IL FARMACISTA COME RIFERIMENTO

IL FARMACISTA COME RIFERIMENTO

Oggi la Farmacia rappresenta il presidio sanitario a più stretto e frequente contatto con i cittadini. Circa 3 milioni di persone al giorno parlano con il farmacista per cercare un consiglio professionale, ma anche un confronto rispetto a quanto indicato dal medico. Per questi motivi è fondamentale che il farmacista faccia parte di un processo educativo verso la popolazione volto a una maggior presa di coscienza della malattia dolore da parte del cittadino. Ma non solo, la Farmacia può diventare il primo riferimento al quale rivolgersi per un consiglio professionale, il luogo dove poter essere informati e indirizzati verso terapie di supporto, anche per quello che riguarda l’età pediatrica.

Per questo prende il via a Milano il progetto Fa.&Do. Il farmacista come riferimento del cittadino con dolore, promosso dall’Associazione pazienti vivere senza dolore, con il supporto delle LloydsFarmacie del Gruppo ADMENTA e con le Farmacie affiliate. Per la prima volta, il farmacista viene ufficialmente riconosciuto come una figura cardine per la salute e il benessere dei cittadini e, quindi, inserito in un percorso formativo, costruito per il suo ruolo, su una delle tematiche oggi più attuali: la cura del dolore.

Si tratta di un progetto ambizioso che si compone di 3 parti:

formativa, rivolta a 300 farmacisti delle LloydsFarmacie;

informativa, indirizzata agli oltre 500.000 cittadini afferenti alle farmacie coinvolte e che vedrà la pianificazione di giornate dedicate, con un esperto a disposizione pronto a rispondere a domande sul tema dolore;

digitale, attraverso la quale, grazie all’impiego di strumenti tecnologici, verrà messa a disposizione dei clienti delle farmacie una serie di servizi  e di materiali di approfondimento.

Il progetto prevede anche il coinvolgimento dei medici di famiglia i cui pazienti gravitano intorno alle farmacie coinvolte.

“Sono particolarmente soddisfatta di essere riuscita ad attuare questo progetto, al quale pensavo da oltre 2 anni – afferma Marta Gentili, Presidente dell’Associazione pazienti vivere senza dolore -. Un’iniziativa necessaria, per colmare una lacuna importante: l’assenza del farmacista come figura coinvolta nel processo di cura del dolore. Non possiamo dimenticare, infine, che il farmacista è la figura di riferimento, accanto a quella del medico di famiglia, alla quale oltre il 40% degli italiani si rivolge per un consiglio in tema di salute. Quindi, chi meglio può aiutare a diffondere una cultura sul tema dolore, la conoscenza della Legge 38 e tutto quanto possa essere utile per migliorare la vita di chi soffre”.

L’iniziativa si svolgerà nei mesi di ottobre e novembre, coinvolgendo le LloydsFarmacie di Milano, Bologna e provincia, Cremona, Prato, Lissone (MB), San Giovanni Valdarno (AR), Palazzolo sull’Oglio (BS) e le Farmacie affiliate di Piacenza, Vicenza, Montegrotto Terme (PD), Campogalliano (MO), Carpi (MO), Crespellano (BO), Borgonuovo di Sasso Marconi (BO).

L’Associazione vivere senza dolore si costituisce ufficialmente nell’aprile 2010 e nasce con un gruppo di volontari attivi da tempo nel promuovere iniziative di supporto ai pazienti con dolore cronico,. È la prima Associazione a livello internazionale fondata da pazienti per pazienti che convivono ogni giorno con il dolore inutile (oltre 16 milioni di persone, solo in Italia) e che, spesso, si sentono soli e abbandonati nella loro lotta quotidiana. Scopo dell’Associazione è quello di diventare il punto di riferimento di chi soffre di dolore cronico, dando vita ad una serie di iniziative volte a informare i cittadini sulle possibilità di cura e gestione della sofferenza inutile.

Sul sito dell’Associazione www.viveresenzadolore.it, gli utenti possono trovare molte informazioni utili e mettersi in contatto, per un confronto e un dialogo continuo, sia con gli altri pazienti che con gli specialisti.

UNA NUOVA MOLECOLA PER LA DEGENERAZIONE MACULARE ANCHE PER LA FORMA UMIDA DELLA MALATTIA E RIMBORSABILE DAL SSN

UNA NUOVA MOLECOLA PER LA DEGENERAZIONE MACULARE ANCHE PER LA FORMA UMIDA DELLA MALATTIA E RIMBORSABILE DAL SSN

L’ipovisione è uno stato di riduzione permanente della funzione visiva che non permette a un determinato individuo il pieno svolgimento della sua vita di relazione, la conduzione di una normale attività lavorativa e il perseguimento delle sue esigenze e aspirazioni di vita.

Quando si è ipovedententi? 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un soggetto è ipovedente quando l’occhio migliore ha un visus compreso tra 1/20 e 3/10 (il soggetto è invece cieco quando il visus corretto dell’occhio migliore è inferiore a 1/20). Il visus (o acutezza visiva) è la visione centrale e distinta; è la capacità dell’occhio di vedere i particolari più fini dell’oggetto che sta fissando. Si misura facendo leggere lettere poste a una determinata distanza e in Italia si misura in decimi.

Che cosa vuol dire trovare un visus pari a 3/10? 

Semplicemente che quella persona legge a 3 metri di distanza i caratteri che l’individuo normale riconosce a 10 metri.

E un visus di 1/20? 

Che la persona deve avvicinarsi fino a un metro per leggere le lettere che una persona normale legge a 20 metri.

Ma questa classificazione OMS è vecchia di circa 20 anni ed è incompleta perché considera soltanto il visus, che però è solo uno dei fattori importanti per stabilire la capacità visiva di un individuo. Quando si guarda, infatti, non si percepiscono solo le caratteristiche e i particolari dell’oggetto fissato, ma si esplora anche tutto lo spazio circostante. La visione periferica, o campo visivo, è la quantità di spazio che l’occhio percepisce quando fissa qualcosa. La riduzione del campo visivo è invalidante quanto la compromissione del visus, poiché limita la capacità di controllo dello spazio, creando notevoli difficoltà negli spostamenti. Si parla pertanto di ipovisione centrale e periferica. L’ipovisione centrale non permette di riconoscere ciò che si sta fissando. Determina perdita della capacità di lettura e scrittura e di tutte le cosiddette attività fini. È la forma più frequente e la degenerazione maculare è la malattia che la determina nella maggior parte dei casi. L’ipovisione periferica consente, invece, una buona visione di ciò che si fissa, ma limita fortemente la percezione dello spazio circostante e, nella maggior parte dei casi, è determinata dal glaucoma.

La degenerazione maculare legata all’età (DMLE) si manifesta con una perdita del visus al centro del campo visivo e/o con una distorsione delle immagini, che costituiscono il sintomo premonitore più importante (riconoscibile tramite il test – o griglia – di Amsler). Segno caratteristico della malattia sono le drusen, macchie bianco-giallastre della retina che si possono osservare all’esame del fundus oculare, specie se di dimensioni superiori a 125 micron.

Si riconoscono due tipi di DMLE:

  • secca o non essudativa o atrofica “a carta geografica”;
  • umida o essudativa o neovascolare.

DMLE secca

Nella DMLE secca sono presenti depositi sottoretinici (drusen), alterazioni pigmentarie e, successivamente, perdite di epitelio pigmentoso retinico con margini ben definiti (atrofia geografica). La perdita del visus è di solito limitata, graduale e dipende dall’estensione delle lesioni a livello della macula. Per questa variante clinica non esiste alcun trattamento di efficacia provata; tuttavia, il campo visivo centrale è spesso conservato e non tutti i pazienti vanno incontro a una grave perdita del visus.

Caratteristiche della DMLE secca:

  • drusen
  • atrofia epitelio pigmentato retinico (atrofia geografica) e dei fotorecettori
  • assenza di edema maculare e di emorragie sottoretiniche

DMLE umida

Nella DMLE umida (o essudativa o neovascolare), che interessa circa il 15% dei pazienti, il visus è compromesso dalla formazione di nuovi vasi che provengono dalla coroide (lo strato vascolarizzato situato tra retina e sclera) e che proliferano all’interno della retina in corrispondenza della macula, formando delle “membrane neovascolari”. Queste membrane tendono a sanguinare e/o a trasudare liquido che si raccoglie sotto la retina. Se lasciate al loro destino le membrane tendono a formare un’estesa cicatrice al centro della retina, con conseguente perdita di visus centrale. I nuovi vasi tendono quindi a “sollevare” la retina, che può andare incontro a distacco, compromettendo la percezione e la trasmissione del segnale visivo. La maggior parte dei malati di DMLE che sviluppano cecità legale (massimo visus corretto 1/10 dall’occhio che vede meglio) presenta la forma neovascolare.

Caratteristiche della DMLE umida:

  • membrane neovascolari
  • significativa presenza di edema maculare ed emorragie sottoretiniche;
  • cicatrice centrale nelle forme più avanzate.

Una semplice visita oculistica non è sempre sufficiente per formulare una diagnosi corretta. Per confermare la diagnosi e inquadrare la malattia sono infatti necessari alcuni esami strumentali; tali accertamenti sono la tomografia ottica a coerenza (OCT), l’angiografia con fluoresceina (o fluorangiografia), eventualmente anche con verde di indocianina.

Oggi per la cura di questa patologia abbiamo a disposizione un nuovo farmaco totalmente rimborsato dal Sistema Sanitario Nazionale, aflibercept, che si aggiunge agli altri Vegf già presenti. Si somministra come gli altri attraverso iniezioni intravitreali. Il trattamento con aflibercept consente di ottenere risultati clinici sovrapponibili alle altre terapie disponibili con un ridotto numero di iniezioni intravitreali nel corso dell’anno: sette invece di dodici. Dopo le prime tre iniezioni, praticate a distanza di un mese l’una dall’altra, come nel caso delle terapie a base di anticorpi monoclonali, le successive iniezioni possono essere fatte ogni due mesi.

Da un’indagine GfK Eurisko emerge che circa 4 milioni di italiani over 50 (16% della popolazione 50+) non ha mai fatto una visita dall’oculista e solo il 40% ha fatto una visita nell’ultimo anno.

La ricerca ha messo in luce una generale disinformazione circa la degenerazione maculare, le sue cause e la sua gestione. Nessun malato riporta una conoscenza pregressa del problema, in genere la diagnosi arriva per tutti tardiva e come un fulmine a ciel sereno. Aggrava la situazione la poca sensibilizzazione dei malati sull’area generale delle patologie oculari.

I RISULTATI DELLA RICERCA DI GFK EURISKO SULLE CONOSCENZE DELL’HIV

I RISULTATI DELLA RICERCA DI GFK EURISKO SULLE CONOSCENZE DELL’HIV

“L’HIV non mi riguarda”. 8 italiani su 10 non si sentono a rischio di contrarre il virus perché confidano nelle proprie abitudini e comportamenti e il 90% ritiene che avere rapporti sessuali protetti sia il metodo più efficace per non contrarre l’infezione, mentre una quota residuale (circa il 17%) ritiene invece che il modo migliore per prevenire l’infezione sia non avere contatti con le persone sieropositive.

Sono questi alcuni dei dati emersi dalla ricerca GfK Eurisko, con il supporto non condizionato di Gilead, che ha coinvolto oltre mille soggetti in tutta Italia e che ha inteso indagare le conoscenze degli italiani sull’HIV, sugli strumenti di prevenzione e sulle possibilità terapeutiche, ma anche sulla percezione del rischio di contagio e sulla rappresentazione della persona con HIV nella società odierna.

Emerge un quadro contraddittorio della rappresentazione dell’HIV/AIDS oggi. Se da un lato non si sentono a rischio personale, il 60% degli italiani pensa sia comunque facile contrarre il virus dell’HIV, perché questo riguarda prevalentemente i tossicodipendenti, le persone con relazioni promiscue e gli omosessuali. Affiora qui una ulteriore contraddizione: mentre dalla ricerca risulta che solo per 2 italiani su 10 la categoria degli eterosessuali è a rischio di contagio, l’epidemiologia dimostra che tra i nuovi infetti la maggioranza relativa sono etero (oltre il 40%).

Anche il test dell’HIV rappresenta uno strumento molto importante, anche se sottovalutato, per individuare subito l’infezione e iniziare precocemente i trattamenti con antiretrovirali ma solo la metà degli intervistati (46%) lo indica come possibile strumento di prevenzione e controllo, mentre solo il 3% ritiene vi si faccia ricorso. “Non va mai sottovalutata l’importanza della diagnosi precoce dell’infezione. E’ infatti dimostrata la correlazione tra l’inizio delle terapie e l’incremento della durata della vita e la riduzione di comorbilità, perciò è importante favorire una diagnosi precoce, oltre che garantire l’accesso alle terapie antiretrovirali innovative – dichiara il Professor Andrea Antinori, Direttore Malattie Infettive all’INMI Lazzaro Spallanzani di Roma -. Si stima che nel mondo solo la metà delle persone con HIV sia a conoscenza del proprio stato. In Italia, su oltre 120mila persone con diagnosi di HIV/AIDS, il 15-20% non è al corrente della propria sieropositività. Nel 2012 almeno il 50% di nuovi casi di infezione diagnosticati erano già in fase avanzata della malattia”.

Il 74% degli intervistati è consapevole che l’HIV non è curabile ma può essere tenuto sotto controllo con i farmaci e solo 1 su 3 (32%) ritiene che siano accessibili. “L’innovazione terapeutica ha avuto un ruolo fondamentale nel modificare il decorso clinico del paziente con HIV: da quando sono state introdotte le terapie antiretrovirali nel nostro Paese (1996), l’incidenza dell’AIDS e il numero di decessi l’anno sono progressivamente diminuiti. Oggi possiamo contare su nuove terapie monodose, più tollerabili e con meno effetti collaterali rispetto al passato, che hanno permesso di controllare la malattia nel lungo periodo, trasformando l’HIV/AIDS in malattia cronica, al pari di diabete, disturbi respiratorie e cardiopatie. Inoltre, hanno determinato un incremento anche nell’aspettativa di vita, oggi allineata alla sopravvivenza media, mentre 30 anni fa il tasso di letalità dell’AIDS era vicino al 100% (oggi si attesta al 5,7%)”, precisa il Professor Giovanni Di Perri, Professore ordinario di Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Torino.

UN BRACCIALE-SIMBOLO E UNA RAPPER-TESTIMONIAL PER CREARE UN MOVIMENTO D’OPINIONE

UN BRACCIALE-SIMBOLO E UNA RAPPER-TESTIMONIAL PER CREARE UN MOVIMENTO D’OPINIONE

È in diversi colori moda, satinati o in lurex. È fashion, e con il simbolo ♀, rappresentazione stilizzata della femminilità. È un nuovo bracciale glamour che le ragazze potranno indossare per affermare la loro libertà di scelta e promuovere la “moda” della sessualità consapevole. Si potrà trovare nelle tappe della campagna d’informazione lapillolasenzapillola e in altre occasioni che saranno comunicate attraverso il sito www.lapillolasenzapillola.it; dove è stato anche attivato un servizio di consulenza online gestito da 11 ginecologhe che chiariranno i dubbi delle ragazze rispondendo personalmente alle loro domande.

Love it! Sesso consapevole è la campagna d’informazione sulla contraccezione promossa da SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) in collaborazione con il progetto educazionale lapillolasenzapillola. Si rivolge alle giovani che stanno affrontando le loro prime esperienze sessuali e nasce con l’obiettivo di sensibilizzarle sull’importanza di effettuare in modo consapevole le proprie scelte in materia di sesso, dando loro tutte le informazioni utili sulla contraccezione.

Love it! per parlare di contraccezione usa linguaggi innovativi: moda, musica e web. Per promuovere il progetto, infatti, pure la musica scende in campo con la rapper italiana Baby K,  prodotta da Tiziano Ferro. Claudia Nahum, in arte Baby K

diventa testimonial della campagna Love it! e protagonista dell’omonimo video musicale, nel quale indossa i braccialetti colorati. “Bisogna essere pronte a prendersi le proprie responsabilità – afferma la cantante –, decidere in prima persona e non farsi influenzare dagli altri quando sono in gioco scelte importanti. E soprattutto amare se stesse, la propria vita, la propria sessualità e la propria libertà di scelta. Non bisogna lasciarsi frenare da timori o pensare che la scelta è solo quella tra prendere la pillola o lasciar fare tutto al partner. Ai miei concerti verranno distribuiti i bracciali simbolo della campagna. Mi piacerebbe che tutte le ragazze ne indossassero uno come segno della loro indipendenza. Lo indosso anch’io perché sono fiera di mostrare la mia forza. Nella vita sono sempre stata libera e protagonista delle scelte. Informarsi, capire, valutare sono sempre state le chiavi per me, e vorrei che lo fossero anche per le ragazze”. Baby K promuoverà i messaggi della campagna in occasione delle tappe del suo tour in programma l’estate prossima.

“Le giovani donne, se informate in modo equilibrato su tutto il ventaglio di metodiche contraccettive oggi disponibili, sono in grado di fare più consapevolmente una scelta per la loro vita – afferma Rossella Nappi, Professore associato di Ostetricia e Ginecologia, Università degli Studi di Pavia -. Il cerotto e l’anello vaginale rappresentano un’alternativa alla pillola e un metodo sicuro, efficace e con il plus di liberare le donne dall’assunzione quotidiana per bocca. Altro aspetto importante è che l’anello è caratterizzato da ormoni a bassissimo dosaggio con livelli molto stabili, che provocano meno effetti collaterali estrogeno correlati”.

Sono poche in Italia le donne che si affidano a metodi contraccettivi, una minoranza quelle che fanno ricorso alla contraccezione ormonale: meno della metà si cautelano durante un rapporto sessuale, una gravidanza su 5 non è desiderata mentre cresce il fenomeno della contraccezione di emergenza, soprattutto tra le più giovani. Nel nostro Paese la cultura della contraccezione e dei comportamenti sessuali responsabili è lontana dagli standard europei. Ancora oggi il 59% delle donne in età fertile (15-49 anni) non utilizza alcun metodo contraccettivo: il 15% non ne ha mai fatto uso e il 44% ha smesso di utilizzarlo. Dalla ricerca, effettuata da Eurisko nel 2011, emerge che oltre la metà delle donne intervistate che ha avuto rapporti sessuali nel mese precedente la rilevazione non ha usato metodi contraccettivi, né utilizzato alcuna precauzione, anche se il 34% ha dichiarato di non desiderare un figlio.

Il bracciale di Love it! sarà distribuito in occasione delle tappe della campagna lapillolasenzapillola nei Campus Orienta e in occasione del tour estivo di Baby K.

Il calendario è consultabile al sito www.lapillolasenzapillola.it

                                                                                                                      Clementina Speranza

IL VACCINO CONTRO IL MENINGOCOCCO B  È MADE IN ITALY

IL VACCINO CONTRO IL MENINGOCOCCO B È MADE IN ITALY

“Federico aveva 2 anni e mezzo, era biondo con gli occhi verdi, era sano e giocava. Aveva avuto un po’ di febbre che è poi passata. 4 -5 gg dopo, si è svegliato un po’ pallido e con una lieve febbre che verso le 13 è aumentata. Decido di farlo visitare dal pediatra il quale si accorge che sul corpo gli erano spuntate delle chiazze, così lo accompagniamo al pronto soccorso, e qui peggiora sempre più.

Tutto il possibile è stato tentato, ma alle 18 mio figlio è diventato un angelo. Federico aveva contratto la meningite, anche se aveva fatto tutte le vaccinazioni previste. Nel 2009, purtroppo, non esisteva ancora quella contro il meningococco B, e ho perso mio figlio a causa di questa terribile infezione”. A raccontare questa triste storia è Ivana Silvestrooggi Vicepresidente del Comitato Nazionale contro la Meningite.

La meningite batterica può essere causata da tre agenti: Haemophilus influenzae tipo B, Streptococcus pneumoniae (pneumococco) e Neisseria meningitidis (meningococco). Contro le prime due infezioni sono da tempo disponibili strumenti vaccinali. Il meningococco si distingue in 13 sierogruppi, di cui cinque infettivi e contagiosi: A, B, C, W135 e Y. La prevalenza di ciascun sierogruppo varia nel mondo; il sierogruppo più diffuso è il B (MenB), che prevale in Europa, Stati Uniti, Canada, Australia, e altri Paesi a livello globale.

La meningite meningococcica è la principale causa di morte soprattutto tra i neonati, la loro è la fascia d’età più esposta al meningococco B (MenB). Il vaccino contro il MenB è finalmente disponibile: è il risultato di oltre venti anni di ricerca d’avanguardia nello sviluppo dei vaccini presso i laboratori di Siena, ed è quindi made in Italy. Messo a punto nei laboratori di Novartis Vaccines dal team di Rino Rappuoli, viene prodotto nello stabilimento di Rosia (Siena). Protegge fin dal secondo mese di vita e rappresenta il mezzo più efficace per prevenire la malattia.

“Ogni 10 minuti, nel mondo, una persona muore di meningite meningococcica. Il meningococco può uccidere in meno di 24 ore o causare gravi disabilità permanenti. La popolazione a maggior pericolo di contagio sono i bambini piccoli, ma anche gli adolescenti sono a rischio – dichiara Rino RappuoliResponsabile Mondiale della Ricerca, Novartis Vaccines and Diagnostics –. Il meningococco di tipo B è tra i principali responsabili di queste infezioni

Si tratta di una malattia particolarmente pericolosa in quanto attacca le persone sane senza alcun segnale di preavviso e può portare al decesso entro 24-48 ore. La meningite menigococcica ha una letalità tra il 9 e il 12%, ma in assenza di un trattamento antibiotico adeguato può raggiungere il 50%.

Ecco perché è molto importante che, dopo il via libera dell’Unione Europea, sia arrivata per questo nuovo vaccino anche l’approvazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco che permetterà di salvare molte vite umane e di cambiare le prospettive della lotta contro la meningite”.

La meningite da meningococco

La meningite da meningococco è un’infezione pericolosissima perché improvvisa, subdola, spesso letale o fonte di gravi complicazioni (sequele). Colpisce inaspettatamente persone sane, non dà segnali premonitori ed evolve rapidamente1. A essere colpite sono le meningi, membrane che avvolgono il cervello e il midollo spinale, ma non solo: spesso si sviluppano complicazioni gravi e potenzialmente fatali, prima tra tutte la setticemia (infezione del sangue), ma anche endocardite o flebite. Le sequele post-infezione non sono da sottovalutare: tra chi sopravvive, possono residuare sordità, ritardo dello sviluppo psichico e fisico, paralisi cerebrale, può essere necessaria l’amputazione degli arti, conseguenze tanto più invalidanti quanto più colpiscono precocemente nell’infanzia.

Bambini e giovani a rischio

Poiché l’unico serbatoio di Neisseria meningitidis è l’uomo e il contagio avviene per via aerea (tosse, starnuti e, negli adulti, bacio profondo), il rischio aumenta laddove è più alta la concentrazione di persone e le condizioni igieniche non sono ottimali. Circa la metà dei casi di meningite meningococcica si manifesta entro i cinque anni, con un picco più alto tra i due mesi e l’anno di vita: il sistema immunitario del neonato e del bambino è infatti ancora immaturo e non in grado di difendersi dal batterio.

La seconda fascia d’età più colpita, adolescenti e giovani adulti (14-25 anni), è a rischio perché maggiormente esposta alla frequentazione di luoghi affollati e chiusi (caserme, scuole, convitti, mezzi pubblici, discoteche), o ad abitudini scorrette come il fumo (che indebolisce le difese e rende l’ambiente più favorevole alla trasmissione del batterio), o lo scambio di bicchieri e posate.

Per capire l’elevato potenziale di contagio, si deve ricordare che secondo alcune stime, il 10-20% della popolazione adulta è portatore sano (senza alcun sintomo) del meningococco a livello di naso e gola, e che il contagio avviene per via aerea. Meno dell’1% dei portatori sani svilupperà l’infezione mentre, per una persona altrimenti sana, il contatto stretto e ravvicinato con un portatore aumenta di 800 volte il rischio di contagio3.

A rischio sono anche i viaggiatori per turismo, lavoro o devozione (i pellegrinaggi alla Mecca sono l’esempio più classico). Nessuna età può dirsi quindi protetta dal contagio.

Clementina Speranza

Figura 2: Dati italiani SIMI relativi all’anno 2011

grafico

La distribuzione dei sierogruppi meningococcici in Italia nel 2011

Fig. 3: Dati italiani SIMI relativi all’anno 2011

grafico1

A.R.P., PER CURARSI E PER RIMODELLARE IL FISICO

A.R.P., PER CURARSI E PER RIMODELLARE IL FISICO

A.R.P. è l’acronimo di Accelerated Recovery and Performance. È un apparecchio per l’elettrostimolazione muscolare, dalle dimensioni ridotte di una valigetta, che agisce in sinergia con il corpo. Si tratta di un sistema all’avanguardia, già diffuso negli Stati Uniti, che permette:

– di ridurre il tempo di recupero in caso di traumi muscolari,
– di curarsi a seguito di incidenti articolari rafforzando e tonificando la muscolatura
– e di rimodellare il fisico.

La tecnologia ARPwawe, finora appannaggio di una ristretta cerchia di strutture sportive professionistiche, viene adesso proposta dal Centro Medico Ambrosiano anche a un pubblico più vasto, per un utilizzo terapeutico, riabilitativo ed estetico.

Si occupa della terapia  Stephanie Dietrich una fisioterapista tedesca che si è  specializzata sotto la guida del preparatore della Nazionale di Calcio olandese e ha scelto di svolgere la propria attività in Italia. La Dietrich segue precisi protocolli, sulla scia di quanto già sperimentato dai campioni statunitensi e italiani, soprattutto nelle società sportive (in Italia A.R.P.  è utilizzato dalla Nazionale di Calcio e dalle principali squadre di serie A), sia per il recupero rapido dopo traumi muscolari (se ne è avvalso, ad esempio, il Capitano della Nazionale Chiellini agli Europei) sia per il potenziamento muscolare.

Indicazione elettiva del Sistema ARPwave è la lesione muscolare: si consideri che uno stiramento di II grado può essere recuperato in soli 3 giorni, permettendo così all’atleta di tornare rapidamente alla pratica sportiva. Oltre all’aspetto terapeutico, e quindi a un recupero veloce e sicuro, A.R.P. permette il miglioramento di forza, range di movimento e flessibilità, evitando così il pericolo di recidive. Quindi può essere utilizzato non solo a scopo riabilitativo, ma anche per migliorare la performance atletica dato che, tramite la particolare tecnologia innovativa che permette 500 contrazioni al secondo (rispetto alle normali 200), aumenta la capacità del muscolo di assorbire e sviluppare forza, favorisce l’allungamento dello stesso e migliora la velocità e la precisione del gesto atletico.
A.R.P., già usato da atleti e squadre professionistiche di calcio di serie A, di football americano, di NBA, golf, atletica e baseball, offre un valido supporto per la performance e il miglioramento della qualità della vita. Grazie alla tecnologia ARPwave molti atleti hanno evitato interventi chirurgici, ridotto il periodo di tempo lontano dal campo e migliorato le loro prestazioni.

ARP e le sue applicazioni:

prevenzione (tonificazione muscolare per prevenire infortuni e algie dovuti all’attività sportiva o alla normale vita quotidiana, aumento circolazione sanguigna, preparazione a interventi, atrofia muscolare, ginnastica-sport, ecc.);

trattamento (riabilitazione post-chirurgica, ricostruzione dei legamenti, distorsione-contusione, osteoartrite-artrosi, fratture, dolori cronici, epicondilite, mal di schiena, tendiniti, instabilità articolare, lesioni del menisco, ecc.);

allenamento (miglioramento della performance atletica, rafforzamento, riscaldamento muscolare, defaticamento, ripresa dopo inattività motoria, rilassamento, post-traumatico).

A seconda delle patologie valutate, i trattamenti con A.R.P. richiedono in media dalle 10 alle 20 sedute di 20-30 minuti ciascuna, con frequenza da 1 a 2 sedute al giorno, da 2 a 5 volte la settimana. Il costo per seduta è di € 80.

                                                   Clementina Speranza

BIORIVITALIZZAZIONE

BIORIVITALIZZAZIONE

Le sostanze contenute nel nostro sangue vanno a stimolare i processi di riparazione. Studiando il processo di cicatrizzazione legato all’azione delle piastrine sui traumi della cute è nata l’idea della Biorivitalizzazione con PRP (Platelet-Rich Plasma) sia per il viso che per il bulbo pilifero.
“In natura, il PRP è una fonte di fattori di crescita che stimolano lo sviluppo dell’osso e dei tessuti molli (cute, sottocute, tessuti miofasciali) del nostro organismo, migliorando la risposta ai danni biologici e favorendo la guarigione delle ferite. Innestato nella zona da trattare, il PRP accelera la proliferazione cellulare (specie delle staminali), favorendo i processi riparativi e la rivascolarizzazione di pelle e cuoio capelluto, oltre alla sintesi di collagene. Il tutto senza effetti collaterali, trattandosi di una sostanza naturale, derivata dall’organismo del paziente”, afferma la Dottoressa Stefania Grecoesperta in Medicina Estetica, Omeopatia, Omotossicologia e Medicine Integrate all’Ospedale San Raffaele di Milano.
Il PRP può essere utilizzato per rigenerare e, dunque ringiovanire, non solo la pelle di viso, collo, décolleté e mani, ma anche di addome e gambe. Una volta ottenuta la soluzione, lo specialista la inietta sottocute con microiniezioni distanti circa 1-2 cm l’una dall’altra.
Si ottiene subito un leggero “effetto filler” nelle zone interessate, ma i risultati più evidenti si manifestano nell’arco di un mese circa. Grazie alla stimolazione delle cellule del collagene ed elastina, la pelle appare più turgida, luminosa e compatta.
Questa tecnica, altrettanto promettente per contrastare la caduta dei capelli, costituisce valida alternativa alle tradizionali terapie mediche anti-caduta che prevedono il ricorso a farmaci (per esempio la finasteride) dai molti effetti collaterali.
Il principio della PRP HT (Platelet Rich Plasma Hair Therapy) è sempre lo stesso: i fattori di crescita presenti nelle piastrine sono in grado di stimolare l’attività delle cellule staminali dei bulbi piliferi ancora presenti, ma silenti o in sofferenza.
È indicata in tutti gli stadi dell’alopecia androgenetica, sia maschile (interessa l’85% degli uomini) sia femminile (colpisce il 50% delle donne in menopausa e un elevato numero di donne in età fertile). La PRP HT viene inoltre impiegata con successo nei casi di alopecia areata a chiazze e nei soggetti già sottoposti ad autotrapianto di bulbi del follicolo pilifero, per favorirne un più rapido attecchimento e stimolare la crescita di eventuali bulbi silenti, migliorando il risultato chirurgico.

La seduta e i risultati
Si tratta di una metodica ambulatoriale che richiede circa 30-45 minuti. Non servono particolari analisi preparatorie, ma è sempre meglio effettuare un esame del sangue, specie se si hanno problemi di coagulazione o di funzionalità epatica.
“La seduta inizia con il prelievo di 60-70 ml di sangue venoso – spiega la Dottoressa Greco -. Le provette vengono immesse in una centrifuga che, in pochi minuti, separa le componenti del sangue e permette di ottenere una massa gelatinosa, il plasma ricco di piastrine (PRP), fonte di fattori di crescita”.
Due i metodi per l’applicazione: con la siringa o con un rullo composto da aghi che provocano tanti microfori superficiali. “Preferisco utilizzare la siringa perché il siero PRP viene iniettato in profondità, al livello del derma e si ha la certezza che non venga disperso in superficie – continua la Dottoressa Greco -. Quando si agisce sul cuoio capelluto, dopo aver anestetizzato la zona da trattare, lo specialista inietta la soluzione ottenuta, per poi procedere al massaggio che ne favorisce la distribuzione. Non è richiesta convalescenza: il paziente può riprendere immediatamente le attività abituali. I primi risultati cominciano a comparire dopo circa 1-2 mesi dalla prima seduta. Nei casi di diradamenti più seri il trattamento si ripete dopo 2-3 mesi. In generale, per il mantenimento basta un ‘richiamo’ una volta l’anno”.
L’iter per il viso e le altre parti del corpo è il medesimo. “Possiamo parlare di trattamento curativo, perché serve a rinnovare il tourn over delle cellule e a migliorare la texture della pelle, ma i risultati non sono immediati come con filler, botulino o laser –  chiarisce la Dottoressa Greco -. A questa terapia si può associare la biorivitalizzazione con acido ialuronico, con vitamine e proteine per idratare, nutrire in profondità e potenziare l’effetto curativo del trattamento PRP. Queste sostanze iniettate nel derma stimolano fisiologicamente la produzione di collagene e acido ialuronico che con il tempo (cronoaging) e con il fotodanneggiamento (fotoaging) e che già dopo i 30 anni cominciano a ridursi quantitativamente”.

Clementina Speranza

Dottoressa  Stefania Greco
stefania.greco@hotmail.com
+39 340 3048985

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