolto 60 Centri ematologici italiani e ha così raccolto oltre 250 pensieri di pazienti, famigliari, medici che vivono da vicino l’esperienza di un tumore del sangue. Gli scatti realizzati dall’Istituto Italiano di Fotografia sono stati esposti nella Galleria Alberto Sordi di Roma e le più belle frasi, e foto amatoriali, abbelliranno le sale dei Centri ematologici partecipanti

Otto pensieri sul valore del tempo, su tutto quello che un tumore del sangue può sottrarre alla propria quotidianità. Otto pensieri trasformati in 8 scatti d’autore contro il linfoma.

Che cosa fare con tre ore di tempo in più? A Genova c’è Carlo, che vorrebbe prendere del pesce fresco al mercato Orientale e preparare una cena alla moglie. Intanto qualche chilometro più a Sud, a Taranto, Elisabetta si dedicherebbe volentieri alla sua passione più dolce, la cake design. C’è Giuseppe che ad Avezzano (L’Aquila) passerebbe ogni secondo insieme a suo figlio, mentre ad Arezzo Paolo vorrebbe solo sedersi a tavola con i suoi nipotini. C’è poi Francesco di Santa Venerina (Catania), che ringrazia in rima i medici, ripromettendosi di non sprecare più il tempo guadagnato, mentre a Vimodrone (Milano) Gianandrea vuole “semplicemente vivere” e non lasciarsi sfuggire la possibilità di ricevere e donare un’emozione. Infine, a Messina, Andrea vorrebbe impedire al tempo di “fare tardi troppo presto” e Rebecca a Roma regalerebbe il tempo in più a chi di tempo ne ha avuto troppo poco.

Il legame tra i tumori del sangue e il tempo è molto stretto. Ogni anno i linfomi colpiscono più di 16 mila persone solo in Italia – Giovanni Pizzolo, Professore di Ematologia, Università di Verona, Vicepresidente della Società Italiana di Ematologia -. Sono tumori del sangue che coinvolgono principalmente i tessuti linfatici, in particolare i linfonodi, e sottraggono anni di vita di qualità ai pazienti, soprattutto a quelli più fragili come gli anziani. I linfomi costringono infatti le persone a trascorrere ore in ospedale per le terapie, ore che di fatto sono rubate ad altre attività più utili o semplicemente più piacevoli. Proprio perché il progresso terapeutico ha permesso, grazie all’impiego dei cosiddetti farmaci intelligenti che colpiscono selettivamente le cellule malate, di raggiungere punte di guarigione dell’80%, credo sia un dovere ricorrere, quando possibile, alle nuove somministrazioni più veloci e meno invasive. È un passaggio necessario per garantire la qualità di vita dei pazienti e anche per decongestionare le strutture ospedaliere, permettendo così di trattare un numero maggiore di pazienti e di abbattere le liste d’attesa”.

Ma cos’è il linfoma? È un tipo di tumore che si può sviluppare quando si verifica un errore nella produzione dei linfociti, un tipo di globuli bianchi che svolge un ruolo molto importante nel sistema immunitario. Si sviluppa così una cellula anomala, che diventa tumorale a causa di una velocissima e infinita replicazione. Queste cellule perdono la capacità di andare incontro a “morte programmata” (apoptosi), così possono accumularsi nei linfonodi, dando origine a tumori e provocando l’ingrossamento dei linfonodi.

Come i linfociti normali, anche quelli maligni possono svilupparsi in diverse parti del corpo, ad esempio sangue, linfonodi, milza, midollo osseo, o altri organi.

Esistono due tipi di tumore del sistema linfatico:

linfoma di Hodgkin (o Morbo di Hodgkin, dal nome del medico che per primo lo individuò nel 1832), caratterizzato dalla presenza di un particolare tipo di cellule tumorali, le cosiddette cellule di Reed Sternberg, non rilevabili nelle altre forme di linfoma;

linfoma non-Hodgkin (LNH), un gruppo di tumori (se ne contano oltre 30) che colpiscono il sistema linfatico.

 

I FATTORI DI RISCHIO

I fattori di rischio sono conosciuti solo in parte. Tra quelli non modificabili ci sono l’età e il sesso: il linfoma è infatti più comune tra gli adulti, in particolare dopo i 65 anni, e gli uomini sono in genere più a rischio delle donne.

Il rischio di linfoma aumenta anche con l’esposizione a radiazioni (ad esempio per trattamenti medici precedenti) o a certe sostanze chimiche come erbicidi e insetticidi e in tutti i casi in cui il sistema immunitario non funziona al meglio (ad esempio infezione da HIV, AIDS, malattie autoimmuni, terapie con farmaci antirigetto dopo un trapianto).

Non è possibile prevenire l’insorgenza dei linfomi, se non evitando l’esposizione ai pochi fattori di rischio noti (HIV, sostanze chimiche, radiazioni) e in generale ai fattori di rischio comuni a diversi i tipi di cancro (come per esempio obesità e sovrappeso).

 

 

I SINTOMI

La sintomatologia dei linfomi è molto variabile: a volte sono asintomatici, a volte compaiono con sintomi molto generici, come febbre, sudorazione intensa (soprattutto notturna), dimagrimento, spossatezza e prurito persistente in tutto il corpo.

Molto spesso il linfoma si presenta con un ingrossamento dei linfonodi in diverse sedi (collo, inguine etc.), ma nella maggior parte dei casi tale ingrandimento deriva da un’infezione comune e non è legato alla presenza di un linfoma.

Non esistono test per diagnosticare precocemente il linfoma non-Hodgkin e la biopsia sul linfonodo è l’unico metodo che consente una diagnosi accurata del linfoma. Il linfonodo deve essere prelevato per intero per consentire l’analisi di tutta la struttura ghiandolare e per definire nel modo più preciso il tipo istologico (istotipo) del linfoma ovvero la “carta d’identità del tumore”. Dal tipo di linfoma deriva l’aggressività clinica della malattia e, di conseguenza, la terapia.

Nei casi in cui i linfonodi sono presenti esclusivamente in una sede profonda, come l’addome e il torace, per formulare una diagnosi è necessario un intervento chirurgico in sede addominale (laparotomia o laparoscopia) o toracica (toracotomia o broncoscopia o mediastinoscopia).

Una volta individuato il tipo di linfoma è opportuno conoscerne la sua diffusione. Può essere infatti colpita una singola sede linfonodale oppure più sedi. Mediante una serie di accertamenti diagnostici di laboratorio (esami del sangue), radiologici (TAC, PET, ecografia, esami radiologici tradizionali) e, ove necessario, endoscopici è possibile definire la diffusione della malattia e classificarla in stadi.

 

IL TRATTAMENTO

La scelta del trattamento più adatto per il linfoma dipende da diversi fattori come, ad esempio, lo stadio e il tipo di malattia, l’età del paziente e le sue condizioni di salute generali. Generalmente la terapia è multidisciplinare, si avvale della collaborazione di diversi specialisti e può prevedere l’utilizzo di diversi trattamenti in combinazione.

Le principali linee d’azione, che possono essere seguite singolarmente o in combinazione l’una con l’altra, sono quattro.

Watch and Wait (“Osserva e Aspetta”) – In questa fase del linfoma, in assenza di sintomatologia sistemica e di malattia in fase di progressione, non s’interviene con i farmaci. Durante tale periodo, i pazienti si sottopongono a regolari visite mediche specialistiche e ad accertamenti periodici (esami del sangue o radiologici). Vengono inoltre informati su quali sintomi debbano essere immediatamente comunicati al medico in quanto richiedono l’inizio di un approccio terapeutico. L’approccio “Watch and Wait” si applica solo a particolari tipi di linfoma indolente.

Radioterapia – Consiste nell’uso di raggi X ad alta energia nell’area dove sono localizzate le cellule tumorali allo scopo di distruggerle e ridurre le dimensioni del tumore. Attualmente viene impiegata solo in associazione alla chemioterapia, come terapia di consolidamento.

Chemioterapia – I farmaci chemioterapici distruggono le cellule tumorali, anche quelle normali, interferendo nella loro attività di replicazione. La somministrazione può essere per via endovenosa oppure orale. Alcuni farmaci chemioterapici sono utilizzati singolarmente, ma solitamente viene adottata un’associazione di più farmaci.

Anticorpi monoclonali – In questi ultimi anni sono stati messi a punto nuovi schemi terapeutici particolarmente efficaci, che consistono nell’associazione della chemioterapia con un anticorpo monoclonale che è in grado di “sensibilizzare” le cellule tumorali all’azione della chemioterapia, aumentandone l’effetto. Questi anticorpi monoclonali sono proteine frutto dell’ingegneria genetica che riconoscono e si legano a un target specifico detto “antigene”, una proteina sulla superficie della cellula di linfoma. Dopo essersi legato al bersaglio è in grado di uccidere la cellula tumorale reclutando il sistema immunitario dell’individuo stesso. Gli anticorpi monoclonali vengono usati come “proiettili intelligenti” per colpire le cellule tumorali, senza distruggere quelle sane dell’organismo (a differenza della chemioterapia). Grazie alla ricerca scientifica oggi gli anticorpi monoclonali sono disponibili anche in formulazione sottocutanea, come nel caso di Rituximab, e ciò richiede, a parità di efficacia, un tempo di somministrazione di pochi minuti.

L’ARTRITE REUMATOIDE E LA FORMA PRECOCE E AGGRESSIVA

L’ARTRITE REUMATOIDE E LA FORMA PRECOCE E AGGRESSIVA

L’artrite reumatoide colpisce 1 persona ogni 200, oltre 300 mila soggetti in Italia, per il 75% dei casi di sesso femminile e nel pieno della vita attiva.

“Esiste una forma di artrite reumatoide più aggressiva e a rapida evoluzione, sottovalutata, nonostante i numeri, ma che peggiora seriamente la qualità di vita dei pazienti. Chi ne soffre paga un prezzo altissimo per disabilità e impatto sulla vita di tutti i giorni”. È questo il messaggio lanciato a Milano durante l’incontro Artrite Reumatoide: una malattia dai mille volti. Dalla gestione della cronicità alla lotta alla forma precoce e aggressiva.

L’evento si è svolto alla presenza delle principali Associazioni di persone affette da malattie reumatiche: ANMAR (Associazione Nazionale Malati Reumatici), APMAR (Associazione Persone con Malattie Reumatiche e Rare), AMRER (Associazione Malati Reumatici Emilia Romagna) ed è stato l’occasione per raccontare cosa vuol dire convivere con una malattia subdola e dal decorso erosivo rapido e invalidante, come cambia la qualità dei rapporti sociali e professionali e quali sono le maggiori criticità assistenziali per i pazienti.

In questo contesto, le Associazioni di pazienti giocano un ruolo determinante per far sì che i bisogni dei malati reumatici, ad oggi penalizzati rispetto a coloro che sono affetti da altre patologie ad alto impatto socio-sanitario, vengano sempre di più messi al centro della programmazione sanitaria. In quest’ottica, ANMAR, APMAR e AMRER hanno intrapreso un percorso di collaborazione per essere più efficaci nel dialogo con le Istituzioni, auspicando un maggiore coinvolgimento in fase decisionale, in quanto soggetti competenti e forti dell’esperienza di chi vive la malattia e opera sul territorio. Diagnosi più tempestive, trattamenti personalizzati a seconda delle forme di malattia e accesso alle terapie più ampio ed omogeneo sul territorio nazionale sono al centro delle istanze portate avanti dalle Associazioni.

“Bisogna puntare sulla medicina personalizzata e garantire l’accesso a quei farmaci che possono dare un reale beneficio ai pazienti che ne hanno bisogno – precisa Luigi Sinigaglia, Direttore S.C. Reumatologia DH ASST Gaetano Pini, Centro Specialistico Ortopedico Traumatologico Pini-CTO di Milano -. L’artrite reumatoide è una malattia multiforme in quanto può variare per modalità di esordio, decorso clinico, caratteristiche sieroimmunologiche e risposta ai trattamenti. Rispetto ad altre forme di artrite, in quella precoce e aggressiva, l’infiammazione a livello della membrana sinoviale che riveste l’interno di tutte le articolazioni mobili del nostro organismo, comporta un precoce danno anatomico agli altri tessuti articolari, soprattutto alla cartilagine e all’osso subcondrale ma anche a tendini e legamenti, arrivando, nel giro di un paio di anni, alla completa abolizione della funzionalità del distretto articolare colpito. Pertanto, questa forma di malattia, che interessa il 40% dei pazienti all’esordio, si associa a una maggiore disabilità e a una più alta mortalità per manifestazioni extra articolari, in primis per patologia cardiovascolare che colpisce soprattutto le donne tra i 40 e i 50 anni, con una riduzione della sopravvivenza dai 3 ai 10 anni. Questi dati ci aiutano a comprendere quanto la diagnosi precoce possa cambiare le sorti dei pazienti”.

Ma cos’è l’artrire rematoide (AR)? È una patologia infiammatoria di origine autoimmune ad andamento invalidante e a carattere sistemico. In Italia interessa lo 0,5% della popolazione, 300mila persone, il 75% delle quali è di sesso femminile. Quando la malattia sopraggiunge, alcune cellule, dette im­munocompetenti, invadono la membra­na sinoviale rilasciando diverse sostanze che attaccano i tessuti delle articolazioni e generano un processo infiammatorio che determina una produzione sovrab­bondante di liquido con conseguente tumefazione e gonfiore. L’aumento di volume della membrana, inoltre, erode la cartilagine che riveste i capi ossei e l’osso sottostante, causando un danno permanente e, nei casi più gravi, può far addirittura scomparire l’articola­zione (anchilosi).

Per quanto i sintomi della malattia si­ano piuttosto comuni, le modalità di esordio, il decorso clinico e le caratte­ristiche sieroimmunologiche dell’AR sono estremamente mutevoli, e ciò ha implicazioni anche dal punto di vista della risposta ai trattamenti. In circa un quarto dei pazienti l’erosione articolare si sviluppa rapidamente entro 3 mesi dall’insorgenza della malattia; la restan­te parte della popolazione affetta svilup­pa erosioni entro i primi 2 anni dalla diagnosi.

Le articolazioni più colpite sono quelle di mani, poi i polsi e quindi i piedi, le ginocchia, i gomiti, le caviglie, le spalle, le anche, la colonna cervicale, le articolazioni temporo-mandibolari. I pazienti possono manifestare, in una percentuale non trascurabile, anche al­terazioni in sedi extra-articolari con il coinvolgimento di cute, occhi, cuore, polmone, rene, sistema nervoso perife­rico e centrale, apparato gastrointesti­nale.

Sebbene l’AR sia caratterizzata da un decorso cronico, è tuttavia possibile identificare alcuni fattori prognostici negativi che indicano un’evoluzione più accelerata e più severa della ma­lattia:

– indici di flogosi (VES e PCR) elevati
– numerosità delle articolazioni infiammate
– precoce danno erosivo a li­vello osseo
– positività ad alcuni biomarcatori quali il fattore reu­matoide (FR) e gli anticorpi anti pepti­de ciclico citrullinato (ACPA).

L’American College of Rheu­matology (ACR) e l’European League against Rheumatism (EULAR) hanno inserito tra i criteri di classificazione dell’AR sia il livello del FR, sia lo sta­tus ACPA, in quanto espressioni di un decorso più severo e più rapido dell’AR, ovvero di quella forma peculiare che viene clinicamente definita come pre­coce e aggressiva. In particolare, gli anticorpi ACPA han­no cambiato molto in termini di diagno­si, prognosi e trattamento della patolo­gia, in quanto consentono di identificare popolazioni maggiormente a rischio di sviluppo di erosione – e quindi di danno osseo e articolare – e al tempo stesso un target di pazienti cui indirizzare tera­pie mirate e sempre più personalizzate. Evidenze scientifiche hanno dimostrato che la presenza degli ACPA sta a indi­care una risposta autoimmune in corso, spesso già molti anni prima della com­parsa dei primi sintomi di malattia. Da un punto di vista funzionale, questi anticorpi hanno un ruolo patogenetico diretto nell’AR, esercitando un’azione sull’erosione ossea tramite un’azione di­retta sugli osteoclasti, le cellule deputa­te al riassorbimento osseo. La presenza degli ACPA, oltre a essere direttamente correlata all’aggressività della malat­tia e a un maggiore grado di erosione articolare e danno radiografico, è inoltre associata a una maggiore inci­denza di comorbilità (in particolare di tipo cardiovascolare) che determina un incremento di mortalità generale tra la popolazione affetta da AR. Per questo motivo un’azione terapeutica precoce e mirata (in grado di agire sia sull’au­toimmunità che sull’infiammazione) risulta fondamentale per ritardare il decorso della patologia e migliorare le prospettive e la qualità di vita dei pazienti, spesso invece compromesse da una scoperta tardiva della malat­tia.

La valutazione precoce dei pazienti con test del FR e degli anticorpi ACPA consente di agire anche sui fattori di ri­schio e gli stili di vita, primo fra tutti il fumo di sigaretta. Un recente studio realizzato dall’Hôpitaux Universitaires Paris-Sud ha infatti dimostrato che, nei fumatori, l’essere stati esposti al tabacco precocemente a causa del fumo passivo respirato durante l’infanzia aumenta in modo significativo il rischio di svi­luppare l’AR. Inoltre, oltre a essere un fattore predisponente per l’insorgenza della malattia, il fumo, nei soggetti già affetti dalla malattia, è anche un fattore di rischio maggiore rispetto alle persone sane per lo sviluppo di infezioni respi­ratorie, tumori, patologie cardiovasco­lari. In particolare, le donne tra i 40 e i 50 anni sono le più vulnerabili alle complicanze cardiache, con una ridu­zione della sopravvivenza dai 3 agli oltre 10 anni. Per questo motivo, gli esperti suggeriscono di adottare alcuni accor­gimenti alimentari (ridurre il consu­mo di sale, grassi animali e zuccheri) per contrastare ipertensione, colesterolo e diabete. Condurre una vita attiva e dedicarsi a un moderato esercizio aero­bico, come camminare, è di grande aiuto per mantenere la mobilità e il trofismo dei muscoli. Sconsigliato in fase acuta di malattia, l’esercizio fisico è fortemente indicato nei periodi di remissione, in cui le articolazioni non sono infiammate.

 

I CONSIGLI DELLA SOCIETÀ OFTALMOLOGICA ITALIANA SULLE LENTI A CONTATTO

I CONSIGLI DELLA SOCIETÀ OFTALMOLOGICA ITALIANA SULLE LENTI A CONTATTO

Applicare le lenti a contatto e non sentirle più dopo pochi minuti è per molti soggetti ametropi un piccolo miracolo quotidiano.

“La prima raccomandazione per chi vuole portare lenti a contatto è di sottoporsi a una visita oculistica di idoneità presso un medico oftalmologo, evitando di affidarsi a figure tecniche che non hanno le competenze adatte – spiega Pasquale Troiano, Consigliere SOI (Società Oftalmologica Italiana) -. La visita ha l’obiettivo di verificare la presenza di eventuali fattori di rischio e di capire se la lente a contatto può essere portata con tranquillità dal soggetto o se bisogna adottare particolari accorgimenti, come ridurre il numero di ore di applicazione, per esempio per chi ha problemi di natura allergica. Una volta verificata l’idoneità, sarà il medico oculista a orientare il paziente verso la tipologia di lente più adatta allo specifico tipo di occhio. Potrà essere rigida, morbida o gas-permeabile. La lente a contatto morbida è certamente la lente a contatto preferibile nella stragrande maggioranza dei casi. La lente rigida è riservata ai casi in cui la morbida, per motivi tecnico-strutturali, risulterebbe inadeguata: l’esempio classico è l’occhio con cheratocono, cioè una deformazione della cornea tale non poter essere corretta da una lente morbida”.

Le tipologie di lente morbide si differenziano poi per la durata. Possono essere: a ricambio giornaliero, settimanale, quindicinale, mensile e trimestrale. Raramente si va oltre come durata, come invece si faceva alcuni anni fa, perché occorre ricordare che le lenti morbide, a lungo andare, possono diventare un ricettacolo di germi, per quanto accurata la manutenzione fatta. Più rapido è il ricambio più sicura è la lente.

Una volta scelta la lente a contatto più adatta, è importante per il paziente sottoporsi a una visita medica oculistica periodica di controllo, la prima sei mesi dopo la prescrizione, e poi le successive con cadenza annuale, per verificare che l’occhio sia “confidente”, cioè stia bene con le lenti a contatto.

Acquistate le lenti, il paziente dovrà gestirle autonomamente. Il primo obiettivo per lui sarà quello di imparare a indossarle e a rimuoverle senza esitazioni, per esempio nel caso in cui diano fastidio o sia presente un corpo estraneo nell’occhio.

“Per maneggiare le lenti e tutto ciò che riguarda la loro conservazione, come i flaconi per la manutenzione e i contenitori, è assolutamente necessario avere le mani pulite. Immediatamente prima, occorre quindi lavare e asciugare accuratamente le mani perché l’acqua può rimanere sulle dita e non è sterile – spiega Troiano -. La soluzione migliore è quindi utilizzare tovagliette usa e getta in carta, evitando gli asciugamani e anche i getti d’aria che, come rilevato da alcuni studi, possono essere contaminati da una notevole carica batterica.

Altre raccomandazioni fondamentali per la salute dell’occhio riguardano la gestione delle lenti monouso, pensate per essere indossate la mattina e tolte la sera. Una volta rimosse, le lenti monouso non sono più utilizzabili e vanno pertanto buttate, perché le loro caratteristiche costruttive non ne permettono una corretta manutenzione senza un conseguente danneggiamento.

Occorre ricordare anche una semplice norma per garantire alla superficie oculare una corretta ossigenazione: bisogna applicare le lenti a contatto il più tardi possibile dopo il risveglio e rimuoverle il prima possibile prima di dormire. Il motivo per cui, dopo pochi minuti di applicazione, la presenza della lente non si avverte più è che essa riduce così tanto la concentrazione di ossigeno a livello della superficie oculare che le terminazioni nervose della cornea smettono di funzionare. Una mancanza di ossigenazione simile si riproduce quando la palpebra è abbassata, anche se una minima concentrazione di ossigeno sulla superficie oculare ed è garantita dai vasi sanguigni della palpebra superiore. È quindi fortemente consigliabile lasciare qualche ora gli occhi senza lenti durante la veglia, evitando così una condizione di ipossia cronica della superficie oculare che può condurre a una serie di problematiche anche abbastanza rilevanti sul piano clinico.

Pericolosissimo è il pisolino con le lenti a contatto applicate; prima di dormire anche se per poco tempo è assolutamente necessario rimuovere le lenti a contatto.

Quando, poi, si avverte un qualsiasi disturbo agli occhi bisogna evitare d’indossare le lenti. È esperienza comune per gli oculisti visitare pazienti che si presentano in ambulatorio con gli occhi in pessimo stato ma con ancora le lenti indossate.

Per finire, vale la pena di segnalare alcune importanti novità del settore: da alcuni anni sono presenti anche lenti a contatto “multifocali” che permettono di compensare la presbiopia. Come gli occhiali multifocali queste lenti non sono facilmente tollerate e hanno un elevato tasso di abbandono.  Recentemente è stata realizzata una nuova tipologia di lente a contatto in grado di compensare la presbiopia senza avere i disturbi caratteristici delle lenti multifocali.

Sono denominate lenti afocali e sono un brevetto integralmente italiano.

Queste stesse lenti, inoltre, sono caricate con lacrime artificiali, rilasciate sull’occhio per effetto del movimento della palpebra durante l’ammiccamento.

Ciò consente un’adeguata lubrificazione della superficie oculare, aumentando il livello di tolleranza di queste lenti nei soggetti over40, un’età in cui possono esserci dei problemi per le prime manifestazioni dell’occhio secco.

UNA NUOVA CAMPAGNA PER FERMARE L’INDIFFERENZA

UNA NUOVA CAMPAGNA PER FERMARE L’INDIFFERENZA

“Come si può anche solo pensare di usare la violenza contro una donna? Da uomo e da Sindaco mi sto impegnando per fermare questa brutalità Stiamo già facendo molto, ma ora ogni uomo è chiamato a impegnarsi personalmente con un semplice atto di responsabilità civile”. È questo il pensiero di Angelo Rocchi, Sindaco del Comune di Cologno Monzese.

Contrastare con decisione il fenomeno della violenza sulle donne creando un Comitato di Uomini virtuosi che siano d’esempio per l’intera comunità. Sono le basi della Campagna #NoiFermiamoL’Indifferenza promossa da Janssen Italia, azienda farmaceutica di Johnson & Johnson, e dal Comune di Cologno Monzese in collaborazione con l’Associazione di volontariato sociale “con Noi e Dopo di Noi” Onlus.

La Campagna prevede il coinvolgimento di un rappresentante maschile per ogni categoria professionale di Cologno Monzese (tassisti, forze dell’ordine, docenti, dirigenti scolastici, farmacisti, medici, sportivi, commercianti, avvocati). Per aderire all’iniziativa contattare il numero 02.25308353 o scrivere a noindifferenza@comune.colognomonzese.mi.it). Un impegno personale a presentare e attivare azioni di sensibilizzazione sul tema della violenza di genere.

“Con la Campagna #NoiFermiamoL’Indifferenza abbiamo deciso di fare un passo in più: esporci in prima persona, insieme al Sindaco Rocchi, per dire davvero basta a violenze e soprusi. La speranza è che tanti altri uomini si uniscano a noi per costituire un gruppo compatto che possa aiutare concretamente le donne vittime di abusi. Crediamo fermamente, infatti, che non si debba insegnare alle donne a difendersi, bensì insegnare agli uomini a non essere violenti”.

Una realtà che non accenna a diminuire. Nel 2016 in Italia le donne uccise per mano di un uomo, famigliare o compagno, sono state 120. Negli ultimi dieci anni sono state 1.740, di cui 1.251 (il 71,9 per cento) in famiglia. Per non parlare, poi, delle violenze sessuali che in Italia fanno registrare 11 denunce al giorno, 4mila l’anno, anche se a livello europeo il tragico primato va al Regno Unito (35mila), alla Germania (29mila) e alla Francia (circa 20mila).

Oltre cento donne ogni anno vengono uccise in Italia da uomini, quasi sempre loro compagni o mariti. Migliaia quelle aggredite, picchiate, perseguitate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, nel corso della propria vita hanno subito almeno una forma di abuso.

Il progetto intende arrivare alla creazione di un Comitato di Uomini uniti dietro un deciso NO! alla violenza di genere. Far nascere una rete di uomini sotto il claim #NoiFermiamoL’Indifferenza, che da attori passivi diventeranno parte attiva, compatti contro questo terribile fenomeno sociale che provoca danni non solo fisici, ma anche e soprattutto psicologici. I più difficili da superare e accettare.

“La Campagna riprende anche il Progetto Artemisia, che in questi sei anni di attività ha aiutato 77 donne e si sviluppa in due filoni principali: lo sportello di ascolto, ideato per offrire un aiuto concreto alle donne vittime di abusi e la promozione di cultura sul tema della violenza di genere, attraverso iniziative di sensibilizzazione rivolte alla cittadinanza e percorsi di educazione e prevenzione rivolti alle giovani generazioni, uomini e donne di domani”, precisa Massimo Scaccabarozzi, Presidente e Amministratore Delegato di Janssen Italia.

Progetto Artemisia è stato ideato e promosso a partire dal 2011 dall’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Cologno Monzese (MI), con il contributo non condizionato di Janssen Italia. Prevede una serie di iniziative per contrastare e prevenire il grave fenomeno della violenza sulle donne. L’obiettivo è promuovere un radicale cambiamento socio-culturale sul tema della violenza di genere. Si sviluppa su due filoni principali: lo “Sportello Artemisia”, pensato per offrire uno spazio di ascolto alle donne vittime di abusi, e la promozione di cultura sul tema della violenza di genere attraverso momenti di sensibilizzazione e percorsi di educazione e prevenzione rivolti alle giovani generazioni.

Per quanto riguarda lo Sportello (attivo su appuntamento al 339 1894966 tutti i martedì e giovedì), in questi anni ha già aiutato 77 donne, offrendo loro informazioni, consulenze legali e sostegno psicologico. Impiegate, operaie, insegnanti, dai 25 ai 65 anni, con gradi d’istruzione e storie personali diverse. Dopo il primo contatto, grazie al lavoro di un’equipe multidisciplinare (psicologhe, pedagogiste e avvocati), si procede con una risposta individualizzata e mirata (orientamento e invio ai servizi, presa in carico legale ecc…). In molti casi si promuovono percorsi di sostegno psicologico pensati per dare voce al disagio di queste donne, portandole ad affrontare un percorso di rielaborazione del proprio vissuto, spesso tragico, e di emancipazione da una posizione passiva e di impotenza.

L’obiettivo è ridurre l’isolamento vissuto da chi si trova in una situazione di conflittualità relazionale, conclamata violenza o di maltrattamento e far prendere loro coscienza della propria situazione, così che non possa ripetersi. Tutto questo, ovviamente, garantendo la massima riservatezza e segretezza. Nel percorso di aiuto, la collaborazione con i medici, i farmacisti e la rete sociale del territorio (associazioni, servizi) risulta fondamentale: circa la metà delle telefonate allo Sportello arriva in seguito al consiglio di un medico o grazie alle locandine esposte all’interno delle farmacie e delle associazioni di Cologno Monzese.

Per quanto concerne le attività di sensibilizzazione, il Comune promuove interventi culturali sul territorio e percorsi di prevenzione alla violenza. Ne sono un esempio la serata “Non solo a Marzo”, organizzata in occasione della Giornata della Donna (8 marzo) per far riflettere sulla parità di genere e sul ruolo della donna attraverso performance musicali e teatrali. E ancora, la mostra “La mia ferita la mia forza” del 19 novembre 2016, un ulteriore esempio di come l’arte possa porre l’attenzione su questa tematica, che ha visto protagoniste le opere dell’artista Pinuccia Mazzocco, ispirate al libro di Lucia Annibali “Io ci sono. La mia storia di non amore”. Per la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre), invece, sono stati coinvolti i ragazzi dell’Istituto Leonardo da Vinci di Cologno Monzese, protagonisti per un giorno nella promozione di una mattinata per riflettere, discutere e confrontarsi sul tema della violenza contro le donne.

Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima. Il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola come una trappola da sacrificio. È, quindi, venuto il momento di cantare una esequie al passato

È affidato a queste rime della poetessa Alda Merini (Milano, 21 marzo 1931 – 1° novembre 2009), il significato più profondo del “Progetto Artemisia” che trae il suo nome dalla pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, vittima di stupro, insultata e diffamata nel corso del processo contro il suo violentatore, infine, ritenuto colpevole dai giudici.

AMBASCIATORI DELLO CHAMPAGNE 2018 E COMITÉ CHAMPAGNE

AMBASCIATORI DELLO CHAMPAGNE 2018 E COMITÉ CHAMPAGNE

È Pietro Palma ad aggiudicarsi il titolo di Ambassadeur du Champagne 2018 in Italia.

Dopo un’esperienza come imprenditore, Palma ha deciso di seguire la sua passione per il vino aprendo nel 2014 un’enoteca a Prato, dove conduce circa 30 lezioni e degustazioni all’anno sullo Champagne, da lui definito “un vino unico e inimitabile, sinonimo di vita, ingegno umano e creatività”.

La prova finale si è svolta presso il Park Hyatt di Milano. A valutare le capacità dei candidati sono stati chiamati i giornalisti Enzo Vizzari e Stefano Salis, l’affascinante Claudia Bondi e Bernardo Conticelli, ambasciatori rispettivamente nel 2013 e nel 2015, e Domenico Avolio, Direttore del Bureau du Champagne in Italia. Insieme a Pietro Palma hanno partecipato alla selezione il catanese Manlio Giustiniani e Daniela Guiducci.

Il concorso “Ambasciatori dello Champagne”, indetto dal Comité Champagne, giunto alla dodicesima edizione, ha l’obiettivo di riconoscere e valorizzare l’attività di insegnamento sullo Champagne e individuare i migliori formatori a livello nazionale ed europeo.

L’ambasciatore europeo dello Champagne 2018 è tedesco. Si chiama Stefan Metzner ed è il sommelier e formatore di Monaco di Baviera. Durante la finale dell’8 novembre, alla quale hanno preso parte nove finalisti in rappresentanza di Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Austria, Germania e Svizzera, Stefan Metzner ha convinto la giuria per la sua approfondita conoscenza dei vini di Champagne e la sua capacità pedagogica nel trasmetterla. Dopo il successo di Ingeborg Aug nel 2007, è la seconda volta che un candidato tedesco ottiene questo riconoscimento.

Il titolo di Vice-Ambasciatore è andato alla candidata belga Kristel Balcaen, sommelier, scrittrice e formatrice di Gand, mentre al rappresentante italiano Pietro Palma, enotecario e formatore di Prato, è stato conferito il Premio Speciale.

I due co-presidenti del Comité Champagne, MaximeToubart e Jean-Marie

Barillère, nonché il presidente della giuria Sébastien Moncuit, chef de cave di Champagne Mailly Grand Cru, hanno premiato i vincitori durante una serata di gala organizzata presso la sede di Mailly Grand Cru, alla presenza dei professionisti del mondo vinicolo della regione.

“Ambasciatori dello Champagne” è una selezione internazionale che premia le competenze formative dei professionisti del vino e che ha l’obiettivo di sottolineare l’importanza di un approccio pedagogico nella diffusione della cultura dello Champagne e delle qualità che lo rendono inimitabile. L’edizione di quest’anno ha visto i candidati confrontarsi sul tema del dégorgement e del dosage.

Ma di cosa si occupa esattamente il Comité Champagne? Dal punto di vista economico, mira a uno sviluppo armonioso della filiera. Organizza le relazioni tra vigneron e maison per l’acquisto e la vendita delle uve, registra tutte le transazioni e gestisce la riserva qualitativa regolando così il mercato e assicurando l’indispensabile equilibrio tra domanda e offerta. Il Comité Champagne gestisce le relazioni con le istituzioni amministrative francesi e della Comunità Europea, lavora per rafforzare la presenza internazionale dei vini di Champagne e lotta contro le barriere commerciali per facilitare le esportazioni in tutti i paesi del mondo.

I Servizi Tecnici del Comité Champagne sviluppano programmi di ricerca in viticultura e enologia all’avanguardia. Ogni anno vengono realizzate circa 200 sperimentazioni in tutta la regione che riguardano ogni settore: dalla climatologia alla lotta anti-parassitaria, dalle tecniche colturali ai progetti di zonazione e al controllo dei processi di fermentazione. I Servizi Tecnici operano sia con mezzi propri sia collaborando fianco a fianco con partner esterni, sostengono la filiera attraverso un’attività di consulenza ai vigneron e ai vinificatori e organizzano attività di informazione anche con la pubblicazione di documenti tecnici.

Un’altra delle missioni del Comité Champagne è la valorizzazione dei vini di Champagne e il rispetto della loro identità. Il dipartimento Denominazione e comunicazione crea e diffonde una molteplicità di strumenti per far conoscere i vini di Champagne: organizza eventi rivolti a professionisti del vino, giornalisti e formatori, e propone visite personalizzate per la stampa e per gruppi di professionisti.

Il Comité Champagne, caso unico nel panorama vinicolo, dispone di una rete di 15 uffici con sedi in varie parti del mondo che garantiscono le relazioni con i media e sviluppano azioni di comunicazione e di difesa della denominazione calibrate sui diversi mercati. La tutela della denominazione “Champagne” è una prerogativa fondamentale del Comité realizzata attraverso azioni sistematiche contro tutti coloro che ne compromettano la notorietà e l’identità.

Il Comité Champagne, un organismo creato dalla legge francese del 12 aprile 1941 per gestire e difendere gli interessi comuni dei viticoltori e delle Maison di Champagne, ogni anno lotta contro centinaia di usi abusivi del nome “Champagne” in ambiti che vanno: dagli spumanti, ai prodotti di bellezza, dalla birra, ai generi alimentari.

LA ZUCCA E I SUOI BENEFICI

LA ZUCCA E I SUOI BENEFICI

In Italia la produzione di zucche è in aumento, e nel 2017 si è attestata intorno alle 40 mila tonnellate, interessando una superficie agricola complessiva di circa 2.000 ettari. Sono in crescita anche le esportazioni, che hanno fatto registrare un aumento del 16%. Questi i dati di Assosementi, l’Associazione nazionale dell’industria sementiera, che precisa: “sebbene non si tratti di una coltura tipica della nostra tradizione e quindi i numeri non siano ancora paragonabili a quelli degli ortaggi più storici, i segnali registrati, oltre a confermare l’incremento avvenuto negli ultimi anni, spingono a ritenere che l’aumento continuerà anche in futuro”.

La superficie destinata alla produzione di sementi è passata in poco tempo da 17 a 27 ettari. Valori ancora contenuti se visti in termini assoluti, ma che rivelano tassi di crescita elevati. Lombardia ed Emilia Romagna sono le regioni leader per le sementi, mentre il principale sbocco per l’export dei semi di zucca italiani è rappresentato dall’Inghilterra.

L’apporto dell’attività sementiera non si limita alla sola produzione quantitativa ma, grazie all’attività di ricerca, contribuisce da un lato a valorizzare le varietà tradizionali (molto apprezzate nei piatti tipici regionali) e dall’altro a offrirne delle nuove, tutte con accresciute resistenze alle malattie e con miglioramenti in termini di produttività e gusto.

Molte parti della pianta sono edibili (frutto, fiori, semi), tutte con ottime proprietà benefiche per la salute grazie agli elevati contenuti in sali e vitamine. Secondo uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, per esempio, il consumo di semi di zucca contribuisce a ridurre i sintomi legati all’allargamento della prostata (WHO).

Inoltre, le foglie di zucca di colore verde scuro sono un’ottima fonte di vitamina A, importante nello sviluppo corporeo e nella difesa dalle malattie, e costituiscono anche una buona fonte di calcio, vitamina C, ferro e proteine. I semi, ricchi di vitamina A, ed anche di vitamina B1 (tiamina) e niacina, aiutano il corpo a trasformare i carboidrati in energia e calore (FAO, 1986).

Ma cos’è la zucca? È un ortaggio, e le tipologie esistenti sono molteplici. Da un punto di vista botanico, le zucche appartengono alla famiglia delle Cucurbitaceae e le specie più diffuse alle nostre latitudini sono la Cucurbita maxima Duchesne e la Cucurbita moschata Duchesne. Originarie dell’America centrale, non sopportano i climi freddi. La riproduzione avviene per seme (Ronchi, 1999).

La Cucurbita maxima ha frutti sferoidali che possono raggiungere dimensioni molto elevate, la polpa è di colore giallo e ha sapore dolce.

A questa specie appartengono, ad esempio, le caratteristiche zucche a “turbante”, ampiamente usate a scopi ornamentali per le loro peculiarità estetiche e per la particolarità di conservarsi a lungo.

La Cucurbita moschata si distingue invece per avere il frutto allungato o cilindrico, curvo, con polpa di colore arancione e più consistente.

A questa specie appartengono le zucche impiegate nelle celebrazioni di Halloween e la varietà butternut, molto diffusa nei paesi anglosassoni, specialmente negli USA, ma apprezzata anche in Italia.

All’interno delle due specie è possibile individuare molte varietà di piante coltivate, che mostrano differenze a volte marcate nei caratteri morfologici, fisiologici e agronomici. Tra le più conosciute nel nostro paese possiamo citare:

  • la Zucca marina di Chioggia
  • la Zucca invernale di Napoli
  • la Zucca mantovana
  • la Zucca grigia di Bologna
  • la Zucca violina di Ferrara
  • la Zucca Turbante, molto coltivata nell’Italia centrale e meridionale
  • la Serpente di Sicilia
  • la Zucca CastellazzoBormida, della provincia di Alessandria
  • la Zucca Lardaia, originaria di Siena

La grande diversità all’interno delle due specie, frutto in gran parte dell’attività di miglioramento genetico operata dall’uomo, costituisce una fonte di biodiversità; termine che va inteso come differenziazione tra gli individui di una stessa specie e quindi come arricchimento biologico da tutelare e sostenere.

Il mondo delle sementi ha contribuito a questo arricchimento, perseguendo obiettivi di miglioramento genetico volto a valorizzare le varietà tradizionali e a individuarne di nuove in grado di aumentare le rese produttive, migliorare le caratteristiche qualitative dei frutti e incrementare la resistenza alle malattie (Hazra et al. 2007).

Dunque, che vada ad arricchire un buon piatto o sia usata per le celebrazioni di Halloween, le caratteristiche organolettiche e cromatiche della zucca dipendono dalla tradizione e dall’innovazione, entrambe contenute nel seme da cui deriva l’ortaggio.

Fonti

WHO, Keep fit for life: meeting the nutritional needs of older persons, World Health Organization and Tufts University School of Nutrition and Policy. available at http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/42515/2/9241562102_annexes.pdf

ASSOSEMENTI (Associazione Italiana Sementi) rappresenta a livello nazionale il settore sementiero: costitutori di varietà vegetali, aziende produttrici di sementi e aziende distributrici di sementi in esclusiva. Assosementi aderisce a ESA (EuropeanSeedAssociation), l’Associazione sementiera europea, e a ISF (International SeedFederation), la Federazione internazionale delle sementi.

 

MAMMOGRAFIA DIGITALE CON TOMOSINTESI. MENO RADIAZIONI E MAGGIORE EFFICACIA

MAMMOGRAFIA DIGITALE CON TOMOSINTESI. MENO RADIAZIONI E MAGGIORE EFFICACIA

Il mese di ottobre sarà dedicato ancora una volta alle donne per sensibilizzarle sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce. La Lilt Milano (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) ha dato il via a una serie di iniziative: informazione, sport, shopping, mostre e l’invito a sottoporsi a visite senologiche gratuite negli Spazi Prevenzione, nelle Università Bicocca, Politecnico e Iulm, e sull’Unità Mobile che farà tappa in vari comuni dell’hinterland milanese.

“Non dobbiamo abbassare la guardia nella battaglia contro il tumore al seno – afferma il professor Marco Alloisio, Presidente di Lilt Milano –. Il rapporto Aiom/Airtum ‘I numeri del cancro in Italia 2017’ riporta 50.500 nuovi casi di carcinoma della mammella con un trend di incidenza in leggero aumento (+0,9% per anno). È  in crescita però, e questa è la buona notizia, anche la percentuale di donne che sopravvivono a 5 anni dalla prima diagnosi: si è arrivati all’87% nel 2017 contro l’85,5% del 2016. La diagnosi precoce resta quindi un’arma fondamentale, e in quest’ottica gli Spazi Prevenzione della Lilt si stanno dotando di macchinari all’avanguardia per garantire una sempre maggiore accuratezza diagnostica. Nei nostri ambulatori abbiamo installato quest’anno mammografi digitali dotati di Tomosintesi: si tratta di una metodologia radiologica tridimensionale ad alta definizione con la quale è prodotta un’immagine 3D di elevata qualità, con una netta riduzione della dose di radiazioni”.

A settembre 2017 è stato installato il primo mammografo digitale con Tomosintesi nello Spazio Prevenzione di Monza. Entro la fine dell’anno ne sarà installato uno nello Spazio Prevenzione di Milano in via Viganò, mentre nello nello Spazio Prevenzione in via Nera sarà effettuato l’aggiornamento del software. Nel 2018 si avrà un nuovo mammografo digitale con Tomosintesi nello Spazio Prevenzione di Milano in viale Caterina da Forlì e l’aggiornamento software del macchinario presente nell’ambulatorio di Sesto San Giovanni.

L’impegno economico necessario per l’acquisto di queste apparecchiature radio-diagnostiche viene affrontato grazie al sostegno delle numerose iniziative di raccolta fondi.

Ma cos’è la mammografia digitale con Tomosintesi?

“È una tecnica radiologica di nuova generazione in grado di esaminare il seno in maniera tridimensionale e con una elevata accuratezza diagnostica: possono così essere evidenziate anche lesioni tumorali molto piccole, con percentuali pari quasi al doppio di quelle offerte dalla mammografia digitale tradizionale – spiega Gianfranco Scaperrotta, responsabile S.S. Diagnostica Senologica alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. Il macchinario, invece di restare fisso, ruota intorno al seno e produce una combinazione di immagini tridimensionali multistrato (3D) con immagini convenzionali “ricostruite” a due dimensioni (2D). Si tratta di un esame quasi 3D: in una singola proiezione si può localizzare tridimensionalmente una lesione, senza bisogno dell’altra proiezione perpendicolare”.

La mammella viene studiata a “strati”, è cioè scomposta in tante sezioni dello spessore di un millimetro, in modo da evidenziare anche tumori di piccole dimensioni. È stato dimostrato che la Tomosintesi è in grado di aumentare il tasso di diagnosi tumorali (soprattutto di carcinomi invasivi) e di ridurre il tasso di richiamo di donne per ulteriori accertamenti: 41% in più di tumori al seno invasivi localizzati, 15% in meno di richiami per indagini diagnostiche aggiuntive a causa di probabili falsi negativi, e 29% in più di ‘veri’ carcinomi mammari riscontrati (*).

Il mammografo digitale con Tomosintesi è un apparecchio in cui l’immagine radiologica si forma per trasformazione diretta dell’energia dei raggi X emergenti dalla mammella in segnale elettronico che arriva subito alla postazione del radiologo per la valutazione. Con questo nuovo tipo di mammografia la mammella deve essere sempre compressa durante l’esposizione radiologica e l’esame dura solo pochi secondi in più di quello standard. Rispetto alla mammografia analogica/digitale indiretta, quella digitale diretta consente una riduzione della dose di raggi X.

Non esistono particolari controindicazioni alla mammografia digitale con Tomosintesi, che fornisce immagini di elevata qualità anche in caso di protesi al seno. L’esame può essere effettuato da donne di qualsiasi età e con mammelle di qualunque composizione: può presentare dei limiti solo in caso di seni estremamente densi (la densità non è necessariamente legata all’età e riguarda meno del 10% delle donne).

Questa tecnologia è stata approvata per la prima volta negli Stati Uniti nel 2011 ed è disponibile anche altri centri italiani. A Milano e provincia e a Monza le donne possono sottoporsi a mammografia digitale con Tomosintesi in 12 su 23 tra i principali ospedali e centri specialistici, sia con il Servizio Sanitario Nazionale che privatamente: nella maggior parte dei casi si tratta di un approfondimento diagnostico che viene eseguito a discrezione del radiologo, dopo adeguata valutazione dei possibili dubbi o sospetti riscontrati nella normale mammografia digitale.

Volontari Lilt in uno degli ambulatori dell’associazione

 

È infatti ancora aperto un forte dibattito su come utilizzare routinariamente questa nuova efficace tecnologia e come diffonderla adeguatamente sul territorio. La principale iniziale difficoltà era legata alla Tomosintesi che di fatto implicava un doppio esame e quindi non ne permetteva un uso a tappeto. Oggi il problema è stato risolto grazie alla miglioria tecnologica del sistema che permette di acquisire direttamente immagini 3D e poi di ricostruire sinteticamente la “vecchia” mammografia digitale con un dimezzamento delle dosi erogate. Pertanto siamo già proiettati nella nuova era della mammografia 3D, che utilizzerà solo immagini di Tomosintesi, senza più alcuna discrezionalità da parte del medico-radiologo.

“Nel 2016 quasi la metà delle oltre 119.000 visite ed esami di diagnosi precoce che abbiamo effettuato nei nostri Spazi Prevenzione hanno riguardato il cancro al seno – riferisce il professor Marco Alloisio -. E durante lo scorso anno abbiamo effettuato oltre 30 mila visite al seno, più di 16mila mammografie, più di 9 mila ecografie mammarie, e quasi 2.200 visite gratuite (tra Unità Mobile, Spazi Prevenzione e Atenei).  Siamo molto impegnati sul fronte della prevenzione e della diagnosi precoce, grazie alle quali, per quanto riguarda il tumore al seno, nell’80% dei casi non si effettuano più interventi demolitivi (mentre 25 anni fa venivano eseguite mastectomie nel 50% delle donne). Gli screening partono oggi dai 49 anni ma l’insorgenza del cancro al seno è ormai sotto i 40. Nonostante ci siano 365 mila nuovi casi di tumore all’anno, 1000 al giorno, le cose stanno andando meglio: si ammalano donne più giovani ma abbiamo anche apparecchiature all’avanguardia, come i mammografi digitali con Tomosintesi, che garantiscono una accuratezza particolarmente elevata e consentono di evidenziare tumori molto piccoli”.

(*) Fonti: Ciatto et Al.Lancet Oncology 2013, Skaane et Al. Radiology 2013, Rose et Al. Am J Roentg 2013, Greenberg et Al. Am J Roentg 2014, Friedewald et Al. JAMA 2014

La Lega italiana per la Lotta contro i Tumori (LILT) – Sezione Provinciale di Milano, fondata nel 1948 sulla spinta di una forte cultura della solidarietà e dell’educazione alla salute, opera sul territorio di Milano e provincia affrontando il problema cancro nella sua globalità attraverso molteplici servizi offerti alla popolazione nell’ambito della prevenzione, della diagnosi precoce e dell’assistenza, supportata dall’ausilio di oltre 700 volontari appositamente formati.

L’Associazione, riconosciuta dalla Regione Lombardia come organizzazione senza fini di lucro e di attività sociale, fa parte di un Ente Pubblico su base associativa che opera sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica.

Obiettivo primario della LILT è la prevenzione e la diffusione della cultura della diagnosi precoce attraverso gli Spazi Prevenzione. Prevenzione che si sviluppa a 360 gradi, diventando anche prevenzione del disagio legato alla malattia e quindi assistenza in tutti i bisogni che emergono, in favore di un’attenzione alla qualità di vita del malato.

Nel 2010, la Sezione Provinciale di Milano della LILT ha ottenuto la certificazione di qualità ISO 9001:2008 per i servizi di prevenzione, assistenza e volontariato.

Le principali aree di intervento possono essere sintetizzate come segue.

Prevenzione Primaria: informazione e sensibilizzazione della popolazione all’adozione di un corretto stile di vita, campagne di educazione sanitaria contro il fumo nelle scuole di ogni ordine e grado, attività di disassuefazione dal fumo basata su percorsi personalizzati nei Centri Antifumo di Milano e Monza, conferenze e assistenza per l’applicazione della “No smoking policy” nelle aziende.

Diagnosi Precoce: Spazi Prevenzione a Milano e provincia a disposizione della cittadinanza, che ha la possibilità di usufruire dei servizi di diagnosi precoce come: visite al seno, alla cute, al cavo orale e alla prostata-retto ed esami quali la mammografia, l’ecografia mammaria e il Pap-test. Visite presso i Comuni e le aziende di Milano e dell’hinterland che ne fanno richiesta.

Assistenza e Volontariato: assistenza socio-sanitaria agli adulti e ai bambini, servizio di trasporto dei malati alle terapie ambulatoriali, presidi sanitari e fornitura dei medicinali a domicilio, alloggio ai pazienti e ai familiari provenienti da tutta Italia per le terapie. Scuola di Formazione dei volontari e supervisione costante ai volontari in attività: il loro apporto è infatti indispensabile per la realizzazione dei numerosi servizi offerti.

Ricerca: finanziamento della ricerca clinica ed epidemiologica attraverso borse di studio, erogazione di contributi ad altre istituzioni che operano nel campo della prevenzione oncologica, congressi e corsi di formazione e aggiornamento del personale sanitario.

Numerose, quindi, le attività di informazione e sensibilizzazione realizzate e supportate da un costante e intenso impegno nella promozione e nella raccolta fondi. L’Associazione non gode di entrate fisse, ma opera solo grazie al contributo economico e personale di tutti coloro che prendono parte alle molteplici manifestazioni organizzate nel corso dell’anno o nell’ambito del programma di volontariato. Grazie al sostegno di tutti, la LILT continua ad essere da quasi 70 anni un costante e affidabile punto di riferimento nella lotta per la vita.

LA CHARITY NIGHT DEDICATA ALLO SPORT E AI BISOGNI SOCIALI

LA CHARITY NIGHT DEDICATA ALLO SPORT E AI BISOGNI SOCIALI

Lo schermidore Aldo Montano, il pallanuotista Alex Giorgetti, l’ex ginnasta ritmica Angelica Savrayuk e la schermitrice paraolimpica Bebe Vio sono i nuovi Ambassador Laureus nominati in occasione della Laureus F1 Charity Night, l’annuale evento di fundraising dedicata allo sport e al sociale organizzata dalla Fondazione Laureus Italia Onlus. L’associazione opera nelle principali città italiane, con l’obiettivo di aiutare bambini e adolescenti che vivono in condizione di forte deprivazione economica e sociale ad apprendere valori importanti tramite attività sportive con presidio educativo.

IWC Schaffhausen, smart, Baume&Mercier, Piaggio, Montblanc, Caruso, Chloé, Santoni, Ferrari Trento, Alfredo Rapetti Mogol, Davide Oldani, Culti, Jo Fabbri, Dimore del Quartetto, Frescobaldi, SWM Motorcycles, Technogym, Pirelli, L.G.R, Lineapiù Italia, Alcar, Enzo Sterpi sono i luxury brand che hanno messo all’incanto pezzi unici ed esclusivi, oltre a oggetti personali donati dagli Ambassador Laureus, ricavando oltre 300 mila euro destinati a sostenere dei progetti attivi nelle periferie di tutta Italia.

“Sono lieto di aver partecipato alla quarta edizione della Laureus F1 Charity Night di Milano e aver dato il mio contributo al raggiungimento di un così importante risultato di raccolta. L’Italia è un paese dove lo sport ha un ruolo molto importante per superare le barriere sociali, e rappresenta l’essenza di Laureus Sport for Good di cui sono Presidente”, dichiara Sean Fitzpatrick, Laureus World Sports Academy Chairman.

 

Il menù della cena di gala è stato pensato e curato personalmente dallo chef stellato Davide Oldani, Ambasciatore Laureus.

Il pilota del team Mercedes AMG Petronas Formula One Lewis Hamilton, l’atleta di triathlon Alessandro Fabian, la pattinatrice olimpica Arianna Fontana, lo schermitore Andrea Cassarà, l’azzurra di softball Alice Ronchetti, il Vice President di FC Internazionale Milano Javier Zanetti, il difensore dell’AC Milan Alessio Romagnoli, il campione di lotta libera Frank Chamizo, il ciclista Filippo Pozzato, la schermitrice Irene Vecchi e Ignazio Moser figlio della leggenda di ciclismo Francesco Moser sono gli sportivi presenti alla serata di gala.

A sfilare sul tappeto rosso anche alcuni degli Academy Member Laureus, leggende dello sport riconosciute a livello globale: Sean Fitzpatrick, ex rugbista e Laureus World Sports Academy Chairman, Marvin Hagler, ex pugile e Giacomo Agostini, ex pilota di motociclismo, mentre per il mondo dello spettacolo erano presenti Filippa Lagerback, Rudy Zerbi, Giorgio Pasotti, Cristina Chiabotto, Joe Violanti, Pierluigi Pardo, Ascanio Pacelli, Chiara Maci e Andrea Berton.

Durante la Laureus F1 Charity Night inoltre si sono esibite le ginnaste ritmiche dell’Aeronautica Militare Italiana riscuotendo applausi a scena aperta.

Simone Lucci

IL PUNTO DI VISTA DEL NUTRIZIONISTA SULLE INTOLLERANZE ALIMENTARI

IL PUNTO DI VISTA DEL NUTRIZIONISTA SULLE INTOLLERANZE ALIMENTARI

Cefalee, emicranie, stanchezza cronica, stitichezza, coliti, colon irritabile, predisposizione a candidosi, micosi, dismenorree, palpitazioni, insonnia, agitazione notturna, sovrappeso, cellulite, asma, tosse, eczemi, rinite, sono alcuni dei sintomi delle intolleranze alimentari. Ce ne parla il Dottor Piccione, laureato in scienze biologiche, dottore di ricerca in Chimica degli alimenti ed esperto in Qualità ed igiene degli alimenti e nutrizione umana.

Ultimamente nel campo dell’alimentazione si sta registrando un interesse crescente verso le cosiddette “intolleranze alimentari”, che fino a poco  tempo fa, tranne quelle per deficit enzimatico, erano ritenute infondate dal punto di vista scientifico. La più conosciuta è l’intolleranza al lattosio, causata dal deficit dell’enzima lattasi.

Il modo più corretto per definire oggi le “intolleranze alimentari” dovrebbe essere “allergie alimentari ritardate”, perché certi alimenti alterano il nostro organismo senza che noi ce ne rendiamo subito conto.

Non esiste un’univoca classificazione e definizione delle “intolleranze alimentari”, cosi come non sono ancora ben chiari i meccanismi alla base dello sviluppo di questi disturbi. La perdita della permeabilità della mucosa intestinale e le modificazioni a carico della flora intestinale sembrano essere responsabili di una serie di risposte immuni e reazioni infiammatorie tali da comportare una sintomatologia, se prolungate nel tempo. Una dieta a esclusione modificata e il ripristino della flora intestinale, quindi, possono agire positivamente sulle varie sintomatologie.

 

INCOMPRENSIONI DI COPPIA IN CHAT O SUI SOCIAL E I CONSIGLI DELLO PSICOLOGO

INCOMPRENSIONI DI COPPIA IN CHAT O SUI SOCIAL E I CONSIGLI DELLO PSICOLOGO

Stando ai dati, dal 1995 le separazioni sono aumentate del 61% e sono più che raddoppiati i divorzi, e secondo un’indagine condotta dal sito Divorce Online, i social media e gli strumenti di messaging sono una delle 7 principali cause per cui i partner decidono di dividere le loro strade.

“La tecnologia ci fa sentire più vicini e meno soli e in tanti casi può aiutare a mantenere contatti con persone lontane, ma tutto sta in come la si usa e da quanto ci si lascia sedurre da un ex del passato, da corteggiatori conosciuti da amici di amici, dalle fotografie più o meno esplicite. Una crisi è un piatto che può essere servito con molta facilità. La tecnologia è un mezzo di servizio, non può sostituire tutto ciò che può dare la metacomunicazione. Guardarsi negli occhi, vedere le espressioni facciali, o sentire l’odore della persona che si ha di fronte, permette di cogliere anche ciò che non viene esplicitato dalle parole. Essere fraintesi con un messaggio o con un post, poi, è estremamente semplice: non sempre con la scrittura si riesce a essere efficaci come si vorrebbe”, commenta il Professor Giuseppe Lavenia, Presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche e Cyberbullismo, psicologo e psicoterapeuta esperto anche in tematiche di coppia.

Ci sono atteggiamenti sospetti di uno dei partner che innescano il bisogno di controllo nell’altro, come guardare quando ha aperto WhatsApp l’ultima volta e continuare a rimuginare sul perché non ha letto il messaggio che gli abbiamo inviato, verificare chi è entrato nella lista dei suoi nuovi amici su un social media, o cercare di scoprire con un app se ha detto la verità sul dove si trovava nel momento in cui non ha ripetutamente risposto al telefono. Il controllo, però, fa più male a chi lo fa, rispetto a chi lo riceve.

“Tanta insicurezza. Quando nella vita a due mancano ingredienti fondamentali come fiducia e rispetto, e non si riesce a fare in modo che diventino le fondamenta della coppia, allora bisognerebbe farsi delle domande. Perché penso che qualcun altro sarà sempre meglio di me? Perché ho bisogno di mettere i puntini sulle i su tutto quello che dice? Perché appena ne ho l’occasione vado a vedere il suo telefono? Ci possono essere motivazioni personali, magari frutto di un passato mai elaborato, o una mancanza di comunicazione verbale tra i due partner che non fa altro che insospettire. Ogni caso è a sé, e va indagato”, spiega il Professor Lavenia.

Come possono l’estate e le vacanze essere un momento per ritrovare il noi all’interno della coppia? Ecco 5 consigli dell’esperto.

1. LA TECNOLOGIA NON È UNA NEMICA

Gli strumenti di comunicazione online sono utili mezzi di servizio e non vanno demonizzati a prescindere. Spesso, per mancanza di tempo, si possono usare per darsi un appuntamento, condividere foto, mandare video o momenti che si sarebbero voluti condividere insieme all’altro. Bisogna, però, rileggere i messaggi prima di inviarli. E avere anche un momento successivo per condividere vis à vis, arricchendo la narrazione dei fatti con le emozioni che si sono provate. Le parole sono la cornice di un quadro, non la tela con il dipinto.

2. RIDARE VALORE ALLA RELAZIONE

Ogni essere umano è in continua evoluzione, e di conseguenza lo è anche la coppia. La condivisione del punto in cui ci si trova, quindi, è sempre importante. Altrimenti ci si perde di vista. Per farlo pienamente bisogna imparare a disconnettersi dai social e dalle chat e connettersi con la persona che si ha davanti. Si può dare, così, fiducia alla persona con cui si condivide il percorso di vita. Non rifiutare e non sfuggire a chiamate se arrivano mentre si sta chiacchierando, per non dare adito a sospetti. Lasciare il cellulare sul tavolo, senza portarlo ovunque, è un modo per dire “non ho niente da nascondere”. Le vacanze possono essere un buon allenamento a ritrovare una comunicazione non mediata dalle nuove tecnologie.

3. ASCOLTARSI

Le vacanze dovrebbero farci ritrovare anche un ritmo più lento, più vicino ad assecondare il bisogno di relax. Bisogna trovare un momento di silenzio ogni giorno, concedendoci dieci minuti solo per noi, da dedicare all’ascolto interiore, ma spesso non è possibile, a causa di una cattiva organizzazione del proprio tempo, o per sbrigare urgenze lavorative a cui non si può dire di no. Approfittiamo delle vacanze per chiedere a noi stessi e al partner: Cosa possiamo fare per migliorare l’intesa di coppia? Quali desideri si possono realizzare insieme? Mettere a tacere gli smartphone può essere utile anche per capire a che punto del progetto della vita a due si è giunti.

4. RIACCENDERE IL DESIDERIO

Se il desiderio è in calo non portiamo a letto tablet, pc e smartphone. La dipendenza tecnologica, tra i suoi effetti, presenta anche astenia sessuale data dall’abbassamento del livello di testosterone, l’ormone responsabile della libido maschile. Secondo uno studio americano, sembra che il 16% degli uomini soffrono di totale assenza di stimoli sessuali nei confronti della partner per via del troppo tempo passato a postare e twittare. Navigare continuamente, poi, fa scemare anche le fantasie sessuali di coppia con una conseguente crisi all’interno della relazione. Onde evitare che il malessere nella vita a due si protragga è consigliato riappropriarsi della propria intimità. In vacanza non si ha nemmeno la scusa della sveglia: il cellulare può rimanere in un’altra stanza.

5. RITROVARE IL PIACERE DI MOMENTI CONVIVIALI

Bisogna trovare un equilibrio tra vita reale e vita mediata dallo schermo, altrimenti si rischia di trascurare ciò che si ha nella vita. Il tempo dedicato a una cena fuori con il partner, o a casa, deve essere off limits per pc, cellulare, videogiochi, tablet. Deve, quindi, rimanere tutto spento (a parte il telefono se ci sono necessità famigliari) per accendere l’attenzione su chi si ha di fronte. No al cellulare a tavola mentre si pranza o si cena: questi due momenti devono essere dedicati al confronto e all’ascolto dell’altro.

Professor Giuseppe Lavenia

Presidente dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche e Cyberbullismo,

psicologo,

psicoterapeuta.

DIRE ADDIO ALL’INSONNIA E MIGLIORARE LA SALUTE

DIRE ADDIO ALL’INSONNIA E MIGLIORARE LA SALUTE

Nell’antica Grecia, il sonno è rappresentato come un adolescente, che corre leggero sulla terra con un papavero stretto nella mano sinistra, e nella destra un recipiente colmo del suo succo per dare agli uomini il riposo del corpo e della mente. Il sonno, dunque, dona quiete ed energia, ma sempre più persone soffrono di insonnia.

Il lavoro, lo stress, l’avanzare dell’età, la menopausa, le nuove tecnologie che permettono di controllarne  la posta e i social networks a qualsiasi ora del giorno sono complici di una notte persa. 9 milioni di italiani, infatti, sono colpiti da tale disturbo che si ripercuote negativamente sulla salute, sul lavoro e sulla qualità della vita. A dimostrarlo uno studio condotto in 5 Paesi dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, su 62 mila persone tra individui affetti da insonnia, in trattamento e non, e persone sane.

L’indagine ha rilevato un collegamento significativo tra insonnia e deterioramento della qualità di vita. I pazienti riferiscono un impatto negativo sul lavoro, più che doppio rispetto a chi non è affetto dal disturbo (38,74% vs. 14,86%). Si registra, così, un maggiore assenteismo, compromissione delle performance lavorative e delle attività in generale, oltre un aumento dell’utilizzo di servizi e prodotti medici. Nell’arco di 6 mesi è stato calcolato un numero di visite più alto rispetto ai pazienti non insonni (9,10 vs. 4,08).

Un buon riposo notturno, quindi, è un elisir di salute e benessere. “Per il nostro organismo, dormire bene è importante quanto nutrirsi o dissetarsi – spiega il Professor Lino Nobili, neurofisiopatologo e neuropsichiatra, Coordinatore Scientifico del Progetto Sonno & Salute –. Qualsiasi situazione che interferisce con la qualità e la quantità del sonno contribuisce ad alimentare problemi di natura psicologica, cognitiva, endocrina, immunologica e cardio-vascolare. Intervenire precocemente sui disturbi del sonno è determinante per migliorare lo stato di salute complessivo della persona”.

L’insonnia è trattata in maniera differente a seconda della tipologia e del quadro generale del paziente. Il primo passo è rivolgersi al proprio medico, per identificare e curare l’eventuale causa transitoria che ha provocato il disturbo. L’insonnia può talvolta persistere, in tal caso due sono le principali opzioni da mettere in campo: gli interventi sul comportamento e le terapie mediche.

“Esistono numerosi metodi per correggere comportamenti scorretti che possono causare o peggiorare l’insonnia. In genere sono mirati a cambiare le abitudini, le aspettative e i comportamenti che non favoriscono il sonno nonché a ridurre i livelli di ansia”, precisa Nobili.

Dodici sono i consigli per un sonno di qualità:

1. la stanza in cui si dorme non dovrebbe ospitare altro che l’essenziale per dormire. È sconsigliabile collocare nella camera da letto televisore, computer e scrivanie per evitare di stabilire legami tra attività non rilassanti e l’ambiente in cui si deve invece stabilire una condizione di relax;

2. la camera da letto deve essere sufficientemente buia, silenziosa e di temperatura adeguata (evitare eccesso di caldo o di freddo);

3. evitare di assumere nelle ore serali bevande a base di caffeina e simili (caffè, the, Coca-Cola, cioccolata);

4. non consumare nelle ore serali o a scopo ipnoinducente, bevande alcoliche (vino, birra, superalcolici);

5. sono sconsigliati pasti serali ipercalorici o comunque abbondanti e ad alto contenuto di proteine (carne, pesce);

6. non fumare;

7. evitare sonnellini diurni, eccetto un breve sonnellino post-prandiale, e in particolare i sonnellini dopo cena, nella fascia oraria prima di coricarsi;

8. nelle ore prima di coricarsi, non praticare esercizi fisici di media-alta intensità (palestra);

9. il bagno caldo serale non dovrebbe essere fatto nell’immediatezza di coricarsi, ma a distanza di 1-2 ore;

10. evitare di impegnarsi in attività che risultano particolarmente coinvolgenti sul piano mentale e/o emotivo (studio, lavoro al computer, video-giochi etc…);

11. coricarsi la sera e alzarsi al mattino in orari regolari e costanti e quanto più possibile consoni alla propria tendenza naturale al sonno;

12. non protrarre eccessivamente il tempo trascorso a letto di notte, anticipando l’ora di coricarsi e/o posticipando l’ora di alzarsi al mattino.

“Se il disturbo non migliora si può intervenire con una terapia farmacologica. I sedativo-ipnotici a emivita breve e la melatonina 2 mg a rilascio prolungato (MRP 2mg) registrata come farmaco sono i rimedi consigliati dalle Linee Guida internazionali”, spiega il Professor Lino Nobili.

Per i primi è consigliato l’utilizzo per brevi periodi, non oltre le quattro settimane, in quanto tendono a perdere la loro efficacia se assunti sistematicamente ogni notte per lungo tempo con effetti negativi sulla struttura del sonno stesso, con effetti residui non positivi durante il giorno, come ad esempio sonnolenza e disturbi cognitivi (memoria, attenzione) che possono interferire con le attività quotidiane, inclusa la guida.

L’utilizzo di MRP 2mg è consigliato invece come prima intenzione nei soggetti insonni che hanno superato i 55 anni, ma può essere efficace anche nei soggetti più giovani. La melatonina è un ormone naturale prodotto nella ghiandola pineale e ha un ruolo importante nella regolazione dei ritmi circadiani sonno-veglia, oltre a possedere un’azione di facilitazione e induzione del sonno. Studi clinici hanno dimostrato che la formulazione a rilascio prolungato di MRP 2mg riduce significativamente il tempo di addormentamento, migliorando la qualità del sonno e le performance diurne. Il trattamento è approvato per 13 settimane continuative, in quanto MRP 2 mg non dà assuefazione e generalmente non influenza i livelli di vigilanza diurna.

Per fronteggiare il disturbo nasce, anche, il Progetto SONNO & SALUTE, grazie al contributo dell’azienda italiana: Fidia Farmaceutici. L’iniziativa rientra nelle attività previste nella Giornata Mondiale del Sonno 2017 ed è curata dagli specialisti esperti del sonno con l’obiettivo di contribuire a diffondere nel nostro paese la cultura su queste tematiche.

Una corretta e precoce identificazione dei pazienti con insonnia o altri disturbi del sonno consente di avviarli in modo tempestivo verso un percorso terapeutico idoneo.

Simone Lucci

COPRICAPI ARTIGIANALI E IL PRIMO PROFUMO DA CAPPELLO

COPRICAPI ARTIGIANALI E IL PRIMO PROFUMO DA CAPPELLO

Mai senza cappello. C’è stato un tempo in cui eleganza, fascino e, soprattutto, status sociale, non potevano fare a meno di esprimersi attraverso il più iconico degli accessori maschili. Il cappello definiva la posizione di un uomo in società, era la sua carta d’identità, un simbolo poi captato dal cinema e trasformato in segnale di riconoscimento. 

Il berretto nero, rigido con visiera militare accompagna Marlon Brando in “Fronte del porto”, James Dean lancia i grandi cappelli con larga falda rialzata. Cary Grant ammalia Ingrid Bergman con il suo lucido e scurissimo feltro nelle inquietanti atmosfere del film “Notorius”, e Humphrey Bogart la seduce in Casablanca con il suo cappello in feltro che gli dona l’aspetto del bel tenebroso. Nel frattempo, il romanzo di Hemingway “Per chi suona la campana” diventa un film in cui il fascinoso Gary Cooper appare con in testa un copricapo in stile americano. Tutto ciò senza trascurare i film western dove venivano proposti modelli casual morbidi, a colori pastello che sembrano incontrare il gusto dei giovani, e ovviamente lo Stetson, il tipico cappello da cow boy realizzato in feltro impermeabile.

Brigitte Bardot è un’amante dei cappelli oversize di paglia e lo stile da spiaggia lanciato dalla bellissima BB oggi è più attuale che mai, tanto da ispirare le nuove generazioni. Il cappello, infatti, è l’accessorio di stile che non può mancare nel guardaroba. Praticamente un must-have colorato, divertente e adatto per proteggersi dalla pioggia, farsi ombra, ripararsi dal sole e comunicare.

Proprio più di un secolo fa, nella terra salentina, inizia la storia di Doria 1905. Il nome della famiglia, e conseguentemente quello del brand, deriva da Oria, città del Brindisino che tra il VII e il X secolo ospitò la più illustre e prestigiosa comunità ebraica d’Europa, mentre a Maglie (Lecce) nascono i cappelli sartoriali che poi raggiungono mete lontane per raccontare: suggestioni, colori, sapienza, tessuti, materiali e artigianalità 100% made in Italy.

Panama, drop, arrotolabili, bowler e le classiche coppole d’antan sono alcuni cappelli realizzati da Doria 1905. E in occasione di Pitti Immagine Uomo 92 ha presentato IENTU, un copricapo in lino blu. Fresco, pratico, elegante, tascabile perché destrutturato e da viaggio.  A questo è abbinato il primo “profumo da cappello”, nato grazie alla partnership con la creatrice di fragranze artistiche Gabriella Chieffo. Si chiama Acquasala il profumo con i sentori salmastri del vento salentino.

Cashmere, velluto, feltro, pelle scamosciata per l’Autunno/Inverno, mentre cotone, lino e rafia per le linee Primavera/Estate sono i tessuti naturali e italiani utilizzati dal brand.

Quest’ultimi caratterizzano le nuove quattro collezioni SS 17 ispirate al viaggio con rotta verso i mari del Sud, sulle tracce delle vie del tè e del caffè. Cappelli dal colore candido del Panama accostato al tono ostrica più raffinato in contrasto con i toni del blu profondo. Oltremare, bluette, turchese, acquamarina, abisso sono i colori che illuminano le stampe policrome in contrasto con i toni dell’avorio, creando grafismi tra intrecci di meduse e flutti marini, senza trascurare le fantasie floreali che si mescolano ai motivi camouflage e le stampe rigate impreziosite da fili metallici.

E per il futuro? In occasione di PITTI FRAGRANZE 15 sarà presentata una nuova fragranza alla curcuma della Maison Gabriella Chieffo abbinata ai copricapi Doria 1905. Il brand prosegue così sulla rotta delle emozioni trovando nella creatività di Gabriella Chieffo una grande sintonia culturale e stilistica.

Simone Lucci

Doria nasce a Maglie nel 1905 da un piccolo laboratorio sartoriale nel centro cittadino, specializzato nella produzione di berretti e abbigliamento, nel quale la Famiglia D’Oria, insidiatasi in zona alla fine del secolo precedente, realizza con artigianalità e passione capi preziosi. Nel 1937 il figlio Sabino prosegue l’avventura di famiglia, costituendo la Sabino D’Oria e Figli, una piccola azienda che si insedia in uno stabilimento alle porte della città, si dedica alla produzione di abbigliamento da bambini e si specializza nella berretteria, produzione tipica della zona che vede Maglie come fulcro del migliore distretto della berretteria italiana. È all’inizio degli anni ’60 che la Famiglia D’Oria decide di investire in un nuovo stabilimento su 3 livelli, tuttora sede dell’Azienda, con manodopera tutta femminile e circa 120 impiegati, facendo il grande salto e diversificando le sue produzioni specializzandosi, oltre che nell’abbigliamento da bambino, anche in forniture militari, con particolare attenzione ai copricapo che rimangono il fulcro intorno al quale ruota tutta la lavorazione.

Rilevata alla fine degli anni ’90 dalla Famiglia Gallo di Asti, diventa in seguito “neo.B-Lab S.p.A.” distinguendosi sin dagli esordi per il suo impegno nella produzione artigianale di alta gamma, con una continua attenzione alla cura dei dettagli, stili e tendenze che ben presto ha portato ad arricchire la serie di prodotti.

Oggi l’Azienda vanta uno staff giovane e completamente rinnovato, composto da una divisione commerciale, una sezione Stile, 60 operai specializzati e un LAB interamente dedicato alla prototipia per il marchio DORIA e per i clienti esterni.

Alla fine del 2012 Neo.B-Lab decide dunque di dare il via ad un ambizioso progetto di restyling e di rilancio del marchio DORIA, ribattezzato DORIA 1905 in onore alla sua prestigiosa storia, il cui principio fondante è nella fusione tra la ricerca sullo studio degli archivi e sulle lavorazioni sartoriali, frutto di tradizione e storia, e la conoscenza delle più innovative tecniche di produzione. Una produzione in continua evoluzione e miglioramento, i cui cappelli non sono più semplici copricapo, ma accessori preziosi, risultato di passione, abilità, impegno e dedizione.

CIBO E CHAMPAGNE: I SAPORI EQUILIBRATI DELLA CUCINA TRAPANESE

CIBO E CHAMPAGNE: I SAPORI EQUILIBRATI DELLA CUCINA TRAPANESE

In un crocevia di strade con nomi suggestivi che raccontano di miti e che parlano la lingua di chi va per mare sorge Trapani. Dal 2005, anno in cui l’American Cup ha fatto tappa nella città di mare e di vento, il ristorante Le Mura di Daniele Fallucca accoglie i suoi ospiti. Circondato dalle case dei pescatori e “protetto” da uno degli antichi bastioni imperiali, il locale raffinato dai soffitti di pietra, con sale luminose ravvivate da quadri moderni offre prelibati piatti a base di pesce abbinati a vini e Champagne ricercati.

“Il re del menù è il pesce, ma in inverno realizziamo anche manicaretti a base di carne – precisa Daniele Fallucca –. Lo chef Rocco di Marzo si occupa della spesa al mercato che dista 5 minuti dal locale. Un paio di imbarcazioni ci forniscono materia prima fresca, di stagione e di qualità. Noi la rendiamo nobile e interessante al palato”.

La cucina, infatti, propone i piatti della tradizione creati con ingredienti pregiati: un piacere da assaporare fin dalla presentazione.

“Insalata di polpo, caponata di tonno, cocktail di gamberi con maionese, olive, panelle al nero di seppia e trito di capperi come antipasti. Il piatto Le Mura con pesce stagionale, gambero e julienne di calamari come primo, e tra i secondi il fritto di paranza con calamaro, cappuccetto, moscardini, gamberone e pesce di rete sono le portate che meglio identificano il ristorante”, riferisce  Rocco di Marzo, chef formatosi all’Accademia dell’Arte Culinaria di Chioggia, membro della Federazione Italiana Cuochi, Ambasciatore della Cucina Italiana nel mondo nel 2012, e vincitore del premio Elimo nel 2013, come miglior chef della provincia Trapani.

La cucina siciliana del ristorante realizza anche portate rivisitate in chiave moderna.

“Il gambero rosso pescato a 15 miglia di ponente viene scottato in acqua e sottoposto a shock termico con il ghiaccio e poi abbinato a una maionese all’ostrica e all’olio extravergine delle valli trapanesi. Il prosciutto di pesce spada fresco marinato 14 ore con sale, zucchero e aromi, viene esaltato da scaglie di cioccolato e salsa d’arance. E poi ancora, orecchiette con vongole voraci e pesto di bottarga di tonno, formaggio, pomodoro, patate, foglie di sedano e scorzette d’agrumi, e infine una darna di Lampuga ricca di Omega3, cotta a bassa temperatura per 20 minuti a 80 gradi, a cui è stata fatta coagulare la proteina e poi scottata, abbinata a una purea di patate e alle lenticchie vulcaniche di Ustica: piccole, scure e ricche di ferro. Sono questi i piatti accostati allo champagne”, precisa lo chef.

Lo champagne è stato definito per secoli “il vino dei Re, e il re dei vini”. Non è tanto l’enfasi della supremazia rispetto agli altri vini che oggi colpisce di questa affermazione, quanto la definizione stessa e spesso dimenticata che lo champagne sia prima di tutto un vino. É da questa consapevolezza che Heres, distributore di champagne, ha trovato l’ispirazione per selezionare 5 differenti etichette a ciascuna portata. Champagne Jean Milan Blanc de Blancs extra brut G.C., Champagne Corbon Anthracite G.C., Champagne Juillet Lallement Brut Selection G.C., Champagne Saint-Réol-A’Ambonnay Elegance Brut G.C. 2004 e Champagne de Saint Gall Rosè 1er Cru.

Ogni bottiglia racchiude decine di decadi di gesti artigianali sapienti, dalla vigna alla cantina, che si sono evoluti nel tempo per rendere onore alla parola artigianalità stessa. Il Progetto Champagne Gran Cru di Heres propone una selezione che enfatizza l’originalità di un percorso alla scoperta del territorio della Champagne, viaggiando tra differenti cuvée che racchiudono uve e stili da alcuni dei soli 17 Grand Cru (4000 ettari su 33700), dove ogni bottiglia diventa un autentico e sublime mezzo di comunicazione per raccontarne la storia.

E saper accostare il vino a cibo è importante, interessante, e non così banale. È fondamentale ricercare il giusto equilibrio per non rovinare il piatto servito. I lieviti presenti nel cibo devono essere in totale armonia con il vino. “Ho frequentato il secondo e terzo livello del corso di sommelier perché conoscere l’accostamento tra cibo e vino quando si mangia rende l’esperienza a tavola un vero piacere – afferma lo chef di Marzo –.  Il trucco è utilizzare le parti chimiche del vino (acidi, tannini, sali minerali, zuccheri, alcoli, polialcoli, CO2 delle bollicine) e non accostarle ai lieviti o alle clorofille presenti nei vegetali, in quanto vanno in contrasto senza creare un equilibrio”.

Qual è l’iter per abbinare correttamente il vino al cibo? “Solitamente penso al piatto da realizzare, conosco gli ingredienti, lo cucino, lo assaggio e accosto il vino, ma non subito. Mangio la pietanza, faccio riposare appena le papille e assaggio, in tal modo si può comprendere se l’equilibrio è esatto o errato”, dichiara lo chef.

In un’atmosfera di grande piacevolezza, dove aromi, sapori e un panorama incantevole si uniscono a creare un’armonia perfetta è possibile assaporare gustosi manicaretti e vini unici.

Simone Lucci

Le 5 cantine

Champagne Jean Milan

L’azienda di famiglia nasce nel 1864. Situata tra Avize e Mesnil-sur-Oger, nel cuore della Côte des Blancs, la tenuta è Oger Grand Cru, prestigioso vigneto di Chardonnay noto per l’esclusiva finezza e rotondità.  Nel rispetto della tradizione, Caroline e suo fratello Jean-Charles sono oggi gli eredi di una passata conoscenza fatta di passione e rigore. I due fratelli, infatti, combinano la passione e la tradizione, condividendo le loro competenze con professionalità e creatività sorprendente. Essi offrono così una gamma di champagne eccezionali con delicatezza e freschezza, dove Chardonnay Grand Cru di Oger dominato per la sua eleganza.

Champagne Corbon

Claude e Agnès Corbon, padre e figlia, gestiscono i sei ettari di vigneto nel cuore della Côte des Blancs, ad Avize, 100% Grand Cru. La storia parte dagli anni Venti, quando Charles Corbon si traferisce ad Avize, lavora in una Maison e poi inizia ad acquistare i propri vigneti. Per lungo tempo si coltivano le uve per poi venderle alle altre case vinicole, ma è durante la crisi economica degli anni Settanta che si decide a trasformarsi in produttore e questa scelta avviene ad opera di Claude Corbon.

Dal 2006 lo affianca nell’opera la figlia Agnès. La loro idea di Champagne è semplice e chiara: niente filtrazioni o collaggi, nessuna aggiunta di additivi, tre anni di attesa prima di metterlo in commercio, a volte anche di più. Il risultato è quello di vini sinceri, vivaci, intriganti, per niente ovvi e scontati.

Champagne Juillet–Lallement

L’azienda di famiglia Juillet-Lallement è stata fondata agli inizi del XX secolo da tre partner: Paul Lallement, Arthur Lallement e René Juillet. Insieme creano il marchio R. JUILLET – P. & A. LALLEMENT, il primo marchio collettivo di champagne depositato presso il Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne (CIVC), che in seguito è diventato Juillet-Lallement. Dal 1963, l’azienda è gestita da Pierre Lallement, figlio di Arthur Lallement. Ricco d’esperienza, promosso da suo padre e dalla famiglia, Pierre Lallement inizia a sviluppare vinificazione e commercializzazione dei suoi vini. Nel corso degli anni, l’azienda cresce e si modernizza, al fine di sviluppare i migliori vini della Champagne. Spinto dalla passione e dall’aspirazione all’eccellenza, Pierre Lallement aderisce al Club Trésors de Champagne nel 1973, l’associazione viticoltori champagne più antico e riconosciuto. All’alba del 2003, a sua volta, Pierre Lallement passa il testimone al figlio Giovanni che con la moglie Virginia, continuano la tradizione di famiglia.

Champagne Saint-Réol

Questa cantina sorge nel cuore della Montagne de Reims, ad Ambonnay, uno dei 17 villaggi Grand Cru della Champagne. L’azienda racchiude circa 150 vignerons, ognuno dei quali avente a disposizione in media un ettaro di vigneto. Sorta nel 1962, la realtà produttiva racchiude in sé l’anima di questa zona fantastica ed affascinante della Francia. La sua gamma è ampia e variegata. Importanti millesimi accompagnano bollicine rosate e champagne più freschi e semplici ideali per aperitivi o situazioni più informali. Tutte le uve provengono da appezzamenti Grand Cru, anche lo chardonnay, prodotto sia ad Ambonnay, sia in Cote de Blancs nasce e viene raccolto tra i filari dei più prestigiosi comuni. Saint-Réol una garanzia di tipicità e identificazione tra etichette e territorio.

Champagne De Saint Gall

Un marchio storico e importante, De Saint Gall è un’espressione unica tra tutte le cantine della Champagne. Nata nel 1972, questa realtà comprende circa 1258 ettari vitati e c 1860 famiglie di vignerons. Più della metà dei vigneti sono classificati Grand Cru e questo piccolo dettaglio ha posto fin dall’origine i presupposti affinchè De Saint Gall fosse un brand di fama e successo attraverso i suoi prodotti di qualità. Più di dieci sono i centri di produzione e raccolta delle uve, ogni parcella di ogni villaggio viene vinificata separatamente. Innumerevoli sono i vini di riserva e le possibili combinazioni che ogni anno lo chef de cave ha a disposizione per presentare in commercio prodotti sempre all’avanguardia e di grande impatto. Una cantina rinomata e conosciuta che colpirà il degustatore per la sua gamma ampia e i suoi importanti millesimati.

VIVERE IN SALUTE CON LE PROPOSTE DEGLI CHEF

VIVERE IN SALUTE CON LE PROPOSTE DEGLI CHEF

La campagna LopiLife ha incontrato i medici nei talk show territoriali, il pubblico in eventi gastronomici e sul sito lopiglik.it. E porta in cucina l’innovazione sostenibile “amica del cuore” con le ricette creative firmate dallo Chef stellato Luciano Monosilio, Executive chef, Ristorante Pipero, 1 stella Michelin.

Nato ad Albano Laziale nel 1984, dopo la scuola alberghiera, Monosilio esordisce ventenne nella cucina di Roscioli. Ha la possibilità di collaborare con Fulvio Pierangelini e con Mauro Uliassi. Dopo due anni di grandi numeri in Sudafrica, in un ristorantone di Cape Town, torna in Italia, passa al Tordo Matto di Adriano Baldassarre per poi incontrare Alessandro Pipero. Insieme danno vita alla carbonara più famosa d’Italia, in una versione “vaporizzata” con un goccio di grappa.

Perché ha accettato di prendere parte alla campagna “LOPILife – nutriamo la salute del cuore”? In che modo la cucina stellata può essere amica della salute? E come mai uno chef famoso per la carbonara partecipa a una campagna contro il colesterolo? 

Negli ultimi anni, con l’avvento della cucina televisiva e dei nuovi trend che catalizzano costantemente i riflettori sull’alta ristorazione internazionale, la pressione dei media di settore ha investito noi chef di grandi responsabilità. All’esperienza gastronomica del cliente, ossia il lavoro canonico e quotidiano del servizio, si somma l’obbligo etico di trasmettere dei valori in un mondo che cambia rapidamente. 

Citando Feuerbach, “noi siamo quello che mangiamo”: il cibo è benessere a 360 gradi, il che significa da un lato nutrire lo spirito con la socialità e la condivisione del pasto, dall’altro introdurre nel nostro corpo pietanze che ci facciano vivere a lungo e in salute. Possiamo e dobbiamo dimostrare che è possibile coniugare i due poli, occorre solo maggiore consapevolezza a tavola. 

Con un’alimentazione corretta, infatti, possiamo aumentare la probabilità di prevenire le malattie. In particolare, la cucina nell’alta ristorazione è frutto di ricerca di ingredienti, alchimie che legano i cibi e cotture che rispettino le materie prime. Lavorando su tutti questi fronti, si possono creare dei piatti che soddisfino il palato e, allo stesso tempo, che siano “amici del cuore”. 

Naturalmente occorre equilibrio: un regime alimentare sano prevede ogni tanto uno strappo alla regola, come mangiare una carbonara. La mia, in particolare, non ha segreti: è diventata popolare per il fatto che ho introdotto un classico della tradizione romana nell’alta cucina, codificandone ricetta e preparazione.

Quali sono oggi le più importanti innovazioni che si stanno affermando nella cucina nazionale? 

Ad oggi le innovazioni in cucina viaggiano parallelamente su tre fronti: 

1. il recupero delle ricette della tradizione, reinterpretate in chiave contemporanea, eliminando i difetti del passato affinché siano più leggere e salutari; 

2. il trattamento delle materie prime con strumenti e tecniche in grado di rispettarne le proprietà organolettiche, come il sottovuoto o la cottura a bassa temperatura; 

3. la ricerca in tutto il mondo di nuovi ingredienti da inserire nella nostra cultura gastronomica. Un esempio? Gli insetti. Personalmente sono impegnato in un progetto di produzione di pasta secca a base di farina di grilli, un prodotto con un alto valore proteico e bassi livelli di colesterolo. 

Nella scelta degli ingredienti, degli abbinamenti, delle modalità di cottura, come si concilia l’obiettivo di innovare rispettando anche le esigenze di uno stile di vita sano? 

Il segreto è utilizzare ingredienti freschi di qualità, verificandone la provenienza, avvalersi di tecniche che non ne distruggano il valore nutritivo e diminuire l’utilizzo di grassi animali e oli vegetali saturi. Il sale, ad esempio, esalta i sapori, ma un uso eccessivo è causa di ipertensione e malattie cardiovascolari. Esistono altri esaltatori di sapidità naturali, come l’aceto (per condire le verdure crude o cotte), il concentrato di pomodoro (come base di minestre, zuppe e sughi), aglio e cipolla, le erbe aromatiche, le spezie (curry, cumino, curcuma, paprika affumicata e zenzero disidratato in primis), la salsa di soia e il miso. Queste alternative conferiscono alle pietanze un sentore di sapidità – ben diverso dal concetto di “salato” – che rientra nella categoria del “quinto gusto”, collegato al glutammato monosodico, ossia l’umami.

Un aiuto per una sana alimentazione può venire anche dai metodi di cottura. La cottura a bassa temperatura, ad esempio, ideale per tagli di carne come il carré di agnello, il petto di pollo o il filetto, permette di mantenere inalterate le proprietà organolettiche e nutritive degli alimenti, limitando l’uso di condimento e di grassi. Per cucinare un petto di pollo saporito basta semplicemente prendere una pentola con un po’ d’acqua e posizionare alla base un panno di stoffa; portare la temperatura dell’acqua a 60-65 gradi (si può misurare utilizzando un termometro da cucina) e poggiare sul panno il petto di pollo precedentemente condito con pepe, sale e olio e messo in un sacchetto di plastica sottovuoto. Si fa cuocere quindi all’interno della pentola, portata a temperatura, per 20 minuti. Il petto di pollo cotto in questo modo risulterà buono e succulento perché non avrà perso i liquidi durante la fase di cottura.

Anche l’utilizzo della pentola a pressione, ancora molto sottovalutata, permette di mantenere inalterate le proprietà degli alimenti.

Quali sono, secondo lei, i fattori che maggiormente ispirano la creatività dello chef per un nuovo piatto o un nuovo abbinamento gastronomico? 

In cucina la ricerca e lo studio di tecniche e ingredienti innovativi rappresentano il leit-motiv di ogni processo creativo, che vive in ogni chef e non si interrompe mai. Sono poi i piccoli spunti della vita quotidiana che fanno nascere un’idea e che, quando vengono razionalizzati, si trasformano in un nuovo piatto.

Simone Lucci

ESTATE FRESCA E FRUTTATA CON THÈ FREDDO E GRANITE FAI-DA-TE

ESTATE FRESCA E FRUTTATA CON THÈ FREDDO E GRANITE FAI-DA-TE

In estate la parola d’ordine è idratazione. Bere molta acqua è necessario gli amanti delle bevande dolci, fresche e fruttate il thè freddo rappresenta una valida alternativa.

Durante la stagione estiva, infatti, il thè non va in vacanza, ma si reinventa e si declina a seconda delle situazioni e dei gusti. Melograno, litchi, mandarino, mirtillo, ananas, limone/zenzero e cocco/curcuma sono le varianti del SanThé Sant’Anna che uniscono le benefiche virtù della frutta alle proprietà energizzanti del thè adatte, anche, per preparare una granita fai-da-te.

Basta scegliere uno dei gusti nel formato bicchierino, agitare qualche secondo, riporre per 2-3 ore la bevanda in freezer, aprirla, attendere qualche istante e gustare così una granita fresca, dissetante e a basso contenuto calorico.

Con i suoi chicchi color rubino e il gusto dolce, il melograno è molto apprezzato nel campo della salute naturale, soprattutto unito alle proprietà del thè verde. Il frutto è ricchissimo di antiossidanti, vitamina C, vitamina K, vitamine del gruppo B, proteine, carboidrati, ferro, calcio, magnesio, fosforo e potassio, che aiuta a svolgere correttamente le funzioni cellulari.

Originario della Cina, il litchi ha proprietà terapeutiche derivate dalla vitamina B3, in grado di dilatare i vasi sanguigni, facilitare la purificazione del sangue e allo stesso tempo regolare le numerose reazioni ossidative nelle cellule. La vitamina C, invece, contrasta i virus influenzali e protegge dai raggi UVA.

Del mandarino non si butta nulla. La buccia, infatti, contiene limonane che ritarda l’invecchiamento della pelle, mentre le polpa è ricca di vitamina A, B e C, essenziale per mantenere reattivo e vigile il cervello, oltre a una consistente percentuale di ferro, magnesio e acido folico. La vitamina P, inoltre, combatte la ritenzione idrica e favorisce la diuresi.

Ricco di acido folico, tannini, antocianine e glucosidi antocianici, il mirtillo riduce la permeabilità dei capillari e rafforza la struttura del tessuto connettivo, sostenendo e migliorando l’elasticità e il tono dei vasi sanguigni.

L’ananas è nota per i benefici contro la cellulite, la ritenzione idrica e i suoi effetti digestivi. È un frutto dolce e contiene poche calorie, risulta quindi un alimento adatto alle diete ipocaloriche. Molto ricco di acqua, contiene anche una discreta quantità di carboidrati sotto forma di zuccheri e in particolare di glucosio, fruttosio e saccarosio. È una fonte di vitamina C, di potassio e di magnesio. L’ingrediente fondamentale contenuto nell’ananas è la bromelina, un insieme di enzimi dalle potenti proprietà digestive.

Zenzero e limone sono alimenti che offrono noti benefici per la salute. Se assunti insieme però gli effetti aumentano, rendendo una bevanda ricchissima di proprietà per la salute. Lo zenzero e il limone hanno effetti depurativi, regolatori della digestione e del metabolismo, antinfiammatori e rafforzanti del sistema immunitario, grazie alla combinazione dei principi attivi, antiossidanti e vitamina C.

Nel suo viaggio intorno al mondo nelle diverse culture del benessere, Sant’Anna unisce alle proprietà del thé e dell’acqua, le virtù benefiche di due preziosi ingredienti: il cocco, che gli abitanti delle isole del Pacifico considerano un vero e proprio toccasana per la salute, tanto da chiamare la palma da cui nasce &Albero della Vita&, e la curcuma, una spezia impiegata nella medicina tradizionale indiana e cinese, dalle proprietà disintossicanti e antiossidanti.

Oltre ai benefici derivati dai frutti, le granite sono prive di glutine, conservanti e coloranti. Caratteristiche tipiche dei classici thè Sant’Anna.

Il thè è tra le bevande più consumate al mondo. Fin dall’antichità, la sua antica pianta si è diffusa dall’Oriente in tutto il pianeta diventando, nei secoli, un rito irrinunciabile a colazione, a merenda o durante l’intera giornata. Il suo gusto fragrante, infatti, si sposa alle proprietà energizzanti e purificanti che lo rendono, nelle giuste quantità, un tonico naturale, dissetante e benefico per tutte le età.

Il thè nero e il thè verde sono i più diffusi. Derivano entrambi dalla medesima pianta, ma sono trattati in modo differente. Il thè nero è fermentato, mentre il thè verde viene esiccato prima che il processo di fermentazione abbia inizio. Le due varietà, di conseguenza, hanno caratteristiche diverse: più tonico ed energizzante il primo, fermentato, più ricco di antiossidanti e principi digestivi il secondo.

La bevanda, inoltre, contiene caffeina (o teina). Anche se la concentrazione di SanThè è bassa (1,76 %), non è adatto ai bambini sotto i tre anni di età. Nella giusta quantità invece (un bicchiere d’inverno, due in estate) può diventare un’ottima bevanda tonica e digestiva per l’intervallo e per la merenda dei bambini in età scolastica, evitando il consumo nelle ore serali per evitare di disturbare il sonno dei più piccoli.

Il thè un prezioso alleato per chi ama prendersi cura di sé e rendere speciale ogni momento della giornata.

Simone Lucci

L’ACQUA IN BOTTIGLIA: L’IMPORTANZA DELLE ETICHETTEl

I 10 COMANDAMENTI DELL’ALIMENTAZIONE ANTI-CELLULITE

I 10 COMANDAMENTI DELL’ALIMENTAZIONE ANTI-CELLULITE

Non esistono diete precostituite, universali e immediate. Il problema cellulite presenta una genesi multifattoriale legata all’alimentazione ma anche al processo ormonale e allo stile di vita. Quanto più la cellulite è vecchia e radicata, tanto più occorre modificare abitudini e comportamenti. Solo una metodica e costante applicazione di regole di vita equilibrate risulta vincente. Trattamenti costanti, movimento e alimentazione corretta modificano gradualmente il tessuto, tengono sotto controllo la situazione e fissano i risultati ottenuti.

Se con la cellulite non c’è un importante sovrappeso, si sconsiglia di fare diete a basso regime calorico. È molto importante invece curare la qualità degli alimenti, senza eccedere comunque nella quantità. Alcuni consigli utili:

  1. Bere molta acqua: da 1 litro e mezzo a 2 litri al giorno. Minerale, non gassata, a temperatura ambiente e lontano dai pasti. Può essere assunta in parte anche sotto forma di infuso di erbe ad azione depurativa.
  2. Privilegiare i cibi ricchi di fibre: frutta, verdura, cereali integrali. Mangiare almeno 2 frutti nella giornata. Al mattino e lontano dai pasti. Durante i due pasti principali mangiare una buona razione di verdure, alternandole, e almeno una volta al giorno crude.
  3. Mangiate una volta al giorno le proteine privilegiando nell’ordine il pesce magro (alici, sogliole, merluzzo, branzino, ecc.).
  4. Non eccedere con il sale. Il sale da cucina favorisce la ritenzione idrica, usarne piccole quantità e insaporire i piatti con aromi freschi a crudo (basilico, prezzemolo, rosmarino, timo, origano ecc.). Attenzione anche al “sale nascosto”: olive, patatine, acciughe, salumi, crackers salati e tutti gli snack.
  5. Abolire o limitare il più possibile gli alcolici, i fritti, il caffè, la panna, i salumi, il cioccolato, e tutti i dolciumi, la maionese, le salse confezionate, i dadi da cucina, tutti i cibi in scatola, sott’olio e le conserve.
  6. Cucinare in modo semplice: a vapore, al cartoccio, al forno, nelle pentole antiaderenti, e condire con olio d’oliva a crudo.
  7. Frazionare le calorie. Meglio consumare 5-6 piccoli pasti piuttosto che 2 o 3 pasti abbondanti. Con più pasti si stimola il metabolismo e non si affatica l’apparato digerente.
  8. Integrare l’alimentazione: con appositi supplementi alimentari a base di estratti di alghe per migliorare il metabolismo, di ananas e papaia per decongestionare e favorire il riassorbimento, di tarassaco e betulla per eliminare l’acqua stagnante dai tessuti, di gingko biloba e centella asiatica per tonificare i capillari e migliorare la circolazione. Acido lipoico per migliorare il metabolismo dei glutei e di grassi.
  9. Intolleranze alimentare: importante è evitare alcuni alimenti poco tollerati, perché spesso, la cellulite e la ritenzione idrica sono favoriti da cibi che causano una risposta negativa al nostro organismo.
  10. Evitare lo stress. Il destino del cibo è anche in relazione al tipo di ambiente interno che trova nell’organismo e quindi il suo utilizzo può essere condizionato da fattori esterni. Evitate situazioni che creano ansia e stress. Quando vi accingete a consumare il pasto evitate distrazioni a tavola, non leggete, non guardate la tv, se siete in compagnia evitate argomenti che possano procurarvi nervosismo. Mangiate soltanto!

Giuseppe Piccione,
laureato in scienze biologiche
dottorato di ricerca in chimica degli alimenti
esperto in qualità ed igiene degli alimenti e nutrizione umana.

MAURIZIO CALCAGNO, ARTISTA DEL MAKE UP

MAURIZIO CALCAGNO, ARTISTA DEL MAKE UP

Il make up è un’arte antica. Che sia un appuntamento quotidiano o un lusso per occasioni speciali, truccarsi non è mai fine a se stesso: attraverso il make up, le donne giocano con la propria identità e con il desiderio di migliorarsi. Il trucco tende ad abbellire l’immagine, a enfatizzare alcuni aspetti fisici e della personalità come: la dolcezza, la semplicità, la sensualità, l’aggressività, la risolutezza o la determinazione.

“Il make up si indossa come un abito, serve a nascondere i difetti e a valorizzare i punti di forza – spiega Maurizio Calcagno, look maker e make up artist–. Io parto dal presupposto che non esiste il difetto. Con i cosmetici adatti si valorizzano i punti di forza per incorniciare il volto. La correzione, il chiaro/scuro, il contouring, le sfumature mettono in secondo piano gli aspetti meno affascinanti. Questo è ciò che insegno presso la mia accademia”.

Maurizio Calcagno non è soltanto un truccatore professionista esperto di trucco correttivo, è un artista. Arte, colori, passione, concentrazione, attenzione e precisione caratterizzano i suoi 40 anni di carriera. “A 15 anni, mi divertivo a disegnare con gli ombretti sulla carta nella profumeria dei miei genitori, mi piacevano le tinte pastello. Un giorno avevo ricopiato, da una brochure di make up, il volto di una giapponese e le avevo truccato l’occhio. ‘Che bello! Se hai truccato la carta, trucca me, ha esclamato la collaboratrice del nostro negozio. E, seguendo anche un po’ le sue indicazioni, io l’ho truccata. Da quel giorno, ho iniziato a truccare anche le clienti della profumeria, le amiche e qualche sposa”. Il look maker racconta così i suoi esordi.

Intorno al 1980 decide di trasferirsi a Roma per frequentare il corso con Roberto Bolori all’A.R.A. l’Accademia di trucco e acconciature. “Il corso è durato quasi 5 mesi, ho avuto la fortuna di avere il mio famoso e meraviglioso insegnante dalla mia parte. Ero l’unico che veniva da lontano per seguirlo e mi coccolava un po’ più degli altri. Andavo da lui tutti i giorni dalle 7 alle 22,30. Ho imparato moltissimo, tanto che finito il corso sono rimasto nel suo studio per altri 2/3 mesi, e dopo lui mi ha scelto come sua spalla nei corsi e come dimostratore nelle aziende. Fino ad assumermi nella sua azienda che produceva i make up di Roberto Bolori. Ho girato per 5/6 anni tutta l’Italia, e poi mi sono dedicato unicamente al mio centro estetico”.

Nel 1984, Calcagno si occupa del trucco delle modelle per la prima sfilata della stilista Marella Ferrera. “Ho iniziato a lavorare con Marella prima che diventasse famosa, e così ho avuto la fortuna di truccare sua altezza reale Mafalda di Savoia, e non solo”, racconta Calcagno.

Marta Marzotto, Ornella Muti, Maria Grazia Cucinotta, Martina Colombari, Michelle Hunzinker, Dong Mei, Adriana Volpe, Aida Yespica, Eva Riccobono, Carmen Russo, Afef, Hunter Tylo, Katia Ricciarelli, la top model Mariacarla Boscono e la “cantantessa” Carmen Consoli sono alcuni volti noti truccati da lui.

Puoi dirci qualcosa dei VIP che hai truccato? Qual è stato l’occhio più facile da truccare? O un aneddoto particolare che ti ricordi?
L’occhio più facile da truccare è quello di Aida Yespica. L’incontro con Ornella Muti è stato molto emozionante e gratificante, ricordo che lei che mi disse: “Sei bravissimo”. Truccavo, poi, le figlie d’arte scelte da Marella come testimonial per la sfilata di Piazza di Spagna a Roma: Naike Rivelli, Elisabetta Ferracini, Violante Placido e Giada de Blanck: un quartetto meraviglioso. Ma i miei ricordi sono tanti, e potrei continuare a lungo…

Donne VIP o donne non famose. Con quali si lavora meglio?
Le donne non famose sono meno capricciose ed esigenti, mentre le VIP hanno un canone da seguire. Amo però Michelle Hunziker per la sua umiltà e tranquillità, mi ha chiamato svariate volte a Milano.

Quando hai di fronte una donna da truccare, qual è la prima cosa che pensi e che guardi?
Il make up si indossa come un abito, e deve adattarsi a pennello, valuto quindi diversi aspetti della cliente, studio i tratti del suo volto e la sua personalità. Ci sono donne che vogliono osare e altre che non ne hanno il coraggio, così si selezionano i cosmetici, i colori da applicare senza forzature, stravolgimenti e nel rispetto della cliente.

Il trucco muta a seconda dell’età?
La donna giovane si può permettere tutto, mentre con l’avanzare dell’età è importante scegliere la quantità di trucco adeguata, tenendo però in considerazione la personalità di chi si ha di fronte. Una donna di 70 anni con un carattere pazzesco, esplosivo e il capello blu può indossare anche un ombretto fucsia, ma questo non vale per tutte! Generalmente, la donna di classe sa fino a che punto osare. Per non evidenziare i segni del tempo, poi, bisogna evitare matite scure e ombretti metallizzati.

Qual è la donna più difficile da truccare?
Non c’è. È chiaro che trovo più stimolante truccare la donna meno bella e renderla affascinate, intrigante: è una soddisfazione incredibile.

E il trucco per lui?
Molto richiesto, e quasi preteso dalle spose. Per shooting fotografici e show televisivi, il make up correttivo è quello più adatto. Il fondotinta in gel, in polvere, la terra priva di brillantini e non shining correggono gli inestetismi senza definire eccessivamente i tratti del volto.

Da che cosa parti per decidere come truccare una persona?
Dal dialogo: parlo molto con le donne per capire chi sono e qual è il loro temperamento. È una strategia che adotto spesso con le spose; mentre dialogo, immagino 2 o 3 colori differenti che valorizzano il volto e la personalità. Decido così mentalmente le soluzioni migliori per soddisfare la richiesta della cliente.

Da quale zona parti per truccare un viso?
Ci sono degli step da seguire. La base è il primo passaggio che comprende l’utilizzo di: primer, correttore, fondotinta e cipria per rendere il trucco opaco. Una buona base rappresenta i ¾ del make up. Poi: matita, ombretti, eyeliner e mascara per l’occhio, la zona più importante e difficile perché gli ombretti devono essere ben amalgamati e sfumati, senza trascurare le sopracciglia, sempre ben definite e curate indipendentemente dallo spessore. Fard e rossetto vengono per ultimi.

Di solito che cosa vuole una donna da un make up, e che cosa vuoi tu?
La donna vuole essere più bella, giovane e affascinate, mentre io voglio colorare, far sorridere, donare carica, energia e sicurezza.

Meglio un trucco naturale o colorato?
Il make up ti cambia. Un trucco naturale non provoca grandi stravolgimenti, definisce leggermente il volto, mentre il make up deciso e colorato esalta i punti di forza. Durante i corsi di self-make up, insegno alle clienti come truccarsi e specifico le zone da evidenziare e da nascondere per valorizzare il viso. Un segreto per la buona riuscita è non sporcarsi durante il trucco.

Ogni donna ha dei colori naturali: occhi, incarnato e a volte anche capelli. Il make up segue questi colori o va in contrasto?
È fondamentale rispettare il cromatismo della cliente.

A quale cosmetico una donna non deve mai rinunciare, oltre alle creme idratanti?
Il mascara. Non esiste un trucco senza mascara.

Quanto conta la qualità dei prodotti per un trucco ben riuscito?
Tantissimo. In un ombretto è importante valutare la scrivenza, la stesura e la pigmentazione. Il cosmetico deve rimanere sulla palpebra e non cadere sotto gli occhi. Il fondotinta deve uniformare l’incarnato con una quantità minima, senza creare spessori e inserirsi nelle rughe. I pigmenti fanno la differenza. Il mascara va scelto in base al pennello, esistono mascara ottimi che curvano maggiormente e donano un effetto siliconico, mentre per l’eyeliner è importante la tenuta, ed è ancor meglio se è waterproof, per evitare sbavature. Sono sconsigliati eyeliner e matite che contengano una quantità eccessiva d’alcool, per impedire le irritazioni.

Cosa pensi dei cosmetici naturali?
I cosmetici biologici, naturali e a base di erbe, sono di grande tendenza, ma non differiscono molto dai prodotti tradizionali: al loro interno sono contenuti elementi chimici e conservanti, altrimenti l’articolo avrebbe una durata di circa 15 giorni. É fondamentale acquistare i cosmetici di un’azienda seria, che effettui analisi e utilizzi materie prime senza allergeni. Ancor meglio se si tratta di trucchi a base minerale, i migliori in commercio.

Quali sono le professionalità con cui un truccatore collabora nella sua quotidianità?
Fotografi, hairstylist, stilisti, etc.

Come vedi l’inserimento di un truccatore in un’équipe composta da medici e psicologi quando vi sia una percezione negativa della propria immagine?
Sarebbe un valido aiuto in molti casi. Ad esempio, per curare acne e punti neri, che tendono a scomparire quando il paziente è psicologicamente più tranquillo. Ho collaborato con i medici proponendo, tramite un tutorial, lezioni di trucco alle pazienti oncologiche dell’Ospedale Cannizzaro di Catania. Ho anche tenuto un corso di trucco artistico per aiutare le ragazze che soffrono di anoressia ad accettare il loro corpo. Molto utile è poi il make up camouflage che nasconde le cicatrici, gli angiomi e le cosiddette voglie di vino. Il trucco dona sicurezza.

Il make up rende più felici?
Quando una donna è truccata, vestita e pettinata bene le si stampa il sorriso sul volto: è una reazione che noto sempre con le spose. Non c’è sensazione migliore che sentirsi dire da una cliente “Mi sento bella”. Qualche anno fa, ho truccato una donna non vedente, è stato molto emozionante. Terminata la seduta di make up, lei mi disse “Mi fai sentire bella. Per la prima volta mi stai facendo venir voglia di vedermi”. Ero felice.

Creativo ed estroso, sensibile e con un grande cuore, Maurizio Calcagno, con i suoi pennelli, riesce a trasformare ogni donna in un’opera d’arte.

Clementina Speranza e Simone Lucci

UNA NOTTE STELLATA TRAPANESE

UNA NOTTE STELLATA TRAPANESE

Gli ingredienti trapanesi si trasformano in piatti stellati. Una magia che dura una sera.
I maghi? 5 chef provenienti da diverse parti d’Italia.
L’olio di Terre di Shemir è la pozione magica.
Luogo fatato: la cucina di Serisso 47. Ristorante gourmet di Gaetano Basiricò che ha accolto e riunito i colleghi stellati: Stefano Mazzone, del ristorante gourmet Rendez-Vous del Gran Hotel Quisisana di Capri; Michelangelo Citino, Chef del Michelangelo Restaurant a Linate; Pino Cuttaia, Chef bistellato di La Madia di Licata (Agrigento); Damiano Nigro, dello stellato Villa D’Amelia a Benevello (Cn), nelle Langhe. Questi protagonisti dell’arte culinaria, famosi per la loro cucina prestigiosa e ricercata che si propone di valorizzare il territorio, mettono a confronto le loro competenze, uniscono idee, tecniche e professionalità per creare piatti che incantano con semplici prodotti territoriali.
Ogni cuoco ha presentato un piatto. Tutto è iniziato la mattina, con la visita al mercato per scegliere gli ingredienti, poi, di sera la cena che ha stregato giornalisti ed esperti del settore. Agli straordinari piatti sono stati abbinati i nuovi vini di Terre di Shemir: l’Erede, un grillo, il Fedire, grillo e Zibibbo, e il Paradiso di Lara, un nero d’Avola spillato dalla botte.
L’evento è stato ideato nel 2011 dalla famiglia Pellegrino, titolare di Terre di Shemir, che continua a riunire chef di alto livello per far conoscere le eccellenze del territorio. Siamo a Trapani, a pochi passi dalla Torre di Ligny, una torre di avvistamento spagnola, risalente al 1671, e che si erge su una suggestiva scogliera da cui, guardando verso ovest, si scorgono le isole Egadi e il piccolo isolotto di Formica.
“La provincia di Trapani è la provincia più ventosa della Sicilia, ci pensa il vento a spazzare via con facilità i parassiti e l’umidità che causano le malattie alle viti – spiega l’enologo Dino Croce che, con Irene Pellegrino, ha dato vita a una piccola società per l’imbottigliamento: ‘Terre di Shemir di Irene’ –. Quindi interveniamo chimicamente solo se strettamente necessario”.
Francesco Pellegrino quasi voleva abbandonare la produzione del vino per concentrarsi in quella del ‘prezioso’ olio, e invece: cosa succede? Succede che mi sono preso una grande responsabilità: portare avanti questa sfida e il sogno nel cassetto di Ciccio Pellegrino. E quindi oltre ad essere enologo sono anche proprietario, insieme a Irene che è enotecnica.
Al momento i vini sono 4: un Grillo in purezza, un Grillo Zibibbo e 2 Nero d’Avola. Uno affinato in barrique e l’altro in acciaio. Poi il prossimo anno vedremo di fare anche qualche passito, perché la Sicilia è terra di passiti. Molti vanno controcorrente con bollicine, spumanti, invece io voglio rispettare il territorio.
I nostri vini si caratterizzano per la loro eleganza, più che per la potenza. Con Irene abbiamo scelto di dare maggiore risalto al frutto e di non utilizzare molto legno. Adesso c’è una minor tendenza a usare le barrique. La tecnica di vinificazione fa la differenza perché i nostri vini fermentano a temperature più basse e quindi i profumi sono diversi.
La maggior parte del lavoro si fa in vigna durante la raccolta, che avviene a mano, per le pressature si usano presse soffici, così i profumi e i mosti non sono ossidati e ritroviamo questi sentori che rendono eleganti i vini.

CHEF GAETANO BASILICO’
Il padrone di casa ha servito come entrée un uovo sbattuto, qualeddu fritto, e pane tostato all’aglio di Nubia. Il qualeddu è il “ravizzone”, una verdura selvatica che nasce spontaneamente nelle campagne del trapanese. E poi olio Trappitu Delicato, abbinato al vino Grillo Erede.

Quanto sono importanti le materie prime?
Non penso che ci possa essere produzione senza buona qualità di materie prime. La qualità è basilare. La scuola siciliana usava l’agrodolce più che altro per conservare o recuperare un pezzo di carne o pesce di giorni prima. Noi abbiamo ripreso questa tecnica, ma non per camuffare, per esaltare, anzi, il gusto di una materia prima di grande qualità.
Da quanto tempo utilizza gli oli Pellegrino?
Un amico comune mi ha presentato Pellegrino nel 2000, ho conosciuto così la sua azienda e sono entrato nella famiglia. Una famiglia in cui non si sente il peso del produttore.
Stasera stiamo degustando i vini dell’azienda agricola Terre di Shemir. Per bere è sufficiente il piacere fisico, per degustare ci vogliono anche intelligenza e competenza. E per lei, che cos’altro è necessario?
La stessa passione con cui un produttore crea un suo prodotto: anche chi beve deve aggiungere passione, l’intelligenza non basta.
Lei non si definisce uno chef, né un cuoco, ma un cuciniere. Ci vuole spiegare perché?
Mio padre aveva una licenza per trattoria e pizzeria di paese, e su quella si leggeva “autorizzazione per la produzione di cibi cotti”. Ho ancora quel ricordo, e per questo mi reputo uno che prepara cibi cotti.
5 chef riuniti in un’unica cucina e dallo stesso olio. Com’è andata?
Meravigliosamente bene, perché lo scopo è stato quello di riunire 5 amici per proporre dei piatti, quindi non c’è il problema della competizione. Ogni preparazione viene assaggiata da tutti, e ci si consiglia a vicenda.
Degustare è un’arte, e tutto ciò che è sottoposto ai nostri sensi si degusta: un quadro, l’amore, la vita. Per lei cosa significa degustare?
Degustare un cibo significa tradurre, trasferire, scomporre i vari fattori e andarli a collocare nelle varie parti della persona: mente, fisico, cuore. È proprio una scomposizione, e le stesse sensazioni te le può dare anche l’arte.

CHEF PINO CUTTAIA, bistellato di La Madia di Licata (Agrigento), Vicepresidente di “Le Soste di Ulisse”, e tanto chiacchierato per aver cucinato al pranzo delle first lady durante il G8 2017.

Il suo ingrediente segreto?
La memoria. È l’ingrediente che più di ogni altro caratterizza la mia concezione della cucina, che non manca mai nei miei piatti e che consente di riconoscerli. Ognuno dei miei piatti contiene sempre almeno un pizzico di ricordi. Ognuno dei miei piatti, con la sua semplicità, prova a raccontare una storia.
Ci descrive il suo piatto?
Ho voluto raccontare il territorio presente. L’idea è stata di mettere tutto quello che vive sotto terra: il tartufo, il topinambur, la cipolla, l’aglio. Al posto della lumaca, poi, ho messo dei cannolicchi di mare, che hanno quasi il gusto e la consistenza della lumaca, e li abbiamo avvolti in una foglia. Sulla lumaca ci sono parecchi pregiudizi, e ho voluto un piatto più popolare…
La Sicilia è una regione dove storie, società e ambienti naturali si fondono. In particolare, il cibo è uno degli elementi culturali che hanno aiutato a preservare l’unicità dell’isola. Influenze provenienti da varie parti del mondo si sono combinate nel tempo, creando una varietà di tradizioni culinarie che non ha eguali, frutto di duemila anni di storia e contaminazioni.


CHEF MICHELANGELO CITINO, del Michelangelo Restaurant a Linate.
Ha iniziato molti anni fa con Gualtiero Marchesi, da lì è passato con Davide Oldani, che faceva parte della sua squadra, e ha effettuato tutto il suo percorso con lui tra Quisisana e Giannino a Milano. Poi, sempre tramite Oldani, prima l’esperienza francese in uno stellato parigino di Alain Ducasse, e oggi in My Chef, azienda di ristorazione commerciale e competitor di Autogrill. È executive chef e si occupa di sviluppare format, nuove ricette e anche dei panini gourmet.
Citino seguiva Oldani in EXPO e nei corner Ferrari spazio bollicine tra Malpensa, Linate e Roma Fiumicino. A Casa Milan si occupava dei pranzi rossoneri del Presidente Silvio e di Barbara Berlusconi. In Casa Milan e in altri locali di alta gamma, per ultimo Larte di Via Manzini a Milano, è impegnato nello sviluppo del menù e nella formazione.
Ogni locale ha il suo chef e la sua identità. Citino si occupa dello start up dei menù, provati e tastati con i vari chef, che poi agiranno autonomamente.

Calabrese ma di adozione lombarda ha proposto un riso mantecato con cardamomo e limone, dragoncello, ricotta di pecora, alici e gambero rosso. Ci descrive il suo risotto?
Questa sera ho preparato un riso pensato sulla base di un classico siciliano: il cuscus, piatto con influenze africane e caratterizzato da una serie di ingredienti e odori derivanti dalle spezie. Così il mio riso è ricco di spezie, di profumi, di aromi ed è mantecato con cardamomo e buccia di limone. Sopra il riso 4 salse: alla ricotta rigorosamente ovina, al dragoncello, alle acciughe, alle teste di gamberi rossi. A completare, 2 o 3 pezzettini di gambero rosso a crudo! Una connotazione particolare la dava il cuscus soffiato cosparso sul riso per conferire quella parte croccante che mancava.
5 chef riuniti in un’unica cucina, uniti anche dall’olio Pellegrino. C’è rivalità?
Ho inventato oggi questo risotto e ho conosciuto in quest’occasione l’ottimo olio. Si vedono l’amore e il lavoro della famiglia che ci sono dietro.
Ritengo che adesso non ci siano le invidie che c’erano in passato. Sono andate scemando, poi noi ci conosciamo tutti da moltissimi anni quindi non ci può essere rivalità. Abbiamo cucinato scherzando, e simpaticamente ci siamo presi un po’ in giro, ci siamo consigliati. Ad esempio, la salsa con la testa di gambero è stato Damiano a suggerirmela.
Il degustare è un’arte e tutto ciò che è sottoposto ai nostri sensi si degusta: un quadro, l’amore, la vita. Per lei cosa significa degustare?
Per me degustare può essere semplicemente un pensiero. Prima di degustare, si ragiona e si riflettere su un progetto o su un piatto che si vuole portare a termine. Non si degusta semplicemente con il palato. Si degusta prima con la mente, perché dietro ogni buon risultato c’è un’attenta riflessione.
Quanto sono importanti le materie prime?
Essenziali. Il risultato finale si ottiene solo con materie prime di alta qualità. “Povera” non vuol dire non di qualità. L’acciuga può essere povera ma di qualità. La qualità è fondamentale. La qualità è legata anche alla stagione, in quanto ogni frutto o prodotto offertoci dalla terra ha un suo periodo di maturazione nella forma, nella consistenza e conseguentemente nella qualità.

CHEF STEFANO MAZZONE, ristorante gourmet Rendez-Vous del Gran Hotel Quisisana di Capri.
I suoi genitori sono siciliani, lui è nato a Treviso e ha girato diverse cucine in Italia. È a Capri da 10 anni.

Una collaborazione di 5 Chef con esperienze diverse. Cosa ci racconta?
Esperienze diverse, ma comuni. È un momento di amicizia tra colleghi che si conoscono da diversi anni. A unire il gruppo, Ciccio, Lara di Terre di Shemir e i loro prodotti.
C’è rivalità tra voi chef?
La rivalità esisterebbe se ci fosse qualcuno di bravo, qui di bravo non ce n’è nessuno. Tutti scarsi e tra scarsi non ci può essere rivalità (ride).
Qual è il piatto proposto?
Il pesce. Che abitualmente i miei colleghi preparano a casa e cucinano prima. A me piace andare al mercato e acquistare ciò che trovo. Stasera un po’ di Sicilia: una fettina di pesce spada, leggermente panata in padella come si fa nel palermitano, e poi un agretto di pomodorini marsalesi con una maionese leggera aromatizzata all’origano.
Capri/Sicilia, Quali similitudini dal punto di vista alimentare e delle materie prime.
Alla fine ci affacciamo tutti sul bacino del Mediterraneo, con la dieta mediterranea che, non dimentichiamolo, è nata nel salernitano, in questa zona bellissima, grazie a uno studioso americano che negli anni 40/50 e l’ha per la prima volta catalogata. Sicilia e Campania appartengono allo stesso bacino meridionale e i prodotti sono quasi gli stessi. Era il Regno delle due Sicilie, e in cucina ci sono aspetti comuni.
Il piatto che di solito preferisce cucinare?
Quello proposto stasera. È nel mio menù da tanti anni, nato qua in Sicilia, perché prima di essere a Capri, dodici anni fa vivevo qua.
Perché l’olio Pellegrino e i vini Pellegrino?
I vini Pellegrino sono nati quest’anno, diciamo che questo è l’anno zero. Io li ho assaggiati e sono entusiasta. Poi insieme alla sommelier abbiamo scelto di abbinare al pesce spada un Grillo: L’Erede
Perché l’olio Terre di Shemir?
Ci siamo scoperti 15/16 anni fa e non ci siamo più lasciati.

CHEF DAMIANO NIGRO, Executive chef del Ristorante di Villa D’Amelia, nelle Langhe.

Originario di Brindisi e piemontese di adozione. Ha iniziato 30 anni fa a Courmayeur come lavapiatti. Ci racconta il suo percorso?
Sono stato poi promosso a lava pentole: cioè sei dentro la cucina e lì conosci i cuochi che non puoi contraddire, una gavetta che ti insegna a stare al tuo posto nella vita. Li vedevo correre a destra e a sinistra con il loro grandi cappelli e restavo affascinato dalle loro presentazioni.  Col tempo, lo chef ha notato il mio interesse e mi ha valorizzato. Da lì sono andato in Germania e ho lavorato con i tedeschi, poi sono tornato in Italia con lo chef pluristellato Gualtiero Marchesi, a Milano. Sono stato poi a Moena, con lo stellato Alfredo Chiocchetti, poi nello Yorkshire, in Inghilterra, in un 3 stelle francese. La mia ambizione giovanile mi portava a lavorare e non mi affliggevo per la lontananza. Ho avuto sempre grande tenacia. Dopo 6 mesi mi hanno promosso e preparavo i secondi. Da lì sono passato in cucina con il grandissimo Marco Pierre White e ho fatto 4 anni con lui. Poi sono andato a Parigi, e successivamente ho cercato di rientrare in Italia, ma non ce l’ho fatta. In seguito sono tornato da Marco Pierre White che mi ha permesso di gestire uno dei suoi ristoranti. Poi Spagna, e dopo finalmente Italia, dove ho cominciato con lo chef stellato Enrico Crippa nel Ristorante Piazza del Duomo ad Alba, e da lì mi sono trasferito con la mia compagna a Villa D’Amelia. Quest’anno festeggiamo 11 anni a Villa d’Amelia, dopo 4 abbiamo conquistato la prima stella e ora cerchiamo di conquistare la seconda. Questa è in breve la mia storia.
Per fare lo chef, basta la passione?
Noi facciamo un lavoro molto duro. Dire che dopo 30 anni basta solo la passione non è realistico. Ci vogliono anche testa e carattere per gestire i ristoranti. L’esperienza e la maturità ti aiutano nel dare un occhio sui costi. Un ristorante è come un’azienda, e come tale deve funzionare.
5 chef riuniti in un’unica cucina e dallo stesso olio. Com’è andata?
È andata molto bene. Io apprezzo queste cose perché c’è sempre un incrocio di pensieri e si ricavano nuove nozioni, conosciamo nuovi prodotti. Il piatto proposto da me era un bollito affumicato, quindi Langhe, ma incrociato con il gusto siciliano. La carne bollita infatti è stata affumicata con la legna di ulivo, ed era accompagnata poi da salsa tartara e salsa verde, e da una purea di patate. L’ho poi decorata con scaglie di bottarga per dare sapidità e per arricchirla col gusto del mare. Un bricco con del brodo da bere completava il piatto.
Da quanto tempo utilizza gli oli di Terre di Shemir?
Li conosco da 11 anni circa, e li utilizzo da 5 anni.
Quanto sono importanti le materie prime?
Molto. C’è anche chi le elabora, però avere materia prima di alta qualità è sicuramente se non al primo, al secondo posto.
In abbinamento ai piatti, i vini di Terre di Shemir, frutto anche dell’enologo Dino Croce. Per bere è sufficiente il piacere fisico, per degustare ci vogliono pure intelligenza e competenza. E per lei cos’altro?
La conoscenza pratica, come in tutte le cose. Parlo per la mia esperienza personale.
Clementina Speranza
LA MODA DELL’APERITIVO E IL BERE RESPONSABILE

LA MODA DELL’APERITIVO E IL BERE RESPONSABILE

Il rito dell’aperitivo è ormai una moda irrinunciabile, una vera e propria occasione di incontro e socialità diffusa tra ogni fascia di età. Non c’è persona che, dopo una dura giornata di lavoro, non decida ogni tanto di concedersi un drink con amici o colleghi. Ciascuna città vive questo momento di piacere e di svago in modo diverso, senza dimenticare l’importanza del bere responsabile e in tutta sicurezza, dando così all’aperitivo una marcia in più.

Il bartender è una figura professionale fondamentale, che non si limita esclusivamente a preparare e a servire i cocktail, bensì è un punto di riferimento indispensabile tra il cliente e il prodotto servito. Proprio per tale motivo, Campari ha deciso di creare la Campari Academy, una scuola professionale, fondata nel 2012, che forma barman con lo scopo di realizzare cocktail indimenticabili e diffondere la cultura del bere responsabile.

“Unire il cibo e il consumo sano di alcool è un aspetto molto importante che differenzia la tradizione del bere in Italia dagli altri Paesi del nord e centro Europa – precisa Andrea Neri, Senior Marketing Director Gruppo Campari –. Per tale motivo lavoriamo spesso con mixologist e bartender qualificati sul brand Aperol e Campari”.

Campari si divide in tre gruppi. “Il principale è quello degli aperitivi, che rappresenta il mercato più importante in Italia con: Campari, Campari Soda, Aperol, Crodino e Crodino Twist – riferisce Andrea Neri –. I dopo pasto sono il secondo settore. Gli amari classici Averna, Braulio, e Cynar, o i più dolci come il Mirto Zedda Piras e le grappe sono i dopo pasto più diffusi nella penisola. Vodka Skyy, Barbon, White Turkey, Whisky Glend Grant, Rum Appleton, Gin Bulldog, Tequila Espolon sono i marchi della terza linea più classica: gli alcolici distillati e invecchiati”.

Ogni anno Aperol Spritz inaugura la stagione estiva con eventi legati alla socialità, al piacere di mangiare e di stare insieme con il sorriso. “Everybody’s Welcome, infatti, è una piattaforma di comunicazione che abbiamo lanciato nel 2014 con lo scopo di sovvertire l’idea degli eventi esclusivi, solitamente rivolti a poche persone – racconta il Senior Marketing Director –. Abbiamo scelto l’Anfiteatro romano a Lecce, il Maschio Angioino a Napoli, la Reggia di Caserta, il Teatro Greco nell’area archeologica di Segesta in provincia di Trapani, il Teatro Burri a Milano e li abbiamo aperti a migliaia e migliaia di persone. Everybody’s Welcome rispecchia l’anima inclusiva e sorridente dello Spritz”.

Aperol Spritz è uno dei cocktail più diffusi nel mondo, divenuto ormai un vero e proprio fenomeno culturale. Leggero, frizzante e rinfrescante, ha ricevuto la sua consacrazione in occasione dell’ultimo congresso annuale dell’International Bartenders Association (IBA) a Varsavia. La giuria di esperti ha infatti inserito lo “Spritz Veneziano” tra i cocktail più conosciuti e serviti dai barman professionisti di tutto il mondo.

Il nome Veneziano è legato all’origine stessa dello Spritz. “La sua nascita coincide con l’occupazione austriaca in Veneto durante il 19esimo secolo. L’origine del nome è riconducibile al verbo tedesco spritzen, “spruzzare”, che richiamerebbe il gesto di aggiungere l’acqua al vino – racconta Andrea Neri –. Soldati, commercianti, diplomatici e lavoratori dell’impero Asburgico d’istanza in Veneto, non erano a loro agio con la gradazione troppo elevata dei vini veneti rispetto al tenore alcolico a cui erano abituati. Per questo motivo veniva richiesto agli osti locali di spruzzare un po’ d’acqua all’interno dei vini per renderli più leggeri”. Se l’origine della parola Spritz è austriaca, l’abitudine di mescolare al vino un po’ d’acqua è un’usanza tipicamente veneta.

Una prima evoluzione dello Spritz è arrivata nei primi anni del 1900, con la diffusione dei sifoni per l’Acqua di Seltz. Il seltz, per definizione, è un’acqua molto gassata che si accompagna molto bene nella preparazione di cocktail. A differenza dell’acqua minerale gassata, nella quale le bollicine vengono aggiunte all’imbottigliamento, l’acqua di Seltz viene addizionata tramite una piccola bomboletta di gas collegata alla bottiglia. Grazie all’acqua di Seltz, proveniente dalla città di Selters era possibile rendere frizzante anche uno Spritz composto da vini fermi.

Intorno agli anni ’20 e ’30 del ‘900, tra Padova e Venezia, si è pensato di unire a tale usanza l’Aperol. Nasce, così, la ricetta originale di Aperol Spritz, immortale e fortemente radicata nel territorio veneto e oggi apprezzato in tutto il mondo nella sua bilanciata ricetta: 3 parti di Prosecco D.O.C, 2 parti di Aperol e una di soda.

“Dal Veneto, la cultura di Aperol Spritz si è imposta ormai in tutta Italia, ma non solo – afferma Neri –. Il basso contenuto alcolico, il gusto leggermente frizzante e rinfrescante e il colore arancio vivace, lo rendono il drink ideale da gustare con gli amici, prima di un pasto o all’ora dell’aperitivo. Solare e brioso, Aperol Spritz ha l’inconfondibile e gradevole sapore italiano che lo rende un aperitivo di culto anche all’estero. Lo Spritz è diventato un fenomeno internazionale e sociale”.

Dai Navigli milanesi ai locali con vista mare, i cocktail da gustare sono infiniti, ma come dichiara Andrea Neri “è meglio un drink in meno, ma di alta qualità. Fatto bene, con una storia e ingredienti ricercati”.

Simone Lucci

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