IN PIAZZA DEL DUOMO A MILANO LE PALME DEI GIARDINI SEGRETI

IN PIAZZA DEL DUOMO A MILANO LE PALME DEI GIARDINI SEGRETI

Filari di palme e banani decorano le aiuole attualmente presenti di fronte alla Cattedrale milanese, creando un gioco di vegetazione di grandi foglie sempreverdi, mentre arbusti, graminacee e piante perenni con fioriture alternate durante le stagioni garantiscono sempre vivacità e colore alla città. Questa è l’iniziativa che cambia il look della Piazza del Duomo a Milano, attraverso un progetto di restyling total green dell’architetto milanese Marco Bay, autore di altri lavori dell’Hangar Bicocca, della Deutsche Bank e della Serenissima in via Turati.

“Miami non c’entra, queste piante le posso considerare lombarde perché vivono felici da più di cent’anni nei giardini segreti milanesi anche a temperature rigide – racconta Marco Bay –. E io ho voluto portare in città l’eleganza milanese di questi luoghi, eleganza che già Stendhal aveva ammirato e ricordato. Non ho fatto che compiere un gesto contemporaneo nel disporre le piante in questo modo”.

Un’istallazione che ricorda la piazza centrale della città come appariva tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: ampie aiuole con palme basse, che oltre un secolo fa affascinavano i milanesi, mentre oggi fanno tanto discutere. “Sono contento che se ne discuta e che la gente scatti fotografie – afferma l’architetto –. Per esprimere un giudizio bisogna aspettare però la fine dei lavori, in primavera”.

Nel “salotto” più importante del capoluogo meneghino non un giardino, ma un allestimento che durerà tre anni, dove si alterneranno anche altre varietà di piante per arricchire di sfumature la nuova foresta tropicale vegetali: canne giganti cinesi durante la stagione autunnale, un tappeto di bergenia per le giornate primaverili, grandi fiori d’ortensia, Vanille Fraise e ibisco in estate.

Milano pensa in grande e questa volta anche esotico, per regalare ai cittadini un’oasi verde in centro città, grazie al progetto finanziato da Starbucks, la catena statunitense di caffetterie fondata a Seattle da Howard Schultz. Il colosso americano che ha per simbolo una sirena verde ha vinto, infatti, il bando di sponsorizzazione lanciato da palazzo Marino, e, inoltre, entro settembre 2017 aprirà la prima caffetteria italiana nell’ex palazzo delle Poste in piazza Cordusio.

“Realizzato nell’arco di un mese, il restyling della Piazza del Duomo dimostra che tali forme di collaborazione tra pubblico e privato sono proficue nel trovare soluzioni che rendano più curate le aree verdi della città – riferisce Pierfrancesco Maran, l’Assessore al Verde –. Le piante sempreverdi donano un tocco esotico alla piazza, mentre gli alberi attualmente presenti sono ripiantati in altre aree di Milano”.

Con il cambio look, Milano si lascia alle spalle l’appellativo di città “triste e grigia”, e si colora di verde senza trascurare delle pennellate di nuance tropicali.

Simone Lucci

L’ARTISTA DEI TACCHI A SPILLO APPRODA A MILANO CON UNA MOSTRA DI SCARPE NATURALI E MADE IN ITALY

L’ARTISTA DEI TACCHI A SPILLO APPRODA A MILANO CON UNA MOSTRA DI SCARPE NATURALI E MADE IN ITALY

Le Mary Jane, i tacchi a spillo e le cosiddette “Manolos” sono le calzature che tornano alla memoria quando si sente nominare il re spagnolo delle scarpe Manolo Blahnik. Le sue creazioni sono nelle vetrine più cool, ai piedi di star internazionali e, anche, nella serie televisiva cult Sex and the City, dove la giornalista Carrie Bradshaw passeggia per le vie di Manhattan sfoggiando scarpe che hanno fatto sognare un’intera generazione di fashion victim. Creazioni uniche che hanno dettato tendenza per anni, decretando il successo a livello mondiale di numerosi designer.

Per consentire a tutte le shoes addicted di continuare a sognare, il cultore dei tacchi a spillo è approdato a Milano con la mostra The Art of Shoes a Palazzo Morando fino il 9 aprile 2017, dove racconta la sua storia con 80 disegni e 212 modelli della propria collezione privata, ciascuno dei quali possiede un nome.

La mostra è un vero omaggio all’Italia con tracce di opere barocche, coralli siciliani, sculture greco-romane e qualche riferimento a “Il Gattopardo” di Luchino Visconti. Tutte le creazioni sono, infatti, made in Italy, realizzate a Parbiagio con tessuti naturali. Broccato, satin, taffetà e cashmere sono i tessuti utilizzati del designer che dimostrano la sua attenzione ai dettagli. Due sezioni che compongono la mostra sono dedicate ai materiali, alla natura e alle creazioni “botaniche”, con sandali rampicanti, intrecci floreali, e modelli che risentono di influenze geografiche e ambientali. Africa, Russia, Giappone, Spagna, fino all’Inghilterra e a Londra, dove Blahnik vive, sono i Paesi che lo hanno inspirato.

Il signore dei tacchi a spillo rende omaggio, anche, ai suoi miti, da Alessandro Magno a Brigitte Bardot. Ad alcune delle scarpe più bizzarre da lui create negli anni e all’architettura, con tacchi scultura e creazioni svettanti. Nell’esposizione si possono ammirare gli schizzi preparatori della prima scarpa prodotta da Manolo Blahnik nel 1971, fino alle ultime eccentriche calzature nate in collaborazione con il marchio Vetements e la popstar Rihanna, e poi ancora la selezione di scarpe ideate in esclusiva nel 2006 per il film di Sofia Coppola Marie Antoniette.

Oltre alle creazioni del couturier spagnolo, all’esposizione si possono ammirare calzature antiche provenienti dalle collezioni delle Civiche Raccolte Storiche dei Musei milanesi. Una scelta che sottolinea che nel corso della storia la scarpa non rappresenta solo un accessorio, ma anche un oggetto d’arte: passato e futuro convivono e si esaltano a vicenda, in un magico interscambio. Capita, così, che una pianella dell’800 sia esposta vicino a un tacco 12 di Blahnik perché entrambe sono realizzate con lo stesso, identico materiale.

Con la sua prima mostra italiana, Manolo Blahnik festeggia 46 anni di carriera. Perché proprio Milano? “Perché è stata la mia casa, un posto magico che mi ha ispirato anche grazie a due donne, due indimenticate amiche: Anna Piaggi e Franca Sozzani”, afferma il couturier spagnolo.

Simone Lucci

IL MIELOMA MULTIPLO E UN NUOVO TRATTAMENTO

IL MIELOMA MULTIPLO E UN NUOVO TRATTAMENTO

Il mieloma multiplo (MM) è un tumore del sangue ad oggi incurabile, che colpisce le plasmacellule, un tipo di cellule del midollo osseo che in condizioni normali contribuiscono a combattere le infezioni. Quando le plasmacellule diventano tumorali e si moltiplicano troppo velocemente, vengono dette cellule mielomatose.
L’accumulo di queste cellule porta alla formazione di lesioni tumorali nelle ossa di tutto il corpo. Il midollo osseo sano produce cellule staminali da cui si generano globuli rossi che trasportano ossigeno nel corpo, globuli bianchi che combattono infezioni e malattie, o piastrine essenziali nella coagulazione del sangue.
I problemi di salute causati dal mieloma multiplo possono coinvolgere le ossa, il sistema immunitario, i reni e i globuli del sangue.
Il mieloma multiplo è una malattia rara e rappresenta circa l’1% di tutti i tumori. È caratterizzato da un modello ricorrente di remissione e recidiva. Si parla di remissione nel mieloma multiplo quando non sono presenti segni clinici o sintomi. Si parla, invece, di recidiva quando i segni o i sintomi della malattia ritornano dopo un periodo di miglioramento. La capacità di raggiungere e mantenere una risposta significativa ai trattamenti diminuisce ad ogni recidiva a causa della resistenza acquisita ai farmaci e della progressione biologica della malattia: per ogni successiva recidiva si osserva una diminuzione in termini di tasso di risposta di circa il 58% in seconda linea, del 45% in terza linea, del 30% in quarta linea e del 15% in quinta linea, con una riduzione dell’aspettativa di vita dopo ogni ricaduta. Quando una malattia è refrattaria significa che non risponde più al trattamento.
In Italia convivono con un mieloma multiplo, a 5 anni dalla diagnosi, 13.983 persone di età media attorno ai 65 anni (80% dei casi d’insorgenza dopo i 60 anni). Ogni anno si contano 5.200 nuovi casi e 3.200 decessi, a 5 anni dalla diagnosi solo il 45% dei pazienti sopravvive.

“Il mieloma multiplo è una patologia dell’anziano, tanto che l’incidenza non è uniforme nelle differenti fasce d’età è molto bassa nei soggetti di età inferiore ai 55 anni, meno di 1 caso per 100.000 per anno, arriva a 12 casi per 100 mila ogni anno nella fascia d’età compresa tra i 56 e i 64 anni, arrivando fino a 30 nuovi casi per 100 mila abitanti ogni anno nei soggetti di età superiore ai 65 anni – afferma Fabrizio Pane, Direttore U.O. Ematologia e Trapianti, A.O.U. “Federico II”, Napoli e Presidente SIE – Società Italiana di Ematologia –. In Italia l’incidenza stimata è di 8,75 nuovi casi per 100.000 abitanti per anno, ovvero circa 5.600 nuovi casi ogni anno; nel nostro Paese si stimano oggi quasi 30.000 pazienti in trattamento o in monitoraggio”.

È arrivato in Italia il primo degli inibitori irreversibili del proteasoma di seconda generazione per il trattamento del mieloma multiplo recidivato. Grazie a un meccanismo d’azione innovativo che inibisce il proteasoma con un’azione dura e selettiva si sono ottenuti risultati consistenti negli studi clinici e il farmaco ha dimostrato di influire positivamente anche sulla qualità di vita dei pazienti trattati, con miglioramenti subito percettibili, ad esempio nel sollievo per il dolore osseo, e un buon profilo di tossicità.

“Due studi pubblicati su Journal Clinical Oncology e Lancet Oncology hanno chiaramente dimostrato che tale farmaco è in grado di migliorare la qualità di vita dei pazienti rispetto ai pazienti trattati con la terapia convenzionale di controllo questa è la dimostrazione che l’efficacia di un farmaco, valutata dai medici in termini numerici di riduzione della massa tumorale, è percepita in modo positivo dai pazienti con un obiettivo miglioramento della loro qualità di vita”, sottolinea Mario Boccadoro, Direttore di Clinica Ematologica I, Università degli Studi di Torino.

Sintomi del Mieloma multiplo
La causa precisa del mieloma multiplo non è ancora conosciuta.
Nei primi stadi della malattia non sono presenti sintomi, rendendo molto difficile una diagnosi precoce.
I sintomi e i segni del Mieloma multiplo possono comprendere, ma non limitarsi a:

  • Sanguinamento anomalo
  • Dolore alle ossa e o alla schiena
  • Fratture alle ossa della spina dorsale, dell’anca e del cranio
  • Bassi livelli dei valori dell’emocromo
  • Alti livelli di calcio nel sangue
  • Sintomi al sistema nervoso, comprendenti compressione del midollo spinale, danni ai nervi e iperviscosità
  • Problemi ai reni
  • Infezioni

Fattori di rischio
Gli specialisti hanno rilevato alcuni fattori di rischio che possono influenzare le probabilità di avere il mieloma multiplo. Quelli più comuni sono:

  • Età: la malattia si verifica più frequentemente in persone tra i 65-74 anni
  • Storia familiare: avere un parente stretto con mieloma multiplo aumenta di quattro volte il rischio
  • Genere: negli Stati Uniti, l’incidenza è più alta di 1,5 fra gli uomini rispetto alle donne
  • Radiazioni: l’esposizione ad alte quantità di radiazioni, in gran parte dovute a fattori ambientali
  • Razza: più comune fra le persone di origine africana
  • Peso: essere in sovrappeso
  • Avere altre malattie delle plasmacellule: molte persone con gammopatia monoclonale di significato incerto o plasmacitoma solitario potrebbero sviluppare il mieloma multiplo.


Diagnosi
Analisi di laboratorio su sangue e/o urine, risonanza magnetica e una biopsia del midollo osseo possono essere eseguite su persone che presentano i sintomi del mieloma multiplo.

  • Test di laboratorio: le analisi del sangue e delle urine possono determinare se è presente una quantità anomala di proteine che può segnalare la diagnosi del mieloma multiplo1
  • Test di imaging: radiografie, risonanza magnetica, TAC o la PET (tomografia ad emissione di positroni) possono essere eseguite per identificare lesioni alle ossa associate al mieloma multiplo10
  • Biopsia del midollo osseo: le biopsie del midollo osseo determinano se ci sono plasmacellule anomale nel midollo osseo e possono anche essere utili per analizzare le loro anomalie cromosomiche.10

Trattamenti
Al momento non esistono cure risolutive per il mieloma multiplo: l’obiettivo dei trattamenti che vengono utilizzati è alleviare la sofferenza, controllare le complicanze della malattia, stabilizzare le condizioni cliniche e rallentare il progredire della malattia.1 I trattamenti prescritti per il mieloma multiplo dipendono in gran parte dallo stadio della malattia e dal singolo paziente.1

Le opzioni di trattamento possono comprendere una o una combinazione delle seguenti terapie:

  • Chemioterapia e corticosteroidi per uccidere le cellule del mieloma2
  • Terapie mirate per bloccare la crescita ed eliminare le cellule del mieloma2
  • Alte dosi di chemioterapia con trapianto di midollo osseo o di cellule staminali ematopoietiche per sostituire le cellule malate2
  • Bifosfonati per ridurre il dolore osseo e le fratture2
  • Radioterapia per trattare le lesioni ossee o per alleviare il dolore.1
UNGHIE DI TENDENZA E MANI GIOVANI CON GLI INNOVATIVI COSMETICI ANTI-AGE

UNGHIE DI TENDENZA E MANI GIOVANI CON GLI INNOVATIVI COSMETICI ANTI-AGE

“L’età è solo un numero”, si dice. Le mani, però, non mentono, sono lo specchio dell’età e rappresentano un importante biglietto da visita per donne e uomini. Molte volte, infatti, siamo rimasti affascinati da mani da pianista lisce, snelle e affusolate, e altrettante volte siamo rimasti turbati da mani troppo invecchiate rispetto ad altre zone del corpo come il viso. L’inquinamento, i fattori ambientali e la continua esposizione al sole sono le cause che provocano la diminuzione di elastina e collagene, due importanti proteine presenti nel derma.

Allora, com’è possibile avere mani giovani e splendenti a ogni età? Bisogna curarle con crema, siero, sapone, scrub per eliminare le cellule morte, e maschera per rigenerare la cute.

Dal 1981 un brand belga crea cosmetici professionali per una beauty routine giornaliera e per la cura di mani, piedi, unghie con ingredienti scelti accuratamente per rigenerare la pelle in profondità, e con profumazioni che riducono al minimo il rischio di reazioni allergiche, utilizzabili 24 ore su 24.

Dall’azienda ProNails Hand Care nascono così sapone, crema, siero, scrub, maschera e diverse linee di smalti, per concludere una piacevole e perfetta manicure.

Oltre a idratare, i cosmetici della ProNails Hand Care hanno forte azione Anti-Age e ritardano la comparse dei segni del tempo grazie alle presenza della protezione solare (SPF15) che contrasta l’azione dei raggi UVA e UVB, e hanno una dose extra di antiossidanti che neutralizzano i radicali liberi.

Anti-Age Deep Serum super concentrato di antiossidanti, per una cura e protezione completa delle mani, la Crema Mani Anti-Age che protegge la pelle dai raggi UVA e UVB, dallo smog e dall’inquinamento, Gentle Hand Soap, un sapone con un pH fisiologico in grado di eliminare i batteri, Refining Hand and Body Scrub che lascia la pelle setosa e luminosa, e Replenishing Hand mask, una maschera mani profondamente nutriente, rigenerante e ristrutturante, sono i cosmetici proposti da ProNails Hand Care.

E per concludere una pennellata di smalto. Nuances soft, sofisticate e chiare, abbinate ai delicati toni della terra, i metallizzati, i perlati brillanti, smalti dai toni rosati, cioccolato, blu, arancio e rosso arricchiti da immancabili tocchi dorati. E grazie alla rivoluzionaria ed esclusiva tecnologia LongWear, le linee di smalti hanno una durata maggiore e un’estrema tenuta in soli tre passaggi.

Piccoli gesti quotidiani e cosmetici innovati preservano le mani in buone condizioni, e l’invecchiamento cutaneo sarà, così, solo un lontano ricordo.

Simone Lucci

IL CANNOLO MADE IN SICILY VOLA A MILANO

IL CANNOLO MADE IN SICILY VOLA A MILANO

“Cosa c’è di meglio di un cannolo di ricotta per ritemprarsi? Affondi i denti nel croccante della sfoglia, e la crema fugge via dall’involucro che la teneva prigioniera, e ti incolla di morbida dolcezza. Un cannolo di ricotta ti rimette in sesto. Ti riconcilia col mondo e con la vita”, scrive Rosalba Perrotta in Vita candita (ed. Giulio Perrone). E in effetti un cannolo siciliano suscita sensazioni di voluttuosa piacevolezza, e favorisce una condizione di beato benessere.

Parte proprio dal cannolo l’avventura di Stefano Massimino, giovane imprenditore catanese che porta in Expo il Re dei dolci siciliani. È il boom: si sparge presto la voce di questo squisito dolce espresso, e tutti i giorni una coda lunghissima aspetta di poterlo gustare. Oltre 130 mila pezzi venduti. “Le persone tornavano ogni giorno a fare la fila per il nostro cannolo”, racconta Stefano Massimino.

Il segreto? Fare le cose bene, con ingredienti semplici, lavorati da mani esperte, formate dall’esperienza di generazioni. Il cannolo espresso siciliano Ammu è realizzato secondo la ricetta storica di una nobile famiglia palermitana, elaborata e affinata nel corso di centinaia di anni. Le cialde, con un pizzico di cacao, sono preparate quotidianamente da un laboratorio artigianale di Catania, e la ricotta proviene da un caseificio del palermitano. Anche i prodotti per le guarnizioni sono rigorosamente siciliani: le gocce di cioccolato fondente di Modica, la scorzetta d’arancia candita che proviene da un aranceto certificato siciliano, e il pistacchio DOP Bronte. Il tutto viene spedito quotidianamente a Milano per via aerea, e in poche ore fresco e pronto per essere preparato e servito espresso, al momento.

L’inaspettato successo riscosso in Expo convince Stefano Massimino a portare alla città di Milano il cannolo e anche una selezione di altre delizie siciliane. Ammu è il nome scelto per i suoi negozi, si tratta del verso che le mamme siciliane fanno imboccando i figli, un suono che deriva dall’esortazione “ammucca”, cioè metti in bocca.

Oltre al cannolo, indiscusso protagonista e simbolo di Ammu, nei negozi di Corso Magenta 22 e Corso Garibaldi 84 si trovano, sotto l’insegna dell’e-commerce “Inside Sicily”, ricercati prodotti siciliani. “Li ho appositamente selezionati in oltre 400 aziende, per raccontare tutte le tipicità della Sicilia. E la ricerca continua ancora”, afferma l’intraprendente titolare.

Il pistacchio di Bronte, che spazia dal pesto alla crema spalmabile, dalla farina agli snack; le marmellate all’arancia, ai fichidindia, ai gelsi neri e una particolarissima crema al cedro. Liquori al melone, al cioccolato di Modica, al finocchietto selvatico, l’amaro all’arancia rossa “Amara” e quello alla mandorla di Sicilia “Mennula”.

Tutto ciò accanto ai pesti tipici siciliani, alla pasta con grani antichi di Sicilia, al miele di api nere, alle tavolette di cioccolato di Modica, alle paste di mandorla, alle conserve di pomodorini Pachino, all’olio e ai vini. Questi sono solo alcuni dei prodotti che si possono acquistare. E quando è stagione, c’è poi la classica granita fatta come ad Acireale, morbida e cremosa, ai gusti tipici dell’isola: caffè, cioccolato, mora di gelso, pistacchio, mandorla e limone.

Il cannolo Ammu è disponibile anche gluten free e nella confezione da asporto, per goderne anche a casa. “Per stupire amici e parenti, abbiamo pensato al ‘Kit cannolo fai-da-te’ con cui assemblare sul momento il vero cannolo siciliano: cialde, un sac à poche di ricotta (minimo 500 gr equivalente a 5 cannoli) e granella di pistacchio, bottoncini di cioccolato e scorzette d’arancia per guarnire – spiega Massimino -. Il tutto, ovviamente, appena spedito dalla Sicilia. Pochi ingredienti, genuini, senza conservanti, e preparati con amore. Ammu è dolcezza, appagamento immediato dei sensi: lo spirito della Sicilia in un boccone”.

Il cannolo, il dolce che più rappresenta la terra siciliana e che affonda le sue radici nell’antichità, racchiude in sé l’incontro tra diversi saperi e sapori.

                                                                                                                                                      Clementina Speranza

LA STORIA DEL CANNOLO SICILIANO

Il cannolo era il dolce di carnevale per eccellenza, nel tempo però è stato talmente apprezzato da essere, ormai, disponibile tutto l’anno; un tempo, invece, quando la ricotta non si produceva, cioè tra i mesi di maggio/giugno e settembre/ottobre, al posto del cannolo si servivano le “ova murine”, sorta di piccole crespelle dolci al cioccolato arrotolate ripiene di crema bianca all’amido: era il cannolo in versione estiva.

“Ma più gradito di qualunque altro cibo carnevalesco è il cannolu, boccone ghiotto di popolani, di borghesi e di nobili, desiderato da poveri e da ricchi. Il cannolu è un cialdone pieno, una pasta dolciastra fritta e tenerissima, accartocciata a forma di grosso cannello o bocciuolo, che si riempie di una squisita crema di latte, zucchero o giulebbe, cioccolata, pistacchio e altri simili ingredienti”, scriveva così nel 1889 in Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, Giuseppe Pitrè celeberrimo etnologo che come nessun altro ha saputo raccontare la Sicilia.

Ma quando nasce questo dolce simbolo della Sicilia? Secondo la leggenda, al tempo della dominazione araba in Sicilia, le donne dell’harem dell’emiro di Caltanissetta che non godevano dei suoi favori si consolavano mangiando cannoli, ma la realtà storica è ben più antica. Si hanno notizie che già al tempo dei Sicani c’era l’uso di dolcificare la ricotta con il miele, come tuttora fanno molti dei pasticcieri di Piana degli Albanesi, i cui cannoli sono considerati tra i migliori di Sicilia. Cicerone parla di un ‘Tubus farinarius, dulcissimo, edulio ex lactefactus’ (cilindro a base di farina, molto dolce, preparato con latte buono da mangiare). Da allora in avanti questo dolce è stato sempre presente nella nostra pasticceria ed è riconosciuto come emblema della Sicilia nel mondo.

Anna M. Martano,
Prefetto Sicilia di AIGS (Accademia Italiana Gastronomia Storica e Gastrosofia) e di Direttrice Accademica de I Monsù (Accademia Siciliana di Enogastronomia)

BENESSERE PSICOFISICO CON LA FLORITERAPIA

BENESSERE PSICOFISICO CON LA FLORITERAPIA

Per gli antichi erboristi: forma, profumo, gusto e luogo di crescita di una pianta indicavano il suo potere curativo. I fiori di zucca, la cui forma ricorda il capo, erano utilizzati per curare il mal di testa e l’insonnia, le ortiche risultavano un ottimo toccasana per la cattiva circolazione, mentre le malattie che peggiorano con l’umidità come la tosse e i reumatismi venivano curate con il salice, una pianta tipica dei territori umidi. E poi ancora, per fronteggiare l’itterizia erano utilizzati il tarassaco o l’agrimonia, due fiori gialli, colore tipico della patologia.

Il medico inglese Edward Bach è stato il primo a scoprire le proprietà terapeutiche dei fiori con le sue 38 essenze floreali, universalmente chiamate fiori di Bach. La Floriterapia, infatti, è un metodo di cura naturale che sfrutta essenze di fiori selvatici per prevenire e curare problemi emozionali, stati d’animo negativi, disarmonie del carattere, conflitti, difficoltà relazionali, disagi psicologici e malattie di origine psicosomatica.

Nel corso degli anni, numerosi studi e ricerche internazionali hanno scoperto nuovi fiori curativi in varie zone del mondo: dall’Europa alla California, dal Sudamerica al Canada, dall’India all’Australia.

Australian Bush Flower

Proprio in Australia nasce Australian Bush Flower, la linea di floriterapia ideata dal naturopata e floriterapeuta Ian White. “Le essenze floreali australiane rimettono in equilibrio il corpo e le emozioni che influenzano il nostro aspetto e la nostra fisicità – precisa Valeria Ranzini, consulente scientifico per l’azienda Solgar Italia® Multinutrient S.p.A., filiale italiana che si occupa della produzione di integratori (Solgar), cosmetici (Hino) e essenze floreali (Australian Bush Flower) –. I prodotti agiscono positivamente su uno specifico stato d’animo in squilibrio come: ansia, insicurezza, paura, depressione, scoraggiamento, preoccupazione, rabbia, aggressività, gelosia e amarezza”.

Essenza - Floriterapia

I fiori australiani crescono nel così detto Bush. “Il Bush è la parte selvaggia del territorio australiano dove nascono spontaneamente le piante, dalle quali, attraverso particolari tecniche, si ricavano le essenze disponibili in spray o in gocce – afferma il consulente scientifico –. Sette gocce al mattino e sette gocce alla sera ripristinano il benessere psicofisico per affrontare la quotidianità con energia”.

Floriterapia - Pet

Le essenze floreali australiane sono adatte, anche, per gli amici a quattro zampe. “Come tutti gli esseri viventi, gli animali hanno vibrazioni energetiche proprie e l’equilibrio di tale energia è fondamentale per il loro benessere – riferisce Valeria Ranzini –. La pet terapy è quindi consigliata a tutti i cani e gatti che necessitano di un supporto perché sono agitati, poco propensi a essere educati, oppure hanno paura durante il viaggio”.

La floriterapia aiuta a trovare il benessere psicofisico e come affermava Platone: non bisogna cercar di guarire il corpo senza cercar di guarire l’anima.

Simone Lucci

NEL GIORNO PIÚ ROMANTICO, REGALI, AMORE E COCCOLE PER GLI AMICI A QUATTRO ZAMPE

NEL GIORNO PIÚ ROMANTICO, REGALI, AMORE E COCCOLE PER GLI AMICI A QUATTRO ZAMPE

San Valentino è la festa degli innamorati.

Ma veramente l’amore, il vero amore, appartiene solo alle persone?

Un profondo legame nasce, anche, con i piccoli amici a quattro zampe, e in questo giorno speciale è possibile avvolgerli in un mondo di baci, coccole, calore con idee regalo naturali e originali.

Cuori e tenere scritte d’amore decorano morbide cucce e borse-trasportino realizzate con tessuti naturali. Cani e gatti possono godere di un dolce riposo in una cuccia in cotone a forma di igloo, oppure in una borsa- trasportino in tessuto naturale, e vivere, così, i viaggi in assoluta comodità e relax. Collari e pettorine, invece, sono adatti per i momenti di svago e per le lunghe passeggiate nei parchi.

Caldi e luccicanti maglioncini, e cappottini in tessuto anti-vento, invece, per proteggere i cuccioli dal freddo. Sono realizzati in: nylon, materiali tecnici come la tecnogramma, e in pelle naturale ed ecologica. I tessuti sintetici garantiscono delle prestazioni migliori per quanto riguarda la manutenzione, l’igiene e la durata. Si lavano e si asciugano più velocemente. La pelle, invece, dona un look più elegante, assicurando una buona tenuta e resistenza. Il filo conduttore di tutti gli accessori? L’amore. Divertenti cuoricini e colorate scritte LOVE sono le fantasie che simboleggiano un gesto d’amore ai fedeli compagni di vita a quattro zampe.

San Valentino - Pet

Tutte le proposte regalo in questione sono personalizzabili, prodotte per il 90% in Italia e il frutto di Ferplast, un’azienda attenta all’ambiente al punto da gestire la filiera nei soli 3 stabilimenti di proprietà così da garantire la massima qualità produttiva oltre all’ottemperanza delle rigide norme ecosostenibili autoimposte. Un impegno ecologico enorme. Ogni mese, infatti, vengono gestite 2.600 tonnellate di materie prime metalliche, 5.300 tonnellate di materie plastiche oltre a legno, cuoio e tessuti.

Ingegno, tenacia, desiderio di affermazione e tanto spirito di sacrificio sono gli ingredienti che caratterizzano la storia dell’azienda Ferplast. Iniziata nel seminterrato di casa, l’attività è arrivata oggi a occupare 170 mila metri quadri dislocati nelle tre sedi produttive di Italia, Slovacchia e Ucraina. Una favola dei giorni nostri che dà lavoro a 1.000 persone, che coinvolge 12 filiali commerciali, e che produce oltre 4.000 articoli, alcuni dei quali ricavati sfruttando legno che proviene da foreste gestite secondo i principi di eco sostenibilità.

L’azienda vanta, anche, oltre 100 brevetti di proprietà, tra guinzagli, cucce e sistemi di controllo retraibili.

Una realtà produttiva che annovera cinquant’anni di storia proiettati nel domani per donare regali ricercati ai piccoli amici animali.

Simone Lucci

IL PROTOCOLLO CHE SALVAGUARDIA LA BIODIVERSITÁ E IL PATRIMONIO APISTICO

IL PROTOCOLLO CHE SALVAGUARDIA LA BIODIVERSITÁ E IL PATRIMONIO APISTICO

Le api sono tra gli insetti più utili che abbiamo. Grazie a questi piccoli, ronzanti e colorati insetti in primavera è possibile vedere prati fioriti e gustare prelibati nettari degli dei. Le api, però, non producono solo il miele. Da loro dipende il nostro futuro e quello di frutta, verdura e persino di numerosi prodotti caseari come latte, yogurt, burro e formaggi freschi. Se il numero di api continuerà a diminuire, molti alimenti rischiano di sparire dalle tavole. La tutela delle api, infatti, non è una questione che può essere trascurata, dato che questo insetto rischia di diventare una specie in via di estinzione a causa di diversi fattori.

Per difendere il patrimonio apistico e per valorizzare le colture sementiere, è stato firmato a Cesena il Protocollo d’intesa per l’applicazione delle buone pratiche agricole e la salvaguardia del patrimonio apistico, sottoscritto da Assosementi, l’Associazione Italiana delle Aziende Sementiere, assieme al Consorzio delle Organizzazioni di Agricoltori Moltiplicatori di Sementi (COAMS), dalle Associazioni degli apicoltori della Regione Emilia-Romagna e dall’Unione Nazionale Imprese di Meccanizzazione (UNIMA).

“L’obiettivo dell’accordo è salvaguardare il patrimonio degli insetti trasportatori di polline e la biodiversità del nostro Paese – afferma Giuseppe Carli, presidente di Assosementi –. Una delle prime iniziative è istituire un tavolo di lavoro al fine di condividere le problematiche dei settori e individuare le migliori soluzioni per la corretta difesa delle coltivazioni sementiere, garantendo, così, la salute delle api e dell’ambiente”.

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Grazie all’intesa verrà promossa la realizzazione di strumenti informativi e di momenti formativi per gli operatori, al fine di accrescere la conoscenza delle tecniche produttive e delle normative in vigore, sapendo di poter contare sulla collaborazione del Servizio Fitosanitario Regionale dell’Emilia Romagna.

Una recente relazione della Commissione Europea vede il nostro Paese tra i 6 maggiori produttori di miele in Europa, avendo superato le 23 mila tonnellate nel 2015. “L’attività di produzione delle sementi, su cui il nostro Paese vanta un primato, non può prescindere dalle api che svolgono un ruolo fondamentale per la tutela della biodiversità e forniscono un’imprescindibile supporto alle produzioni sementiere attraverso l’impollinazione – continua Carli –. L’attività apistica nazionale è un patrimonio importante che occorre tutelare e il Protocollo va nella direzione della sua salvaguardia”.

Per il futuro? “Auspichiamo di estendere la portata dell’iniziativa a livello nazionale, ampliando la collaborazione e il dialogo tra tutti i portatori di interesse”, conclude il presidente di Assosementi.

Simone Lucci

ARREDI TERMICI DI DESIGN E A BASSO CONSUMO

ARREDI TERMICI DI DESIGN E A BASSO CONSUMO

Per godersi un lungo bagno nella vasca, o per una veloce doccia rilassante, è importante avere un bagno caldo e accogliente. Con gli asciugamani sempre tiepidi a portata di mano ogni volta che si esce dalla vasca è poi possibile prolungare la piacevole coccola in totale relax.

Realizzati con materiali antichi come la ceramica, la terracotta, e resistenti come il legno di cedro del Libano, gli arredi termici HOM nascondono un’anima tecnologica a basso consumo energetico, grazie alla quale diventano oggetti scaldanti per indumenti, salviette, cibi o avvolgenti sedute. Il design ricercato, infatti, li rende adatti al bagno, alla cucina di casa, ma, anche, al settore Contract.

“Gli scalda-salviette erano oggetti nati per scaldare l’ambiente, per tale motivo mi sono dedicato allo studio di una nuova tipologia di prodotti pensati per essere un vero e proprio supporto asciugante”, precisa il designer Davide Vercelli.

Dopo tre anni di ricerche svolte da Davide Vercelli e dall’azienda Rotfil in collaborazione con il Dipartimento di Scienza dei Materiali del Politecnico di Torino, è stata brevettata la nuova tecnologia più avanzata nel campo del riscaldamento elettrico a basso consumo (1 ora di accensione consuma 0,1 kw/h che corrisponde a circa 0,02 €).

Termoarredi

Qual è l’anima tecnologica dei termoarredi? Una piastrella sinterizzata che ingloba al suo interno una resistenza elettrica, che mantiene il calore a lungo e lo cede lentamente.

“Pensando al risparmio energetico unito al know how di Rotfil, abbiamo realizzato degli elementi che trasferiscano il massimo calore nel più breve tempo possibile agli oggetti in contatto con gli elementi stessi – precisa Mario Ravaglia, fondatore di Hom –. Il loro cuore scaldante ha una notevole inerzia termica. Se accendiamo un termoarredo per pochi minuti, conserverà e trasferirà il calore che ha accumulato per alcune decine di minuti anche dopo lo spegnimento”.

Sgabello - HOM

Il brand piemontese propone, anche, altri arredi ricercati, funzionali e di tendenza. Lo scalda-salviette Xilo in massello di cedro del Libano emana un’essenza profumata ed è stabile e resistente all’umidità, mentre MaxiXilo è la versione su misura nelle dimensioni e nella potenza e dunque adattabile a qualsiasi ambiente. Un’altra novità è Terra, dal design lineare e realizzato in terracotta. Sono presenti, inoltre, le ultime versioni delle mensole Basic e H Pad, lo scalda-salviette Shield e lo sgabello Zig Zag. Nonostante la sua dimensione (circa 20 kg), lo sgabello è facilmente spostabile e può essere un complemento da esterni, il trattamento antigelivo lo rende resistente agli attacchi di acidi e salsedine. Il Radiatore è, invece, l’unico prodotto pensato per scaldare l’ambiente e riesce a farlo molto efficacemente, grazie alle caratteristiche della piastrella scaldante interna.

HOM - Radiatore in Bagno

Gli arredi HOM consentono di scaldare, asciugare, arredare e risparmiare energia in casa, e dopo una giornata frenetica allontanano lo stress con un caldo “abbraccio”.

Simone Lucci

HOM è un brand di proprietà Rotfil, produttore in Italia di resistenze elettriche. Fondata in Piemonte nel 1977, Rotfil è un gruppo di sei aziende: Rotfil Srl, (Italia, sede principale), Jeka GmbH (Germania), Rotfil NA sarl (Tunisia), Termax sarl, (Tunisia), Infraker sarl (Tunisia), Elmat Srl (Italia). Il core business dell’azienda è nella produzione di resistenze elettriche, sensori di temperatura e termoregolatori per applicazioni industriali.

UN NUOVO ANTIBIOTICO CONTRO LE INFEZIONI CAUSATE DA BATTERI MULTIRESISTENTI AGLI ANTIBIOTICI

UN NUOVO ANTIBIOTICO CONTRO LE INFEZIONI CAUSATE DA BATTERI MULTIRESISTENTI AGLI ANTIBIOTICI

I microbi o microrganismi sono organismi minuscoli che non possono essere visti a occhio nudo.
La maggior parte dei microbi appartiene a uno dei quattro grandi gruppi: batteri, virus, funghi o protozoi.
La resistenza antimicrobica (AMR-antimicrobialresistance) è la resistenza di un microrganismo a un trattamento antimicrobico, che era originariamente efficace per trattare le infezioni causate dallo stesso microrganismo.
I microrganismi resistenti sono in grado di resistere all’attacco di trattamenti antimicrobici come antibiotici, antifungini e antivirali.
Negli ultimi 70 anni, i trattamenti antimicrobici sono stati usati per curare pazienti con malattie infettive, salvando milioni di vite in tutto il mondo.
Nel corso degli anni, tuttavia, l’uso e l’abuso degli antimicrobici ha incrementato il numero e i tipi di organismi resistenti.
Gli antibiotici sono tra le terapie più comunemente prescritte nella medicina umana.
Si stima che più del 50% di tutti gli antibiotici prescritti non siano necessari o non abbiano l’efficacia ottimale in base a come sono prescritti.

Ogni anno, migliaia di persone nel mondo contraggono gravi infezioni batteriche resistenti a uno o più degli antibiotici sviluppati per il loro trattamento:
– 2 milioni di persone negli Stati Uniti
– 400 mila persone nell’Unione Europea, Norvegia e Islanda.

Un nuovo potente antibiotico è un’importante innovazione per il trattamento delle infezioni causate da batteri multiresistenti agli antibiotici. Il nuovo antibiotico è composto da ceftolozano, una nuova cefalosporina, e tazobactam, un inibitore delle beta-lattamasi dall’uso ben consolidato nella pratica clinica. Ceftolozano colpisce l’integrità della parete cellulare dei batteri Gram-negativi sensibili, eludendo inoltre i molteplici meccanismi di resistenza messi in atto dai patogeni, mentre tazobactam protegge ceftolozano, facendo sì che non venga inattivato da parte degli enzimi beta-lattamasi prodotti dai batteri Gram-negativi.

“L’antibiotico-resistenza è un fenomeno pericoloso. I batteri sono naturalmente attrezzati per difendersi dagli antibiotici e il contatto con questi farmaci accelera questo processo. Per questo le terapie antibiotiche devono essere aggressive, mirate, prescritte per il tempo necessario e alle dosi corrette – afferma Pierluigi Viale, Direttore U.O. di Malattie Infettive all’A.O.U. Policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna e Professore ordinario di Malattie Infettive all’Alma Mater Studiorum Università di Bologna -. Ceftolozano/tazobactam è il primo di una serie di nuovi antibiotici, in grado di rispondere ai criteri dell’antimicrobial stewardship: il suo spettro d’azione molto mirato, quasi chirurgico, permette di utilizzarlo nei confronti di specifici profili di resistenza massimizzando quindi l’efficacia della terapia, evitando cosi l’ulteriore selezione di specie resistenti”.

Cosa si intende per antibiotico-resistenza?
Il termine antibiotico-resistenza definisce la capacità dei microrganismi di mettere in atto meccanismi di evasione dagli antibiotici. Come sappiamo, i microrganismi hanno la capacità di replicarsi assai velocemente e questo induce un’elevata probabilità di generare nella propria progenie forme secondarie di ceppi mutanti. La percentuale di mutazioni spontanee è molto più significativa quando i microrganismi sono sottoposti a situazioni stressanti: in questi casi infatti le mutazioni aumentano come meccanismo di difesa del microrganismo. Uno dei fattori più stressanti per un microrganismo è l’esposizione ad antibiotici, specie se costante, prolungata e a basse dosi: semplificando al massimo, se gli antibiotici non uccidono rapidamente il batterio, i ceppi che sopravvivono diventano resistenti. Il secondo meccanismo maggiore di induzione di resistenza è lo scambio di frammenti genetici da un microrganismo all’altro. I batteri possiedono piccole sequenze del loro genoma che possono “saltare” da uno all’altro, i cosiddetti “jumping genes” di cui esistono tante forme; una, in particolare, la più efficiente, è rappresentata dai plasmidi, piccole pallottole di DNA sparate letteralmente da un microrganismo all’altro che possono provocare una multiresistenza.

Perché l’antibiotico-resistenza è considerata un’emergenza mondiale?
L’antibiotico-resistenza è un fenomeno pericoloso. Ricordiamo che i batteri sono naturalmente attrezzati per difendersi dagli antibiotici e il contatto con questi farmaci accelera questo fisiologico processo. Pochi anni fa, studiando reperti animali e vegetali conservati nel ghiaccio eterno, sono stati scoperti determinanti genetici di resistenza agli antibiotici che usiamo oggi: ciò significa che i batteri posseggono già nel loro patrimonio genetico i determinanti di resistenza, evidenza che spiega perché i microrganismi fanno più in fretta a trovare vie di fuga dagli antibiotici che i ricercatori a trovarne di nuovi. Per questo motivo più le terapie antibiotiche sono aggressive, mirate, prescritte per il tempo necessario e alle dosi corrette, meno facile è per le popolazioni batteriche la selezione di specie resistenti. Al contrario, terapie inutili, troppo lunghe o sottodosate, rappresentano un formidabile strumento di selezione. Oggi per alcune specie batteriche siamo davvero a un passo dal baratro, molto prossimi all’era post-antibiotica, è una situazione di emergenza assoluta tanto che nelle loro proiezioni, i CDC di Atlanta prefigurano scenari apocalittici con milioni di morti correlate ad infezioni da ceppi microbici multiresistenti. Dobbiamo essere consapevoli che i medici che saranno sul campo tra venti o trent’anni potrebbero essere costretti loro malgrado a gestire molte infezioni in assenza di antibiotici efficaci. Pertanto, dobbiamo evitare ad ogni costo che questa deriva continui o che si acceleri, per evitare l’incubo che il super-bug diventi una realtà.

Cosa significa antimicrobial stewardship? Come può l’antimicrobial stewardship contribuire a contrastare il fenomeno dell’antibiotico-resistenza?
“Antimicrobial stewardship” è un termine anglosassone che indica un approccio di sistema alla terapia antibiotica. Questo significa che quando prescrive un antibiotico il medico deve garantire al paziente non solo che la terapia prescritta sia la migliore possibile per lui ma anche la più virtuosa per l’ecosistema in cui paziente vive. Insomma, il medico ha il dovere di rispettare una sorta di doppio contratto terapeutico, con il paziente e con l’ambiente. L’antimicrobial stewardship è, dunque, un complesso di interventi finalizzati a garantire il miglior trattamento del paziente senza danni collaterali sull’ecosistema. Si tratta di mettere in atto alcune regole che puntano a contrastare l’abuso, le cattive prescrizioni, le prescrizioni inutili, la medicina difensiva, etc. Quel che è urgente è la formazione per i nuovi medici: occorre in tal senso un enorme sforzo per instaurare un reale cambio di mentalità rispetto al concetto che gli antibiotici non sono farmaci alla portata di tutti e per tutti, ma che invece vanno gestiti oculatamente da esperti.
L’antimicrobial stewardship è fondamentale perché cerca di farci usare bene quello che oggi abbiamo a disposizione e di introdurre le novità in percorsi di uso corretto. L’antibiotico invulnerabile non esiste, quindi anche i nuovi farmaci dovranno essere usati con estremo giudizio, altrimenti tra 5-10 anni potremmo perdere anche l’innovazione di oggi.

Quali sono le evidenze a sostegno dell’efficacia di ceftolozano/tazobactam, nuovo antibiotico disponibile anche in Italia? Perché rappresenta una nuova importante opzione contro le resistenze?
Due studi hanno dimostrato che ceftolozano/tazobactam è efficace quanto altri antibiotici nella cura di specifiche infezioni. Il primo è un trial clinico su 1.083 pazienti con infezioni complicate delle vie urinarie nel quale ceftolozano/tazobactam è stato confrontato con levofloxacina: ceftolozano/tazobactam ha eliminato l’infezione nell’85% dei pazienti trattati rispetto al 75% dei casi trattati con la terapia di confronto. Il secondo trial clinico è stato condotto su 993 pazienti con infezioni complicate intra-addominali: ceftolozano/tazobactam è stato confrontato con meropenem, entrambi hanno portato a guarigione il 94% dei pazienti trattati. Avendo a disposizione due trial clinici idonei a garantire la commercializzazione, adesso inizia un’ulteriore fase di ricerca sul campo dove il farmaco si dovrà confrontare con ulteriori problematiche cliniche. Ceftolozano/tazobactam è sicuramente un “superfarmaco” contro la Pseudomonas aeruginosa multiresistente e nei confronti delle Enterobacteriaceae, produttrici di beta-lattamasi a spettro esteso (ESBL). Per questo dovrà essere usato da medici esperti rispetto a precise necessità, che potrebbero andare anche oltre i risultati dei trial clinici. Ceftolozano/tazobactam è il primo di una serie di nuovi antibiotici con uno spettro molto mirato, quasi chirurgico, nei confronti di specifici profili di resistenza e rappresenta una prima risposta della ricerca alle problematiche di chi si occupa di infezioni “difficili” ed alle necessità di pazienti ed operatori sanitari, per cui il suo uso, così come quello dei farmaci che seguiranno, non deve essere assolutamente banalizzato o lasciato in mani inesperte.

TÈ E INFUSI BIOLOGICI DELL’ALTO ADIGE

TÈ E INFUSI BIOLOGICI DELL’ALTO ADIGE

Nero, rosso, oolong, giallo e bianco sono alcune variopinte tipologie di tè, una bevanda salutare e ricca di proprietà benefiche. Una tazza di tè può riscaldare il cuore e l’anima di ogni amante dell’infuso dorato, e un approccio meticoloso alla sua preparazione può massimizzare il sapore donato dalle foglie di tè. Raccolte due volte l’anno, le foglie provengono principalmente da: Cina, India, Giappone, Kenia, ma non solo.

L’Alto Adige si caratterizza per un terroir ideale alla coltivazione di frutti di piccole dimensioni ed erbe rare della pregiate qualità. Dall’unione di questi ingredienti nasce Monthea, una realtà creata da Axel Brunoni e Simon Raffeiner, che da circa un anno propongono una linea di tè e infusi biologici.

Bio è molto più di una tendenza, è uno stile di vita che significa restituire alla Terra una parte di ciò che ci ha donato con tanta generosità. Nella propria attività quotidiana, l’impresa e i suoi sapienti agricoltori si sforzano di essere il più ecologici possibile, e tutti i partner di Monthea sono produttori biologici per convinzione. L’obiettivo dell’azienda, infatti, non è raccogliere grandi quantità, bensì raccogliere il meglio. Questo spirito aziendale si traduce in trasparenza, sostenibilità e carattere autoctono, che coinvolge l’intero ciclo produttivo, dalla coltivazione alla trasformazione del prodotto finito.

Fiori

Tali peculiarità permettono di realizzare un tè caldo e corposo, profumato e colorato, una vera fonte di ispirazione, che vizia i sensi e si fa espressione di un certo stile di vita. Erbe Alpine, Erbe di Montagna, Menta, Lampone, Fragola, Mirtillo, Mela e Frutti di Bosco sono le varietà presentati nelle pratiche confezioni da 10 sacchetti a forma piramidale, nei “tubi” da 20 gr. (per le erbe) o 50 gr. (per la frutta) con il prodotto sfuso o nelle confezioni. Tutti infusi da gustare in un ambiente rilassato e con un’atmosfera piacevole, per vivere momenti in totale relax in cui ci si lascia conquistare dal sapore genuino della natura altoatesina.

Tazza di Tè

Dal carattere locale e improntati alla sostenibilità, i tè e gli infusi sono ideati partendo dalle migliori materie prime altoatesine, da un irrefrenabile entusiasmo e dall’amore per la natura.

Simone Lucci

80 FOTOGRAFIE PER SOSTENERE I GIOVANI MALATI DI TUMORE

80 FOTOGRAFIE PER SOSTENERE I GIOVANI MALATI DI TUMORE

C’è l’immagine di Sefora e Martina: si tolgono la parrucca davanti all’obbiettivo, immortalando con questo gesto il tentativo di riappropriarsi di una bellezza non solo interiore. È solo una delle oltre 80 fotografie scattate da 29 ragazzi di età compresa tra i 14 e i 27 anni, accomunati dalla ricerca della felicità nonostante la malattia.

Gli 80 scatti compongono la collettiva “RI-SCATTI, la ricerca della felicità” a cura di Chiara Oggioni Tiepolo e ideata dalla Onlus Riscatti in collaborazione con il comune di Milano e con il supporto di Tod’s, il noto brand specializzato nella produzione di calzature e accessori di lusso appartenente alla famiglia Della Valle. Ospitata nelle sale del PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) di via Palestro dal 3 al 12 febbraio, la terza edizione della mostra di fotografia sociale sostiene il Progetto Giovani dell’Istituto Nazionale dei Tumori (INT).

Le istantanee esposte durante la mostra sono messe in offerta e parte del ricavato sarà devoluto a favore della realizzazione di nuove iniziative nell’ambito del Progetto Giovani, sostenuto dall’Associazione Bianca Garavaglia Onlus all’interno del reparto di Pediatria dell’INT.

Le fotografe Alice Patriccioli, Veronica Garavaglia, e Donata Zanotti si sono alternate nel prestare la loro professionalità, insegnando ai ragazzi della Pediatria Oncologica come usare la macchina fotografica e costruire, così, un progetto. Come negli altri percorsi creativi già attuati dal Progetto Giovani, la scelta del tema e del territorio in cui muoversi è partita dai ragazzi, permettendo loro di raccontarsi nella propria unicità e di mostrare quali soluzioni hanno attuato per trovare la forza di combattere la malattia e tornare a sorridere.

Questa iniziativa, come tutte quelle che nascono in seno al Progetto Giovani coordinato dall’oncologo pediatra Andrea Ferrari, utilizza la creatività come mezzo di espressione per i ragazzi, che hanno esternato le loro paure e le loro speranze.

Riscatti

“Quando è nato il Progetto Giovani, avevo già in testa cosa costruire. Un progetto dedicato ai pazienti adolescenti, per migliorarne gli aspetti clinici, ma anche per creare un luogo dove essi potessero ritrovare il senso delle cose normali della vita. Volevamo creare un modello di reale integrazione multidisciplinare, sviluppato in un contesto di servizio sanitario pubblico – racconta Ferrari –. Credevamo di avere delle cose da insegnare a questi ragazzi, ma non esiste una ricetta che consenta di superare l’angoscia e la paura. Sono stati loro, i pazienti malati, a insegnarci ad aprire le nostre orecchie, i nostri occhi, il nostro cuore. I nostri ragazzi, attraverso queste foto, ci hanno insegnato ancora una volta che ci sono storie meravigliose da raccontare, qui dentro al Progetto Giovani, qui nel mondo dove i ragazzi si ammalano di tumore”.

La mostra fotografica è un importante progetto, anche, per i medici, in quanto comunicano che ci si può ammalare di tumore anche durante l’adolescenza, che gli adolescenti sono pazienti speciali, che spesso trattati in modo non adeguato e che, pertanto, hanno assolutamente bisogno di luoghi e cure speciali, creati appositamente per loro. Cosa che già accade all’interno di un reparto di eccellenza come la Pediatria Oncologica dell’Istituto dei Tumori di Milano, diretta dalla dottoressa Maura Massimino.

Simone Lucci

LA BELLEZZA MADE IN PUGLIA TUTTA IN UN CALICE

LA BELLEZZA MADE IN PUGLIA TUTTA IN UN CALICE

Rubino intenso, rosso che va dal porpora fino al mattone, i colori. Sentori di fragola, prugna, pot-pourri, cannella, cioccolato, uva passa… In un calice di Rosso Mediterraneo ci sono la Puglia, la sua gente e i suoi valori.

Un video riassume e rappresenta i luoghi da cui ha origine il Primitivo di Manduria, terroir suggestivo e ricco di cultura.

Un viaggio emozionante, la poesia di un uomo che attraversa luoghi con panorami mozzafiato, vecchi vigneti, prodotti tipici, e incontra maestranze e saperi, per poi ritrovarsi appagato a brindare insieme alla famiglia con una bottiglia di Primitivo di Manduria.

Il filmato nasce per celebrare la magia del vigneto Puglia e di tutto ciò che esso contiene: le monumentali masserie imbiancate a calce, i muretti a secco, il rosso del Primitivo e gli insediamenti rupestri di Taranto e di Brindisi…

FOTO 2

“Un progetto che vuole invogliare a visitare i nostri luoghi e le nostre cantine – spiega Roberto Erario, Presidente del Consorzio –. Il Primitivo di Manduria è più che un vino: è il suo territorio. Abbiamo la fortuna di vivere in una regione magnifica, tra gente autentica che ha voglia di crescere. Ringrazio gli attori, le imprese e le nostre aziende per aver permesso la realizzazione del video che sarà proiettato a fiere ed eventi internazionali”.

Nel filmato due parole: Rosso Mediterraneo. “Si rifanno al colore del Primitivo di Manduria: la tipica carica aromatica di bacca rossa e spezie, vestita di colore rubino, è la diretta proiezione di ciò che lo circonda. Ecco perché Rosso viene, in modo naturale, associato alla parola Mediterraneo”, conclude il Presidente del Consorzio.

Rosso Mediterraneo, in un calice di Primitivo di Manduria la semplicità della bellezza made in Puglia. Questo è il concept della nuova campagna del Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria ispirato al legame tra il grande vino pugliese e il suo territorio.

                                                                                Clementina Speranza

Il Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria è composto da 27 aziende che vinificano e imbottigliano e da oltre 850 soci, viticoltori per passione. Sono circa 3.140 ettari i vigneti che costituiscono la denominazione del Primitivo di Manduria, e 18 i comuni, tra Taranto e Brindisi, che producono Primitivo di Manduria Doc.

Nel dicembre 2015, il Consorzio ha ottenuto dal Ministro delle Politiche Agricole e Forestali l’incarico di svolgere funzioni di tutela, promozione, valorizzazione, vigilanza, informazione del consumatore e cura generale degli interessi di cui all’art. 17, comma 1 e 4 del d. lgs. 8 aprile 2010, n. 61 – Erga Omnes per la DOC Primitivo di Manduria. A tal fine sono già stati formati due agenti vigilatori che avranno il titolo di pubblici ufficiali e, in collaborazione con l’Istituto Centrale Qualità Repressione e Frodi, potranno effettuare controlli anche sui vini già posti a scaffale, per tutelare il consumatore e i produttori da irregolarità o anomalie relative al prodotto, e garantenire che esso rispetti i dettami del Disciplinare di produzione.

Il Consorzio nasce ufficialmente il 16 febbraio 1998 per iniziativa di un gruppo di produttori desiderosi di costituire un istituto giuridico in grado di tutelare il vino “Primitivo di Manduria”.

Trae ispirazione dalla legge n°164 del 1992, ed è su quel dispositivo che arriva il primo statuto, con la sottoscrizione di dieci aziende, tra cooperative e private, sicuramente tra le più rappresentative del territorio. Dopo questo primo, essenziale punto di partenza, ci si è impegnati per aumentare il numero di aderenti in modo da ottenere quel 40% della rappresentatività del prodotto oggetto di tutela, limite minimo richiesto dalla legge per il riconoscimento, finalmente ottenuto col Decreto Ministeriale del 5 aprile 2002.

In pochissimo tempo è stato grande il successo del Primitivo, grazie anche alla presa di coscienza dei produttori che hanno ridotto i quantitativi di uva per ettaro, hanno vinificato con l’uso delle più avanzate tecnologie e si sono impadroniti delle più opportune strategie di marketing, presentando così nel mondo un vino elegante e appagante. Un genio multiforme che, a seconda dei vari metodi di lavorazione ed affinamento, riesce a esprimersi con diverse sfumature e sensazioni di gusto, in un’armonia inimitabile di colore, profumo e sapore.

IL VITIGNO
Il vitigno primitivo trae il suo nome dalla precocità della maturazione che lo rende, appunto, uno fra i primi vitigni ad essere vendemmiati a fine agosto. Caratteristica questa che, però, non impedisce agli zuccheri di aumentare la loro concentrazione, tanto che la particolarità principale dei vini ottenuti dal vitigno primitivo è la sua gradazione alcolica: il Primitivo prevede infatti una gradazione minima di 14 gradi per il Primitivo di Manduria secco Dop, 16 gradi per il Primitivo di Manduria Dolce Naturale Docg e addirittura 18 gradi per il Primitivo di Manduria Liquoroso Docg.

IL VINO
Il Primitivo di Manduria si presenta alla vista con un rosso-violaceo, tendente all’arancione con l’invecchiamento; l’aroma è leggero e caratteristico, il sapore asciutto, pieno, armonico, tendente al vellutato con l’invecchiamento. Il Primitivo di Manduria Dolce naturale ha colore simile ma sapore dolce, caldo,  pieno e armonico; proprietà che si riscontrano anche nel Primitivo di Manduria Liquoroso dolce, dove però la nota alcolica diventa evidente.

Abbinamenti consigliati: Il Primitivo di Manduria Secco è un vino da pasto che si abbina con piatti saporiti e strutturati come: salumi, formaggi piccanti, carni di maiale e primi a base di ragù, come le immancabili orecchiette. Il Primitivo di Manduria Dolce Naturale è un vino da meditazione che si sposa bene sia con pasticceria secca che con formaggi duri stagionati. Il Primitivo di Manduria Liquoroso Dolce, invece, si abbina meglio a pasticceria più elaborata come le torte a base di creme.

LA LEUCEMIA MIELOIDE ACUTA E I CONTINUI PROGRESSI DELLA RICERCA SUL FRONTE DELLE MALATTIE DEL SANGUE

LA LEUCEMIA MIELOIDE ACUTA E I CONTINUI PROGRESSI DELLA RICERCA SUL FRONTE DELLE MALATTIE DEL SANGUE

La Leucemia Mieloide Acuta (LMA) è una forma aggressiva di tumore ematologico e del midollo osseo. Questa malattia si caratterizza per la mancata maturazione dei globuli bianchi, con conseguente accumulo di “blasti” che vanno ad occupare lo spazio delle normali cellule ematiche.

La LMA è la forma di leucemia acuta più frequente dell’adulto/anziano, con un’incidenza massima sopra i 60 anni d’età, e presenta i tassi di sopravvivenza più bassi. A livello globale i tassi di incidenza più elevati registrati negli Stati Uniti, in Europa e in Australia. Colpisce entrambi i sessi con una lieve preferenza per quello maschile.

La Leucemia Mieloide Acuta origina dalle cellule midollari della linea mieloide (quella da cui derivano i globuli rossi, i globuli bianchi e le piastrine) e si definisce “acuta” perché le cellule leucemiche crescono molto rapidamente. Le cellule maligne nate nel midollo osseo si diffondono nel sangue e anche in alcuni organi come linfonodi, fegato, milza.

Diversi fattori, genetici e ambientali, possono aumentare la probabilità di ammalarsi di questo tumore del sangue favorendo lo sviluppo di alterazioni cromosomiche identificabili in una significativa percentuale di casi già al momento della diagnosi.

Si distinguono tre tipi di Leucemia Mieloide Acuta:

  • primaria, o “de novo” a insorgenza primitiva;
  • secondaria a una precedente sindrome mielodisplastica o mieloproliferativa cronica;
  • secondaria a esposizione a sostanze tossiche/chemioterapia/radioterapia.

I sintomi della Leucemia Mieloide Acuta consistono in perdita di peso, stanchezza, febbre, sudorazioni notturne, perdita di appetito, mancanza di fiato, ipersensibilità al freddo, aumentato rischio di sanguinamento e infezioni.

La caratterizzazione della Leucemia Mieloide Acuta si ottiene attraverso una serie di analisi di citomorfologia e citochimica per visualizzare le cellule leucemiche, i blasti; l’immunofenotipo per individuare mediante anticorpi monoclonali alcune specifiche proteine espresse sulla superficie delle cellule leucemiche; la biologia molecolare per individuare le mutazioni o altre aberrazioni geniche.

La diagnosi comporta un esame microscopico con lo striscio di sangue periferico e l’esame del midollo osseo per individuare i blasti.

Il trattamento della Leucemia Mieloide Acuta si basa attualmente sulla chemioterapia standard seguita dall’eventuale trapianto di cellule emopoietiche. La chemioterapia comprende due fasi: induzione, per portare in remissione la malattia, e consolidamento, che è una terapia di post-remissione.

La prognosi dipende dall’età del soggetto, da patologie associate e dalle alterazioni molecolari alcune delle quali, come FLT3, hanno valore prognostico molto sfavorevole.

Oltre il 50% dei pazienti con Leucemia Mieloide Cronica in remissione completa a un anno dalla sospensione della terapia, secondo i più recenti dati degli studi clinici e un numero crescente di pazienti italiani può accedere a LabNet, il network italiano per la diagnostica molecolare realizzato dal GIMEMA – Gruppo Italiano Malattie EMatologiche dell’Adulto. E prima innovazione terapeutica dopo 25 anni, nuove prospettive di cura per la Leucemia Mieloide Acuta grazie a midostaurina, un farmaco che aumenta in modo significativo la sopravvivenza; mentre approcci terapeutici innovativi andranno presto a impattare sulla comune pratica clinica e sul trattamento di tutte le più importanti malattie del sangue. Si è parlato di questo durante la XI edizione della “Giornata Nazionale per la lotta contro leucemie, linfomi e mieloma” promossa da AIL, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.

“Ogni anno la Giornata Nazionale si concentra su temi diversi: quest’anno ci siamo occupati soprattutto di diagnostica, terapia e qualità di vita dei pazienti affetti da Leucemia Mieloide Cronica che grazie alle terapie che hanno rivoluzionato la cura oggi hanno una prospettiva di vita molto simile a quella delle persone sane – dichiara Franco Mandelli, ematologo di fama internazionale e Presidente Nazionale AIL -. Il focus sui risultati più recenti relativi alle cure legate alla LMC e sulla possibilità di sospendere la cura e quindi di poter considerare questa malattia finalmente guaribile”.

Il quadro di riferimento che ha reso possibili questi sviluppi è quello dell’Ematologia di precisione, l’approccio che unisce terapie mirate e diagnostica molecolare avanzata per calibrare le terapie sulle caratteristiche molecolari delle malattie del sangue con grandi benefici in termini di efficacia e minori effetti collaterali.

“Nell’Ematologia è in corso una vera propria rivoluzione e la ricerca italiana ne è protagonista come confermano il numero delle pubblicazioni presentate e l’autorevolezza riconosciuta ai nostri ricercatori negli ultimi appuntamenti internazionali – afferma Fabrizio Pane, Professore ordinario di Ematologia, Direttore Unità Operativa di Ematologia e Trapianti dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli e Presidente SIE, Società Italiana di Ematologia -. Apripista di questa rivoluzione è stata la Leucemia Mieloide Cronica, la prima patologia del sangue per la quale sono stati sviluppati farmaci mirati al bersaglio molecolare, gli inibitori della tirosin-chinasi, in grado di indurre significative e persistenti risposte di malattia in oltre il 90% dei pazienti, un numero crescente dei quali interrompe il trattamento, poiché in remissione molecolare profonda di malattia”.

LA SINDROME DEL COLON IRRITABILE (IBS) E (IBS-C): LE TERAPIE CI SONO, MA SONO A CARICO DEL PAZIENTE

LA SINDROME DEL COLON IRRITABILE (IBS) E (IBS-C): LE TERAPIE CI SONO, MA SONO A CARICO DEL PAZIENTE

Dolore addominale, meteorismo, gonfiore e irregolarità sono i principali sintomi che caratterizzano della Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS). Una patologia di per sé non grave, ma con importanti ripercussioni sulla vita sociale e affettiva del paziente. La diagnosi non di rado è tardiva, perché inizialmente sottovalutata dagli stessi pazienti e perché i suoi sintomi sono spesso contrastati in modo inadeguato con un casuale, inefficace e a volte dannoso “fai da te”.

Per analizzare la considerevole dimensione socio-sanitaria di questa patologia, il Censis ha condotto un’indagine qualitativa con particolare riferimento a una delle sue forme più diffuse. Lo studio è stato condotto per mezzo di otto interviste qualitative a pazienti con IBS-C diagnosticato e in cura presso altrettanti centri specializzati nella cura di questa condizione distribuiti tra nord, centro e sud.

In generale l’IBS si presenta frequentemente in tutte le fasce d’età con una lieve diminuzione all’aumentare dell’età ed è maggiormente frequente nel sesso femminile. Inoltre, esistono potenziali fattori di rischio sia di natura somatica, come la celiachia e le infezioni intestinali, che psicologica, come lo stress. I sintomi sono ben definiti: dolore, gonfiore e stipsi o diarrea. Più nello specifico l’incidenza dell’IBS associata a costipazione (IBS-C) si stima intorno al 25 per cento dei soggetti con IBS.

In Italia sono pochi gli studi epidemiologici sull’IBS e in particolare sono del tutto assenti quelli condotti nell’ambito delle cure primarie. Proprio in questo contesto la SIMG, Società Italiana di Medicina Generale e delle cure primarie, ha realizzato un report dal titolo “Sindrome del colon irritabile in assenza o presenza di costipazione: uno studio in medicina generale”. Ecco alcuni dei dati che emergono dallo studio.

Dati di prevalenza per sesso ed età
IBS. La prevalenza dell’IBS è del 3,5%, più elevata nel sesso femminile rispetto al maschile (4,49% contro il 2,45%) e senza particolari differenze per le fasce d’età, a eccezione della fascia di età inferiore e degli ultra 85enni. In particolare, i dati SIMG rilevano un picco tra i 45 e i 54 anni con un’incidenza maschile del 2,83% e una femminile del 5,25%. L’inferiore numero di casi nelle fasce d’età più giovani dipende da una presa in carico ancora parziale della popolazione adolescente da parte della medicina generale, mentre i grandi anziani sembrano incorrere meno nella patologia a causa della loro maggiore istituzionalizzazione che quindi può non essere più di competenza del medico di medicina generale. Questi dati sono in linea con quanto presente in letteratura, nonostante stime più recenti (11,5%) indichino un certo livello di sottostima della registrazione della diagnosi. Non è infatti da escludere, per questa tipologia di problema, il frequente ricorso diretto alle farmacie.

IBS-C. Per quanto concerne la prevalenza di IBS-C nella popolazione generale il dato è dello 0,07% con un andamento per sesso ed età simile a quello dell’IBS. In particolare i dati SIMG rilevano un picco per i maschi tra i 75 e gli 84 anni con un’incidenza dello 0,10% e per le donne tra i 65 e i 74 anni dello 0,16%. Il dato dell’IBS-C mostra che la costipazione è presente nel 2,07% dei pazienti con IBS relativamente al periodo 1998-2014.

Per un 5 per cento dei pazienti (circa 50 mila in Italia) i sintomi della sindrome del colon irritabile con costipazione (IBS-C) sono talmente gravi da risultare invalidanti e pericolosi per lo stato di salute generale. “Occorre più attenzione da parte dei medici di medicina generale. Le nuove molecole danno un sollievo importante da dolore e costipazione, ma non sono ancora dispensate dal Sistema sanitario nazionale”, puntualizza Enrico Stefano Corazziari, Professore Ordinario di Gastroenterologia presso La Sapienza-Università di Roma, che abbiamo intervistato.

Che tipologia di sintomi riportano questi pazienti definibili come gravi?
Sicuramente costipazione e un dolore addominale così forte da creare sofferenza e allarme. Non a caso si registrano numerosi accessi al pronto soccorso.

In questi casi, se non trattati, sono possibili complicanze?
Sicuramente. La ritenzione delle feci produce erosione della parete del colon, possibili ostruzioni con necessità di interventi chirurgici d’emergenza per rimuovere ostruzioni e curare perforazioni intestinali. Il rischio è tanto maggiore quanto è maggiore l’età del paziente, soprattutto se sono presenti altre patologie legate all’età come ipertensione, diabete e malattie cardiovascolari. In questi casi anche un’IBS-C meno grave diventa pericolosa se associata ad altre condizioni. Spesso, infatti, le terapie per patologie preesistenti possono avere un impatto negativo proprio sulla salute gastrointestinale.

Le conseguenze di un’IBS-C possono anche essere psicologiche. È corretto?
Sì. La patologia in genere insorge da bambini e questo spinge il soggetto sin da piccolo ad abituarsi alla malattia, spesso influenzando negativamente le sue relazioni sociali: l’insorgere del dolore è infatti imprevedibile. Ma l’isolamento può provocare depressione. Si dice spesso che questa patologia è psicosomatica: in realtà è più frequente che sia il corpo a influenzare la mente.

Nell’IBS-C c’è maggiore rischio di incorrere in patologie gravi, come il tumore al colon?
Fortunatamente no. Tuttavia, è una patologia che può confondere persino i medici e portare a diagnosi sbagliate. Ad esempio sappiamo che in questi pazienti c’è una maggiore incidenza di interventi chirurgici addominali inappropriati: nel ricercare la causa del dolore si sottopone il soggetto a interventi come la colecistectomia, l’isterectomia o l’appendicectomia. L’altro problema è che nell’IBS-C il paziente tende a convivere con la sintomatologia e quindi fa scarsa attenzione ai sintomi addominali. Così può capitare che, nel caso insorga una patologia importante come un tumore, il paziente tenda a ignorarne i primi sintomi ritardando la diagnosi.

Quanto passa mediamente dai primi sintomi alla diagnosi di IBS-C?
Dipende dall’esperienza del medico. Più è esperto, meno ha necessità di ricorrere a diagnosi per esclusione. Il primo step è la valutazione dei fattori di rischio per patologie gravi. A chi non ne ha, ma mostra i tipici segni dell’IBS-C, il medico dovrebbe limitarsi a prescrivere esami per escludere altre patologie: il test dell’intolleranza al lattosio, il test della celiachia e il dosaggio della calprotectina fecale per escludere una malattia infiammatoria cronica (morbo di Crohn e rettocolite ulcerosa). Ai pazienti con più di 50 anni invece è comunque consigliata una colonscopia. Solo seguendo questi step si evitano costi inutili a carico del Sistema ed effetti iatrogeni prodotti da esami invasivi inappropriati.

Quanto conta, nella diagnosi, il ruolo del medico di medicina generale?
Moltissimo. Pensiamo che solo il 5 per cento dei pazienti con IBS-C si rivolge in prima battuta al gastroenterologo. Il medico di medicina generale dovrebbe quindi prestare grande attenzione ai sintomi del paziente, dedicandogli il tempo necessario. Inoltre il medico di base, a differenza del gastroenterologo, in genere conosce già il paziente e il suo stato di salute generale: questo dovrebbe aiutare.

Nell’IBS-C esiste un problema di automedicazione e di terapie inadeguate. Cosa comporta tutto ciò?
I principali sintomi dell’IBS-C sono stipsi e dolore addominale; tuttavia, i farmaci spesso prescritti dai medici stessi o scelti dal paziente in autonomia agiscono solo su uno dei due sintomi e tendono a peggiorare l’altro: un lassativo migliora la stipsi ma peggiore il dolore, un antispastico migliora il dolore ma peggiora la stipsi. L’alternativa fino a oggi era costituita dagli antidepressivi, con un’azione sul sistema nervoso centrale. Tuttavia, anche questi sembrano agire più sul dolore che sulla stipsi. Le nuove molecole oggi disponibili sembrano invece dare un sollievo importante su entrambi i versanti; tuttavia, hanno un costo a carico del paziente. In questo senso, e proprio per i pazienti più gravi, sarebbe importante che queste terapie fossero dispensate dal Sistema sanitario nazionale, magari su esclusiva prescrizione dello specialista.

DAL TRENTINO-ALTO ADIGE ARREDI DI DESIGN E RISANAMENTO DEGLI EDIFICI IN LEGNO

DAL TRENTINO-ALTO ADIGE ARREDI DI DESIGN E RISANAMENTO DEGLI EDIFICI IN LEGNO

Sughero, laterizi, fibra di cellulosa e legno sono alcuni materiali sostenibili, ecologici e non inquinanti, utilizzati per ridurre e limitare il più possibile il consumo di energie non rinnovabili, salvaguardando, così, l’ambiente attraverso un maggiore risparmio energetico. Ed è proprio il legno il simbolo di Ri-Legno, la società nata a Rovereto dall’incubatore di Progetto Manifattura, l’hub della green economy di Trentino Sviluppo.

Da start-up a giovane impresa trentina, l’azienda ha l’obiettivo di risanare strutture e nuovi edifici di legno con materiali rinnovabili e mobili di design ricavati dagli scarti di produzione. Se inizialmente si occupava di recuperare strutture di legno come palazzetti, ponti, tetti delle case, parchi gioco, ora Ri-Legno ha deciso di allagare il business e affacciarsi anche al settore delle nuove abitazioni super efficienti, acquisendo dalle riqualificazioni e dagli scarti di costruzione il legname per realizzare arredamenti di interni.

“Ri-Legno è molto cresciuta e stiamo per superare il milione di euro di fatturato, dopo tre anni di attività – precisa Lavinia Sartori, Sales Manager di Ri-Legno –. Vogliamo puntare sulle grandi strutture sfruttando il nostro know-how sul legno e allargare il nostro lavoro di rigenerazione delle strutture, una specialità che in Italia è quasi assente e che può aiutare a preservare un grande patrimonio, in particolare nelle aree alpine”.

Legno

Il legno viene recuperato dalle strutture di zone montane per preservare la memoria di questi luoghi. “Noi abbiamo baite e rifugi che tanti pensano di smontare e ricostruire – racconta Giulio Franceschini, Project Manager di Ri-Legno –. Eppure il legno può avere una nuova vita se mantenuto e rigenerato, senza impiegare una quantità ingente di nuovi materiali”.

La svolta aziendale è avvenuta, proprio, con l’acquisizione di un grosso centro taglio legna in Trentino, non lontano dal Lago di Garda, che garantisce 1600 mq di area manifatturiera. Un’acquisizione che tutela i lavoratori della vecchia segheria e crea nuovi posti di lavoro nel settore dell’industria del legno. In questo modo, l’azienda non esternalizza nessun lavoro e mantiene le attività nella provincia. “Progettazione, produzione, lavorazione e messa in opera ci permettono di essere autonomi e aprirci a nuovi business come il riuso degli scarti”, afferma Franceschini.

Ri-Legno

In futuro, infatti, sarà aperta una vera e propria residenza d’artista, e gli scarti di produzione del centro taglio legna verranno messi a disposizione di designer e creativi selezionati e ospitati dall’impresa con lo scopo di ideare sedie, letti e armadi di design. “Riutilizzare il vecchio legno per creare un nuovo mobile consente di abbattere i costi, e fornire un arredamento in stile con le nuove costruzioni, mantenendo un fil rouge coerente con la costruzione, senza sprecare un centimetro cubo di materiale – spiega Sartori –. Nel 2017, abbiamo calcolato di recuperare oltre 10 metri cubi di legname, sufficienti per realizzare 500 mobili di medie dimensioni”.

Il 2017, inoltre, si apre per Ri-Legno con grandi novità. Il primo progetto è, infatti, una palazzina di quattro piani a Bologna. 800 mq di appartamenti interamente in legno, con cappotto in sughero tostato portoghese, finiture di pregio e serramenti super performanti.

Ri-Legno rappresenta una filiera completa, il cui scopo è diventare un nome di riferimento nel panorama italiano del legno, della rigenerazione, della costruzione e dell’economia circolare.

Simone Lucci

I TESSUTI NATURALI E TUTTI I COLORI DI ÁGATHA RUIZ DE LA PRADA

I TESSUTI NATURALI E TUTTI I COLORI DI ÁGATHA RUIZ DE LA PRADA

Felpa azzurra con un grande fiore al centro, gonna a righe con fiori gialli, calze arancioni, in testa un cerchietto arancione con palline e infine una borsa blu e fucsia. Si presenta così Ágatha Ruiz de la Prada, la stilista spagnola colorata dentro e fuori. Il fucsia è il colore che la identifica e il nero non è mai presente nelle sue collezioni.

“Sono nemica del nero. Mi fa paura e non capisco come possa andare tanto di moda a Milano – afferma –. La passione per i colori nasce da quando ero bambina. Ma i colori non bastano, tempo fa ero a Panama per una mostra e un giornalista mi ha chiesto se per me fosse più importante il colore o la forma. Nel mondo mi conoscono per il colore, ma reputo più rilevante la forma. E quella dei miei vestiti è rivoluzionaria”.

Non le piacciono pelle, pelliccia e tessuti artificiali. Predilige la seta e poi il cotone. “Quando ho incominciato usavo molto la seta, e con tessuti di altissimo livello, anche perché mi facevano un prezzo speciale. Ho avuto la fortuna di lavorare come stagista con Ratti, uno dei migliori fabbricanti di seta nel mondo”, ricorda De la Prada, e aggiunge: “Oggi è impossibile lavorare con tessuti di grande qualità a causa dei costi elevati”.

“Quelli che non vogliono imitare qualcosa, non producono nulla” è una frase del grande pittore e scultore Salvator Dalì, cui la stilista si ispira. Ágatha Ruiz de la Prada, per disegnare le sue collezioni, guarda al movimento surrealista e vi aggiunge i colori più vivaci della Pop Art. “Trovo che la Pop Art sia il periodo più ottimista della storia della pittura, mi piace molto l’astrattismo, l’arte del ventesimo secolo mi incanta”.

Alcuni abiti della designer sono vere sculture, opere d’arte. È il caso dell’abito Piano e del vestito Gabbia, presenti nella collezione AW 2009/2010, omaggio a Salvador Dalì nell’anno della celebrazione dei vent’anni trascorsi dalla sua morte. “Avrei voluto fare la pittrice – confessa ÁgathaRuiz de la Prada –, ma dopo artisti del calibro di Dalì, Mirò e Picasso, sarebbe stato difficile emergere. Fare la stilista è più facile e trovo riscontro alle mie creazioni in modo immediato”.

Ha mai dipinto a mano capi della sua collezione?
Molti, molti, molti, mille. Di recente hanno sfilato in passerella tutti vestiti dipinti a mano. Ho trascorso la mia vita a dipingere sui tessuti: su seta, cotone…

Quale capo dovrebbe avere ogni donna nel suo armadio? E quale non può mancare nel guardaroba maschile?
Penso che l’uomo ha bisogno di più colore. Perché deve indossare sempre capi neri? È orribile no? E poi, le persone, uomini e donne, devono vestirsi con indumenti comodi. Le scarpe sono importantissime, e anche le calze colorate, io do molta importanza alle gambe.

I capi delle sue collezioni sono sempre molto estrosi. Quali peculiarità caratteriali deve avere chi indossa i suoi abiti?
La donna de la Prada deve essere coraggiosa. Molto coraggiosa.

Tra le molte collezioni che ha realizzato ce n’è una alla quale è particolarmente legata?
La prima. La prima è come il primo amore, è una cosa che nella vita non dimentichi. La canzone della prima sfilata l’ho sentita tutta sulla pelle. La prima volta è favolosa. Te la ricordi per sempre. È stata spettacolare anche la prima volta che ho sfilato a Parigi, dalla strada vedevo la Tour Eiffel. Un’emozione impressionante. Poi una delle ultime sfilate: per i 30 anni della mia carriera ho voluto ripercorre i 30 anni del brand. Una retrospettiva, ho lavorato sul dipinto a mano, sulle stampe…

Fiori giganteschi, cuori, macro bolle, labbra rosse, nuvole bianche e mani che avvolgono la silhouette di chi indossa il capo sono solo alcune delle stampe. Sembra di essere in una favola, come fa a coltivare la sua creatività senza ripetersi mai nel corso degli anni?
Ho una bella squadra, con molta gente giovane che mi aiuta.

Apple, Audi, Barbie, Swatch, Camper, Lacoste, Unicef, Nestle, Kleenex, sono solo alcuni dei brand con cui ha lavorato. Come sceglie con chi collaborare? Con quale brand ha vissuto l’esperienza più stravagante?
Facilmente dico di sì, ma ci sono cose a cui dico di no: pelle, pellicce, tabacco.

Un’esperienza insolita: ricordo una ditta italiana che mi ha ordinato una collezione di porte blindate. È stato difficile, ma sono stata felice del risultato: sono state vendute in tutto il mondo, e poi ho realizzato un’altra collezione di porte, per un altro fabbricante.

Di recente sono nati i profumi e i balsamo labbra da lei firmati. Come nasce l’idea? Tra i progetti futuri vi sarà la possibilità di ampliare la linea?
Io penso che l’ossessione di ogni designer sia creare un profumo. Era il mio sogno e ne ho realizzati più di 18. Sono stata fortunata, perché ho collaborato con professionisti competenti ed esperti. Il mio produttore di profumi è bravissimo: è il terzo o il quarto nel mondo. Per la moda il profumo era importantissimo, ma ora tutto è fondamentale: le collezioni per la casa, per i bambini…

A vent’anni dalla sua prima sfilata, com’è nata la passione per la moda?
Volevo fare la pittrice però, a 14/15 anni, nel momento in cui una ragazza desidera particolarmente essere bella, ho pensato che la moda dà una felicità immediata, mentre quello dell’arte è un cammino molto solitario, molto difficile, molto duro. Conoscevo abbastanza bene il mondo dell’arte, ed essere una grande artista dopo Picasso era difficile. Essere una grande stilista era più facile.

Quali studi ha intrapreso?
Io sono abbastanza autodidatta. Ho iniziato a 20 anni alla Escuela de Artes y Tècnicas de la Moda di Barcellona, che però non mi piaceva, ci sono rimasta un anno. Non ero una brava studentessa, se lo fossi stata ora sarei un architetto.

Lei ha tenuto diversi incontri presso le Università nel mondo. Cosa consiglia ai giovani che si avvicinano al settore della moda?
Consiglio di avere molta pazienza, perché il bello di questa professione è la professione in sé, molti vogliono raggiungere il successo subito. L’importante è amare il proprio lavoro, giorno dopo giorno, ed essere felici giorno dopo giorno.

Qual è per lei il concetto di lusso?
Mi reputo una designer molto democratica, per me il lusso è la cultura, la musica, l’intelligenza, gli amici, il cibo. Se tu esci felice e ben vestito, è fatta.

Dal 2006 ÁgathaRuiz de la Prada è attiva per Unicef nella campagna Frimousse de Crèateurs e crea bambole di pezza che vengono battute all’asta per finanziare molteplici progetti.

La designer si ispira al mondo dei più piccoli e inventa per loro una linea su misura che ne cattura l’ottimismo e la spensieratezza.

La stilista vive nel suo mondo colorato: “Vesto sempre con i miei abiti perché sono lo specchio di quello che io sono”.

                                                                         Clementina Speranza

 

PATOLOGIE ONCOEMATOLOGICHE: EVOLUZIONE DELLA TERAPIA E DEL MODELLO ASSISTENZIALE

PATOLOGIE ONCOEMATOLOGICHE: EVOLUZIONE DELLA TERAPIA E DEL MODELLO ASSISTENZIALE

Negli ultimi anni lo scenario della sanità e dell’oncoematologia è cambiato in modo sostanziale. I mutamenti che si sono susseguiti sono dovuti alla riduzione delle risorse economiche dell’intero comparto sanitario e alla crescente disponibilità di nuovi farmaci e nuovi strumenti diagnostici più efficienti ma anche più costosi, che rendono più difficile al medico la gestione del paziente nel suo iter diagnostico-terapeutico globale.

Potrebbero essere di oltre 20 miliardi l’anno i risparmi nella spesa sanitaria nazionale se nei servizi sanitari si ricorresse in modo più diffuso al lean management (gestione snella), una modalità organizzativa e gestionale già applicata con successo nel settore dell’industria automobilistica (Toyota è stata la prima) e che ora comincia ad essere adottata con ottimi risultati in sanità, anche in ambito oncoematologico. Una pratica che si propone la riduzione degli sprechi di tempo e denaro e la massimizzazione del tempo dedicato al paziente. In pratica, si analizzano i processi di cura e si ottimizzano le singole attività che ne sono parte, riducendo tempi e attività superflue e concentrandosi, invece, su quelle che producono valore per il paziente.

Sono tutti elementi emersi nel corso del convegno, tenutosi a Roma all’Istituto Superiore di Sanità, sul tema Patologie oncoematologiche: evoluzione della terapia e del modello assistenziale.

Riflessioni e confronto sui bisogni del paziente sia in termini di modelli organizzativi assistenziali che di terapie innovative che permettano, da un lato, la gestione del paziente fuori dall’ospedale e, dall’altro, garantiscano un elevato profilo di efficacia, sicurezza e tollerabilità.

Le potenzialità e gli effetti concreti, economici e non, del lean management sono stati resi evidenti nel corso del convegno di Roma con la presentazione del caso dell’Azienda Ospedaliera Universitaria (AOU) di Siena che in diversi ambiti, tra cui quello oncoematologico, ha conseguito risparmi e recuperi di efficienza non indifferenti, reinvestiti in alta tecnologia e in iniziative a favore del paziente. Nel periodo compreso tra il 2012 e gennaio 2016, l’AOU senese ha registrato una soglia di risparmio di oltre tre milioni di euro. I proventi ottenuti da questi contenimenti sono periodicamente reinvestiti in iniziative a favore del paziente: una scelta importante, questa, visto che solo nel 2014 è stato raggiunto un risparmio, tra tutti i reparti, quantificabile in 600 mila euro, reinvestiti in alta tecnologia. “Tuttavia, l’aspetto economico per noi non ha rappresentato la prima priorità – spiega Giacomo Centini, Direttore Amministrativo AOU Senese –, ma la conseguenza di scelte destinate a migliorare l’esperienza del paziente e la qualità delle terapie. Abbiamo individuato una gerarchia di priorità: prima di tutto servire meglio il cliente, poi costruire un ambiente lavorativo positivo per gli operatori e solo in ultima battuta ridurre i costi minimizzando gli sprechi”.

Uno degli elementi caratterizzanti il lean management, oltre alla razionalizzazione dei processi, è il ricorso, ove possibile, alla deospedalizzazione e all’assistenza domiciliare: una pratica che tiene il paziente oncologico lontano da possibili luoghi di contagio oltre a consentirgli una migliore qualità della vita.

Il lean management costituisce ormai un elemento distintivo dell’Azienda ospedaliera senese. Dopo diverse esperienze all’estero Giacomo Centini, Direttore Amministrativo AOU Senese, ha portato in Italia la sua esperienza e una gestione che, nei Paesi del nord Europa, è di fatto una prassi. “In Svezia, ad esempio, da 15 anni il lean management è adottato dal sistema sanitario nazionale”, precisa. Di concerto con la Direzione sanitaria, è stato così avviato un percorso di innovazione di un’azienda sanitaria pubblica tra i più interessanti in Italia.

Concretamente, che cosa ha permesso questa gestione snella presso la vostra azienda sanitaria?
L’obiettivo è la riduzione degli sprechi di tempo e denaro e la massimizzazione del tempo dedicato al paziente. In pratica, si riducono tempi e attività superflue e ci si concentra invece su quelle che producono valore per il paziente. Ancora oggi nella maggior parte delle aziende sanitarie italiane il personale tende a essere focalizzato sull’erogazione dei servizi, ma poca attenzione è prestata alla percezione, da parte del paziente, della qualità del servizio stesso. In altre parole spesso si trascura un aspetto importante come il rapporto con il medico e l’esperienza del paziente all’interno dell’ospedale.

Come è stata applicata la logica lean, nella vostra azienda ospedaliera? È stato semplice?
Si è trattato di intraprendere un percorso in una logica di lungo periodo. I concetti lean sono semplici, l’importante è stimolare gli operatori ad applicarli a tutti i livelli supportando iniziative che vengano dal basso. Occorre quindi ascoltare e recepire le idee di miglioramento e snellimento delle attività proposte da tutti i livelli operativi, attività che poi possono confluire in una logica lean unitaria.

Lean management significa anche contenimento degli sprechi economici, ma non solo. Ci spiega meglio questo concetto?
L’aspetto economico per noi non ha rappresentato la prima priorità, ma la conseguenza di scelte destinate a migliorare l’esperienza del paziente e la qualità delle terapie. Abbiamo individuato una gerarchia di priorità: prima di tutto servire meglio il cliente, poi costruire un ambiente lavorativo positivo per gli operatori e solo in ultima battuta ridurre i costi minimizzando gli sprechi. In ogni caso i proventi ottenuti da questo contenimento sono periodicamente reinvestiti in iniziative a favore del paziente. Una scelta importante, questa, visto che solo nel 2014 abbiamo raggiunto un contenimento quantificabile in 600mila euro, reinvestiti in alta tecnologia.

Quali sono i settori coinvolti dal lean management?
«Siamo partiti dai punti di accesso principali, ovvero i settori attraverso i quali il paziente prende inizialmente contatto con l’ospedale: pronto soccorso, reparto di medicina e chirurgia. Ben presto la gestione lean ha però riguardato anche altri reparti e, tra questi, l’oncoematologia ha avuto un ruolo importante. In parallelo, sono stati attivati percorsi di formazione per i dipendenti, ormai giunti a coprire la quasi totalità del personale. Naturalmente siamo ancora in fase di sviluppo.

Il lean magament è un sistema applicabile a ogni struttura ospedaliera?
Sicuramente sì. Anzi, non è più un’opportunità ma una necessità viste le ristrettezze del sistema economico in cui ci troviamo».
Il paziente al centro è quindi il nodo chiave della gestione lean in sanità. Questo significa anche miglioramenti sul versante clinico? «Certamente. Oltre a generare contenimento degli sprechi, il lean management assicura anche maggiori livelli di sicurezza terapeutica, riducendo il rischio di eventi avversi dovuti a errori. Inoltre, eliminando attività non necessarie, libera risorse e assicura più tempo a disposizione per il rapporto medico-paziente.

Quanto è stato semplice applicare il lean management, nato nell’automotive, in un’azienda sanitaria?
Le difficoltà ci sono, soprattutto inizialmente: le resistenze al cambiamento sono inevitabili. Teniamo presente che è di per sé più facile applicare la metodologia lean nel privato piuttosto che nel pubblico, dove le novità sono spesso viste come una fatica da evitare. È stata fondamentale, quindi, la condivisione degli obiettivi grazie al ruolo dei lean champion nei vari reparti. Il punto è che bisogna superare gli ostacoli iniziali: dopo, la strada è in discesa. Certamente, sono i medici i più diffidenti. Tuttavia, quando si dimostra che oltre a ridurre tempi di attesa per il paziente il lean migliora notevolmente l’efficacia delle procedure cliniche, allora anche i medici accettano il cambiamento.

 Ci può descrivere qualche attività lean già partita?
Dal 2012 patrociniamo un concorso interno per le migliori progettualità di lean management. Finora sono stati presentati oltre 110 progetti. Ad esempio, ne abbiamo avviato uno per la gestione in pronto soccorso del paziente ortopedico che ha permesso di ridurre a 40 minuti il tempo di permanenza in ospedale. Nella Stroke unit, invece, grazie a una gestione più snella, siamo scesi di 30 minuti sul door-to-needle, salvando miliardi di neuroni ai nostri pazienti. Miglioramenti anche in terapia intensiva, con una netta riduzione dei casi di infezione ospedaliera.

PREVENIRE GLI INCIDENTI IN MONTAGNA CON IL PROGETTO “SICURI CON LA NEVE”

PREVENIRE GLI INCIDENTI IN MONTAGNA CON IL PROGETTO “SICURI CON LA NEVE”

Con le verdi vallate e le cime innevate, la montagna è un territorio affascinante, ma va vissuto con prudenza ed esperienza. È un ambiente per guide alpine, alpinisti e sciatori. Diverse, infatti, le attività che vengono svolte in alta quota, e diverse possono essere le problematiche da affrontare per un’adeguata tutela della salute e della sicurezza.

Per migliorare la preparazione personale, la consapevolezza dei rischi e le tecniche di autosoccorso nei frequentatori della montagna invernale, domenica 15 gennaio 2017 il Club alpino italiano e il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico organizzano “Sicuri con la neve”, la giornata nazionale di sensibilizzazione e prevenzione degli incidenti tipici della stagione invernale. Piemonte, Lombardia e Toscana sono le regioni con il maggior numero di appuntamenti, che si rivolgono a tutti gli sciatori ed escursionisti.

Come nelle passate edizioni, in decine di località montane di 16 regioni italiane sono organizzati convegni, presidi dei percorsi scialpinistici ed escursionistici, con la diffusione di utili consigli e la raccolta di dati statistici, allestimenti di stand informativi e campi neve, con dimostrazioni di ricerca con l’Artva e con le unità cinofile, e di autosoccorso in valanga.

SicuriNeve_2016_Sibillini

“Un’adeguata formazione dei frequentatori della montagna e la prevenzione dei possibili infortuni sono da sempre tra le priorità per le quali il CAI (Club Alpino Italiano) e il Soccorso alpino operano con maggior impegno – afferma Vincenzo Torti, Presidente generale del CAI –. La costante ricerca di una ragionevole sicurezza per gli amanti delle terre alte è l’obiettivo sotteso a giornate come questa, con cui intendiamo promuovere l’attenzione sui possibili rischi cui si va incontro in montagna e ridurli, così, al minimo”.

La giornata “Sicuri con la neve”, compresa nel progetto “Sicuri in montagna”, è organizzata con la collaborazione delle Scuole di Alpinismo e Scialpinismo, delle Commissioni e Scuole Centrali di Escursionismo, Alpinismo Giovanile, Fondoescursionismo del CAI, del Servizio Valanghe Italiano, della Società Alpinistica F.A.L.C., con il supporto di enti e amministrazioni che si occupano di montagna.

Simone Lucci

LOUIS VUITTON E UNICEF UNITI PER AIUTARE I BAMBINI DEL MONDO

LOUIS VUITTON E UNICEF UNITI PER AIUTARE I BAMBINI DEL MONDO

Lei è la storica maison francese Louis Vuitton, che dal 1854 accompagna generazioni di viaggiatori all’insegna del lusso con bauli e borse ornate dal celebre monogramma.

Lui è UNICEF, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia nato nel 1946. Insieme annunciano la prima campagna #MakeaPromise, una raccolta fondi destinata ai bambini bisognosi.

Il simbolo dell’unione e dell’impegno è il Lucchetto Silver Lockit, un gioiello disponibile come pendente, e come bracciale. Si può acquistare in tutte le boutique Louis Vuitton e online a partire dal 12 gennaio.

Per ciascun bracciale e pendente venduto, saranno donati 200 euro a sostegno dei progetti che l’UNICEF porta avanti per salvare i 250 milioni di bambini esposti a conflitti, catastrofi naturali, ed epidemie a rapida diffusione, tutte situazioni che mettono a rischio la loro sicurezza e il loro stato di salute.

Nel gennaio 2016, la collaborazione a fini benefici ha contribuito a raccogliere 2,5 milioni di dollari, per aiutare 4,5 milioni di bambini e le loro famiglie in Siria attraverso la fornitura di acqua pulita e potabile.

Celebrities, influencers e stampa hanno dato il proprio personale contributo per aiutare i bambini di tutto il mondo in situazioni di emergenza, aderendo all’iniziativa digitale #MakeAPromise attraverso la condivisione sui social network della propria fotografia scattata da Stefano Guindani.

louis-vuitton

La casa di moda parigina e UNICEF rinnovano, così, la promessa di portare speranza di una vita migliore ai fanciulli che affrontano ogni giorno realtà piene di violenze, persecuzioni e insidie.

Simone Lucci

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