NUOVE TERAPIE IN STUDIO PER LA SINDROME DELL’OCCHIO SECCO

NUOVE TERAPIE IN STUDIO PER LA SINDROME DELL’OCCHIO SECCO

Le lacrime sono un elemento fondamentale per la salute dell’occhio: è proprio lo strato di lacrime, il film lacrimale, a rivestire e proteggere la superficie oculare e la superficie interna delle palpebre. Durante il giorno un adulto produce mediamente 1-2 microlitri di lacrime al minuto. La costante produzione di lacrime è necessaria perché almeno un terzo del liquido prodotto evapora, e l’ammiccamento, che si ripete per almeno cinque volte al minuto, ha il compito di ripristinare il film lacrimale.

“Le lacrime sono fondamentali per la salute dell’occhio – precisa il Professor Stefano Bonini, Direttore della Cattedra di Oftalmologia del Campus Bio-Medico di Roma –. Distribuendosi sulla superficie oculare grazie all’ammiccamento delle palpebre, consentono infatti di mantenere lubrificato l’occhio. È sempre grazie al film lacrimale che l’occhio viene protetto da eventuali sostanze estranee e che la cornea riceve le necessarie sostanze nutritive. Per questi motivi occorre prestare sempre maggior attenzione alla comparsa dei sintomi tipici della patologia dell’occhio secco, affinché lo specialista possa intervenire tempestivamente e nel modo più appropriato, ripristinando la stabilità della pellicola lacrimale che deve sempre avere una componente acquosa, una grassa e una mucosa. Proprio per questo sono attualmente in sviluppo nuovi trattamenti che nel futuro potranno consentire di rispondere meglio ai bisogni non ancora completamente soddisfatti di molti pazienti”.

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Nuove ricerche infatti si stanno sviluppando in ambito oftalmologico. “Si sta lavorando per individuare nuovi trattamenti. In particolare la Lubricina, un lubrificante naturalmente presente nell’organismo – riferisce Eugenio Aringhieri, CEO Gruppo Dompé –. Un ulteriore segnale di come la ricerca possa aprire percorsi terapeutici finora inesplorati”.

La sindrome dell’occhio secco può manifestarsi con sintomi e intensità molto diversi; i più comuni comprendono: bruciore, arrossamenti, sensazione di corpo estraneo nell’occhio, fastidio alla luce, difficoltà nell’apertura della palpebra al risveglio e, nei casi più severi, dolore e vista appannata.

Tra i fattori di rischio più frequenti:

  • nel sesso femminile alcuni ormoni concorrono alla produzione di lacrime; una variazione nei livelli ormonali può quindi portare a una riduzione della produzione di lacrime naturali. Per questo motivo, la comparsa della sindrome dell’occhio secco è più frequente nella donna, specialmente nelle fasi in cui si sviluppano profonde modificazioni del profilo ormonale: durante la gravidanza, la menopausa o, ancora, in postmenopausa, periodo in cui di frequente sono somministrate delle terapie estrogeniche;
  • età avanzata: gli anziani sono più esposti alla patologia, in quanto con il tempo può verificarsi una progressiva atrofizzazione delle ghiandole lacrimali, con una conseguente minor produzione di lacrime;
  • farmaci e terapie: alcuni trattamenti come la radioterapia e diversi medicinali possono influire sulla comparsa del disturbo. Per questo occorre prestare particolare attenzione alla salute oculare in caso di trattamento con ormoni, medicinali immunosoppressori (ad esempio per patologie autoimmuni), antidepressivi e colliri;
  • condizioni ambientali: l’esposizione protratta in ambienti con aria condizionata, lo smog, il fumo di sigaretta e i climi particolarmente asciutti, soleggiati o ventosi possono indurre secchezza oculare;
  • frequente utilizzo di videoterminali, smartphone e tablet: la permanenza prolungata di fronte a pc, smartphone e tablet può aumentare il rischio di comparsa della sindrome dell’occhio secco a causa della costante attenzione visiva rivolta al monitor, associata alla diminuzione della frequenza dell’ammiccamento;
  • uso frequente e prolungato di lenti a contatto, che possono contribuire all’evaporazione delle lacrime causando secchezza e irritazione oculare;
  • chirurgia refrattiva: si ipotizza che la riduzione della sensibilità corneale sia alla base della riduzione dell’ammiccamento e della secrezione lacrimale in pazienti che si sono sottoposti a un intervento di correzione di vizi di refrazione quali, ad esempio, la miopia.

La sindrome dell’occhio secco, infine, può comparire come manifestazione oculare di alcune malattie autoimmuni, quali ad esempio la sindrome di Sjogren, il lupus eritematoso sistemico, l’artrite reumatoide, la sclerodermia, la psoriasi.

IL TUMORE AL POLMONE E LA MEDICINA PERSONALIZZATA

IL TUMORE AL POLMONE E LA MEDICINA PERSONALIZZATA

“Nell’80% dei casi il tumore del polmone è correlato al fumo di sigaretta: un fumatore che consuma 20 sigarette al giorno per vent’anni ha un rischio del 2.000% di ammalarsi, mentre il fumo passivo aumenta questo rischio del 20-30% – dichiara il professor Andrea Ardizzoni, Direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma –. Il carcinoma polmonare è una malattia tipica dell’età avanzata: la diagnosi avviene di solito attorno ai 65-70 anni, ma, a causa dell’invecchiamento della popolazione, l’età si sta spostando oltre. Grazie alla legge Sirchia abbiamo assistito a una flessione annua (- 2% annuo) dei tumori polmonari negli uomini, si riscontra però un aumento della patologia tra le donne. Un fenomeno emergente è la comparsa di tumori polmonari tra le persone che non hanno mai fumato”.
Da alcuni anni lo studio dell’assetto genico del cancro ha modificato radicalmente la classificazione dei tumori polmonari. È ormai superata la tradizionale distinzione tra carcinoma polmonare “a piccole cellule” e “a grandi cellule”: all’interno del carcinoma polmonare “non a piccole cellule” (NSCLC) vengono distinti tumori anaplastici, squamosi e non squamosi, questi ultimi chiamati adenocarcinomi. Tale distinzione è imprescindibile per identificare l’opzione terapeutica corretta, scelta sulla base delle informazioni istologiche e genetico-molecolari del singolo tumore.
La scoperta dei diversi tipi di tumore polmonare “non a piccole cellule” ha permesso di compiere, nell’ultimo decennio, enormi progressi sul fronte dello sviluppo di nuove terapie che agiscono in modo mirato su specifiche mutazioni geniche. La molecola più recente è crizotinib, terapia mirata per il recettore ALK.

I benefici di questa molecola, sia nel prolungare la sopravvivenza libera da malattia, sia nel migliorare la sintomatologia e la qualità di vita, sono talmente importanti che lo studio di fase I è stato considerato sufficiente per l’approvazione e la registrazione del farmaco da parte dell’FDA. In Europa il farmaco è stato autorizzato dall’EMA a fine ottobre 2012 e, al momento, in Italia è disponibile attraverso i meccanismi previsti dalla legge 648.
La medicina personalizzata e la conoscenza dei meccanismi molecolari alterati aprono nuove prospettive di cura, consentendo di trattare per la prima volta anche tumori finora privi di una terapia specifica, come quelli ALK-positivi, e migliorando la qualità di vita dei pazienti.

Ecco alcune precisazioni del professor Andrea Ardizzoni.

Il tumore del polmone è la neoplasia con il maggior tasso di incidenza e di mortalità nel mondo. Quali sono i numeri della diffusione di questo big killer nel nostro Paese?

Il carcinoma polmonare si posiziona tra i principali big killer al mondo, con picchi di incidenza più elevati nei Paesi industrializzati e in alcuni Paesi emergenti quali Cina, India e Sud America. In Italia si ipotizzano per il 2014 (dati AIOM-AIRTUM) almeno 39 mila nuove diagnosi, che incideranno per 1/4 sulla popolazione femminile e per 3/4 su quella maschile. Nel complesso, le nuove diagnosi di carcinoma polmonare rappresentano l’11% di tutti i nuovi casi di tumore. Si stima che il rischio di sviluppare un tumore del polmone nel corso della vita riguardi un uomo su 9 e una donna su 36, indipendentemente dai fattori di rischio.

 

Quali sono i fattori di rischio e le fasce di popolazione più colpite?

Il principale imputato nel favorire la comparsa di un carcinoma polmonare è il fumo di tabacco:
l’80-90% dei tumori polmonari è strettamente correlato a questa abitudine e la migliore prevenzione è evitare di iniziare a fumare. Altri fattori di rischio sono rappresentati da sostanze tossiche ambientali quali asbesto, nichel e in misura minore cromo, e da inquinanti atmosferici, in particolare polveri sottili.

Un fenomeno emergente è la comparsa di tumori polmonari tra le persone che non hanno mai fumato. Le stime confermano una maggiore incidenza al Nord, specie nella popolazione femminile, per quanto riguarda l’Italia, e un’incidenza in netto aumento nel Paesi dell’Est europeo (Romania, Bulgaria, Turchia, Russia, Polonia), in India, in Cina, in Giappone, e in America del Sud, dove l’abitudine al fumo di sigaretta è radicata e la legislazione meno rigorosa.

In Oncologia si sta affermando il concetto di medicina personalizzata: cosa si intende e quali sono i vantaggi?

L’idea di personalizzare le cure e l’assistenza si è diffusa a tutte le branche della medicina, non solo in Oncologia. Il principio su cui si fonda la cosiddetta medicina personalizzata è quello di tendere a una cura sempre più “ritagliata” sul paziente, al quale va riconosciuta centralità all’interno del percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale. Il concetto di medicina personalizzata nasce dal presupposto secondo il quale ogni individuo è diverso, e una stessa malattia si manifesta, evolve e risponde ai trattamenti in maniera del tutto individuale. Una volta acquisita e letta questa sorta di “carta di identità” del paziente e della patologia, attraverso la conoscenza delle diversità individuali, delle caratteristiche del tumore e di come esso possa rispondere ai vari trattamenti, dei molteplici fattori che possono indurre la patologia e pronosticarne l’evoluzione, si sceglie la terapia che presenti il miglior rapporto rischio/beneficio per quello specifico paziente, con significativi miglioramenti in termini di efficacia e qualità di vita.

Alla luce dello sviluppo della medicina personalizzata come evolvono l’approccio e le tecniche diagnostiche nel NSCLC?

In passato il tumore polmonare veniva classificato in modo molto pragmatico in microcitoma (tumore polmonare a piccole cellule, aggressivo, non operabile e sensibile alla radioterapia e alla chemioterapia) e non microcitoma (tumore polmonare a grandi cellule/adenocarcinoma, meno aggressivo, operabile se possibile, ma meno responsivo alle terapie mediche). Una classificazione grossolana basata esclusivamente sul quadro istologico. Attualmente le informazioni che riusciamo a ottenere sono molto più numerose e di conseguenza anche la classificazione è più articolata. All’interno del carcinoma polmonare inquadrato come NSCLC abbiamo individuato un’ulteriore sottoclassificazione: tumori squamosi e non-squamosi, questi ultimi comprensivi degli adenocarcinomi e dei carcinomi a grandi cellule. Tale distinzione è imprescindibile ai fini della scelta terapeutica, che ormai viene declinata sulla base delle informazioni istologiche e, soprattutto, genetico-molecolari del tumore.

L’oncologo deve poter contare, oltre che sull’esame microscopico, su una diagnosi fondata sulle caratteristiche molecolari della neoplasia. Il patologo interviene con sofisticate indagini di diagnostica genetica e molecolare all’interno del DNA della cellula tumorale per individuare e riconoscere specifiche alterazioni dei geni. Attualmente sappiamo che essi possono andare incontro a rotture che, se non vengono autoriparate, danno il via a una moltiplicazione cellulare incontrollata. La possibilità di scoprire specifiche alterazioni geniche ha contribuito alla messa a punto di terapie mirate a specifici bersagli genici o molecolari. È questa l’evoluzione più importante alla quale stiamo assistendo anche nel campo dei tumori polmonari NSCLC.

 

Per alcune forme di tumore l’avvento di terapie mirate ha rappresentato una svolta in termini di sopravvivenza e di qualità di vita. Quali sono i risultati e le prospettive di questo approccio nel trattamento del tumore del polmone?

Trattare alcuni tumori polmonari in maniera innovativa è già possibile. In particolare possiamo intervenire nella pratica clinica su due alterazioni geniche. La prima è la mutazione o delezione del gene EGFR (Epidermal Growth Factor Receptor) che codifica per un recettore cellulare (una specie di serratura sulla superficie della cellula tumorale) al quale si lega un importante fattore di crescita cellulare (una sorta di chiave che apre la serratura). Quando è presente questa alterazione molecolare disponiamo di uno specifico farmaco che entra nella cellula e blocca la proliferazione cellulare indotta dal legame del fattore di crescita con il suo recettore (la chiave non riesce più a girare nella serratura). In termini assoluti solo un tumore polmonare su dieci presenta questa mutazione, ma il 40-50% dei tumori NSCLC che si manifestano nei soggetti non fumatori è caratterizzato dall’alterazione EGFR.

Per questa alterazione sono già disponibili due terapie mirate, piccole molecole, gefitinib ed erlotinib e una terza è in arrivo, afatinib, approvata dagli enti regolatori europei. I risultati sono piuttosto incoraggianti dal momento che nell’80-90% dei casi il tumore regredisce, e a volte scompare del tutto, con miglioramento della sintomatologia e anche della qualità di vita, dato che questi farmaci si assumono per via orale, hanno scarsa tossicità e consentono al paziente di evitare la chemioterapia.

La seconda alterazione riguarda un gene denominato ALK (identificato per la prima volta nei linfomi anaplastici), presente in una piccola percentuale (5%) di NSCLC. Questa alterazione molecolare si manifesta prevalentemente nei giovani, nei non fumatori o nei fumatori moderati. A causa di un riarrangiamento, il gene ALK modifica la sua posizione all’interno del cromosoma con conseguente produzione di una proteina alterata che stimola la trasformazione cellulare e la crescita incontrollata. Al momento, per i pazienti pretrattati affetti da NSCLC ALK+ è indicato il farmaco crizotinib.

Il tumore del polmone è molto intelligente ed è in grado di trovare meccanismi di escape anche a terapie precise sviluppando nel tempo una resistenza pure nei confronti di farmaci molto mirati a target molecolare. È sufficiente che una sola cellula resistente sopravviva al trattamento perché possa moltiplicarsi e dare origine a un carcinoma completamente diverso, costringendo il patologo e l’oncologo a una nuova caratterizzazione della neoplasia, come se si trattasse di una prima diagnosi. Pertanto bisognerà eseguire nuovamente una biopsia, con lo studio delle caratteristiche istologiche e genetico-molecolari, per poter ridefinire la strategia terapeutica più adatta.

 

Nell’ambito del tumore del polmone quali sono i marker molecolari per i quali ci si può aspettare in futuro terapie mirate?

È ovvio che la ricerca non si ferma. Ci sono altre alterazioni che cominciano ad affacciarsi e per le quali arriveranno nuovi farmaci mirati. Un esempio è l’alterazione ROS1, diversa da ALK, ma pur sempre dovuta a un riarrangiamento di un gene che, a quanto sembra dai primi risultati di studi clinici, risponde bene a crizotinib. Questa mutazione è piuttosto infrequente, si rintraccia infatti in appena l’1% dei tumori polmonari NSCLC.

Un’altra è costituita dalla mutazione del gene BRAF, per la quale abbiamo già un farmaco potenzialmente efficace in commercio per il trattamento di alcuni tumori della pelle. Anche in questo caso si tratta di una mutazione rara, presente nell’1-2% dei tumori NSCLC. Ancora, in una percentuale molto bassa (<1%) di NSCLC è presente la mutazione del gene HER2 che rende questi carcinomi sensibili a un anticorpo monoclonale, trastuzumab. Infine, con una frequenza piuttosto consistente, circa il 30%, riscontriamo l’alterazione del gene KRAS dovuta a una vera e propria rottura indotta dai componenti del fumo di sigaretta. Per questi pazienti, circa 1/3 di quelli con tumore NSCLC, non è ancora disponibile una terapia specifica in quanto le poche sperimentate non hanno dato i risultati sperati. In totale per il 50% dei tumori polmonari al momento non si è riusciti ancora ad identificare un’alterazione genica dominante, tale da rappresentare la causa principale della patologia. Per questi pazienti disponiamo delle terapie tradizionali, chemio e radio, che seppur in modesta misura negli anni sono in qualche modo migliorate in quanto a efficacia e tollerabilità.

 

IL TUMORE AL POLMONE

Il tumore del polmone rappresenta la principale causa di morte per tumore nel mondo industrializzato, con oltre un milione di decessi in entrambi i sessi, ed è in costante crescita in Paesi emergenti quali Cina, India, Brasile dove l’abitudine al fumo è consolidata.

Questa neoplasia è spesso sottodiagnosticata a causa di una sintomatologia subdola, o in molti casi assente, ed è circondata ancora oggi da paure e tabu per la sua grande diffusione, per la mancanza di terapie in grado di assicurare la guarigione e anche per lo stigma che colpisce i fumatori che si ammalano.

 

Epidemiologia

Negli Stati Uniti, 200 mila sono le nuove diagnosi ogni anno, in Europa sono 350 mila, mentre in Italia per il 2014 si attendono circa 39 mila nuovi casi, con un’incidenza pari all’11% di tutti i tumori e con circa 35 mila decessi (dati AIOM-AIRTUM).

La percentuale di sopravvivenza dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore polmonare e avere effettuato un trattamento è inferiore rispetto a quella di altri tumori perché raramente questo cancro viene individuato in uno stadio iniziale. A 5 anni sopravvive un paziente su 10. L’età in cui il tumore del polmone di solito si manifesta è tra i 55 e i 75 anni. Negli ultimi anni si riscontra una maggiore incidenza di questo tumore tra le persone di 40-50 anni, tra i non fumatori e gli ex fumatori e, soprattutto, tra le donne, fumatrici e non fumatrici.

Fattori di rischio

L’esposizione al fumo di tabacco, incluso il fumo passivo, protratta negli anni è la causa nell’80-90% dei casi di tumore del polmone. Il fumo, in conseguenza delle sostanze chimiche che si sprigionano dalla combustione del tabacco, danneggia in maniera irreversibile le cellule e i vasi sanguigni del tessuto bronchiale e polmonare nonché quelli di molti altri organi (bocca, laringe, faringe, trachea, esofago, occhio, vescica, rene, collo uterino, pancreas). Non iniziare a fumare o smettere precocemente è la sola arma preventiva disponibile.

Altri fattori di rischio riguardano l’esposizione ad agenti cancerogeni ambientali quali amianto (asbesto), radon, nichel, arsenico, e in misura ridotta cromo; pesante l’azione degli inquinanti atmosferici, in particolare le polveri sottili.

Oltre alle cause “esterne”, che aumentano il rischio di ammalarsi di tumore polmonare, esiste una predisposizione personale, ossia vi sono persone che possono ammalarsi più facilmente rispetto ad altre. Queste persone non sono purtroppo individuabili a priori, poiché la predisposizione ad ammalarsi dipende da alterazioni del codice genetico (o DNA) che non sono ancora state interamente identificate.

Sintomi

Uno dei motivi per cui il tumore del polmone non viene riconosciuto per tempo riguarda il modo e i tempi in cui si manifesta. Segni e disturbi non sempre compaiono, e a volte i sintomi si presentano quando la malattia è ormai conclamata e in stato avanzato di diffusione. Solo il 15% dei tumori polmonari è diagnosticato nella fase iniziale.

La sintomatologia è subdola, aspecifica, tanto da far pensare ad altre patologie minori come un’influenza, una bronchite, una banale raucedine da freddo molto frequente tra i fumatori.

Possono essere considerati segnali di allarme:

  • tosse, può variare da qualche colpo nelle 24 ore, a una forma persistente. Può essere secca o produttiva con catarro;
  • emoftoe, catarro con striature di sangue rosso vivo;
  • dolore al petto che può irradiarsi alla spalla e al braccio e muta di intensità cambiando di posizione;
  • dispnea, mancanza di fiato;
  • infezioni respiratorie ricorrenti quali bronchiti, broncopolmoniti, polmoniti.

Altri segnali d’allarme da non sottovalutare sono: cambiamento della voce, perdita di appetito, perdita di peso, spossatezza senza motivo apparente. Quando il tumore inizia a diffondersi possono manifestarsi sintomi quali mal di testa, dolori ossei e articolari, febbricola, ingiallimento della sclera dell’occhio e della cute, che vanno sotto il nome di sindrome paraneoplastica.

 

Classificazione e sottotipi di tumore polmonare

Il tumore del polmone prende origine dalle cellule che rivestono tutte le vie aeree superiori e inferiori. La prima cellula che diventa neoplastica è una cellula bronchiale. La classificazione del tumore polmonare si basa prima di tutto sulle caratteristiche microscopiche delle cellule, il cosiddetto quadro istologico che permette di distinguere:

  • carcinoma del polmone a piccole cellule, SCLC (small cell lung cancer), chiamato comunemente microcitoma o carcinoma a cellule a chicco di avena, che rappresenta il 15% di tutte le forme neoplastiche del polmone, tanto aggressivo che nel 75% dei casi alla diagnosi è già metastatizzato;
  • carcinoma del polmone non a piccole cellule, NSCLC (non small cell lung cancer), la forma più comune che rappresenta il 75-80% di tutti i tumori polmonari. Si sviluppa e diffonde più lentamente e si differenzia in tre sottotipi:
  • carcinoma a cellule squamose, rappresenta circa il 30% di tutti i casi di tumore polmonare, predilige i grandi bronchi, colpisce gli uomini e i soggetti anziani di entrambi i sessi. Può restare localizzato nella sede d’origine impiegando molto tempo prima di dare metastasi;
  • adenocarcinoma, costituisce il 40% circa di tutte le neoplasie polmonari, si sviluppa nelle zone periferiche del polmone coinvolgendo la pleura, il foglietto di rivestimento della parete toracica e dei polmoni. È più frequente tra le donne e i non fumatori. È in costante aumento ed è il più frequente. Cresce ed evolve in metastasi rapidamente, con interessamento di linfonodi locali e a distanza;
  • carcinoma a grandi cellule o anaplastico (poco differenziato), ha una frequenza di circa il 2%, con origine nelle zone periferiche. Al momento della diagnosi ha un volume discreto, per questo presenta un andamento peggiore rispetto agli altri due.

La quota restante è composta da altre morfologie non specificate.

Stadiazione di malattia

La valutazione della diffusione di un tumore polmonare si avvale per prima cosa della estensione della malattia. Il carcinoma a piccole cellule o microcitoma si distingue in: malattia limitata (torace mediastino linfonodi regionali) e malattia estesa (metastasi a distanza). Il carcinoma non a piccole cellule basa la stadiazione sul sistema TNM dove T sta per dimensione e rapporti con organi vicini, N sta per numero di linfonodi coinvolti, M per metastasi.

  • Stadio I: il tumore non è diffuso, è piuttosto piccolo e resecabile.
  • Stadio II: il tumore è diffuso a linfonodi e tessuti vicini. È operabile.
  • Stadio III: il tumore è diffuso al torace, ai linfonodi mediastinici o del collo. Non è operabile.
  • Stadio IV: presenti metastasi in diverse parti del corpo.

Prevenzione primaria

Non ci sono screening validati per il carcinoma polmonare. L’unica forma di prevenzione sicura è non iniziare a fumare o smettere prima possibile se si è fumatori. Molto discussa l’opportunità di effettuare la TAC nei soggetti fumatori; sono in corso studi su numeri molto grandi.

Diagnosi

Il tumore del polmone può crescere per molti anni senza provocare alcun sintomo; questo significa che nella maggior parte dei casi la diagnosi non viene eseguita in fase iniziale di malattia. Al momento non esistono ancora test di screening validati (sicuramente confermati) su larga scala, come quelli già in atto per le forme di tumore che colpiscono seno, utero e colon.

Di solito si arriva all’accertamento diagnostico attraverso controlli occasionali o perché il tumore, già esteso, inizia a manifestare sintomi.

Il primo esame è la radiografia toracica. Il percorso diagnostico prevede poi l’analisi dell’espettorato, la broncoscopia, la TAC con mezzo di contrasto, eventualmente una PET con mezzo di contrasto marcato con radioisotopo, una scintigrafia ossea e, se l’oncologo e il radiologo lo ritengono opportuno, una RMN cerebrale.

Identificare il tipo e il sottotipo di tumore è indispensabile per guidare il medico nella scelta tra le possibili opzioni terapeutiche.

I CEROTTI MEDICATI GOLD STANDARD NELLA CURA DEL DOLORE LOCALIZZATO

I CEROTTI MEDICATI GOLD STANDARD NELLA CURA DEL DOLORE LOCALIZZATO

Mal di schiena, dolori muscolari, artriti e artrosi sono alcune delle sintomatologie più frequenti che colpiscono oltre 20 milioni di italiani: un adulto su due. Un dolore localizzato per cui è spontaneo pensare a una soluzione che riesca ad agire proprio dove c’è il dolore.

“Il dolore, cronico o occasionale, rappresenta il principale motivo di consulto del medico di medicina generale, spiega Claudio Cricelli, Presidente SIMG, Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie. Nel trattamento delle forme più comuni di dolore si cerca di evitare al massimo il ricorso ai trattamenti sistemici ove esista una valida alternativa come i cerotti antalgici antiinfiammatori. Questi farmaci sono da preferire al trattamento per bocca: sono di semplice impiego, ben tollerati, ben controllati e comodi. Gli anti-infiammatori non steroidei (FANS), come il diclofenac, sono farmaci ampiamente utilizzati nella pratica clinica e vengono prescritti in diverse patologie per il trattamento del dolore data la loro comprovata efficacia. I cerotti medicati a base di diclofenac sono in grado di risolvere tante situazioni in cui il dolore localizzato è trattabile con successo da questa opzione”.

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I farmaci per uso locale (topico), in particolare i cerotti medicati antidolore, con oltre 5 milioni di confezioni vendute nel 2014 in Italia, risultano essere la prima scelta di chi deve risolvere un problema di dolore localizzato. Scelta confermata anche da diverse linee guida internazionali che sostengono l’impiego di questi presidi, prima del ricorso ai farmaci per uso orale o agli oppioidi, come ad esempio:

Eular-European League Against Rheumathism e ACR-American College of Rheumatology), Nice (National Institute for Health and Clinical Excellence)

“La ricerca di una soluzione al dolore, spiega Maria Vittoria Muzio, farmacista e Consigliere Federfarma Milano, è il motivo più frequente di ricorso al consiglio in farmacia. Per il farmacista è fondamentale poter disporre di una vasta gamma di medicinali senza obbligo di prescrizione, che consenta di scegliere tra diversi principi attivi e tra diverse vie di somministrazione quella più adatta non soltanto al disturbo, ma anche alle caratteristiche della persona che, sempre più spesso, è trattata per altre patologie e, quindi, è particolarmente esposta al problema delle interazioni farmacologiche. In questo senso, la disponibilità di medicinali di grande efficacia come i FANS in una forma farmaceutica poco invasiva come il cerotto medicato dà la possibilità di affrontare con indubbia efficacia e sicurezza i disturbi articolari e muscolari che ogni giorno affliggono migliaia di persone con grande praticità e facilità di applicazione”.

3Il cerotto medicato contenente diclofenac epolamina (DIEP) assicura un’efficace azione antinfiammatoria e analgesica localizzata, con un lento e continuo rilascio del principio attivo nell’arco delle 12 ore. È possibile applicare fino a 2 cerotti al giorno per un periodo fino a 14 giorni. Il diclofenac è un farmaco dall’effetto antinfiammatorio, analgesico e antipiretico che rientra nella categoria degli antinfiammatori non steroidei (FANS) ed è una molecola largamente conosciuta e prescritta per le condizioni di dolore acuto e cronico. Questo farmaco è disponibile in diverse formulazioni iniettabili, orali e topiche. Diclofenac epolamina somministrato sotto forma di cerotto, grazie all’alta solubilità della molecola, assicura un’effettiva penetrazione nell’epidermide e un’azione a livello muscolare e della pelle. La molecola epolamina è un veicolo, senza attività farmacologica, utilizzato per aumentare la solubilità e quindi raggiungere gli strati più profondi del tessuto.

“La maggioranza dei pazienti che si rivolge a uno specialista ortopedico lamenta dolore in qualche parte del corpo. Dolore che può essere acuto e insorto in seguito ad un trauma, oppure cronico, che dura da tempo.

1Nel primo caso il trauma cosiddetto minore può causare un’infiammazione di elementi del nostro sistema muscolo-scheletrico nei diversi distretti – spiega Paolo Cherubino, Past President SIOT, Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia -. L’esempio più comune è l’infiammazione causata da un trauma tipo la distorsione, la cosiddetta storta ,riferita spesso alla caviglia, al ginocchio, ecc. Ma anche sollecitazioni muscolari in distrazione causano dolore spesso violento e di breve durata, da porre in diagnosi differenziale con la rottura del muscolo. Tra le forme croniche, la lombalgia e la tendinopatia della cuffia dei rotatori hanno un posto preminente come frequenza e come necessità di risolvere il problema il più rapidamente possibile. In questi e altri casi simili l’applicazione topica di un FANS è estremamente gradita perché non comporta la somministrazione per via orale o intramuscolare del farmaco, evitando così i ben noti effetti collaterali di tali vie di introduzione. I pazienti poi possono rinnovare da soli la medicazione, senza bisogno di ricorrere a un’infermiera o all’amico per l’iniezione intramuscolare e sono estremamente più sereni per ciò che riguarda gli effetti sull’apparato gastroenterico”.

L’INDAGINE A.M.R.E.R. E I BISOGNI DEI PAZIENTI REUMATICI

L’INDAGINE A.M.R.E.R. E I BISOGNI DEI PAZIENTI REUMATICI

Le malattie reumatiche rappresentano la prima causa di invalidità temporanea e la seconda di invalidità permanente: il 27% delle pensioni di invalidità è attribuibile a queste patologie. Ogni paziente non adeguatamente trattato perde in media 12 ore di lavoro settimanale, 216 euro per la ridotta efficienza e quattro pazienti su dieci sono costretti a cambiare o a rinunciare al lavoro. “Le malattie reumatiche sono in assoluto le più diffuse, ne soffre circa il 10% della popolazione generale, basti dire che su dieci pazienti presenti in un ambulatorio medico, almeno quattro lamentano un problema reumatologico – afferma il dottor Ignazio Olivieri, Direttore U.O.C. di Reumatologia dell’Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza, Presidente eletto della Società Italiana di Reumatologia (SIR) –. Sono patologie croniche, caratterizzate da dolore, rigidità, disabilità di vario grado fino all’invalidità”.

Per la prima volta in Italia, grazie a una rilevazione promossa da A.M.R.E.R. (Associazione Malati Reumatici Emilia Romagna) è stato verificato in modo univoco il peso numerico di queste malattie, misurato in base ai codici esenzione di 7 patologie reumatiche tra le più gravi e invalidanti. A ognuna delle sette patologie è attribuito uno specifico codice delle esenzioni ticket per le prestazioni indicate dai Livelli Essenziali di Assistenza (per prestazioni di diagnostica strumentale, di laboratorio e altre prestazioni specialistiche):

Artrite Reumatoide (codice 006),
Psoriasi (codice 045),
Lupus Eritematoso Sistemico (codice 028),
Malattia di Sjogren (codice 030),
Morbo di Paget (codice 037),
Sclerosi Sistemica Progressiva (codice 047),
Spondilite Anchilosante (codice 054).

La rilevazione condotta da A.M.R.E.R. disegna la mappa dei pazienti con malattie reumatiche nel nostro Paese in base all’età, al genere e al territorio di residenza. La maglia rosa per organizzazione dei servizi, presenza di centri specialistici e competenza dello specialista reumatologo spetta a Friuli Venezia Giulia (0,79% di esenti ticket), Veneto (0,78%), Lombardia (0,72%), seguite da Toscana (0,70%), Emilia Romagna, Puglia; meno virtuose, Lazio, Umbria, Marche, Basilicata, Val d’Aosta, Campania che vede bocciata Napoli (0,31%).

Il numero totale di esenzioni attive per le sette patologie censite è di 371.586, che è come dire tutti i residenti del Comune di Bologna o di Firenze. Un numero davvero significativo se si pensa che corrisponde a persone con una patologia cronica fortemente invalidante che non guarisce, ma che purtroppo continua a evolvere – spiega Daniele Conti, Responsabile Area progetti A.M.R.E.R. onlus –. Il report, inoltre, ha fatto emergere un trend costante di aumento delle esenzioni per patologie reumatiche: possiamo stimare che in futuro avremo oltre 40 mila esenzioni ticket in più all’anno in Italia”. Un’analisi dei dati complessivi fa emergere che il 41,6% (154.610 esenzioni ticket) delle esenzioni rilasciate è per Artrite Reumatoide (AR), seconda significativa patologia è la Psoriasi nelle sue varie forme con il 31,8% (118.245 esenzioni ticket), patologie di minore prevalenza numerica ma altrettanto severe come la Sclerosi Sistemica Progressiva e il Lupus Eritematoso Sistemico (LES), rappresentano globalmente il 12,8%.

A.M.R.E.R. è l’Associazione dei Malati Reumatici dell’Emilia Romagna. Si tratta di una realtà di supporto ai pazienti, presente dal 1979: nasce ed è tutt’ora un’Associazione di volontari con sede a Bologna, nel tempo ha acquisito il titolo di ONLUS, e conta oggi oltre 3.600 soci in Italia.

Guerrina Filippi, Presidente AMRER Onlus, ci parla dell’indagine A.M.R.E.R.

 

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A.M.R.E.R. si è fatta promotrice e ha realizzato a livello nazionale la prima indagine sulle esenzioni per patologie reumatiche. Com’è nata l’iniziativa e qual è la sua valenza? Quale valore aggiunto porterà al SSN sul piano sanitario ed economico con riguardo alle patologie reumatiche? 

Rappresentare il dato numerico delle malattie reumatiche è stata la prima esigenza che A.M.R.E.R. si è posta quando ci siamo trovati a confrontarci con l’Amministrazione Pubblica. Per fare proposte e richieste era necessario avere a disposizione uno scenario chiaro della situazione che palesasse il bisogno, i confini e il peso di cui A.M.R.E.R. si faceva portavoce. Da questa consapevolezza è iniziato un percorso direi quasi obbligato che nel 2006 ci ha portati a reperire dati esistenti tali da dimostrare la rilevanza numerica di queste patologie in ambito regionale.

Oggi questa indagine è l’evoluzione del lavoro avviato in Regione Emilia Romagna e trasferito a livello nazionale, ed ha il grande merito di far conoscere in maniera più adeguata il “pubblico” dei pazienti e i loro bisogni anche in termini di esigenze legate all’età, al sesso, all’attività lavorativa e alla presa in carico. I dati non rappresentano l’incidenza di malattia, ma il numero di esenzioni attive rilasciate da 150 aziende sanitarie, è probabile in tal senso che il dato complessivo ottenuto sia in realtà sottostimato, tuttavia una cosa è certa: il numero di pazienti esenti per patologia reumatica rilevato è quello sotto al quale non si scende, ossia rappresenta il numero minimo.

Sicuramente questo censimento di A.M.R.E.R. porterà valore aggiunto al Servizio Sanitario Nazionale: intanto una riorganizzazione socio-sanitaria strategica basata sul concetto di costruzione di Reti per la programmazione dei servizi di accesso alle cure, per adattare maggiormente il sistema delle cure ai bisogni dei pazienti, per migliorare l’utilizzo delle risorse complessivamente disponibili, consentendo alla fine un risparmio sia per le aziende sanitarie sia per il Servizio Sanitario Nazionale.

L’indagine di A.M.R.E.R. vuole dare risposte ai bisogni dei pazienti attraverso il riconoscimento della figura del reumatologo e una progressiva organizzazione di PDTA specifici che consentano alla fine un risparmio di risorse per le aziende sanitarie. Quale potrebbe essere in tal senso il ruolo svolto da Associazioni dei pazienti come la vostra nel partecipare alla realizzazione di reti assistenziali e/o percorsi diagnostico-terapeutici sul territorio e in Centri di riferimento specialistici?

La reumatologia sta vivendo a livello italiano un periodo piuttosto complesso legato alla contrazione delle risorse. In tale contesto diventa sempre più difficile trasmettere ai decisori l’articolato e indispensabile lavoro svolto dalla figura del reumatologo in termini di attività/malattie/ bisogni dei pazienti legati alla cronicità di queste patologie. Il rischio concreto potrebbe essere quello di vedere scomparire molte realtà assistenziali proprio perché non si conosce e né si riesce a rappresentare il bacino di bisogno che intercettano.

Il ruolo svolto da Associazioni dei pazienti come la nostra è determinante per contribuire a rafforzare l’attenzione sulle malattie reumatiche autoimmuni sia perché in aumento e rilevanti sotto il profilo socio-sanitario ed economico sia perché estremamente complesse e a motivo di questa complessità bisognose di approcci multidisciplinari specialistici. Siamo convinti che grazie all’associazionismo sia possibile promuovere un utilizzo più razionale e pertinente dei servizi da parte dell’amministrazione e dell’utenza stessa, migliorando la qualità dell’offerta, contenendo la spesa e ottimizzando i tempi di gestione dell’assistenza sanitaria. Attraverso una progressiva acquisizione di professionalità e autorevolezza le Associazioni devono entrare nei processi di produzione salute, consci del proprio ruolo di rappresentanti dei pazienti, non sostituendosi all’erogatore, come spesso accade, ma contribuendo ad accrescere la conoscenza dei bisogni dei pazienti tra gli amministratori pubblici e i politici. Solo con un’azione sinergica si potrà migliorare la qualità di vita delle persone malate nonché quella dei loro familiari.

La vostra Associazione e le altre dedicate ai pazienti reumatici, potrebbero avere un ruolo a livello nazionale nel promuovere il riconoscimento di linee guida per la gestione a tutto tondo del paziente reumatico?

A.M.R.E.R. ha maturato nel tempo un’esperienza che rappresenta, anche sotto il profilo professionale dei suoi volontari, una crescita importante. Questo grazie ad un proficuo lavoro di collaborazione e sinergia con gli amministratori pubblici. Siamo arrivati a comprenderne molti processi, molti limiti e tante potenzialità. Si sono raggiunti obiettivi significativi come linee guida, progetti di ricerca, formazione e PDTA.

È ora importante amplificare e trasferire le buone pratiche e il bagaglio esperienziale acquisito per metterlo in “rete” e proseguire con il processo di condivisione delle conoscenze, delle competenze, dei percorsi efficienti e delle progettualità per conseguire la crescita a livello nazionale. La complessità crescente delle attività e dei bisogni quando proiettiamo le singole esperienze a livello nazionale, ci vede già impegnati in un processo di progressivo coordinamento per superare i personalismi limitanti. Lavoriamo in questa direzione e rivolgiamo un invito ad unirsi alle nostre attività, alle tante realtà associative reumatologiche che sono attive sul territorio nazionale, per offrire un servizio di supporto e confronto all’amministratore pubblico nazionale in modo da migliorare concretamente la qualità della vita del paziente.

UN NUOVO SCENARIO SULL’EPATITE C

UN NUOVO SCENARIO SULL’EPATITE C

I virus dell’Epatite rappresentano una delle principali cause delle infezioni acute e croniche del fegato, costituendo un grave rischio per la salute globale. Nonostante l’estrema diffusione, ancora oggi la maggior parte delle persone affette non ne è a conoscenza, esponendosi così al rischio di incorrere in gravi malattie del fegato (come la cirrosi o forme tumorali), oltre a diventare, inconsapevolmente, artefici della sua diffusione.

L’OMS stima che 180 milioni di persone, circa il 2% della popolazione mondiale, siano cronicamente infettate con il virus dell’Epatite C e a rischio di sviluppare cirrosi epatica e/o cancro del fegato. Inoltre, ogni anno, 3-4 milioni di individui vengono infettati dal virus e tra le 300 e le 500 mila persone muoiono a causa di malattie epatiche correlate all’infezione.

In Europa il numero delle persone infette da HCV si aggira fra i 7,3 e gli 8,8 milioni. L’ultimo Rapporto dei Centri Europei per il Controllo delle malattie (Ecdc) – luglio 2014 – ha evidenziato un allarmante incremento dell’Epatite C in Europa, con un numero di casi doppio rispetto alla B.

L’Italia è il Paese europeo con la maggiore prevalenza di HCV. Gli esperti stimano che è infetto quasi il 3% della popolazione, circa 1,6 – 1,7 milioni di persone (la metà dei quali non sa di esserlo), di cui 330 mila hanno sviluppato una cirrosi epatica.

Ma cos’è precisamente l’epatite C? L’Epatite C è un’infiammazione del fegato causata da un virus della famiglia Flaviviridae appartenente al genere hepacavirus (HCV) che attacca l’organo, attraverso l’attivazione del sistema immunitario dell’ospite, provocando danni strutturali e funzionali anche molto gravi. L’infezione causa la morte delle cellule epatiche (necrosi epatica), che vengono sostituite da un nuovo tessuto cicatriziale che, a lungo andare, occupa tutta o quasi la componente sana del fegato, da cui deriva una grave compromissione delle sue attività, evolvendo come ultimo stadio alla cirrosi epatica.

La fase acuta dell’infezione del virus dell’Epatite C decorre quasi sempre in modo asintomatico, tanto che la patologia è definita un silent killer. L’infezione da HCV cronicizza nel 70-85% dei soggetti. Ciò significa che anche un’incidenza relativamente modesta dell’infezione contribuisce ad alimentare efficientemente il numero dei portatori cronici del virus.

Il virus HCV possiede un’estrema variabilità genomica che ha portato alla distinzione di 6 diversi genotipi entro i quali si identificano molteplici sottotipi.

ll virus dell’Epatite C è “a trasmissione ematica”, il che significa che le persone vengono infettate attraverso il contatto diretto con sangue infetto.

I principali fattori di rischio sono: trasfusioni di sangue ed emoderivati infetti, precedente o attuale uso di droghe per via endovenosa, rapporti sessuali a rischio, trattamenti estetici come piercing e tatuaggi eseguiti con strumenti non adeguatamente sterilizzati, contagio perinatale (in circa il 5% dei bambini nati da madri HCV-RNA positive), co-infezione epatiti croniche/HIV.

Attualmente la diagnosi di epatite C si basa sull’impiego di due esami del sangue: la ricerca degli anticorpi specifici contro l’HCV e l’individuazione delle particelle virali HCV-RNA (test qualitativo HCV-RNA sensibile dal 10° al 14° giorno dopo l’infezione). È inoltre possibile valutare in modo indiretto lo stato di infiammazione del fegato determinando i livelli delle transaminasi epatiche.

Il parametro essenziale, per definire lo stadio e la conseguente evoluzione della malattia, è rappresentato dalla entità di fibrosi e pertanto solo la biopsia e il successivo esame istologico permettono una stadiazione esatta della malattia e del danno epatico. L’unico svantaggio è che le biopsie epatiche possono essere eseguite in modo limitato (a parte casi particolari ogni 3-4 anni). Una volta accertata la presenza del virus e del danno epatico si possono eseguire ulteriori indagini volte ad individuare il genotipo dell’HCV e la carica virale grazie all’HCV-RNA quantitativo, benché essi sono poco utilizzabili in quanto né i livelli di viremia, né il genotipo virale hanno dimostrato convincenti correlazioni con l’evoluzione delle patologie.

Tuttavia gli esami del sangue condotti di routine non includono il test per l’HCV, pertanto la verifica sierologica deve essere richiesta esplicitamente dal medico curante. Per questo motivo la maggior parte delle persone affette da Epatite C asintomatica non sanno di avere la malattia.

FOTO CONVEGNO

Si è discusso di tutto questo a Roma al convegno “HCView, una finestra sulle politiche per l’epatite C” patrocinato dal Ministero della Salute.

Oggi esiste la possibilità concreta di eradicare il virus grazie alla disponibilità di una nuova classe di farmaci, gli antivirali diretti (DAA). “Stiamo assistendo a una rivoluzione epocale nell’area epatite C che si deve all’introduzione di farmaci antivirali innovativi in grado di migliorare il controllo dell’epatite C e di incrementare i tassi di cura dei pazienti passando dal 50% al 90% di guarigioni, cui si aggiunge un profilo di tollerabilita ottimale non confrontabile con le terapie precedenti grazie anche all’assenza dell’interferone nel regime terapeutico, responsabile dei pesanti effetti collaterali – dichiara Antonio Gasbarrini, Professore ordinario di Gastroenterologia, Università Cattolica del Sacro Cuore Roma -. In prospettiva, sarà possibile ridisegnare i contorni della gestione di questa grave malattia, però ad oggi assistiamo ancora a ritardi nell’implementazione di quegli strumenti programmatici che strutturano l’accesso alle terapie e garantiscono al paziente la corretta gestione. Si tratta di un discorso ampio che va dalle le risorse per accogliere i nuovi trattamenti, fino all’inserimento nei prontuari regionali e alla formazione del personale sanitario, nonché al vaglio di Linee Guida Nazionali”.

IL MANIFESTO DEI DIRITTI E DEI BISOGNI, I FARMACI BIOLOGICI E BIOSIMILARI

IL MANIFESTO DEI DIRITTI E DEI BISOGNI, I FARMACI BIOLOGICI E BIOSIMILARI

Farmaci biologici e farmaci biosimilari, simili ma non identici; cautela nel considerare automaticamente valide per il biosimilare tutte le indicazioni approvate per il biologico; libertà per i medici di prescrivere la terapia più appropriata; informazione corretta al paziente e suo coinvolgimento nel percorso di cura; diritto a mantenere la stessa terapia una volta iniziata la cura.

Sono questi i capisaldi del “Manifesto dei diritti e dei bisogni” sui farmaci biosimilari presentato di recente a Roma. L’iniziativa è promossa da un gruppo di Associazioni dei pazienti decise a far sentire anche la propria voce su un tema di grande attualità.

Lo scopo del Manifesto è duplice: da un lato, far presente il problema a livello istituzionale e tenere alta l’attenzione affinché il paziente riceva le giuste informazioni; dall’altro, sostenere il medico prescrittore affinché si senta supportato a prescrivere il farmaco più appropriato secondo scienza e coscienza”, dichiara Antonella Celano, Presidente di A.P.MA.R. Onlus, Associazione Persone con Malattie Reumatiche Onlus.

manifesto-1Uno dei punti di maggiore discussione riguarda la possibile equivalenza tra un farmaco biologico originatore e un farmaco biosimilare. Come riconosciuto dalle norme dell’Ente Regolatorio europeo (EMA) e italiano (AIFA), complessità molecolare e aspetti inerenti l’immunogenicità rendono farmaci biologici e biosimilari simili ma non identici. Di conseguenza i due tipi di farmaco non sono interscambiabili e non vale per loro il principio della sostituibilità automatica. L’EMA ha necessariamente dovuto fare riferimento al concetto di biosimilarità, poiché i farmaci biosimilari sono molecole complesse di natura proteica che si possono produrre solo per mezzo di processi di sintesi biologica – afferma Corrado Blandizzi del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università degli Studi di Pisa – tali processi sono inevitabilmente soggetti a fattori di variabilità che possono determinare la biosintesi di molecole proteiche simili ma, di fatto, non identiche. Molecole simili, ma non identiche, della stessa proteina-farmaco potrebbero indurre effetti diversi sia in termini di efficacia sia di sicurezza”.

Ma che cosa sono i farmaci biosimilari?

Con il termine biosimilare viene indicato un medicinale simile a un prodotto biologico di riferimento già autorizzato nell’Unione Europea per cui sia scaduta la copertura brevettuale.

Nel settembre 2012 l’EMA (European Medicine Agency) ha diffuso un documento in cui è fornita la seguente definizione: “Per medicinale biosimilare si intende un medicinale sviluppato in modo da risultare simile a un medicinale biologico che è già stato autorizzato (il cosiddetto medicinale di riferimento)”.

Il principio attivo di un biosimilare e quello del suo medicinale di riferimento è lo stesso, tuttavia possono essere presenti differenze dovute alla loro natura complessa e alle tecniche di produzione. Un biosimilare viene approvato quando è stato dimostrato che la sua variabilità naturale ed eventuali differenze rispetto al medicinale di riferimento non producono significative differenze di efficacia e sicurezza rispetto al farmaco originator. (Questions and Answers on biosimilar medicines EMA/837805/2011 del 27 settembre 2012).

I farmaci biologici (sia originatori che biosimilari), per la variabilità intrinseca delle molecole e per la complessità delle tecniche di produzione, sono particolarmente difficili da caratterizzare e da riprodurre. Per tutte queste ragioni, il farmaco biosimilare e il suo prodotto di riferimento, essendo ottenuti mediante modalità differenti, non sono identici, ma simili in termini di qualità, sicurezza ed efficacia. La sicurezza nel lungo termine dei farmaci biosimilari è valutata tramite il monitoraggio e la segnalazione degli eventi avversi, per la quale l’identificazione esatta e senza ambiguità di un farmaco è essenziale. L’EMA ha deciso però di utilizzare un unico numero identificativo (INN) per il farmaco biologico originatore e per il biosimilare, i quali non sono uguali per definizione, complicando moltissimo la tracciabilità di questi farmaci.

Ciò di cui si discute è se, una volta iniziata la terapia con un farmaco biologico, si possa imporre, magari per ragioni economiche, il passaggio al biosimilare, il cosiddetto “switch”: gli specialisti sottolineano il valore della continuità terapeutica ovvero l’opportunità di non modificare la terapia già in corso con un farmaco biologico. “Il medico ha già a disposizione tutti i farmaci prescrivibili e non c’è la necessità clinica di averne uno uguale a quello già usato. I biosimilari nascono da un’esigenza economico-sociale. L’arrivo sul mercato dei biosimilari non comporterà il cambiamento automatico di tutte le terapie in corso con i farmaci originatori. Le motivazioni economiche e sociali dovranno armonizzarsi obbligatoriamente con le esigenze cliniche dei singoli pazienti”, dichiara Giovanni Lapadula, Direttore Dipartimento Interdisciplinare di Medicina (DIM), Università degli Studi di Bari e Professore ordinario di Reumatologia, Università degli Studi di Bari .

Il timore per i pazienti è che esigenze di risparmio possano condizionare la possibilità e il diritto di accedere alle migliori terapie disponibili. Ecco che, dalla collaborazione di diverse Associazioni, nasce il Manifesto e tocca i punti salienti e più “caldi” della questione dei biosimilari. “Gli aspetti sui quali chiediamo venga fatta chiarezza, sono molto semplici, non astratti: efficacia e sicurezza del biosimilare, accesso omogeneo al trattamento e corretta informazione – afferma Stefania Canarecci, Presidente A.M.I.C.I. Lazio – Associazione Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali Onlus –. Quest’ultimo punto è importantissimo, non solo perché il paziente ha diritto di essere adeguatamente informato sul possibile trattamento con un biosimilare, ma anche perché l’informazione contribuisce a rafforzare il legame medico-paziente e a scegliere il farmaco migliore per la sua salute in un’ottica di condivisione. Auspichiamo che le Istituzioni comprendano il nostro messaggio e ci aiutino a fare chiarezza.

 

Antonella Celano, Presidente A.P.MA.R. – Associazione Persone con Malattie Reumatiche Onlus, risponde ad alcune domande sul Manifesto sui farmaci biosimilari.

APMAR Onlus, insieme ad altre Associazioni di pazienti, ha redatto e promuove il Manifesto dei diritti e dei bisogni dei pazienti sui farmaci biosimilari, che ha come punti chiave sicurezza, efficacia, omogeneità di trattamento e corretta informazione. Perché le Associazioni di Pazienti hanno ritenuto opportuno promuovere una simile iniziativa?

La principale missione delle Associazioni dei pazienti è essere al servizio dei cittadini-pazienti-utenti. Oggi tra i pazienti c’è molta preoccupazione per il prossimo arrivo dei biosimilari sul mercato: per questo un pool di Associazioni ha deciso di confrontarsi con gli specialisti e di impegnarsi per assicurare il diritto dei pazienti ad avere i migliori trattamenti disponibili con la garanzia dell’efficacia, della sicurezza e dell’equità di accesso. L’arrivo sul mercato dei biosimilari, che hanno un costo inferiore ai biologici, ci impone di capire le problematiche che questi farmaci potrebbero comportare come ad esempio l’estrapolazione delle indicazioni, o la sostituibilità automatica.

Per le Associazioni dei pazienti è doveroso ottenere le rassicurazioni necessarie sugli effetti di questi farmaci, che devono rispondere ai requisiti e ai criteri di benessere e di salute dei pazienti. Lo scopo del Manifesto è quindi duplice: da un lato, far presente il problema a livello istituzionale e tenere alta l’attenzione affinché il paziente riceva le giuste informazioni; dall’altro lato sostenere il medico prescrittore affinché si senta supportato a prescrivere il farmaco più appropriato secondo scienza e coscienza.

 

L’utilizzo dei farmaci biosimilari, pur essendo considerato un fattore di equità perché riduce i costi della spesa sanitaria e libera risorse, solleva però alcune perplessità tra i pazienti rispetto alle garanzie di efficacia e sicurezza: i pazienti percepiscono oggi il rischio che valutazioni di carattere economico possano essere messe davanti al diritto ad accedere al miglior trattamento disponibile?

In passato, il Servizio Sanitario Nazionale, fondato sull’universalismo, poteva offrire tutto a tutti; da alcuni anni tuttavia l’esiguità delle risorse costringe il Sistema a gestire al meglio quello che c’è. Ci auguriamo che la maggior parte dei pazienti utilizzatori di biologici siano ben aggiornati e che non prevalgano considerazioni di tipo economico. Ma non tutti i pazienti hanno gli strumenti adeguati per capire certi meccanismi, non tutti sono informati e preparati, esistono diverse tipologie di pazienti: c’è quello più istruito, capace di fare le domande giuste al medico curante e c’è il paziente che non si informa o che è timido e non chiede niente durante l’incontro con il clinico, salvo poi chiamare l’Associazione per avere chiarimenti. Dovere e compito delle Associazioni dei pazienti è vigilare, soprattutto a vantaggio dei pazienti che non hanno ricevuto adeguate informazioni e quindi non possono essere a conoscenza delle varie problematiche legate ai biosimilari. Ricordiamo che ancora oggi, sebbene sia molto cambiato, il rapporto medico-paziente non è un rapporto alla pari. La consapevolezza dei pazienti sull’alternativa tra farmaco biologico o biosimilare dipenderà molto da quanto gli stessi medici si spenderanno per informare il paziente su tutte le implicazioni di questa scelta.

 

Nella discussione intorno ai farmaci biologici e biosimilari uno dei temi più sensibili è quello della continuità terapeutica, che potrebbe essere pregiudicata nello switch da originator a biosimilare: quali sono le preoccupazioni del punto di vista dei pazienti?

La nostra maggiore preoccupazione è che il medico nello switch invece che da biologico a biologico, passi da biologico a biosimilare. Come Associazioni vogliamo e chiediamo che AIFA mantenga fede a quanto ha scritto nel Position Paper, ossia che deve essere sempre garantito e mantenuto il principio della continuità terapeutica. Solo nei pazienti naïve che non hanno ricevuto un trattamento con il biologico, il medico può prescrivere il biosimilare, fermo restando che lo stesso medico deve avere la libertà di scegliere anche in questi casi, e che dovrebbe prescrivere il biosimilare, solo in presenza di evidenze su efficacia e sicurezza del farmaco.

FederAsma e Allergie Onlus – Federazione Italiana Pazienti, Associazioni di pazienti che sostengono la lotta all’asma e alle allergie.

Acto onlus – Alleanza contro il tumore Ovarico, Associazione italiana impegnata nella lotta contro il tumore ovarico.

L’A.DI.PSO., Associazione per la Difesa degli Psoriasici.

ALAMA (Associazione Laziale Asma e Malattie Allergiche) aderisce a FederASMA e ALLERGIE Onlus – Federazione Italiana Pazienti.

AM.I.C.I. Lazio Onlus, Associazione Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali

A.P.MA.R. Associazione Persone con Malattie Reumatiche ONLUS – Ente di Volontariato

Parent Project onlus, Associazione che si rivolge a bambini e ragazzi affetti dalla distrofia muscolare di Duchenne e Becker

Salute Donna Onlus, Associazione per la prevenzione e la lotta ai tumori femminili

A.M.R.E.R., Associazione Malati Reumatici Emilia Romagna

AIMA, Associazione Italiana Malattia di Alzheimer

FEDIOS, FEDERAZIONE ITALIANA OSTEOPOROSI E MALATTIE DELLO SCHELETRO

A.I.NET, Vivere la Speranza – Amici di Emanuele Cicio, è l’Associazione Italiana Tumori Neuroendocrini e delle Neoplasie Endocrine Multiple.

NPS Italia Onlus, Network Italiano di persone Sieropositive

L’OROLOGIO BIOLOGICO ‘CATTIVO’ DEL PROCESSO D’INVECCHIAMENTO E UNA NUOVA OPPORTUNITA’ PER I PAZIENTI

L’OROLOGIO BIOLOGICO ‘CATTIVO’ DEL PROCESSO D’INVECCHIAMENTO E UNA NUOVA OPPORTUNITA’ PER I PAZIENTI

Il tumore della prostata è una patologia peculiare dell’età avanzata, al punto da essere considerato l’orologio biologico “cattivo” del processo d’invecchiamento. La prostata è una ghiandola, grande quanto una noce, che fa parte del sistema riproduttivo maschile. Il cancro della prostata è la crescita incontrollata di cellule neopla-stiche all’interno della ghiandola. Queste cellule per crescere e svilupparsi necessitano del testosterone, un ormone maschile. Talvolta le cellule tumorali prostatiche possono uscire dalla ghiandola e invadere altri organi o strutture dell’organismo, più frequentemente ossa e linfonodi, in questi casi si parla di “carcinoma prostatico avanzato, o metastatico”. Il tumore della prostata è la forma di tumore più diffusa tra gli adulti di sesso maschile e rappresenta il 20% di tutti i tumori tra gli uomini di età superiore ai 50 anni. È rimasto a lungo orfano di farmaci efficaci, ma di recente l’AIFA ha dato il via libera a enzalutamide, un farmaco indicato per i pazienti affetti da carcinoma della prostata avanzato resistente alla castrazione dopo fallimento della chemioterapia. Si tratta di un agente ormonale di ultima generazione che inibisce in modo selettivo il recettore degli androgeni (testosterone), “motore” del carcinoma prostatico, migliorando in modo significativo la sopravvivenza, con un impatto positivo sulla qualità di vita grazie al buon profilo di tollerabilità, sicurezza e maneggevolezza. Il farmaco, a somministrazione orale, è dispensato dal Servizio sanitario, in fascia “H”, dietro ricetta non rinnovabile dei Centri ospedalieri o degli specialisti. Enzalutamide rappresenta un enorme passo in avanti nel trattamento del carcinoma prostatico metastatico resistente alla chemioterapia perché blocca in maniera potente e duratura nel tempo il recettore degli androgeni. A differenza di altre terapie farmacologiche antiandrogene, che riducono ma non azzerano i livelli circolanti di testosterone, enzalutamide si lega in maniera potente e prolungata al recettore degli androgeni, ripristinando un controllo sulla cellula tumorale prostatica e inducendone in alcuni casi la morte.

I risultati dello studio AFFIRM, condotto in doppio cieco e pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2012, hanno dimostrato che la differenza in termini di frequenza di eventi avversi nei pazienti trattati con enzalutamide rispetto a quelli trattati con placebo è minima. Si registra un lieve aumento della stanchezza, delle vampate di calore e, raramente, della cefalea. Il farmaco presenta quindi un buon profilo di sicurezza e tollerabilità e ha migliorato la qualità di vita dei pazienti del 43%, secondo il punteggio del questionario somministrato ai pazienti durante il trial: percentuale questa non irrilevante, considerata la gravità della malattia. Lo studio ha inoltre dimostrato che enzalutamide è in grado di contrastare la crescita del tumore e delle metastasi, migliorando in maniera statisticamente significativa la sopravvivenza globale (4,8 mesi) rispetto al placebo (18,4 vs 13,6 mesi), con miglioramento della sopravvivenza libera da progressione radiografica, in pazienti che si dimostravano non più responsivi all’ormonoterapia tradizionale e alla chemioterapia.

Tumore della prostata Astellas ProFormat ComunicazionePaolo Marchetti (Professore ordinario di Oncologia Medica, Sapienza Università di Roma, Direttore U.O.C. Oncologia Medica, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea, Roma) ci spiega meglio la patologia.

 

In Europa il tumore della prostata è il tipo di neoplasia più diffusa nella popolazione maschile dopo i tumori cutanei. Quali sono le caratteristiche di questo tumore? Come si manifesta? Quali sono l’incidenza e i principali fattori di rischio?

Il tumore della prostata è una neoplasia tipica dell’età più avanzata: potremmo definirla quasi una sorta di orologio biologico in negativo del fisiologico processo d’invecchiamento. Numerosi studi autoptici condotti in soggetti sopra gli 80 anni, deceduti per cause non neoplastiche, rivelano la presenza di focolai tumorali prostatici. Questo sta a significare che la ghiandola prostatica è un organo molto incline alla trasformazione neoplastica a causa dell’invecchiamento: purtroppo, se in molte persone la patologia non si manifesta clinicamente, alcuni soggetti sviluppano il tumore. Classicamente, la fascia d’età più colpita è quella dopo i 70 anni; tuttavia nell’ultimo decennio, sia per un miglioramento delle indagini diagnostiche che della diagnosi precoce, assistiamo alla comparsa di tumori della prostata in età precedente, tra i 60 e i 70 anni e, seppure rarissimo, qualche caso prima dei 60 anni. Il tumore della prostata è caratteristicamente ormono-sensibile agli androgeni, tant’è vero che la malattia regredisce asportando i testicoli o somministrando farmaci che riducono i livelli di testosterone. Per quanto riguarda i sintomi, la patologia si manifesta con difficoltà a urinare e sangue nelle urine, quasi sempre quando è già in fase avanzata. Si tratta della neoplasia più frequente tra i maschi adulti, rappresentando il 20% di tutti i tumori diagnosticati a partire dai 50 anni di età nell’uomo. Ogni anno si registrano 42.000 nuovi casi e 8.000 decessi e questi numeri sono in aumento anche a motivo della diagnosi precoce più frequente e per il cambiamento degli stili di vita. Il primo fattore di rischio è l’invecchiamento, seguito dalla dieta troppo ricca di grassi e dalla scarsa attività fisica. Bisogna comunque tener presente che un 5-10% dei tumori prostatici è genetico-ereditario, con maggiore frequenza tra i più giovani; mentre la familiarità è presente nel 25% di casi. Fattori protettivi, da non sottovalutare, sono le vitamine D, A e gli antiossidanti.

 

Quali sono generalmente l’evoluzione e la prognosi della patologia? Cosa si intende per “forma metastatica resistente alla castrazione”?

Lasciato a se stesso, il tumore della prostata evolve e metastatizza portando ad exitus. Oggi però, grazie ai trattamenti chirurgici e farmacologici, la sopravvivenza dei pazienti è di circa l’88% a 5 anni dalla diagnosi, con una prognosi che possiamo definire favorevole se la neoplasia viene diagnosticata precocemente e trattata in maniera integrata. La forma metastatica resistente alla castrazione, intesa come tumore resistente alla deprivazione degli androgeni, concetto fondamentale emerso di recente, è più complessa, ma si riesce a superare tale ostacolo grazie alle nuove prospettive terapeutiche basate su farmaci non solo chemioterapici e che rispettano, anche e soprattutto, la qualità di vita del paziente.

Uno dei problemi del tumore della prostata è il ritardo della diagnosi, che in circa il 10-20% dei casi arriva nella fase già avanzata: quali sono i fattori che ostacolano un riconoscimento tempestivo della malattia?

Il motivo principale per cui il tumore della prostata viene di solito diagnosticato tardivamente risiede nella natura del tumore stesso: questo cancro infatti origina e cresce nella parte più esterna della ghiandola prostatica, il cosiddetto mantello, e le alterazioni che innesca non danno segni della loro presenza se non quando il tumore è molto cresciuto. Altro ostacolo alla diagnosi tempestiva è proprio la carenza di indagini diagnostiche che segue un gradiente Nord-Sud nel Paese. Inoltre lo stesso dosaggio del PSA può rivelarsi uno strumento diagnostico ingannevole, in quanto spesso evidenzia forme tumorali che magari non avrebbero mai dato problemi. Ecco perché lo screening va sempre eseguito in accordo con il proprio medico curante e i risultati devono essere interpretati con molta cautela.

Come si sviluppa la collaborazione tra urologo e oncologo? Che importanza ha l’approccio multidisciplinare, sia nella fase che precede la diagnosi sia nel successivo percorso di cura?

La collaborazione tra le diverse figure specialistiche deve iniziare subito, dal momento in cui si ha il sospetto di neoplasia prostatica. Parlare di approccio multidisciplinare può dare l’idea che il paziente sia una sorta di pacco postale, trasferito da uno specialista all’altro a seconda del momento e della necessità. Così non deve essere. Quel che interessa noi medici è una collaborazione interdisciplinare stretta all’interno di un gruppo competente che includa tutte le figure specialistiche necessarie e in grado di offrire la valuta

IL TUMORE AL POLMONE: UNO DEI BIG KILLER MONDIALI

IL TUMORE AL POLMONE: UNO DEI BIG KILLER MONDIALI

I polmoni sono due organi simmetrici, spugnosi, posti nel torace. La loro funzione è quella di trasferire l’ossigeno respirato al circolo sanguigno e depurarlo dell’anidride carbonica prodotta dall’organismo.
Il tumore del polmone compromette questa funzione in quanto provoca una crescita incontrollata di determinate cellule (quelle che costituiscono bronchi, bronchioli e alveoli) che possono costituire un massa che ostruisce il corretto flusso dell’aria, oppure provocare emorragie polmonari o bronchiali.
Non esiste un solo tipo di tumore del polmone bensì diverse tipologie di malattia a seconda del tipo di cellula da cui originano.
I bronchi, i bronchioli e gli alveoli polmonari sono ricoperti da un sottile strato di tessuto detto epitelio. Il 95% dei cancri al polmone origina proprio dall’epitelio e viene chiamato carcinoma broncògeno (ovvero originato dai bronchi). Nel restante 5% dei casi l’origine può essere a livello di tessuti diversi che compongono il polmone, per esempio i tessuti nervoso ed endocrino (in questo caso si parla di carcinoide polmonare di origine neuroendocrina) o linfatico (in questo caso si tratta di un linfoma polmonare).
Il tumore al polmone è ancora la neoplasia più diffusa in tutto il mondo ed è sempre la principale causa di morte per cancro, con oltre 1.180.000 decessi ogni anno. Novembre 2014 è stato il mese di sensibilizzazione mondiale sulla patologia e l’attenzione era puntata sul big killer e a 1.350.000 nuovi casi ogni anno: 38 mila le nuove diagnosi in Italia e la Regione Lombardia è al primo posto per incidenza con 7.200 nuovi casi l’anno (fonte AIRTUM 2014). In Europa sono stati attribuiti al tumore del polmone circa 375 mila casi nel 2000, che rappresentano il 20,3% delle morti per cancro. L’incidenza media stimata per una popolazione di 100.000 persone all’interno dell’Unione Europea (25 stati membri) è di 71,8 per gli uomini e 21,7 per le donne.
Da qualche anno si assiste a una rivoluzione, infatti, con gli strumenti di anticipazione della diagnosi oggi a disposizione, possiamo rovesciare questi numeri: oltre l’80% dei pazienti può essere operato con un intervento chirurgico conservativo e con una percentuale di sopravvivenza dell’85%. E anche quando la diagnosi non è tempestiva, le nuove frontiere della genetica hanno messo a disposizione farmaci fino a due volte più efficaci di quelli tradizionali.
Su queste premesse l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) lancia il “Programma Polmone”, che integra le competenze e gli strumenti di imaging, di chirurgia e di ricerca genetica per ridurre al minimo la tossicità delle cure, mantenendo il massimo di efficacia, anche negli stadi più avanzati della malattia.
Passaggio importante di questa strategia è il primo Lung Cancer Meeting organizzato dallo IEO il 26 novembre, nel quale esperti italiani e internazionali hanno fatto il punto sulle nuove strategie di cura in una visione di approccio personalizzato, che vede i pazienti seguiti attraverso percorsi diagnostico-terapeutici preferenziali, esclusivamente dedicati a questa forma di tumore.
“La Divisione di Chirurgia Toracica dello IEO opera mille casi l’anno, con una mortalità a 30 giorni dello 0,9% (dati Agenas) e si colloca in cima alle classifiche nazionali. Questi risultati sono possibili grazie al Programma Polmone che identifica un nuovo modo di gestire e curare il paziente con cancro polmonare: il paziente sta al centro, mentre un gruppo di specialisti gli ruota intorno, accompagnandolo passo dopo passo dal momento in cui arriva per la prima visita fino al follow up delle cure”, afferma Lorenzo Spaggiari, Professore di Chirurgia Toracica Università degli Studi di Milano e Direttore della Chirurgia Toracica dell’IRCCS Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano.
All’interno del Programma Polmone è stata avviata quest’anno una linea di ricerca chiamata “Tumore del Polmone Chemio-free” con l’obiettivo di disegnare per ciascun stadio di malattia, compreso quello più avanzato, una strategia terapeutica finalizzata a fare in modo di ridurre al minimo l’utilizzo della chemioterapia, a favore delle nuove terapie a bersaglio molecolare.
L’iniziativa si basa su dati ampiamente dimostrati in letteratura per il cancro polmonare non a piccole cellule (80% dei casi).
“Negli ultimi anni si sono acquisite importanti conoscenze sui meccanismi di crescita dei tumori polmonari. È stata fondamentale l’identificazione di alcuni oncogeni coinvolti nello sviluppo dei tumori polmonari non a piccole cellule, portatori di anomalie geniche che sono il bersaglio dei farmaci biologici, due volte più efficaci della tradizionale chemioterapia e con un profilo di tollerabilità molto superiore – sottolinea Filippo de Marinis, Direttore della Oncologia Toracica dell’IRCCS Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano -. Si stanno studiando molte mutazioni che interagiscono con la crescita del tumore al polmone e di cui la ricerca sta mettendo a punto sempre nuovi trattamenti. Quella che ormai conosciamo bene è la mutazione del gene EGFR, che si riscontra in circa il 14% dei pazienti con adenocarcinoma polmonare in fase metastatica e per cui sono a disposizione dei farmaci biologici specifici”.

Fattori di rischio

  • Il fumo è associato con l’80% dei casi di tumore al polmone.
  • Per quanto riguarda il fumo passivo, vi è un aumento del 20% della probabilità di sviluppare il tumore al polmone nei coniugi di fumatori.
  • Episodi in famiglia di tumore al polmone.
  • L’esposizione ad amianto e al gas radon.
  • L’inquinamento atmosferico urbano e domestico (in particolare nelle case poco ventilate in cui vengono regolarmente bruciati i combustibili del carbone, del legno o di altri solidi) sono stati collegati con un aumento di rischio di tumore al polmone.

I sintomi

I sintomi più comuni del tumore al polmone non sempre si manifestano con chiarezza e possono essere comuni ad altre malattie. Ciò significa che i sintomi sono a volte trascurati, e questo è uno dei motivi per i quali molti pazienti si recano dal medico solo nella fase avanzata della malattia. Tuttavia, i sintomi più comuni del cancro al polmone sono:

  • Mancanza di respiro e/o affanno.
  • Tosse cronica e/o ripetuti attacchi di bronchite.
  • Raucedine della voce, dolore toracico.
  • Perdita di peso e di appetito senza una ragione apparente.
2 MILA NEUROLOGI A CONFRONTO

2 MILA NEUROLOGI A CONFRONTO

Duemila neurologi da tutta Italia si sono riuniti a Cagliari per la 45a edizione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurologia (SIN). Numerose le sessioni di aggiornamento e confronto su tutte le tematiche neurologiche: dalle malattie neurodegenerative come Alzheimer, Sclerosi Multipla, Parkinson fino a disturbi complessi come le cefalee.

“Le malattie neurologiche sono in costante aumento soprattutto a causa dell’invecchiamento della popolazione – afferma Aldo Quattrone, Presidente SIN -. In Italia la demenza colpisce 1 milione di persone, di cui 600 mila affetti da Malattia di Alzheimer; 200 mila i pazienti con Morbo di Parkinson, tra questi 50 mila casi di parkinsonismi; 930 mila sono le persone con conseguente invalidanti dell’ictus, patologia che ogni anno fa registrare 250 mila nuovi casi; 60 mila circa i malati di Sclerosi Multipla, circa 1 caso ogni mille. La ricerca in campo neurologico tende sempre più verso metodiche innovative di diagnosi precoce della malattia neurodegenerativa per consentire un approccio terapeutico tempestivo. Spesso infatti solo intervenendo agli esordi della malattia con un trattamento precoce si ottiene un forte rallentamento nella progressione della malattia. I ricercatori italiani sono molto impegnati su questo fronte con un’importante produzione di studi scientifici che, in parte, presenteremo nel corso del congresso di Cagliari”.

Durante la conferenza stampa sono stati presentati i seguenti argomenti:

1. MALATTIA DI PARKINSON
Prof. Aldo Quattrone, Presidente SIN e Rettore Università Magna Graecia di Catanzaro

La prevenzione del Parkinson è possibile se la diagnosi viene effettuata molto precocemente o, meglio ancora, in fase pre-motoria, e cioè prima della comparsa dei disturbi motori caratteristici, come la lentezza dei movimenti e il tremore di riposo, ponendo grande attenzione ad alcuni disturbi che, invece, non sono specifici della malattia. Tra questi, i più importanti sono il deficit olfattivo (ipo o anosmia) e il disturbo comportamentale in sonno REM (RBD), caratterizzato da comportamenti quali urlare, scalciare, tirare pugni durante il sonno. RBD al momento rappresenta il marcatore predittivo più affidabile di malattia di Parkinson. Infatti, circa il 60% dei pazienti che ne è affetto sviluppa la malattia entro 10-12 anni. La corretta diagnosi di ipo-anosmia e di RBD consente di individuare i soggetti a rischio di sviluppare la malattia, e di valutare l’efficacia di interventi terapeutici con farmaci neuro-protettivi capaci di arrestare o rallentare il decorso della malattia.

2. EPILESSIA
Prof. Umberto Aguglia, Coordinatore Gruppo di Studio Epilessie SIN, Professore Ordinario di Neurologia presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro e Direttore del Centro Regionale Epilessie A.O. Bianchi Melacrino Morelli Reggio Calabria 

Nuovi orizzonti nella diagnosi e nella comprensione delle crisi epilettiche e delle varie forme di epilessia. Da un lato lo studio genetico del DNA per individuare marcatori di farmacoresistenza e di suscettibilità per le cosiddette “epilessie complesse”, grazie ai quali potrebbe essere possibile capire, attraverso un semplice prelievo del sangue, come i pazienti rispondono alle terapie. Dall’altro lato, tecniche avanzate di analisi integrata di segnali neurofisiologici e di imaging che hanno permesso la sperimentazione di avveniristici sistemi intracranici (chip che si inseriscono in prossimità dell’area del cervello), in grado di: visualizzare con molta precisione l’area del cervello da cui partono le scariche epilettiche e riconoscere precocemente le crisi e bloccarne l’insorgenza. Si utilizza in pazienti farmacoresistenti e in cui le epilessie sono parziali.

3. MALATTIA DI ALZHEIMER
Prof. Carlo Ferrarese, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca

Nuove possibilità diagnostiche permettono di anticipare la diagnosi di anni, addirittura in fase prodromica (all’insorgere dei primi sintomi, ma in assenza di demenza conclamata). Attualmente sono in sperimentazione alcune strategie terapeutiche da attuare in fase precoce che potrebbero modificare il decorso della malattia; queste vanno ad agire sulla proteina beta-amiloide, che si deposita nel cervello anni prima dell’esordio della Malattia di Alzheimer, bloccandone l’accumulo, inibendone la produzione o rimuovendola con anticorpi.

4. ICTUS CEREBRALE
Prof. Domenico Inzitari, Direttore della Stroke Unit dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze e Professore Ordinario presso la Clinica Neurologica dell’Università di Firenze 

Presentate le Linee guida della Italian Stroke Organisation che estendono la trombolisi ai pazienti ultra-ottantenni, portando il numero dei pazienti “aventi diritto” da 10 mila a 14 mila l’anno. Attualmente, in Italia vengono effettuate 3.600 trombolisi endovenose l’anno, numero ben al di sotto di quello dei pazienti “aventi diritto”, anche a causa del fatto che le unità ictus non sono diffuse capillarmente. A colmare il gap, la telemedicina, attraverso la quale un neurologo vascolare del centro ictus di un Ospedale di riferimento (Hub) può fornire in tempo reale la propria consulenza a un Pronto Soccorso periferico, effettuando esami a distanza e servendosi anche di telecamere ad alta definizione. Novità anche nella prevenzione secondaria, con i farmaci anticoagulanti diretti, inibitori della trombina (dabigatran) o del fattore X (rixaroxaban, apixaban).

5. CELLULE STAMINALI MESENCHIMALI IN SCLEROSI MULTIPLA
Prof. Antonio Uccelli, Direttore Centro di Eccellenza per la Ricerca Biomedica (CEBR) Università di Genova e Responsabile Centro per la Ricerca e la Cura della Sclerosi Multipla

Per la prima volta viene sperimentato l’utilizzo di cellule staminali mesenchimali nelle persone con Sclerosi Multipla, sulla base di evidenze che fanno supporre che tali cellule possano spegnere il processo che danneggia il sistema nervoso centrale, rilasciare molecole utili alla sopravvivenza e, possibilmente, alla riparazione del tessuto danneggiato. L’Italia, con i Centri di Genova, Milano San Raffaele, Verona e Bergamo, è uno dei 9 Paesi coinvolti nello studio. Nonostante le enormi aspettative per questo studio, è impensabile che le staminali mesenchimali possano rigenerare i neuroni perduti e migliorare la condizione clinica dei pazienti con grave disabilità. Ci permetterà, però, di dare una risposta autorevole sulla sicurezza e sull’efficacia di questo tipo di trattamento, ponendo fine alle speculazioni.

6. NOVITÀ NELLE TERAPIE IN SCLEROSI MULTIPLA
Prof. Giancarlo Comi, Past President SIN e Direttore Dipartimento Neurologico e Istituto di Neurologia Sperimentale Università Vita-Salute, Ospedale San Raffaele di Milano

Per quanto concerne le terapie recentemente introdotte in Italia o di prossima introduzione, saranno presentati i risultati di studi che contribuiscono a definire il profilo di sicurezza ed efficacia di farmaci come il fingolimod e la teriflunomide. Interessanti osservazioni di farmacogenetica su farmaci in uso da più tempo che aiutano a individuare, grazie a marcatori genetici appena scoperti, una maggiore suscettibilità al trattamento. Importanti contributi sugli aspetti diagnostici e pronostici; sempre elevata, infine, l’attenzione sui problemi cognitivi e affettivi che hanno una grande ricaduta sulla qualità della vita dei pazienti.

UN FISIOTERAPISTA ITALIANO ALLA CORTE DEL PRINCIPE DI MONACO

UN FISIOTERAPISTA ITALIANO ALLA CORTE DEL PRINCIPE DI MONACO

Non è una novità che il Made in Italy sia apprezzato all’estero. Possiamo parlare dell’ennesima fuga di cervelli: lui è Nicola Sasso, per 6 anni fisioterapista della Nazionale Italiana di Sci e per 5 anni nel mondo del calcio, presso il settore giovanile della Juventus. Nel maggio 2013 ha firmato un contratto biennale con il principato di Monaco per seguire la campionessa Alexandra Coletti. “Avevo ancora un anno di contratto con la Nazionale Italiana, ma mi affascinava l’idea di un’esperienza all’estero – riferisce Sasso –. Alexandra Coletti è una grande atleta, mi ha chiesto di lavorare per lei e la sua proposta non si poteva rifiutare. Insieme proveremo a toglierci tante soddisfazioni. Come suo fisioterapista avrò il compito di farla stare bene, preservare la sua salute e aiutarla nella preparazione atletica in cui è seguita da un professionista austriaco. Sarà una bella avventura”. Sasso assisterà Alexandra per tutta la coppa del mondo e sarà il suo angelo custode durante la rassegna olimpica.

fisio1La campionessa monegasca ha infatti cambiato staff e in previsione delle olimpiadi invernali, a Sochi il prossimo febbraio, ha puntato su un team tutto italiano: David Fill come allenatore, Luigi Parravicini come skiman e Nicola Sasso, appunto, come fisioterapista.

Nicola Sasso ha 35 anni, è professore di educazione fisica, dottore in Scienze motorie,  laureato in Fisioterapia, Preparatore atletico F.I.G.C., a Coverciano, e vanta un master in “Preparazione atletica” presso l’Università C. Bernard di Lione, dove ha avuto il primo approccio con la lingua francese.

“Alexandra parla francese, inglese, tedesco e anche italiano – precisa Sasso –, quindi riusciamo a comunicare senza problemi, e nei lunghi trasferimenti, tra un allenamento e l’altro, mi aiuta a perfezionare il mio francese. E’ un modo costruttivo e divertente per passare il tempo durante i nostri viaggi”.

Lo Ski Team è appena tornato in Europa dopo 20 giorni di allenamento in Cile, terminato in anticipo per un infortunio della Coletti. “Alex è caduta durante un allenamento in gigante e ha subito un’avulsione malleolare, una piccola frattura al perone, ma ha recuperato in tempo record e dopo 19 giorni è tornata a sciare”. La forza di volontà dell’atleta del Principato e le cure del giovane ed esperto fisioterapista, soprannominato dai suoi pazienti “Miracle man”, sono risultate efficaci. Sasso quindi continuerà a gestire la salute della campionessa, che ha già subito numerosi interventi chirurgici alle ginocchia e alla schiena.

fisio2“Il recupero nasce dalla testa. Ottimismo e positività sono ingredienti fondamentali della ricetta segreta”, spiega il fisioterapista. Tra i recuperi prodigiosi anche quello della campionessa bresciana Nadia Fanchini, quando Sasso era ancora in FISI. “Nel 2010, prima delle Olimpiadi di Vancouver, Nadia si lesiona entrambe le ginocchia: rottura dei legamenti crociati, lesione del muscolo gastrocnemio e del muscolo popliteo – racconta Sasso –. La Franchini torna sugli sci nel 2011 durante la tappa di Coppa del Mondo di Cortina d’Ampezzo, ma sfortunatamente cade e si rompe nuovamente il legamento crociato anteriore. Sembra la fine della sua carriera. Segue poi un lungo periodo di riabilitazione dove le ore di fisioterapia superano di gran lunga quelle sugli sci.   

fisio3Questa odissea non frena in Nadia la voglia di tornare protagonista e, ai Mondiali di Schladming, lo scorso febbraio, vince la medaglia d’argento in discesa libera dietro la francese Rolland”.
Una bella storia di sport che Sasso ricorda con la gioia e con il sorriso che lo contraddistinguono. Perché, asserisce: “la terapia del sorriso potenzia gli effetti delle cure”.
“Ogni persona ha un tallone d’Achille, un punto debole – spiega . Dipende essenzialmente dall’assetto posturale: con una corretta anamnesi si può comprendere dove le tensioni vanno ad accumularsi. Quello è l’anello debole della catena muscolare.
Con un lavoro individualizzato si crea un programma fisioterapico ad hoc. Come fa il sarto, che cuce un abito su misura.
Bisogna creare, attraverso l’allungamento di alcuni muscoli e il rinforzo di altri, un nuovo equilibrio posturale dove le sollecitazioni vengano assorbite al meglio senza creare disfunzioni e dolore. Il trattamento individualizzato tiene conto anche degli infortuni pregressi dell’atleta: gran parte degli infortuni nello sport (il 25% nel calcio, nello sci anche di più) sono delle recidive. Il lavoro fisioterapico quindi deve essere individualizzato per evitare le ricadute.
Oltre a essere individualizzato il lavoro deve essere sport-specifico. Ogni sport ha degli infortuni e dei disturbi tipici: il tennis le tendiniti al gomito, la pallavolo le problematiche di spalla. Nello sci vengono colpite la zona lombare (lombalgie, protusioni ed ernie) e le ginocchia (problematiche legamentose e meniscali). Lavorare in quella direzione aiuta a salvaguardare l’integrità fisica dell’atleta.
Uno sciatore può essere forte, veloce, resistente, ma se è infortunato o ha dolore difficilmente riuscirà a vincere. Per questo credo che anche la preparazione atletica debba essere mirata alla prevenzione: troppa gente si allena male e si fa male.
Tanti sportivi si allenano in base a modelli standard e questo è sbagliato, perché ogni atleta ha una diversa struttura fisica, una storia curriculare diversa e diverse esigenze. Ancora troppi atleti seguono le mode dell’allenamento e non fanno quello che realmente è necessario al loro fisico o, peggio, copiano l’allenamento del campione che magari ha vinto l’anno precedente.
fisio4A volte i preparatori tralasciano la prevenzione nei loro programmi d’allenamento. Io preferisco preservare l’integrità fisica e lo stato di salute. Questo permette la continuità d’allenamento, che offre importanti vantaggi: uno sviluppo fisico costante e armonioso, un miglioramento delle capacità condizionali e coordinative, un costante perfezionamento tecnico – tattico e, da non sottovalutare, un rinforzo della componente psicologica (perché, dopo un brutto infortunio, mentalmente è difficile dare subito il 100%, e nello sci… chi ha paura non può vincere, dato che vince chi frena meno).
Su questi temi sto scrivendo un libro – conclude Sasso –. L’atleta e la sua salute sono il fulcro di tutto il lavoro. Io non mi occupo di sci, ma di chi scia, nel caso specifico della monegasca Alexandra Coletti”.
Un fisioterapista “azzurro” alla corte del Principe di Monaco.
Una bella storia di sport che sembra una fiaba. E chissà se a palazzo, oltre al lavoro, l’affascinante fisioterapista incontrerà anche la sua principessa.

                                                                              Clementina Speranza

UN NUOVO TRATTAMENTO PER IL DIABETE DI TIPO 2

UN NUOVO TRATTAMENTO PER IL DIABETE DI TIPO 2

E’ stato dimostrato che le malattie cardiovascolari sono più frequenti nelle persone con diabete, rispetto a quelle senza diabete di pari età e sesso. Soprattutto le complicanze più gravi (infarto, ictus, scompenso cardiaco e morte improvvisa) colpiscono più frequentemente chi ha il diabete.

Il 60% – 80% delle persone affette da diabete muoiono a causa di malattie cardiovascolari.

Ecco perché la sicurezza cardiovascolare dei farmaci antidiabetici è oggi uno dei principali temi di attualità e attenzione da parte della comunità scientifica, dei pazienti e delle autorità regolatorie.

Alogliptin e le terapie in combinazione a dosaggio fisso appartengono al gruppo di farmaci DPP-4 inibitori e sono indirizzati al trattamento del diabete 2; i DPP-4 inibitori rallentano l’inattivazione degli ormoni incretinici GLP-1 e GIP. Una maggiore attività delle incretine permette al pancreas di secernere insulina attraverso un meccanismo glucosio dipendente, ottenendo così un miglior controllo glicemico.

Alogliptin è il primo e unico farmaco della classe dei DPP-4 inibitori ad aver dimostrato evidenze di sicurezza cardiovascolare in pazienti con diabete di tipo 2 con sindrome coronarica acuta recente, consente un controllo glicemico costante e le tre diverse formulazioni e i diversi dosaggi disponibili permettono di personalizzare il trattamento. Alogliptin è una terapia orale per il trattamento degli adulti con diabete 2 di età pari o superiore a 18 anni per migliorare il controllo glicemico in combinazione ad altri medicinali ipoglicemizzanti,inclusa insulina, quando questi, unitamente a dieta ed esercizio fisico, non forniscono un adeguato controllo glicemico.

Sul tema della sicurezza cardiovascolare di Alogliptin si è espresso Stefano Genovese, Diabetologo presso l’IRCCS Multimedica di Sesto San Giovanni. “Alogliptin ha dimostrato evidenze di sicurezza cardiovascolare in pazienti con diabete di tipo 2 con recente sindrome coronarica acuta, come dimostrato dallo studio EXAMINE condotto su 5.380 pazienti, che ha valutato la sicurezza cardiovascolare in pazienti ad alto rischio di sviluppare eventi cardiovascolari, causa principale di morbilità e mortalità nella popolazione con diabete di tipo 2. Alogliptin, sul mercato giapponese dal 2010, ha alle spalle molti dati clinici e post-marketing che rafforzano il profilo terapeutico di questo farmaco innovativo”.

l diabete 2 è una malattia progressiva complessa da gestire: la diagnosi di diabete ha un forte impatto emotivo sui pazienti e i loro familiari per molteplici motivi – il rischio di complicanze a lungo termine, le difficili modifiche da portare nel proprio stile di vita, necessarie per raggiungere gli obiettivi glicemici. Questo può portare a un senso di fallimento, di colpa e frustrazione.

L’individuazione di un trattamento che tenga in considerazione le esigenze e le preferenze di ogni paziente è la pietra angolare per gestire con successo il diabete 2. Considerando che ogni paziente reagisce in modo diverso ai farmaci, la disponibilità di molteplici opzioni di trattamento consente a medici e operatori sanitari di adattare l’approccio terapeutico individualizzato.

La gestione del diabete 2 è particolarmente complicata in pazienti con comorbidità e che necessitano di più farmaci, così come in coloro che sono ad aumentato rischio di sviluppare ipoglicemia. I pazienti spesso hanno bisogno di prendere uno o più farmaci per il controllo glicemico. Nonostante la varietà di opzioni di trattamento disponibili, molti pazienti non riescono ancora a raggiungere gli obiettivi glicemici, sperimentano episodi di ipoglicemia, sono in sovrappeso e rimangono a rischio di complicanze a lungo termine, come le malattie cardiovascolari e insufficienza renale.

La diagnosi del diabete di tipo 2 ha un forte impatto emotivo sui pazienti e i loro familiari perché comporta il cambiamento dello stile di vita, a volte troppo sedentario e l’adesione ad una dieta alimentare varia, ma calibrata per ciò che concerne la quantità degli alimenti da assumere. A volte le difficoltà che la persona incontra in questo percorso possono portare a un senso di fallimento, di colpa e frustrazione – commenta Egidio Archero, presidente FAND (Associazione Italiana Diabetici) –. Oggi vi è la possibilità di individuare anche a livello terapeutico il trattamento più adatto per una gestione efficace della malattia ed evitare le complicanze a lungo termine. L’introduzione di terapie multiple permette di personalizzare il trattamento e di rispondere meglio ai bisogni individuali della persona con diabete tipo 2”.

 

Il diabete in numeri 

– Nel mondo 382 milioni di persone soffrono di diabete e la International Diabetes Federation prevede che entro il 2035 questa cifra raggiungerà i 592 milioni.
– In ogni paese del mondo il diabete di tipo 2 è in aumento. Si stima che circa tre milioni di persone in Italia soffrano di questa malattia.
– Nel 2013 nel mondo si sono verificati 5,1 milioni di decessi dovuti al diabete. Nel 2013 la spesa sanitaria totale relativa al diabete è stata di almeno 548 miliardi USD – l’11% della spesa sanitaria totale per gli adulti.

 

Cosa è il diabete di tipo 2?

– Il diabete di tipo 2 è la forma più comune di diabete, pari al 85-95% di tutti i casi.
– Questa malattia cronica si sviluppa quando il corpo non riesce a usare correttamente l’insulina prodotta dal pancreas, aumentando i livelli glicemici nel sangue. Il diabete di tipo 2 è una malattia progressiva che può portare a complicanze gravi per la salute. Livelli glicemici alti possono danneggiare i vasi sanguigni, il sistema nervoso, i denti, gli occhi e i reni. Infatti a livello mondiale il diabete è la causa principale di amputazioni, cecità e insufficienza renale. Una complicanza grave del diabete di tipo 2 sono le malattie cardiovascolari (CVD), la causa più comune di decesso in questa popolazione di pazienti.

 

Qual è la causa del diabete di tipo 2?

 

L’aumento della prevalenza del diabete nel mondo è associato a una serie di fattori, compreso l’invecchiamento della popolazione. I fattori di rischio più comuni per il diabete di tipo 2 comprendono:

  • Predisposizione ereditaria
  • Peso corporeo eccessivo
  • Cattiva alimentazione
  • Stile di vita sedentario
  • Età
  • Ipertensione

 

Come viene diagnosticato il diabete di tipo 2?

 

Il diabete di tipo 2 viene in genere diagnosticato da un operatore sanitario tramite un test che misura il glucosio nel sangue. Spesso il diabete di tipo 2 non dà sintomi. Tuttavia chi ne soffre può manifestare i seguenti disturbi:

  • Minzione frequente
  • Sete eccessiva
  • Aumento della fame
  • Perdita di peso
  • Stanchezza
  • Mancanza di interesse e concentrazione
  • Sensazione di formicolio o di torpore a mani o piedi
  • Annebbiamento della vista
  • Infezioni frequenti
  • Lenta guarigione delle ferite
  • Vomito e dolore allo stomaco (spesso scambiato per influenza).

 

La diagnosi ha spesso un impatto emotivo forte sui pazienti e sui loro cari che devono confrontarsi con l’aumentata mortalità, il rischio di complicanze a lungo termine e i difficili cambiamenti dello stile di vita. Questo può portare i pazienti a provare un senso di fallimento, di colpa e di frustrazione mentre lottano per mantenere uno stile di vita adeguato e raggiungere i target glicemici.

 

Gestire il diabete di tipo 2

A causa della natura della malattia, le persone che soffrono di diabete di tipo 2 devono cambiare il proprio stile di vita in maniera importante e molti di loro dovranno provare nel tempo diverse terapie.
– Gestire il diabete di tipo 2 è particolarmente difficile nei pazienti con comorbilità che necessitano di più di una terapia, come quelli a rischio di ipoglicemia.
– I pazienti spesso hanno bisogno di assumere uno o più trattamenti per riuscire a tenere sotto controllo i livelli glicemici.

 

Le persone con diabete di tipo 2 hanno bisogno di supporto da parte degli operatori sanitari e dei loro familiari per cambiare lo stile di vita, prendere decisioni terapeutiche, gestire al meglio la malattia e ridurre il rischio di complicanze a lungo termine.

 

– La gestione dovrebbe includere il controllo della pressione, cambiamenti favorevoli nella dieta e nell’esercizio fisico, il mantenimento di un peso corporeo normale, astensione dal fumo e cura dei piedi. I pazienti con diabete di tipo 2 possono essere curati con terapie orali, ma altri potrebbero aver bisogno di insulina.

 

– Individuare i trattamenti che prendano in considerazione le necessità e le preferenze di ogni paziente è il punto fondamentale per avere successo nella gestione della malattia. Poiché ogni paziente risponde in maniera diversa ai trattamenti, la disponibilità di diverse opzioni terapeutiche consente agli operatori sanitari di preparare approcci terapeutici mirati.

 

Focus Italia: emergenza sociale, epidemiologia, costi per la società

 

Diabete, fenomeno di emergenza sociale sotto molteplici aspetti:

 

è in aumento, sia come incidenza sia come prevalenza
causa scarsa qualità di vita, peso sulla persona, sulla famiglia e sulla società
causa spesso morte prematura ed è tra le maggiori cause di morte
è la seconda causa di insufficienza renale terminale
è la più comune causa di cecità
è la più comune causa di amputazioni non traumatiche
è la più comune malattia cronica fra i bambini
ha costi sanitari diretti consistenti (10-15% dei costi dell’assistenza sanitaria) con un elevato costo pro capite (3.348 euro l’anno per paziente); la previsione di aumento della prevalenza farà quindi lievitare anche i costi

 

Quadro epidemiologico

– Il diabete costituisce una delle più rilevanti e costose malattie sociali della nostra epoca, soprattutto per il suo carattere di cronicità, per la tendenza a determinare complicanze nel lungo periodo e per il progressivo spostamento dell’insorgenza verso età giovanili. La diffusione del diabete sta crescendo in ogni regione del mondo ed è previsto che il tasso di prevalenza globale aumenterà dal 6,4% del 2010 al 7,7% nel 2030.

 

– In Italia vivono almeno tre milioni di persone con diabete, cui si aggiunge una quota di persone, stimabile in circa un milione, che, pur avendo la malattia, non ne sono a conoscenza. Le disuguaglianze sociali agiscono fortemente sul rischio diabete: la prevalenza della malattia è, infatti, più elevata nelle classi sociali più basse e tal effetto è evidente in tutte le classi di età.

 

– Per quanto riguarda la prevalenza del diabete, i dati ISTAT indicano che, in Italia, nel 2010, risulta diabetico il 4,9% della popolazione (5,2% per le donne e 4,5% per gli uomini)2. Nell’ambito del gruppo di ASL che partecipano al sistema PASSI – Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia – la prevalenza del diabete, nelle persone di età 18-69 anni, nel 2010, è risultata pari al 5%. A Bolzano si registra il valore più basso (2%), mentre in Basilicata quello più alto (8%). Riguardo ai fattori di rischio associati al diabete: tra i diabetici, il 55% ha ricevuto una diagnosi di ipertensione e il 45% di ipercolesterolemia, il 75% è in eccesso ponderale (IMC≥25), il 39% è sedentario e il 22% fumatore.

 

– Data la correlazione diretta tra obesità/sovrappeso e diabete di tipo 2, devono destare preoccupazione i dati sulla diffusione di tali condizioni tra la popolazione italiana. L’ISTAT, relativamente all’anno 2010, rileva che in Italia, nella popolazione adulta, la quota di sovrappeso è pari al 35,6% (maschi 44,3%; femmine 27,6%), mentre gli obesi sono il 10,3% (maschi 11,1%; femmine 9,6%). Nel Sud e nelle Isole si rileva la quota più elevata di persone obese e in sovrappeso (11,5% e 38,7% rispettivamente).

L’HAUTE COUTURE SOLLEVA GLUTEI 

L’HAUTE COUTURE SOLLEVA GLUTEI 

Lato b, o sedere, glutei, fondo schiena, natiche: chiamatelo pure come preferite, ma sempre più diventa il protagonista assoluto del corpo.

L’estate scorsa ha impazzato tra i Vip, e in seguito tra la gente comune, la moda del selfie: postare cioè sui social network la parte anteriore del corpo, perfettamente in forma. Vip come Beyoncè, JLo, Mariah Carey e la Kardashian, mostravano invece un alto, grande e tonicissimo lato b. Anticipavano così la moda esplosa quest’estate: il belfie, postare il sedere.

Tante donne, guardandosi allo specchio e non contente per il proprio fondo schiena, pensano di rimodellarlo. Poi, quando considerano le due opzioni possibili: il riempimento con acido ialuronico, che si riassorbe in tempi brevi, o l’inserimento delle protesi, con la complessità di un intervento, il dolore, i lunghi tempi del post-operatorio e l’innaturale sensazione al tatto, magari cambiano idea.

Dopo anni di studi approfonditi e sperimentazioni si afferma una nuova tecnica chiamata B-UP!, che rialza i glutei vuoti o cadenti, per conformazione congenita, o a causa dell’età, di eccessive liposuzioni, di diete più o meno drastiche; una buona soluzione anche per le donne molto magre che hanno il sedere piatto e senza forma. I risultati sono molto naturali, il lato B diventa pieno e tonico da subito e l’effetto dura molti anni.

Si tratta di una nuova tecnica, ideata dal dottor Raoul Novelli, chirurgo plastico di Milano: un intervento semplice e veloce. “Pratico un’incisione, dai 2 ai 5 mm, sotto la parte del perizoma e passo un filo permanente Elasticum, composto da un materiale brevettato e bio-compatibile, con una tecnica a raggio, dentro la natica come fosse a cucire – spiega Novelli –, il muscolo non viene toccato, ma si agisce solo sulla parte grassa, e tirando il filo la natica si solleva.

L’intervento dura soltanto 45 minuti, l’anestesia è locale e, al massimo, se richiesta dalla paziente, inoculo una leggera sedazione. L’operazione si svolge in ambulatorio. Se è necessario, per realizzare l’adeguata rotondità, si procede con il lipofilling o si aspira con la liposcultura un po’ di grasso dai fianchi o dall’addome, e poi lo s’innesta nel polo superiore del gluteo. Terminato l’intervento c’è libertà di movimento. Nella maggior parte dei casi si torna alla vita normale dopo 3-4 giorni di convalescenza, l’unico fastidio è tenere una calza push-up, per una settimana giorno e notte, e nella seconda settimana solo di giorno. I primi risultati si vedono dopo appena sette giorni.

È consigliato evitare l’attività sportiva per due settimane. Successivamente, se il peso della persona subisce variazioni, posso aggiungere o togliere uno o più fili”.

glutei1

Il costo del sollevamento delle natiche è di 3500 euro e può variare a seconda della condizione iniziale dei glutei.

Se lo si desidera, non ci sono quindi più motivi per non postare il proprio “belfie” nelle reti sociali o per non esserne soddisfatte.

“Un fondoschiena veramente ben fatto è l’unico legame tra Arte e Natura”, affermava Oscar Wilde.

                                                  Arianna Eleonora Fiorini

Raoul Novelli. Laureato in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Milano nel 1985, iscritto all’Ordine dei Medici Chirurghi di Milano, è chirurgo plastico dal 1998, è socio dell’ASSECE (Associazione Europea di Chirurgia Estetica) e della SIES (Società Italiana di Medicina e Chirurgia Estetica). Da più di 20 anni esercita la libera professione come chirurgo plastico e medico estetico. Oltre alla tecnica B-UP! pratica liposuzione, laserlipolisi, addominoplastica, mastoplastica additiva e riduttiva, blefaroplastica, lifting delle braccia e del viso con fili o con tecniche tradizionali, lipofilling e tutti i trattamenti di medicina estetica per il ringiovanimento del viso e del corpo, dai fillers   al botox, dalla laserterapia estetica e vascolare ai peeling chimici. I suoi interventi non trasformano, non stravolgono, non alterano, ma migliorano l’aspetto del corpo e del viso in modo armonico e naturale.

www.raoulnovelli.it

tel. 340 1384600

SELFIE E MESSAGGI CONTRO IL TUMORE OVARICO

SELFIE E MESSAGGI CONTRO IL TUMORE OVARICO

Parte da Milano la prima tappa di “Scatti d’energia – Insieme contro il tumore ovarico”,

Foto d’autore di personaggi famosi per rompere il silenzio su questa malattia, il meno conosciuto e più insidioso dei tumori femminili, e sensibilizzare le donne sull’importanza di riconoscerne i sintomi.

Protagonisti della campagna anche i cittadini, che potranno inviare i loro selfie con messaggio attraverso la pagina Facebook (www.facebook.com/scattidenergia).

Sul sito www.scattidenergia.it le informazioni sulla campagna (promossa da ACTO onlus) e la gallery con i ritratti di celebrities e cittadini.

In Piazza Cordusio la mostra open air con i dieci ritratti di personaggi famosi che hanno accettato di farsi fotografare dal fotografo delle star Dirk Vogel mostrando un messaggio di sensibilizzazione sul tumore ovarico: attori come Anna Bonaiuto, Jane Alexander, Lucrezia Lante della Rovere e Claudio Santamaria, cantautori come Emma Marrone e Francesco Renga, personaggi televisivi come Lorella Cuccarini, Paola Perego, Marina Ripa di Meana, archistar  come Doriana e Massimiliano Fuksas, e sportivi come Elisa Di Francisca, schermitrice medaglia d’oro nel fioretto alle Olimpiadi di Londra del 2012. Dopo Milano, la mostra sarà ospitata a Napoli dal 22 al 28 ottobre 2014.

Nel 2015 sono previste altre tappe della campagna Scatti d’energia, la prima a Roma dove, oltre alla mostra fotografica itinerante, è prevista una cena di fundraising per dare la possibilità ad ACTO onlus di proseguire la sua lotta contro il tumore ovarico.

Nei pressi dell’installazione verrà distribuito gratuitamente il leaflet informativo di ACTO onlus “10 fatti che tutte le donne devono conoscere sul tumore ovarico”. I visitatori potranno, inoltre, ritirare la “Guida al Tumore Ovarico” realizzata da ACTO onlus in collaborazione con 7 società scientifiche. I ritratti dei personaggi famosi e i selfi dei cittadini, insieme a tutte le informazioni sulla campagna, saranno accessibili sul sito della campagna: www.scattidenergia.it

Per tutte le informazioni sul tumore ovarico, i Centri di cura specialistici e le iniziative di ACTO onlus: www.actoonlus.it.

Il carcinoma ovarico è il sesto tumore più diagnosticato tra le donne, colpisce circa 250 mila donne, e in Italia circa 37 mila ci convivono. Ogni anno si diagnosticano circa 5 mila nuovi casi. Secondo un’indagine promossa da ACTO onlus (Alleanza contro il Tumore Ovarico), in Italia 6 donne su 10 non conoscono questa patologia, e il 70% non sa indicarne i sintomi e gli esami a cui sottoporsi.

“Il tumore ovarico è una malattia subdola, riconoscere i sintomi è importante ma in questa neoplasia la sintomatologia è quanto mai aspecifica: dolori addominali (crampi, fitte), gonfiore addominale, cambiamento delle abitudini dell’alvo sono disturbi che possono presentarsi in molte altre patologie – spiega Sandro Pignata, Direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica Uro-Ginecologica all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS, Fondazione Pascale di Napoli -. Tuttavia ogni volta che si avverte un sintomo che non è mai stato presente e che si ripete per settimane, una donna deve allertarsi e rivolgersi subito al ginecologo, che deciderà gli accertamenti del caso, prima di tutto un’ecografia che può, ma non sempre, individuare la massa ovarica. Purtroppo non abbiamo al momento test o screening attendibili di altra natura”.

Solo la diagnosi tempestiva può migliorare le probabilità di sopravvivenza: se il tumore ovarico viene diagnosticato in stadio iniziale la possibilità di sopravvivenza a 5 anni è del 75-95% mentre la percentuale scende al 25% per tumori diagnosticati in stadio molto avanzato.

“La diagnosi tempestiva cambia la prognosi perché consente una chirurgia ottimale che a sua volta influenza positivamente il dopo intervento – dichiara Nicoletta Colombo, Direttrice dell’Unità di Ginecologia Oncologica Medica all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, Professoressa Associata di Ostetricia e Ginecologia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e Membro del Consiglio Direttivo di ACTO onlus, Alleanza contro il Tumore Ovarico -. Negli stadi avanzati, la guarigione può essere raggiunta da circa il 30% delle pazienti. Per l’altro 70%, l’obiettivo si sposta sulla cronicizzazione della malattia: attraverso l’impiego dei farmaci più efficaci, si cerca di far convivere la paziente con il tumore il più a lungo possibile, assicurandole al tempo stesso la migliore qualità di vita”.

Grandi passi avanti sono stati fatti nel trattamento del tumore ovarico con l’arrivo delle terapie anti-angiogeniche, farmaci che bloccano la formazione dei nuovi vasi sanguigni che il tumore costruisce attorno a sé per crescere e diffondersi. Le nuove opportunità terapeutiche rendono ancora più importante l’informazione che può accelerare il cammino delle donne verso la diagnosi e la cura.

                                                                                                                  Clementina Speranza

UNA CAMPAGNA DI PREVENZIONE E DI INFORMAZIONE SULL’ICTUS

UNA CAMPAGNA DI PREVENZIONE E DI INFORMAZIONE SULL’ICTUS

Età, ipertensione e fibrillazione atriale costituiscono i principali fattori di rischio dell’ictus. Variegata la sintomatologia, caratterizzata da improvvisa perdita di forza a un arto, perdita di sensibilità o della visione, disturbi della parola, che s’inceppa, e talvolta comparsa di cefalea violenta.

L’ictus è la prima causa di disabilità nel mondo. È responsabile di oltre 6 milioni di decessi ogni anno, di cui 650 mila in Europa. In Italia si stimano 200 mila nuovi casi l’anno, di questi 40 mila muoiono entro i primi 12 mesi e altri 40 mila perdono l’autosufficienza. Ecco perché prende vita in Lombardia una campagna di informazione e prevenzione promossa da Rotary International con il patrocinio di Regione Lombardia. Si chiama “Stop all’ictus”, avrà la durata di due anni e vede coinvolti numerosi attori tra cui le più importanti Società scientifiche e Associazioni pazienti.

L’intenzione dei promotori è diffondere in modo capillare la comunicazione riguardante questa grave patologia cerebrovascolare (cosa fare quando arriva un ictus e come prevenirlo) a livello locale, attraverso vari strumenti quali i media televisivi, radiofonici e della carta stampata oltre ai social network,  ma soprattutto attraverso incontri diretti con i cittadini in diverse sedi (Unitre, Centri sociali, piazze, scuole, etc.).

Abbiamo iniziato a programmare tutta una serie di iniziative – precisa il Professor Micieli, Direttore del Dipartimento di Neurologia d’Urgenza dell’IRCCS Fondazione Istituto Neurologico Mondino di Pavia, Rotary Club Pavia Minerva, Distretto 2050 con eventi in piazza, oppure attività che richiamino i fattori di rischio e il loro trattamento (camminate e screening dei gruppi a rischio per patologie cerebrovascolari, suddivisi per fasce d’età e per professioni più esposte all’insorgenza di ictus) o, ancora, manifestazioni non scientifiche che possano fungere da veicolo ideale per informazioni specifiche sulla patologia”.

Al termine dei due anni, si procederà a valutare le ricadute della campagna Stop all’ictus in termini di efficacia rispetto ad alcuni indicatori  prestabiliti (tempo di arrivo in ospedale, tempo di esecuzione delle indagini diagnostiche, numero dei trattamenti trombolitici ed endovascolari, miglioramento degli esiti). Si attendono significativi miglioramenti, segnale che la campagna di informazione e prevenzione ha funzionato e, magari, potrà diventare un modello esportabile di prevenzione dell’ictus in altre regioni del Paese.

A spiegare meglio cos’è l’ictus, quali sono le cause e i rimedi, e come tentare di prevenirlo, è il Dott. Giuseppe Micieli, Direttore Dipartimento di Neurologia d’Urgenza, IRCCS Fondazione Istituto Neurologico Mondino, Pavia Rotary Club Pavia Minerva, Distretto 2050.

Ci può spiegare cos’è l’ictus e da cosa è causato? Quali sono i gruppi di popolazione a maggiore rischio-ictus?

L’ictus è una patologia cerebrovascolare che presenta caratteristiche molto diverse da caso a caso e consiste nella morte improvvisa di un numero elevato di neuroni, le cellule del cervello, costituenti una certa area cerebrale con conseguente perdita della funzione corrispondente. L’ictus è dovuto a cause vascolari: nella forma ischemica, che rappresenta l’80% di tutti i casi, un vaso sanguigno arterioso viene occluso parzialmente o totalmente da un coagulo di sangue (trombo); nella forma emorragica, che rappresenta il restante 20% dei casi, è provocato dalla rottura di un’arteria con conseguente raccolta di sangue, più o meno vasta, che può, (più spesso che nella forma ischemica) mettere a rischio la vita.

L’ictus, o stroke, è una patologia peculiare dell’anziano: l’incidenza aumenta, infatti, in maniera esponenziale con l’avanzare dell’età, così che, in genere dopo i 60 anni, il numero di casi cresce rapidamente, anche in correlazione alla comparsa di fattori di rischio come la fibrillazione atriale (FA), patologia cardiaca molto frequente nell’anziano. Possiamo senz’altro affermare che l’11-13% dei casi di ictus in età superiore ai 65 anni è legato alla presenza di una fibrillazione atriale. Non va peraltro dimenticato come il fattore di rischio modificabile più frequentemente associato all’ictus (si ritrova in circa il 70% dei soggetti colpiti) è rappresentato, più che dal fumo, dalla dislipidemia, dall’obesità o dall’ipertensione arteriosa. Poco nota, ma non certo trascurabile, la quota di popolazione giovane, al di sotto dei 45 anni, che viene colpita da ictus: poco meno di 10.000 casi (e i numeri sembrano in aumento) sono i soggetti colpiti nel pieno della loro vita produttiva. Nelle fasce di età più avanzate, oltre i 75 anni, la classica prevalenza dell’ictus nei soggetti di sesso femminile (prima sono più frequentemente colpiti i maschi) tende a invertirsi con prevalenza delle donne, anche se, specie nei paesi industrializzati, queste differenze vanno via via attenuandosi.

Quali sono i campanelli d’allarme che bisogna saper riconoscere?

I segni e i sintomi dell’ictus sono talora manifestazioni ritenute “comuni” e aspecifiche, e quindi non facili da riconoscere subito: per questo motivo è assolutamente necessario sensibilizzare la popolazione attraverso un’informazione adeguata. I segnali che non bisogna mai sottovalutare sono:

  • l’improvvisa mancanza di forza a una gamba o alla mano da un lato del corpo;
  • la perdita improvvisa della sensibilità o dell’equilibrio;
  • la parola che si ‘inceppa’ (non riuscire a parlare oppure non capire quel che viene detto);
  • la perdita della capacità di vedere in tutto o in una parte del campo visivo;
  • un violento mal di testa (forte come “mai sentito prima”), in genere sintomo della rottura di un aneurisma cerebrale con conseguente emorragia sub-aracnoidea.

In presenza di questi sintomi è necessario contattare subito il 118 e farsi portare tempestivamente al Pronto Soccorso dell’Ospedale dotato di Stroke Unit (unità dedicata alla cura dell’ictus cerebrale) più vicino.

Cosa fare in caso di ictus? Perché è importante intervenire tempestivamente?

Non perdere tempo è la regola numero uno. Una volta giunto all’Ospedale di riferimento, lo specialista, in questo caso il neurologo, adeguatamente allertato dal 118 valuterà la situazione con una visita clinica e con le indagini strumentali necessarie, e in particolare con una TAC cerebrale per la diagnosi differenziale tra ictus ischemico ed emorragico. Questa distinzione è fondamentale perché nel caso di ischemia, è possibile somministrare il trattamento trombolitico endovenoso per disostruire l’arteria, procedura che va tuttavia effettuata molto rapidamente, entro e non oltre le 4 ore e mezza dalla comparsa dei primi sintomi, (non mi è chiaro come si collega la frase che segue) oppure intervenire col(?) nel trattamento endovascolare (soprattutto trombectomia meccanica, ovvero frammentazione e aspirazione del coagulo che determina la chiusura del vaso). La terapia trombolitica endovenosa si effettua di solito in Pronto Soccorso o anche nella Stroke Unit, le procedure interventistiche endovascolari devono essere eseguite in strutture di neuroradiologia interventistica. In caso di emorragia si procede, in taluni casi, all’intervento chirurgico in struttura dedicata di neurochirurgia.

Intervenire tempestivamente può significare evitare gravi disabilità, perché consente il recupero completo delle funzioni cerebrali compromesse ripristinando il prima possibile il flusso sanguigno e l’ossigenazione del cervello. E spesso significa anche ridurre in modo significativo (anche del 40% rispetto a reparti non specialistici) la mortalità stessa intraospedaliera a 30 giorni, obiettivo che viene raggiunto con l’assistenza effettuata nell’ambiente specialistico delle Stroke Unit (con monitoraggio dei parametri vitali e controllo relativo delle complicanze).

Qual è il corretto stile di vita da adottare per prevenire l’ictus? Quali i consigli e le regole da seguire?

In genere si dice che tutto quel che fa bene al cuore fa bene anche al cervello. Ed è vero. Tre casi di ictus su quattro si possono evitare con la prevenzione e la diagnosi precoce dell’ipertensione e della fibrillazione atriale, che riguarda un over 55 su quattro.

Osservare corrette abitudini alimentari, evitare i comportamenti a rischio come il fumo e l’eccesso di alcool, dedicarsi all’esercizio fisico con una semplice, ma efficace, camminata a passo svelto almeno tre volte a settimana per mezz’ora, tenere sotto controllo i livelli del colesterolo, curare la pressione alta mantenendo i valori pressori attorno ai 130/80 mmHg e sottoporsi a terapie anticoagulanti se si è affetti da Fibrillazione Atriale: sono queste le regole da seguire con scrupolo per prevenire l’ictus. È molto importante anche tener d’occhio la familiarità per patologie cardiovascolari o cerebrovascolari e per i fattori di rischio (diabete, ipertensione, ipercolesterolemia etc.); questa conoscenza facilita senz’altro una maggiore sensibilizzazione verso queste patologie e favorisce la messa in atto di strategie di prevenzione primaria.

I Distretti del Rotary International della Regione Lombardia promuovono la campagna di informazione e prevenzione “Stop all’ictus”: quali sono gli strumenti e le attività previste nell’ambito di questo progetto?

Vorrei precisare che il Rotary si è fatto promotore di questa iniziativa in linea con il messaggio di natura etica che da sempre gli associati intendono inviare alla popolazione, con la quale desiderano condividere non solo aspetti culturali, di conoscenza e pubblica utilità, ma anche e soprattutto quelli riguardanti la salute.

Nella campagna “Stop all’ictus” i tre Distretti rotariani della Regione Lombardia hanno aderito all’ iniziativa a suo tempo promossa dal Rotary Club Pavia Minerva, e quindi dal Distretto 2050 (Sud Lombardia), ed hanno coinvolto una serie veramente importante e numerosa di attori: lo Stroke Unit Network Lombardia (SUN Lombardia, network delle 42 Stroke Unit regionali), l’Azienda Regionale Emergenza-Urgenza (AREU 118), la Federazione Regionale dell’Ordine dei Medici, Federfarma Lombardia, la Società Italiana di Neurologia e la Società di Neuroscienze Ospedaliere, le Società di Riabilitazione SIMFER e SIRNV, le Associazioni dei pazienti (Associazione per la lotta all’Ictus Cerebrale ALICe, Associazione Italiana Afasici AITA, Associazione per la Lotta alla Trombosi AlT, ed altre non meno importanti).

La campagna, che ha ottenuto il prestigioso patrocinio della Regione Lombardia, avrà una durata di due anni. Nel corso di questo periodo intendiamo diffondere in modo pervasivo la comunicazione riguardante l’ictus (cosa fare quando arriva e come prevenirlo) a livello regionale attraverso strumenti diversificati (media televisivi, radiofonici e della carta stampata, social network), ma anche attraverso incontri diretti con i cittadini nelle sedi più disparate (Unitre, Centri sociali, Scuole etc.). Queste iniziative vedranno la partecipazione nell’organizzazione e nella gestione degli eventi di buona parte degli attori sopra indicati. A questo proposito abbiamo iniziato a programmare tutta una serie di iniziative con eventi in piazza, oppure attività che richiamino i fattori di rischio e il loro trattamento (camminate e screening dei gruppi a rischio per patologie cerebrovascolari, suddivisi per fasce d’età e per professioni più esposte all’insorgenza di ictus) o ancora manifestazioni non scientifiche che tuttavia possono fungere da veicolo ideale per informazioni specifiche sulla patologia. Ci aspettiamo di constatare, nel corso e al termine della campagna “Stop all’Ictus”, significativi miglioramenti degli indicatori prescelti per la valutazione di efficacia della campagna stessa, come il tempo di arrivo in ospedale, il tempo di esecuzione delle indagini diagnostiche, la numerosità dei trattamenti trombolitici e/o endovascolari, fino al miglioramento degli esiti. Strumenti appropriati di valutazione verranno applicati per comprendere il valore della campagna e proporla quale strumento di divulgazione eventualmente trasferibile anche ad altre realtà regionali italiane.

IL FARMACISTA COME RIFERIMENTO

IL FARMACISTA COME RIFERIMENTO

Oggi la Farmacia rappresenta il presidio sanitario a più stretto e frequente contatto con i cittadini. Circa 3 milioni di persone al giorno parlano con il farmacista per cercare un consiglio professionale, ma anche un confronto rispetto a quanto indicato dal medico. Per questi motivi è fondamentale che il farmacista faccia parte di un processo educativo verso la popolazione volto a una maggior presa di coscienza della malattia dolore da parte del cittadino. Ma non solo, la Farmacia può diventare il primo riferimento al quale rivolgersi per un consiglio professionale, il luogo dove poter essere informati e indirizzati verso terapie di supporto, anche per quello che riguarda l’età pediatrica.

Per questo prende il via a Milano il progetto Fa.&Do. Il farmacista come riferimento del cittadino con dolore, promosso dall’Associazione pazienti vivere senza dolore, con il supporto delle LloydsFarmacie del Gruppo ADMENTA e con le Farmacie affiliate. Per la prima volta, il farmacista viene ufficialmente riconosciuto come una figura cardine per la salute e il benessere dei cittadini e, quindi, inserito in un percorso formativo, costruito per il suo ruolo, su una delle tematiche oggi più attuali: la cura del dolore.

Si tratta di un progetto ambizioso che si compone di 3 parti:

formativa, rivolta a 300 farmacisti delle LloydsFarmacie;

informativa, indirizzata agli oltre 500.000 cittadini afferenti alle farmacie coinvolte e che vedrà la pianificazione di giornate dedicate, con un esperto a disposizione pronto a rispondere a domande sul tema dolore;

digitale, attraverso la quale, grazie all’impiego di strumenti tecnologici, verrà messa a disposizione dei clienti delle farmacie una serie di servizi  e di materiali di approfondimento.

Il progetto prevede anche il coinvolgimento dei medici di famiglia i cui pazienti gravitano intorno alle farmacie coinvolte.

“Sono particolarmente soddisfatta di essere riuscita ad attuare questo progetto, al quale pensavo da oltre 2 anni – afferma Marta Gentili, Presidente dell’Associazione pazienti vivere senza dolore -. Un’iniziativa necessaria, per colmare una lacuna importante: l’assenza del farmacista come figura coinvolta nel processo di cura del dolore. Non possiamo dimenticare, infine, che il farmacista è la figura di riferimento, accanto a quella del medico di famiglia, alla quale oltre il 40% degli italiani si rivolge per un consiglio in tema di salute. Quindi, chi meglio può aiutare a diffondere una cultura sul tema dolore, la conoscenza della Legge 38 e tutto quanto possa essere utile per migliorare la vita di chi soffre”.

L’iniziativa si svolgerà nei mesi di ottobre e novembre, coinvolgendo le LloydsFarmacie di Milano, Bologna e provincia, Cremona, Prato, Lissone (MB), San Giovanni Valdarno (AR), Palazzolo sull’Oglio (BS) e le Farmacie affiliate di Piacenza, Vicenza, Montegrotto Terme (PD), Campogalliano (MO), Carpi (MO), Crespellano (BO), Borgonuovo di Sasso Marconi (BO).

L’Associazione vivere senza dolore si costituisce ufficialmente nell’aprile 2010 e nasce con un gruppo di volontari attivi da tempo nel promuovere iniziative di supporto ai pazienti con dolore cronico,. È la prima Associazione a livello internazionale fondata da pazienti per pazienti che convivono ogni giorno con il dolore inutile (oltre 16 milioni di persone, solo in Italia) e che, spesso, si sentono soli e abbandonati nella loro lotta quotidiana. Scopo dell’Associazione è quello di diventare il punto di riferimento di chi soffre di dolore cronico, dando vita ad una serie di iniziative volte a informare i cittadini sulle possibilità di cura e gestione della sofferenza inutile.

Sul sito dell’Associazione www.viveresenzadolore.it, gli utenti possono trovare molte informazioni utili e mettersi in contatto, per un confronto e un dialogo continuo, sia con gli altri pazienti che con gli specialisti.

UNA NUOVA MOLECOLA PER LA DEGENERAZIONE MACULARE ANCHE PER LA FORMA UMIDA DELLA MALATTIA E RIMBORSABILE DAL SSN

UNA NUOVA MOLECOLA PER LA DEGENERAZIONE MACULARE ANCHE PER LA FORMA UMIDA DELLA MALATTIA E RIMBORSABILE DAL SSN

L’ipovisione è uno stato di riduzione permanente della funzione visiva che non permette a un determinato individuo il pieno svolgimento della sua vita di relazione, la conduzione di una normale attività lavorativa e il perseguimento delle sue esigenze e aspirazioni di vita.

Quando si è ipovedententi? 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un soggetto è ipovedente quando l’occhio migliore ha un visus compreso tra 1/20 e 3/10 (il soggetto è invece cieco quando il visus corretto dell’occhio migliore è inferiore a 1/20). Il visus (o acutezza visiva) è la visione centrale e distinta; è la capacità dell’occhio di vedere i particolari più fini dell’oggetto che sta fissando. Si misura facendo leggere lettere poste a una determinata distanza e in Italia si misura in decimi.

Che cosa vuol dire trovare un visus pari a 3/10? 

Semplicemente che quella persona legge a 3 metri di distanza i caratteri che l’individuo normale riconosce a 10 metri.

E un visus di 1/20? 

Che la persona deve avvicinarsi fino a un metro per leggere le lettere che una persona normale legge a 20 metri.

Ma questa classificazione OMS è vecchia di circa 20 anni ed è incompleta perché considera soltanto il visus, che però è solo uno dei fattori importanti per stabilire la capacità visiva di un individuo. Quando si guarda, infatti, non si percepiscono solo le caratteristiche e i particolari dell’oggetto fissato, ma si esplora anche tutto lo spazio circostante. La visione periferica, o campo visivo, è la quantità di spazio che l’occhio percepisce quando fissa qualcosa. La riduzione del campo visivo è invalidante quanto la compromissione del visus, poiché limita la capacità di controllo dello spazio, creando notevoli difficoltà negli spostamenti. Si parla pertanto di ipovisione centrale e periferica. L’ipovisione centrale non permette di riconoscere ciò che si sta fissando. Determina perdita della capacità di lettura e scrittura e di tutte le cosiddette attività fini. È la forma più frequente e la degenerazione maculare è la malattia che la determina nella maggior parte dei casi. L’ipovisione periferica consente, invece, una buona visione di ciò che si fissa, ma limita fortemente la percezione dello spazio circostante e, nella maggior parte dei casi, è determinata dal glaucoma.

La degenerazione maculare legata all’età (DMLE) si manifesta con una perdita del visus al centro del campo visivo e/o con una distorsione delle immagini, che costituiscono il sintomo premonitore più importante (riconoscibile tramite il test – o griglia – di Amsler). Segno caratteristico della malattia sono le drusen, macchie bianco-giallastre della retina che si possono osservare all’esame del fundus oculare, specie se di dimensioni superiori a 125 micron.

Si riconoscono due tipi di DMLE:

  • secca o non essudativa o atrofica “a carta geografica”;
  • umida o essudativa o neovascolare.

DMLE secca

Nella DMLE secca sono presenti depositi sottoretinici (drusen), alterazioni pigmentarie e, successivamente, perdite di epitelio pigmentoso retinico con margini ben definiti (atrofia geografica). La perdita del visus è di solito limitata, graduale e dipende dall’estensione delle lesioni a livello della macula. Per questa variante clinica non esiste alcun trattamento di efficacia provata; tuttavia, il campo visivo centrale è spesso conservato e non tutti i pazienti vanno incontro a una grave perdita del visus.

Caratteristiche della DMLE secca:

  • drusen
  • atrofia epitelio pigmentato retinico (atrofia geografica) e dei fotorecettori
  • assenza di edema maculare e di emorragie sottoretiniche

DMLE umida

Nella DMLE umida (o essudativa o neovascolare), che interessa circa il 15% dei pazienti, il visus è compromesso dalla formazione di nuovi vasi che provengono dalla coroide (lo strato vascolarizzato situato tra retina e sclera) e che proliferano all’interno della retina in corrispondenza della macula, formando delle “membrane neovascolari”. Queste membrane tendono a sanguinare e/o a trasudare liquido che si raccoglie sotto la retina. Se lasciate al loro destino le membrane tendono a formare un’estesa cicatrice al centro della retina, con conseguente perdita di visus centrale. I nuovi vasi tendono quindi a “sollevare” la retina, che può andare incontro a distacco, compromettendo la percezione e la trasmissione del segnale visivo. La maggior parte dei malati di DMLE che sviluppano cecità legale (massimo visus corretto 1/10 dall’occhio che vede meglio) presenta la forma neovascolare.

Caratteristiche della DMLE umida:

  • membrane neovascolari
  • significativa presenza di edema maculare ed emorragie sottoretiniche;
  • cicatrice centrale nelle forme più avanzate.

Una semplice visita oculistica non è sempre sufficiente per formulare una diagnosi corretta. Per confermare la diagnosi e inquadrare la malattia sono infatti necessari alcuni esami strumentali; tali accertamenti sono la tomografia ottica a coerenza (OCT), l’angiografia con fluoresceina (o fluorangiografia), eventualmente anche con verde di indocianina.

Oggi per la cura di questa patologia abbiamo a disposizione un nuovo farmaco totalmente rimborsato dal Sistema Sanitario Nazionale, aflibercept, che si aggiunge agli altri Vegf già presenti. Si somministra come gli altri attraverso iniezioni intravitreali. Il trattamento con aflibercept consente di ottenere risultati clinici sovrapponibili alle altre terapie disponibili con un ridotto numero di iniezioni intravitreali nel corso dell’anno: sette invece di dodici. Dopo le prime tre iniezioni, praticate a distanza di un mese l’una dall’altra, come nel caso delle terapie a base di anticorpi monoclonali, le successive iniezioni possono essere fatte ogni due mesi.

Da un’indagine GfK Eurisko emerge che circa 4 milioni di italiani over 50 (16% della popolazione 50+) non ha mai fatto una visita dall’oculista e solo il 40% ha fatto una visita nell’ultimo anno.

La ricerca ha messo in luce una generale disinformazione circa la degenerazione maculare, le sue cause e la sua gestione. Nessun malato riporta una conoscenza pregressa del problema, in genere la diagnosi arriva per tutti tardiva e come un fulmine a ciel sereno. Aggrava la situazione la poca sensibilizzazione dei malati sull’area generale delle patologie oculari.

I RISULTATI DELLA RICERCA DI GFK EURISKO SULLE CONOSCENZE DELL’HIV

I RISULTATI DELLA RICERCA DI GFK EURISKO SULLE CONOSCENZE DELL’HIV

“L’HIV non mi riguarda”. 8 italiani su 10 non si sentono a rischio di contrarre il virus perché confidano nelle proprie abitudini e comportamenti e il 90% ritiene che avere rapporti sessuali protetti sia il metodo più efficace per non contrarre l’infezione, mentre una quota residuale (circa il 17%) ritiene invece che il modo migliore per prevenire l’infezione sia non avere contatti con le persone sieropositive.

Sono questi alcuni dei dati emersi dalla ricerca GfK Eurisko, con il supporto non condizionato di Gilead, che ha coinvolto oltre mille soggetti in tutta Italia e che ha inteso indagare le conoscenze degli italiani sull’HIV, sugli strumenti di prevenzione e sulle possibilità terapeutiche, ma anche sulla percezione del rischio di contagio e sulla rappresentazione della persona con HIV nella società odierna.

Emerge un quadro contraddittorio della rappresentazione dell’HIV/AIDS oggi. Se da un lato non si sentono a rischio personale, il 60% degli italiani pensa sia comunque facile contrarre il virus dell’HIV, perché questo riguarda prevalentemente i tossicodipendenti, le persone con relazioni promiscue e gli omosessuali. Affiora qui una ulteriore contraddizione: mentre dalla ricerca risulta che solo per 2 italiani su 10 la categoria degli eterosessuali è a rischio di contagio, l’epidemiologia dimostra che tra i nuovi infetti la maggioranza relativa sono etero (oltre il 40%).

Anche il test dell’HIV rappresenta uno strumento molto importante, anche se sottovalutato, per individuare subito l’infezione e iniziare precocemente i trattamenti con antiretrovirali ma solo la metà degli intervistati (46%) lo indica come possibile strumento di prevenzione e controllo, mentre solo il 3% ritiene vi si faccia ricorso. “Non va mai sottovalutata l’importanza della diagnosi precoce dell’infezione. E’ infatti dimostrata la correlazione tra l’inizio delle terapie e l’incremento della durata della vita e la riduzione di comorbilità, perciò è importante favorire una diagnosi precoce, oltre che garantire l’accesso alle terapie antiretrovirali innovative – dichiara il Professor Andrea Antinori, Direttore Malattie Infettive all’INMI Lazzaro Spallanzani di Roma -. Si stima che nel mondo solo la metà delle persone con HIV sia a conoscenza del proprio stato. In Italia, su oltre 120mila persone con diagnosi di HIV/AIDS, il 15-20% non è al corrente della propria sieropositività. Nel 2012 almeno il 50% di nuovi casi di infezione diagnosticati erano già in fase avanzata della malattia”.

Il 74% degli intervistati è consapevole che l’HIV non è curabile ma può essere tenuto sotto controllo con i farmaci e solo 1 su 3 (32%) ritiene che siano accessibili. “L’innovazione terapeutica ha avuto un ruolo fondamentale nel modificare il decorso clinico del paziente con HIV: da quando sono state introdotte le terapie antiretrovirali nel nostro Paese (1996), l’incidenza dell’AIDS e il numero di decessi l’anno sono progressivamente diminuiti. Oggi possiamo contare su nuove terapie monodose, più tollerabili e con meno effetti collaterali rispetto al passato, che hanno permesso di controllare la malattia nel lungo periodo, trasformando l’HIV/AIDS in malattia cronica, al pari di diabete, disturbi respiratorie e cardiopatie. Inoltre, hanno determinato un incremento anche nell’aspettativa di vita, oggi allineata alla sopravvivenza media, mentre 30 anni fa il tasso di letalità dell’AIDS era vicino al 100% (oggi si attesta al 5,7%)”, precisa il Professor Giovanni Di Perri, Professore ordinario di Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Torino.

UN BRACCIALE-SIMBOLO E UNA RAPPER-TESTIMONIAL PER CREARE UN MOVIMENTO D’OPINIONE

UN BRACCIALE-SIMBOLO E UNA RAPPER-TESTIMONIAL PER CREARE UN MOVIMENTO D’OPINIONE

È in diversi colori moda, satinati o in lurex. È fashion, e con il simbolo ♀, rappresentazione stilizzata della femminilità. È un nuovo bracciale glamour che le ragazze potranno indossare per affermare la loro libertà di scelta e promuovere la “moda” della sessualità consapevole. Si potrà trovare nelle tappe della campagna d’informazione lapillolasenzapillola e in altre occasioni che saranno comunicate attraverso il sito www.lapillolasenzapillola.it; dove è stato anche attivato un servizio di consulenza online gestito da 11 ginecologhe che chiariranno i dubbi delle ragazze rispondendo personalmente alle loro domande.

Love it! Sesso consapevole è la campagna d’informazione sulla contraccezione promossa da SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) in collaborazione con il progetto educazionale lapillolasenzapillola. Si rivolge alle giovani che stanno affrontando le loro prime esperienze sessuali e nasce con l’obiettivo di sensibilizzarle sull’importanza di effettuare in modo consapevole le proprie scelte in materia di sesso, dando loro tutte le informazioni utili sulla contraccezione.

Love it! per parlare di contraccezione usa linguaggi innovativi: moda, musica e web. Per promuovere il progetto, infatti, pure la musica scende in campo con la rapper italiana Baby K,  prodotta da Tiziano Ferro. Claudia Nahum, in arte Baby K

diventa testimonial della campagna Love it! e protagonista dell’omonimo video musicale, nel quale indossa i braccialetti colorati. “Bisogna essere pronte a prendersi le proprie responsabilità – afferma la cantante –, decidere in prima persona e non farsi influenzare dagli altri quando sono in gioco scelte importanti. E soprattutto amare se stesse, la propria vita, la propria sessualità e la propria libertà di scelta. Non bisogna lasciarsi frenare da timori o pensare che la scelta è solo quella tra prendere la pillola o lasciar fare tutto al partner. Ai miei concerti verranno distribuiti i bracciali simbolo della campagna. Mi piacerebbe che tutte le ragazze ne indossassero uno come segno della loro indipendenza. Lo indosso anch’io perché sono fiera di mostrare la mia forza. Nella vita sono sempre stata libera e protagonista delle scelte. Informarsi, capire, valutare sono sempre state le chiavi per me, e vorrei che lo fossero anche per le ragazze”. Baby K promuoverà i messaggi della campagna in occasione delle tappe del suo tour in programma l’estate prossima.

“Le giovani donne, se informate in modo equilibrato su tutto il ventaglio di metodiche contraccettive oggi disponibili, sono in grado di fare più consapevolmente una scelta per la loro vita – afferma Rossella Nappi, Professore associato di Ostetricia e Ginecologia, Università degli Studi di Pavia -. Il cerotto e l’anello vaginale rappresentano un’alternativa alla pillola e un metodo sicuro, efficace e con il plus di liberare le donne dall’assunzione quotidiana per bocca. Altro aspetto importante è che l’anello è caratterizzato da ormoni a bassissimo dosaggio con livelli molto stabili, che provocano meno effetti collaterali estrogeno correlati”.

Sono poche in Italia le donne che si affidano a metodi contraccettivi, una minoranza quelle che fanno ricorso alla contraccezione ormonale: meno della metà si cautelano durante un rapporto sessuale, una gravidanza su 5 non è desiderata mentre cresce il fenomeno della contraccezione di emergenza, soprattutto tra le più giovani. Nel nostro Paese la cultura della contraccezione e dei comportamenti sessuali responsabili è lontana dagli standard europei. Ancora oggi il 59% delle donne in età fertile (15-49 anni) non utilizza alcun metodo contraccettivo: il 15% non ne ha mai fatto uso e il 44% ha smesso di utilizzarlo. Dalla ricerca, effettuata da Eurisko nel 2011, emerge che oltre la metà delle donne intervistate che ha avuto rapporti sessuali nel mese precedente la rilevazione non ha usato metodi contraccettivi, né utilizzato alcuna precauzione, anche se il 34% ha dichiarato di non desiderare un figlio.

Il bracciale di Love it! sarà distribuito in occasione delle tappe della campagna lapillolasenzapillola nei Campus Orienta e in occasione del tour estivo di Baby K.

Il calendario è consultabile al sito www.lapillolasenzapillola.it

                                                                                                                      Clementina Speranza

IL VACCINO CONTRO IL MENINGOCOCCO B  È MADE IN ITALY

IL VACCINO CONTRO IL MENINGOCOCCO B È MADE IN ITALY

“Federico aveva 2 anni e mezzo, era biondo con gli occhi verdi, era sano e giocava. Aveva avuto un po’ di febbre che è poi passata. 4 -5 gg dopo, si è svegliato un po’ pallido e con una lieve febbre che verso le 13 è aumentata. Decido di farlo visitare dal pediatra il quale si accorge che sul corpo gli erano spuntate delle chiazze, così lo accompagniamo al pronto soccorso, e qui peggiora sempre più.

Tutto il possibile è stato tentato, ma alle 18 mio figlio è diventato un angelo. Federico aveva contratto la meningite, anche se aveva fatto tutte le vaccinazioni previste. Nel 2009, purtroppo, non esisteva ancora quella contro il meningococco B, e ho perso mio figlio a causa di questa terribile infezione”. A raccontare questa triste storia è Ivana Silvestrooggi Vicepresidente del Comitato Nazionale contro la Meningite.

La meningite batterica può essere causata da tre agenti: Haemophilus influenzae tipo B, Streptococcus pneumoniae (pneumococco) e Neisseria meningitidis (meningococco). Contro le prime due infezioni sono da tempo disponibili strumenti vaccinali. Il meningococco si distingue in 13 sierogruppi, di cui cinque infettivi e contagiosi: A, B, C, W135 e Y. La prevalenza di ciascun sierogruppo varia nel mondo; il sierogruppo più diffuso è il B (MenB), che prevale in Europa, Stati Uniti, Canada, Australia, e altri Paesi a livello globale.

La meningite meningococcica è la principale causa di morte soprattutto tra i neonati, la loro è la fascia d’età più esposta al meningococco B (MenB). Il vaccino contro il MenB è finalmente disponibile: è il risultato di oltre venti anni di ricerca d’avanguardia nello sviluppo dei vaccini presso i laboratori di Siena, ed è quindi made in Italy. Messo a punto nei laboratori di Novartis Vaccines dal team di Rino Rappuoli, viene prodotto nello stabilimento di Rosia (Siena). Protegge fin dal secondo mese di vita e rappresenta il mezzo più efficace per prevenire la malattia.

“Ogni 10 minuti, nel mondo, una persona muore di meningite meningococcica. Il meningococco può uccidere in meno di 24 ore o causare gravi disabilità permanenti. La popolazione a maggior pericolo di contagio sono i bambini piccoli, ma anche gli adolescenti sono a rischio – dichiara Rino RappuoliResponsabile Mondiale della Ricerca, Novartis Vaccines and Diagnostics –. Il meningococco di tipo B è tra i principali responsabili di queste infezioni

Si tratta di una malattia particolarmente pericolosa in quanto attacca le persone sane senza alcun segnale di preavviso e può portare al decesso entro 24-48 ore. La meningite menigococcica ha una letalità tra il 9 e il 12%, ma in assenza di un trattamento antibiotico adeguato può raggiungere il 50%.

Ecco perché è molto importante che, dopo il via libera dell’Unione Europea, sia arrivata per questo nuovo vaccino anche l’approvazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco che permetterà di salvare molte vite umane e di cambiare le prospettive della lotta contro la meningite”.

La meningite da meningococco

La meningite da meningococco è un’infezione pericolosissima perché improvvisa, subdola, spesso letale o fonte di gravi complicazioni (sequele). Colpisce inaspettatamente persone sane, non dà segnali premonitori ed evolve rapidamente1. A essere colpite sono le meningi, membrane che avvolgono il cervello e il midollo spinale, ma non solo: spesso si sviluppano complicazioni gravi e potenzialmente fatali, prima tra tutte la setticemia (infezione del sangue), ma anche endocardite o flebite. Le sequele post-infezione non sono da sottovalutare: tra chi sopravvive, possono residuare sordità, ritardo dello sviluppo psichico e fisico, paralisi cerebrale, può essere necessaria l’amputazione degli arti, conseguenze tanto più invalidanti quanto più colpiscono precocemente nell’infanzia.

Bambini e giovani a rischio

Poiché l’unico serbatoio di Neisseria meningitidis è l’uomo e il contagio avviene per via aerea (tosse, starnuti e, negli adulti, bacio profondo), il rischio aumenta laddove è più alta la concentrazione di persone e le condizioni igieniche non sono ottimali. Circa la metà dei casi di meningite meningococcica si manifesta entro i cinque anni, con un picco più alto tra i due mesi e l’anno di vita: il sistema immunitario del neonato e del bambino è infatti ancora immaturo e non in grado di difendersi dal batterio.

La seconda fascia d’età più colpita, adolescenti e giovani adulti (14-25 anni), è a rischio perché maggiormente esposta alla frequentazione di luoghi affollati e chiusi (caserme, scuole, convitti, mezzi pubblici, discoteche), o ad abitudini scorrette come il fumo (che indebolisce le difese e rende l’ambiente più favorevole alla trasmissione del batterio), o lo scambio di bicchieri e posate.

Per capire l’elevato potenziale di contagio, si deve ricordare che secondo alcune stime, il 10-20% della popolazione adulta è portatore sano (senza alcun sintomo) del meningococco a livello di naso e gola, e che il contagio avviene per via aerea. Meno dell’1% dei portatori sani svilupperà l’infezione mentre, per una persona altrimenti sana, il contatto stretto e ravvicinato con un portatore aumenta di 800 volte il rischio di contagio3.

A rischio sono anche i viaggiatori per turismo, lavoro o devozione (i pellegrinaggi alla Mecca sono l’esempio più classico). Nessuna età può dirsi quindi protetta dal contagio.

Clementina Speranza

Figura 2: Dati italiani SIMI relativi all’anno 2011

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La distribuzione dei sierogruppi meningococcici in Italia nel 2011

Fig. 3: Dati italiani SIMI relativi all’anno 2011

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A.R.P., PER CURARSI E PER RIMODELLARE IL FISICO

A.R.P., PER CURARSI E PER RIMODELLARE IL FISICO

A.R.P. è l’acronimo di Accelerated Recovery and Performance. È un apparecchio per l’elettrostimolazione muscolare, dalle dimensioni ridotte di una valigetta, che agisce in sinergia con il corpo. Si tratta di un sistema all’avanguardia, già diffuso negli Stati Uniti, che permette:

– di ridurre il tempo di recupero in caso di traumi muscolari,
– di curarsi a seguito di incidenti articolari rafforzando e tonificando la muscolatura
– e di rimodellare il fisico.

La tecnologia ARPwawe, finora appannaggio di una ristretta cerchia di strutture sportive professionistiche, viene adesso proposta dal Centro Medico Ambrosiano anche a un pubblico più vasto, per un utilizzo terapeutico, riabilitativo ed estetico.

Si occupa della terapia  Stephanie Dietrich una fisioterapista tedesca che si è  specializzata sotto la guida del preparatore della Nazionale di Calcio olandese e ha scelto di svolgere la propria attività in Italia. La Dietrich segue precisi protocolli, sulla scia di quanto già sperimentato dai campioni statunitensi e italiani, soprattutto nelle società sportive (in Italia A.R.P.  è utilizzato dalla Nazionale di Calcio e dalle principali squadre di serie A), sia per il recupero rapido dopo traumi muscolari (se ne è avvalso, ad esempio, il Capitano della Nazionale Chiellini agli Europei) sia per il potenziamento muscolare.

Indicazione elettiva del Sistema ARPwave è la lesione muscolare: si consideri che uno stiramento di II grado può essere recuperato in soli 3 giorni, permettendo così all’atleta di tornare rapidamente alla pratica sportiva. Oltre all’aspetto terapeutico, e quindi a un recupero veloce e sicuro, A.R.P. permette il miglioramento di forza, range di movimento e flessibilità, evitando così il pericolo di recidive. Quindi può essere utilizzato non solo a scopo riabilitativo, ma anche per migliorare la performance atletica dato che, tramite la particolare tecnologia innovativa che permette 500 contrazioni al secondo (rispetto alle normali 200), aumenta la capacità del muscolo di assorbire e sviluppare forza, favorisce l’allungamento dello stesso e migliora la velocità e la precisione del gesto atletico.
A.R.P., già usato da atleti e squadre professionistiche di calcio di serie A, di football americano, di NBA, golf, atletica e baseball, offre un valido supporto per la performance e il miglioramento della qualità della vita. Grazie alla tecnologia ARPwave molti atleti hanno evitato interventi chirurgici, ridotto il periodo di tempo lontano dal campo e migliorato le loro prestazioni.

ARP e le sue applicazioni:

prevenzione (tonificazione muscolare per prevenire infortuni e algie dovuti all’attività sportiva o alla normale vita quotidiana, aumento circolazione sanguigna, preparazione a interventi, atrofia muscolare, ginnastica-sport, ecc.);

trattamento (riabilitazione post-chirurgica, ricostruzione dei legamenti, distorsione-contusione, osteoartrite-artrosi, fratture, dolori cronici, epicondilite, mal di schiena, tendiniti, instabilità articolare, lesioni del menisco, ecc.);

allenamento (miglioramento della performance atletica, rafforzamento, riscaldamento muscolare, defaticamento, ripresa dopo inattività motoria, rilassamento, post-traumatico).

A seconda delle patologie valutate, i trattamenti con A.R.P. richiedono in media dalle 10 alle 20 sedute di 20-30 minuti ciascuna, con frequenza da 1 a 2 sedute al giorno, da 2 a 5 volte la settimana. Il costo per seduta è di € 80.

                                                   Clementina Speranza

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